Di seguito trovi il testo originale (sulla sinistra) e la traduzione (sulla destra) del testo Pro rege Deiotaro di Marco Tullio Cicerone. Buona lettura!

Pro rege Deiotario – Brano 1:

Testo originale:

Cum in omnibus causis gravioribus, C. Caesar, initio dicendi commoveri soleam vehementius, quam videtur vel usus vel aetas mea postulare, tum in hac causa ita me multa perturbant, ut, quantum mea fides studii mihi adferat ad salutem regis Deiotari defendendam, tantum facultatis timor detrahat. Primum dico pro capite fortunisque regis, quod ipsum, etsi non iniquum est in tuo dum taxat periculo, tamem est ita inusitatum, regem reum capitis esse, ut ante hoc tempus non sit auditum;

Traduzione:

In tutte le cause di una certa importanza, C. Cesare, iniziando a parlare, di solito provo un’emozione maggiore di quella che richiedono la mia esperienza e la mia età: ma in questa causa sono così numerosi i motivi di turbamento che, se da un lato la mia coscienza mi dà tanto impegno per sostenere la difesa del re Deiotaro, dall’altro l’apprensione mi toglie la facoltà di parola. Anzitutto io parlo in difesa della vita e dei beni del re, e sebbene tutto ciò non sia ingiusto, se teniamo conto del pericolo che puoi aver corso, tuttavia è un fatto così raro che un re sia accusato di delitto capitale da non averlo mai sentito fino a oggi;

Pro rege Deiotario – Brano 2:

Testo originale:

deinde eum regem, quem ornare antea cuncto cum senatu solebam pro perpetuis eius in nostram rem publicam meritis, nunc contra atrocissimum crimen cogor defendere. Accedit ut accusatorum alterius crudelitate, alterius indignitate conturber: crudelem Castorem, ne dicam sceleratum et impium, qui nepos avum in capitis discrimen adduxerit adulescentiaeque suae terrorem intulerit ei, cuius senectutem tueri et tegere debebat, commendationemque ineuntis aetatis ab impietate et scelere duxerit; avi servum corruptum praemiis ad accusandum dominum impulerit, a legatorum pedibus abduxerit.

Traduzione:

in secondo luogo, questo re che più volte di fronte al senato al completo ho lodato per i suoi continuati meriti verso la nostra repubblica, mi trovo ora costretto a difenderlo dall’accusa più terribile. C’è da aggiungere che mi turbano la crudeltà di uno due accusatori e la bassezza dell’altro. Crudele è Castore, per non dire criminale ed empio: un nipote che ha trascinato il nonno in un giudizio capitale, che lo ha indotto ad aver paura della sua giovinezza mentre l’avrebbe dovuto validamente difendere perché vecchio, che al suo ingresso nella vita ha presentato quali referenze empietà e delitti, che ha corrotto con il denaro uno schiavo del nonno e lo ha spinto ad accusare il suo padrone, lo ha allontanato dai legati che seguiva passo passo.

Pro rege Deiotario – Brano 3:

Testo originale:

Fugitivi autem dominum accu santis et dominum absentem et dominum amicis simum nostrae rei publicae cum os videbam, cum verba audiebam, non tam adflictam regiam con dicionem dolebam quam de fortunis communibus extimescebam. Nam cum more maiorum de servo in dominum ne tormentis quidem quaeri liceat, in qua quaestione dolor elicere veram vocem possit etiam ab invito, exortus est servus qui, quem in eculeo appellare non posset, eum accuset solutus.

Traduzione:

E poi uno schiavo fuggiasco che accusa il padrone, e per di più un padrone che non è presente e un padrone assai legato alla nostra repubblica: quando io lo guardavo in faccia, quando lo ascoltavo parlare, non provavo dolore perché era stata così calpestata la dignità di un re, ma piuttosto ero in apprensione per la sorte di tutti. Infatti, mentre il costume antico non consente di far testimoniare uno schiavo contro il padrone neppure con la tortura, anche se in un interrogatorio tale la sofferenza fisica può strappare la verità perfino a chi non vuol parlare, è saltato fuori uno schiavo ad accusare, senza alcuna tortura, una persona che fra i tormenti non potrebbe denunciare.

Pro rege Deiotario – Brano 4:

Testo originale:

Perturbat me, C. Caesar, etiam illud interdum, quod tamen cum te penitus recognovi, timere desino: re enim iniquum est, sed tua sapientia fit aequissimum: nam dicere apud eum de facinore, contra cuius vitam consilium facinoris inisse arguare, cum per se ipsum consideres, grave est; nemo enim fere est qui sui periculi iudex non sibi se aequiorem quam reo praebeat: sed tua, C. Caesar, praestans singularisque natura hunc mihi metum minuit. Non enim tam timeo quid tu de rege Deiotaro, quam intellego quid de te ceteros velis iudicare.

Traduzione:

A tratti, C. Cesare, avverto anche un altro motivo di turbamento, e tuttavia nel momento in cui io riconosco il tuo vero animo cesso di stare in apprensione, perché si tratta di una situazione in sé sfavorevole, che diventa però la più favorevole grazie alla tua saggezza. Parlare infatti di un attentato di fronte alla persona contro la vita del quale si è accusati di aver ordito l’attentato, se si considera la cosa in sé, sarebbe un fatto grave, perché non c’è praticamente nessuno che, giudicando una causa riguardante un pericolo da lui corso, non si mostri meglio disposto verso se stesso che verso l’imputato. Ma la tua inimitabile e unica generosità, Cesare, ha dissipato questo mio timore: sono preoccupato infatti per la decisione che vorrai prendere sul re Deiotaro, ma più ancora comprendo che cosa vuoi che gli altri decidano sul tuo conto.

Pro rege Deiotario – Brano 5:

Testo originale:

Moveor etiam loci ipsius insolentia, quod tantam causam, quanta nulla umquam in disceptatione versata est, dico intra domesticos parietes, dico extra conventum et eam frequentiam, in qua oratorum studia niti solent: in tuis oculis, in tuo ore voltuque acquiesco, te unum intueor, ad te unum omnis mea spectat oratio: quae mihi ad spem obtinendae veritatis gravissima sunt, ad motum animi et ad omnem impetum dicendi contentionemque leviora:

Traduzione:

Provo anche turbamento per la stessa eccezionalità del luogo: una causa tanto importante quanto nessuna mai è rientrata in una controversia, la difendo fra le pareti di un’abitazione privata, la difendo lontano da quell’affollata assemblea in cui di solito si scontra la passione degli oratori; è nei tuoi occhi, nell’espressione del tuo volto che io trovo conforto, a te solo mi rivolgo, a te solo è diretta tutta la mia orazione: gli elementi che sono molto importanti nel darmi la speranza di far trionfare la verità sono meno validi a riscaldare il mio animo e a conferire impeto e animazione a tutte le mie parole.

Pro rege Deiotario – Brano 6:

Testo originale:

hanc enim, C. Caesar, causam si in foro dicerem eodem audiente et disceptante te, quantam mihi alacritatem populi Romani concursus adferret! Quis enim civis ei regi non faveret, cuius omnem aetatem in populi Romani bellis consumptam esse meminisset? Spectarem curiam, intuerer forum, caelum denique testarer ipsum. Sic, cum et deorum immortalium et populi Romani et senatus beneficia in regem Deiotarum recordarer, nullo modo mihi deesse posset oratio.

Traduzione:

Se infatti questa causa, C. Cesare, la difendessi nel foro, anche se fossi sempre tu ad ascoltare e giudicare, quale grande ardore mi deriverebbe dall’accorrere del popolo di Roma! Quale cittadino infatti non mostrerebbe favore per quel re e non ricorderebbe che ha trascorso tutta la sua vita combattendo a fianco del popolo di Roma? Avrei davanti a me la curia, guarderei nel foro e infine invocherei il cielo stesso: così, ricordandomi dei benefici degli dei immortali, del popolo di Roma e del senato nei confronti del re Deiotaro, in nessun modo mancherebbe forza alla mia orazione.

Pro rege Deiotario – Brano 7:

Testo originale:

Quae quoniam angustiora parietes faciunt actioque maximae causae debilitatur loco, tuum est, Caesar, qui pro multis saepe dixisti, quid mihi nunc animi sit, ad te ipsum referre, quo facilius cum aequitas tua tum audiendi diligentia minuat hanc perturbationem meam. Sed ante quam de accusatione ipsa dico, de accusatorum spe pauca dicam; qui cum videantur nec ingenio nec usu atque exercitatione rerum valere, tamen ad hanc causam non sine aliqua spe et cogitatione venerunt.

Traduzione:

Ma poiché le pareti di una casa tolgono respiro a questi argomenti e la difesa della causa più grave viene condizionata dal luogo, spetta a te, Cesare, che hai difeso più volte molte persone giudicare da te stesso quale sia il mio stato d’animo, affinché la tua equanimità da un lato e la tua attenzione all’ascolto dall’altra compensino questo mio turbamento. Ma prima di parlare dell’accusa vera e propria, dirò qualche parola sulla speranza degli accusatori: costoro, anche se non sembrano dotati né di capacità né di profonda esperienza, tuttavia si sono presentati a questo processo non senza qualche speranza e qualche calcolo.

Pro rege Deiotario – Brano 8:

Testo originale:

Iratum te regi Deiotaro fuisse non erant nescii; adfectum illum quibusdam incommodis et detrimentis propter offensionem animi tui meminerant, teque cum huic iratum, tum sibi amicum esse cognoverant, cumque apud ipsum te de tuo periculo dicerent, fore putabant ut in exulcerato animo facile fictum crimen insideret. Quam ob rem hoc nos primum metu, Caesar, per fidem et constantiam et clementiam tuam libera, ne residere in te ullam partem iracundiae suspicemur. Per dexteram istam te oro, quam regi Deiotaro hospes hospiti porrexisti, istam, inquam, dexteram non tam in bellis neque in proelus quam in promissis et fide firmiorem. Tu illius domum inire, tu vetus hospitium renovare voluisti; te eius di penates acceperunt, te amicum et placatum Deiotari regis arae focique viderunt.

Traduzione:

Che tu fossi stato in collera con il re Deiotaro non lo ignoravano; che egli avesse subito dei danni morali e materiali a causa del tuo risentimento lo ricordavano, e che tu fossi in collera con lui, ma loro amico, l’avevano saputo: e poiché parlavano del pericolo che hai corso proprio davanti a te, pensavano che in un animo prevenuto avrebbe facilmente fatto presa una falsa accusa. Per questo motivo, Cesare, in nome della tua lealtà, della tua rettitudine e della tua clemenza, liberaci anzitutto da questa paura: non dobbiamo avere il sospetto che in te agisca qualche sentimento di rancore. Ti supplico in nome di questa destra, che hai teso al re Deiotaro come ospite a chi è stato ospite: questa destra, io dico, ben ferma non tanto in guerra né in battaglia quanto nella lealtà della parola data. Sei tu che hai voluto entrare nella casa di quello, tu hai voluto rinnovare un’antica ospitalità; te accolsero i suoi penati, te videro amico e sereno gli altari e i focolari del re Deiotaro.

Pro rege Deiotario – Brano 9:

Testo originale:

Cum facile orari, Caesar, tum semel exorari soles. Nemo umquam te placavit inimicus, qui ullas resedisse in te simultatis reliquias senserit. Quamquam cui sunt inauditae cum Deiotaro querellae tuae? Num quam tu illum accusavisti ut hostem, sed ut amicum officio parum functum, quod propensior in Cn. Pompeii amicitiam fuisset quam in tuam: cui tamen ipsi rd veniam te daturum fuisse dicebas, si tantum auxilia Pompeio, vel si etiam filium misisset, ipse aetatis excusatione usus esset.

Traduzione:

Tu di solito, Cesare, sei sensibile alle preghiere, così come ti lasci convincere una volta per tutte: nessuno che fosse tuo avversario ti ha mai placato per poi ravvisare in te la presenza di qualche traccia di risentimento. E tuttavia a chi sono sconosciute le lagnanze da parte tua sul conto di Deiotaro? Non gli hai mai rinfacciato di essere un nemico, tutt’al più un amico che ha adempiuto poco il suo dovere, perché a tuo giudizio era stato più solerte nell’amicizia con Cn. Pompeo che in quella con te; però dicevi che gli avresti perdonato appunto questo atteggiamento, se allora avesse sé mandato aiuti a Pompeo e perfino il proprio figlio, ma avesse per se stesso accampato la scusa dell’et

Pro rege Deiotario – Brano 10:

Testo originale:

Ita cum maximis eum rebus liberares, perparvam amicitiae culpam relinquebas; itaque non solum in eum non animadvertisti, sed omni metu liberavisti, hospitem agnovisti, regem reliquisti. Neque enim ille odio tui progressus, sed errore communi lapsus est. Is rex, quem senatus hoc nomine saepe honorificentissimis decretis appellavisset, quique illum ordinem ab adulescentia gravissimum sanctissimumque duxisset, isdem rebus est perturbatus homo longinquus et alienigena, quibus nos in media re publica nati semperque versati:

Traduzione:

Così lo scagionavi da gravissime responsabilità e gli attribuivi una colpa minima. Di conseguenza non soltanto non hai preso provvedimenti nei suoi confronti, ma lo hai rassicurato da ogni timore, hai riconosciuto in lui l’ospite, lo hai lasciato re. Egli infatti non ha agito per odio contro di te, ma è caduto a causa di quell’errore condiviso da tutti. Questo re, cui il senato si era spesso rivolto con questo titolo in decreti molto onorevoli per lui e che per parte sua fin dalla giovinezza aveva considerato quell’assemblea la più autorevole e sacra, fu sviato – lui, uomo che viveva lontano e di stirpe diversa dalla nostra – dalle medesime valutazioni che hanno sviato me, che sono nato e ho sempre operato nel cuore della repubblica.

Pro rege Deiotario – Brano 11:

Testo originale:

Cum audiret senatus consentientis auctoritate arma sumpta, consulibus, praetoribus, tribunis plebis, nobis imperatoribus rem publicam defendendam datam, movebatur animo et vir huic imperio amicissimus de salute populi Romani extimescebat, in qua etiam suam esse inclusam videbat: in summo tamen timore quiescendum esse arbitrabatur. Maxime vero perturbatus est, ut audivit, consules ex Italia profugisse omnisque consularis?sic enim ei nuntiabatur,?cunctum senatum, totam Italiam effusam: talibus enim nuntiis et rumoribus patebat ad orientem via nec ulli veri subsequebantur. Nihil ille de condicionibus tuis, nihil de studio concordiae et pacis, nihil de conspiratione audiebat certorum hominum contra dignitatem tuam. Quae cum ita essent, tamen usque eo se tenuit, quoad a Cn. Pompeio ad eum legati litteraeque venerunt.

Traduzione:

Nel sentire che per decisione unanime del senato erano state prese le armi ed era stato dato l’incarico di difendere la repubblica ai consoli, ai pretori, ai tribuni della plebe e a me, che avevo il titolo di imperatore, egli era inquieto in cuor suo e, da uomo molto legato al nostro impero, era in apprensione per la salvezza di Roma, dalla quale vedeva dipendere anche la propria. Tuttavia, in una situazione di enorme timore, pensava di dover restare neutrale. Fu poi davvero assai turbato quando sentì che i consoli erano fuggiti dall’Italia e che tutti gli ex consoli – queste erano le notizie che gli giungevano -, il senato al completo, l’intera Italia si erano riversati fuori.” Infatti a notizie e a chiacchiere del genere si apriva la via dell’Oriente, senza che fossero seguite da altre vere. Egli non sapeva nulla delle condizioni che avevi posto, nulla dei tuoi sforzi per un accordo e per la pace, nulla delle manovre di certi personaggi contro la tua autorità.” Stando così le cose, nonostante ciò restò neutrale fino al momento in cui arrivarono da lui dei legati con una lettera da parte di Cn. Pompeo.

Pro rege Deiotario – Brano 12:

Testo originale:

Ignosce, ignosce, Caesar, si eius viri auctoritati rex Deiotarus cessit, quem nos omnes secuti sumus; ad quem cum di atque homines omnia ornamenta congessissent, tum tu ipse plurima et maxima. Neque enim, si tuae res gestae ceterorum laudibus obscuritatem attulerunt, idcirco Cn. Pompeii memoriam amisimus. Quantum nomen illius fuerit, quantae opes, quanta in omni genere bellorum gloria, quanti honores populi Romani, quanti senatus, quanti tui, quis ignorat? Tanto ille superiores vicerat gloria, quanto tu omnibus praestitisti; itaque Cn. Pompeii bella, victorias, triumphos, consulatus admirantes numerabamus: tuos enumerare non possumus.

Traduzione:

Perdona il re Deiotaro, Cesare, perdonalo se ha ceduto di fronte all’autorevolezza di quell’uomo che tutti noi abbiamo seguito: su di lui gli dei e gli uomini hanno riversato ogni onore, ma anche tu stesso gliene hai concesso innumerevoli e grandissimi. Infatti, se è vero che le tue imprese hanno oscurato la gloria degli altri, non per questo ci siamo dimenticati di Cn. Pompeo. Chi ignora quanto fu grande il suo nome, quanto grande la sua potenza, quanto grande la sua gloria in ogni genere di guerra, quanto grandi gli onori attribuitigli dal popolo di Roma, dal senato, da te? Il Egli aveva superato in gloria chi era venuto prima di lui come tu hai primeggiato su tutti: per questo elencavamo ammirati le guerre, le vittorie, i trionfi, i consolati di Cn. Pompeo, ma non possiamo calcolare i tuoi.

Pro rege Deiotario – Brano 13:

Testo originale:

Ad eum igitur rex Deiotarus venit hoc misero fatalique bello, quem antea iustis hostilibusque bellis adiuverat, quocum erat non hospitio solum, verum etiam familiaritate coniunctus, et venit vel rogatus ut amicus, vel arcessitus ut socius, vel evocatus ut is, qui senatui parere didicisset: postremo venit ut ad fugientem, non ut ad insequentem, id est ad periculi, non ad victoriae societatem. Itaque Pharsalico proelio facto a Pompeio discessit; spem infinitam persequi noluit; vel officio, si quid debuerat, vel errori, si quid nescierat, satis factum esse duxit; domum se contulit, teque Alexandrinum bellum gerente utilitatibus tuis paruit.

Traduzione:

Il re Deiotaro dunque in questa guerra disgraziata e fatale venne da colui che aveva aiutato prima in guerre giuste e contro nemici esterni, da colui con il quale era stato legato non soltanto dall’ospitalità ma anche da amicizia; e venne da lui richiesto come un amico, mandato a chiamare come un alleato, convocato come chi ha imparato a obbedire al senato; e venne infine da uno che fuggiva e non da uno che inseguiva il nemico: per prendere parte al pericolo e non alla vittoria. E così, combattuta la battaglia di Farsalo, si separò da Pompeo: non volle continuare a seguire una speranza incerta, ritenne di aver dato abbastanza sia al dovere, se era stato in debito di qualcosa, sia all’errore, se aveva ignorato qualcosa; tornò in patria e, mentre tu combattevi la guerra alessandrina, favorì i tuoi interessi.

Pro rege Deiotario – Brano 14:

Testo originale:

Ille exercitum Cn. Domitii, amplissimi viri, suis tectis et copiis sustentavit; ille Ephesum ad eum, quem tu ex tuis fidelissimum et probatissimum omnibus delegisti, pecuniam misit; ille iterum, ille tertio auctionibus factis pecuniam dedit, qua ad bellum uterere; ille corpus suum periculo obiecit, tecumque in acie contra Pharnacem fuit tuumque hostem esse duxit suum. Quae quidem a te in eam partem accepta sunt, Caesar, ut eum amplissimo regis honore et nominc adfeceris.

Traduzione:

È stato lui ad aiutare con le sue case e i suoi mezzi l’esercito di quell’uomo nobilissimo che è Cri. Domizio, è stato lui a inviare denaro a Efeso a colui che hai scelto fra tutti i tuoi come il più fidato e il più affidabile, e sempre lui una seconda volta e poi una terza, dopo aver messo all’incanto i suoi beni, ha offerto il denaro da usare per la tua guerra; è stato lui ad affrontare il pericolo con il proprio corpo, a essere sul campo al tuo fianco contro Farnace e a pensare che il tuo nemico fosse suo nemico. Questi meriti li hai apprezzati, Cesare, in modo tale da riconoscergli il più alto onore, il titolo di re .

Pro rege Deiotario – Brano 15:

Testo originale:

Is igitur non modo a te periculo liberatus, sed etiam honore amplissimo ornatus, arguitur domi te suae interficere voluisse: quod tu, nisi eum furiosissimum iudicas, suspicari profecto non potes. Ut enim omittam cuius tanti sceleris fuerit in conspectu deorum penatium necare hospitem, cuius tantae importunitatis omnium gentium atque omnis memoriae clarissimum lumen exstinguere, cuius tantae ferocitatis victorem orbis terrarum non extimescere, cuius tam inhumani et ingrati animi, a quo rex appellatus esset, in eo tyrannum inveniri?ut haec omittam, cuius tanti furoris fuit, omnis reges, quorum multi erant finitimi, omnis liberos populos, omnis socios, omnis provincias, omnia denique omnium arma contra se unum excitare? Quonam ille modo cum regno, cum domo, cum coniuge, cum carissimo filio distractus esset, tanto scelere non modo perfecto, sed etiam cogitato?

Traduzione:

Dunque costui, che è stato non soltanto da te liberato dal pericolo ma anche insignito del più alto onore, è accusato di aver tramato il tuo assassinio in casa propria: ma tu, a meno di non giudicarlo completamente pazzo, su questo non puoi avere di certo alcun dubbio. Infatti, per tralasciare quanto grande delitto sarebbe stato uccidere un ospite davanti agli dei penati, quanto grande impudenza spegnere l’astro più fulgido di tutti i popoli e di tutti i tempi, quale bestialità non tremare di paura di fronte al vincitore del mondo, quanta rozzezza e ingratitudine d’animo riconoscere un tiranno nella persona dalla quale aveva avuto il titolo di re; per tralasciare tutto ciò quanto grande pazzia sarebbe stata suscitare unicamente contro di sé tutti i re, molti dei quali erano confinanti, tutti i popoli liberi, tutti gli alleati, tutte le province e insomma tutti gli eserciti di tutti? Come avrebbe potuto evitare di essere sterminato con il suo regno, con la sua casa, con la moglie, con il figlio amatissimo, se avesse non dico portato a compimento, ma anche soltanto tramato un delitto tanto grave?

Pro rege Deiotario – Brano 16:

Testo originale:

At, credo, haec homo inconsultus et temerarius non videbat. Quis consideratior illo? Quis tectior? Quis prudentior? Quamquam hoc loco Deiotarum non tam ingenio et prudentia quam fide et religione vitae defendendum puto. Nota tibi est hominis probitas, C. Caesar, noti mores, nota constantia. Cui porro, qui modo populi Romani nomen audivit, Deiotari integritas, gravitas, virtus, fides non audita est? Quod igitur facinus nec in hominem imprudentem caderet propter metum praesentis exitii, nec in facinorosum, nisi esset idem amentissimus, id vos et a viro optimo et ab homine minime stulto cogitatum esse confingitis?

Traduzione:

Eppure – immagino l’obiezione – un uomo incosciente e temerario non poteva vedere tutto ciò; ma c’era qualcuno più riflessivo, più previdente di lui? Del resto, in questa sede ritengo che Deiotaro debba essere difeso non tanto per la sua indole previdente quanto per la sua vita leale e irreprensibile: tu conosci bene, C. Cesare, l’onestà della persona, la sua moralità, la sua fedeltà. Chi inoltre ha sentito parlare del popolo di Roma senza sentire dell’integrità, dell’autorevolezza, della virtù, della lealtà di Deiotaro? E allora, il delitto che non riuscirebbe a concepire né un uomo imprudente, per la paura di morte immediata, né un criminale, a meno di non essere per di più completamente fuori di sé, voi vi inventate che è stato tramato da un uomo irreprensibile, che è pure una persona nient’affatto stupida?

Pro rege Deiotario – Brano 17:

Testo originale:

At quam non modo non credibiliter, sed ne suspitiose quidem! “Cum” inquit “in castellum Blucium venisses et domum regis, hospitis tui, devertisses, locus erat quidam, in quo erant ea composita, quibus te rex munerari constituerat: huc te e balneo, prius quam accumberes, ducere volebat; erant enim armati, qui te interficerent, in eo ipso loco conlocati.” En crimen, en causa, cur regem fugitivus, dominum servus accuset. Ego me hercules, Caesar, initio, cum est ad me ista causa delata, Phidippum medicum, servum regium, qui cum legatis missus esset, ab isto adulescente esse corruptum, hac sum suspitione percussus: medicum indicem subornavit; finget videlicet aliquod crimen veneni. Etsi a veritate longe, tamen a consuetudine criminandi non multum res abhorrebat.

Traduzione:

Ma questo non soltanto non è credibile ma non fa sorgere neppure il più piccolo sospetto! Costui dice: “Tu eri arrivato nella fortezza di Blucio e ti eri fermato nella dimora del re tuo ospite. C’era una sala in cui erano stati raccolti i doni che il re aveva deciso di offrirti; qui ti voleva accompagnare dopo che avevi fatto il bagno e prima che ti mettessi a cena: infatti proprio in quel luogo erano stati disposti uomini armati per ucciderti”. Ecco l’accusa, ecco il motivo per cui uno schiavo fuggiasco chiama in giudizio un re, uno schiavo il padrone! Quanto a me, Cesare, all’inizio, allorché mi fu affidata la causa in questi termini, che cioè il medico Fidippo, schiavo del re, che era stato inviato fra i legati, era stato corrotto dal giovanotto qui presente, io sono stato preso da un sospetto del genere: “Ha istigato il medico a fare il delatore; senz’altro inventerà qualche veneficio”. Anche se l’ipotesi era lontana dalla verità, tuttavia non era molto distante dal comune modo di costruire accuse. E che cosa dice il medico? di veleno non parla.

Pro rege Deiotario – Brano 18:

Testo originale:

Quid ait medicus? Nihil de veneno. At id fieri potuit primum occultius in potione, in cibo; deinde etiam impunius fit, quod cum est factum, negari potest. Si palam te interemisset, omnium in se gentium non solum odia, sed etiam arma convertisset: si veneno, Iovis ille quidem hospitalis numen numquam celare potuisset, homines fortasse celasset. Quod igitur et conari occultius et efficere cautius potuit, id tibi et medico callido et servo, ut putabat, fideli, non credidit: de armis, de ferro, de insidiis celare te noluit?

Traduzione:

Eppure avrebbe potuto essere somministrato anzitutto più di nascosto in una bevanda, nel cibo; e poi anche in modo più sicuro, perché, una volta somministrato, si può negare di averlo fatto. Se ti avesse fatto uccidere apertamente, avrebbe attirato su di sé non soltanto l’odio di tutti i popoli ma anche i loro eserciti; se l’avesse fatto con il veleno, di certo non avrebbe mai potuto agire di nascosto a Giove protettore degli ospiti, ma forse agli uomini sì. E allora, ciò che avrebbe potuto tramare lui stesso in modo più nascosto ed eseguire con maggior sicurezza, non lo demandò a te, seppure sei medico esperto e schiavo che credeva fedele: e non volle tenerti all’oscuro di sicari, di armi, di agguati?

Pro rege Deiotario – Brano 19:

Testo originale:

At quam festive crimen contexitur! “Tua te” inquit “eadem, quae saepe, fortuna servavit: negavisti tum te inspicere velle.” [VII.] Quid postea? An Deiotarus, re illo tempore non perfecta, continuo dimisit exercitum? Nullus erat alius insidiandi locus? At eodem te, cum cenavisses, rediturum dixeras, itaque fecisti. Horam unam aut duas eodem loco armatos, ut conlocati fuerant, retinere magnum fuit? Cum in convivio comiter et iucunde fuisses, tum illuc isti, ut dixeras: quo in loco Deiotarum talem erga te cognovisti, qualis rex Attalus in P. Africanum fuit, cui magnificentissima dona, ut scriptum legimus, usque ad Numantiam misit ex Asia, quae Africanus inspectante exercitu accepit; quod cum praesens Deiotarus regio et animo et more fecisset, tu in cubiculum discessisti.

Traduzione:

Ma com’è ben ordita l’accusa! Dice: “Ti ha salvato ancora una volta la fortuna che è sempre con te: quella volta hai detto che non volevi andare a vedere i doni”. [VII] E poi? Forse Deiotaro, visto che quel giorno era andato a monte il suo piano, in seguito depose le armi? non c’era nessun’altra occasione per l’agguato? Eppure tu avevi detto che saresti andato nella famigerata sala dopo cena, e così hai fatto. Sarebbe stata una difficoltà far restare nel medesimo luogo gli uomini armati, così come erano stati disposti, per un’ora o due? Dopo aver partecipato alla cena in un clima di affabilità e allegria, ti sei recato lì, come avevi detto; in quella sala hai riconosciuto che Deiotaro nei tuoi confronti si era comportato come il re Attalo con P. Africano, al quale egli inviò dall’Asia fino a Numanzia doni ricchissimi (così dicono le fonti scritte), che l’Africano accolse alla presenza dell’esercito. E dopo che Deiotaro personalmente fece lo stesso gesto con l’atteggiamento e i modi degni di un re, ti sei ritirato nella tua stanza.

Pro rege Deiotario – Brano 20:

Testo originale:

Obsecro, Caesar, repete illius temporis memoriam, pone illum ante oculos diem, voltus hominum te intuentium atque admirantium recordare: num quae trepidatio? Num qui tumultus? Num quid nisi modeste, nisi quiete, nisi ex homiuis gravissimi et sanctissimi disciplina? Quid igitur causae excogitari potest cur te lautum voluerit, cenatum noluerit occidere?

Traduzione:

Ti supplico, Cesare, richiama alla memoria quel momento, fatti tornare davanti quel giorno, ricorda l’espressione degli uomini che guardavano verso di te con ammirazione. C’è forse qualche segno di inquietudine, qualche segno di disordine, qualcosa che non si accordi con il decoro, con la calma, con la compostezza degna della personalità più autorevole e più rispettabile? Pertanto che razza di motivazione si può ricostruire sostenendo che egli voleva ucciderti dopo il bagno ma non lo voleva più dopo la cena?

Pro rege Deiotario – Brano 21:

Testo originale:

“In posterum” inquit “diem distulit, ut, cum in castellum Bluciuml ventum esset, ibi cogitata perficeret.” Non video causam mutandi loci, sed tamen acta res criminose est. “Cum” inquit “vomere post cenam te velle dixisses, in balneum te ducere coeperunt: ibi enim erant insidiae. At te eadem tua fortuna servavit: in cubiculo malle dixisti.” Di te perduint, fugitive! Ita non modo nequam et improbus, sed fatuus et amens es. Quid? Ille signa aenea in insidiis posuerat, quae e balneo in cubiculum transferri non possent? Habes crimina insidiarum: nihil enim dixit amplius. “Horum” inquit “eram conscius.” Quid tum? Ita ille demens erat, ut eum, quem conscium tanti sceleris haberet, a se dimitteret? Romam etiam mitteret, ubi et inimicissimum sciret esse nepotem sum et C. Caesarem, cui fecisset insidias? Praesertim cum is unus esset qui posset de absente se indicare?

Traduzione:

Dice: “Ha rimandato al giorno seguente, per poter mettere in atto il suo piano quando ci si fosse trasferiti nella fortezza di Peio”. Io non mi spiego la ragione del cambiamento di luogo, ma tuttavia ammettiamo che la decisione abbia avuto uno scopo criminoso. Dice: “Dopo cena hai detto di voler vomitare e allora si disposero ad accompagnarti al bagno : era lì infatti che era pronto l’agguato. Ma ti ha salvato ancora una volta la tua fortuna: hai detto che preferivi andare nella tua stanza”. Gli dei ti maledicano, schiavo fuggiasco! ora è chiaro che sei un buono a nulla e un disonesto, e in aggiunta sei anche stupido e senza testa. Perché? Nel bagno egli aveva forse messo statue di bronzo, che non avrebbero potuto passare dal bagno alla camera da letto? Queste sono le accuse sull’agguato! non ha detto nulla di più. Dice: “Ero a conoscenza di questo piano”. E allora? Deiotaro sarebbe stato così sconsiderato da lasciar partire colui che aveva messo a parte di un misfatto così grave, e da mandarlo addirittura a Roma, dove sapeva che si trovavano suo nipote, suo grande nemico, nonché C. Cesare, contro il quale aveva tramato? tanto più sapendo che quello era il solo a poterlo denunciare approfittando della sua assenza?

Pro rege Deiotario – Brano 22:

Testo originale:

“Et fratres meos,” inquit ” quod erant conscii, in vincula coniecit.” Cum igitur eos vinciret, quos secum habebat, te solutum Romam mittebat, qui eadem scires, quae illos scire dicis? [VIII] Reliqua pars accusationis duplex fuit: una regem semper in speculis fuisse, cum a te esset animo alieno, altera exercitum eum contra te magnum comparasse. De exercitu dicam breviter, ut cetera. Numquam eas copias rex Deiotarus habuit, quibus inferre bellum populo Romano posset, sed quibus finis suos ab excursionibus et latrociniis tueretur et imperatoribus nostris auxilia mitteret. Atque antea quidem maiores copias alere poterat; nunc exiguas vix tueri potest.

Traduzione:

Dice: “A miei fratelli poi, poiché erano a conoscenza del piano, li gettò in prigione”. Dunque, mentre imprigionava quelli che aveva sotto mano, lasciava libero te e ti inviava a Roma, anche se eri a conoscenza dei medesimi fatti di cui dici che erano a conoscenza loro? [VIII] Il resto dell’accusa è articolato in due capi: il primo, che il re è sempre stato all’erta, essendo d’animo ostile nei tuoi confronti; il secondo, che egli ha raccolto contro di te un grande esercito. Dell’esercito dirò in breve, come delle altre accuse: il re Deiotaro non ha mai avuto truppe così forti da essere in grado di far guerra a Roma, ma solo per difendere il proprio territorio dalle incursioni e dalle scorribande dei predoni e per inviare aiuti militari ai nostri generali; e poi prima avrebbe di certo potuto mantenere truppe più numerose, mentre ora può a stento conservarle a ranghi ridotti.

Pro rege Deiotario – Brano 23:

Testo originale:

At misit ad Caecilium nescio quem: sed eos, quos misit, quod ire noluerunt, in vincula coniecit. Non quaero quam veri simile sit aut habuisse regem quos mitteret aut eos, quos misisset, non paruisse, aut, qui dicto audientes in tanta re non fuissent, eos vinctos potius quam necatos. Sed tamen cum ad Caecilium mittebat, utrum causam illam victam esse nesciebat an Caecilium istum magnum hominem putabat? Quem profecto is, qui optime nostros homines novit, vel quia non nosset vel si nosset, contemneret.

Traduzione:

Eppure ha inviato emissari a un non ben identificato Cecilio ; ma quelli che aveva scelto, poiché si sono rifiutati di andare, li ha gettati in prigione. Non sto a indagare la verosimiglianza del fatto che il re abbia avuto o no persone da inviare, o che gli incaricati dell’ambasceria non abbiano obbedito, o ancora che quelli, pur non avendo obbedito all’ordine in una situazione tanto delicata, siano stati imprigionati e non piuttosto messi a morte. Ma tuttavia, nel momento in cui cercava di inviare messi a Cecilio, non sapeva che quella causa era perduta o riteneva questo Cecilio un uomo valoroso? sicuramente egli, che ha imparato a conoscere molto bene i nostri uomini, lo doveva disprezzare, sia che non lo conoscesse bene sia che lo conoscesse.

Pro rege Deiotario – Brano 24:

Testo originale:

Addit etiam illud, equites non optimos misisse. Credo, Caesar, nihil ad tuum equitatum, sed misit ex eis, quos habuit, electos. Ait nescio quem ex eo numero servum iudicatum. Non arbitror, non audivi: sed in eo, etiam si accidisset, culpam regis nullam fuisse arbitrarer. [IX]. Alieno autem a te animo fuit quo modo? Speravit, credo, difficilis tibi Alexandriae fore exitus propter regionis naturam et fluminis. At eo tempore ipso pecuniam dedit, exercitum aluit, ei, quem Asiae praefeceras, in nulla re defuit; tibi victori non solum ad hospitium, sed ad periculum etiam atque ad aciem praesto fuit.

Traduzione:

Aggiunge anche un’altra accusa: ha inviato dei contingenti di cavalleria che non erano i migliori. O Cesare, io credo che abbia inviato ben poca cosa in confronto alla tua cavalleria, ma ha inviato i migliori fra quelli di cui disponeva. Dice inoltre che fra essi è stato riconosciuto un certo tal schiavo: io non ci credo e non l’ho sentito dire; ma in questo fatto, anche se fosse accaduto, sono portato a credere che non vi sia stata alcuna colpa del re. [IX] E poi, come ha manifestato la sua ostilità d’animo nei tuoi confronti? Egli ha sperato – suppongo – che le vie d’uscita da Alessandria sarebbero state per te difficoltose a causa della natura del territorio e del fiume: eppure proprio in quel momento ti ha dato del denaro, ha rafforzato il tuo esercito, non ha avuto alcuna mancanza verso colui che avevi messo a capo dell’Asia; quando hai vinto è stato a tua disposizione non soltanto per ospitarti ma per proteggerti e anche per combattere al tuo fianco.

Pro rege Deiotario – Brano 25:

Testo originale:

Secutum est bellum Africanum: graves de te rumores, qui etiam furiosum illum Caecilium excitaverunt. Quo tum rex animo fuit? Qui auctionatus sit seseque spoliare maluerit quam tibi pecuniam non subministrare. “At eo” inquit “tempore ipso Nicaeam Ephesumque mittebat qui rumores Africanos exciperent et celeriter ad se referrent: itaque cum esset ei nuntiatum Domitium naufragio perisse, te in castello circumsederi, de Donmitio dixit versum Graecum eadem sententia, qua etiam nos habemus Latinum: pereant amici, dum inimici una intercidant.” Quod ille, si esset tibi inimicissimus, numquam tamen dixisset: ipse enim mansuetus, versus immanis. Qui autem Domitio poterat esse amicus, qui tibi esset inimicus? Tibi porro inimicus cur esset, a quo cum vel interfici belli lege potuisset, regem et se et filium suum constitutos esse meminisset?

Traduzione:

Poi è venuta la guerra d’Africa. Sul tuo conto circolavano voci preoccupanti, che eccitarono anche quel forsennato di Cecilio: quali sentimenti nutrì allora il re, che arrivò a mettere i propri beni all’incanto e preferì privarsene piuttosto che non contribuire alla tua causa con denaro? Dice: “Eppure proprio in quel periodo inviava emissari a Nicea e a Efeso perché raccogliessero le voci dall’Africa e gliele riportassero in fretta. E così, alla notizia che Domizio era morto nel naufragio e che tu eri assediato nella fortezza,” ha citato un verso greco di contenuto analogo al nostro: Periscano gli amici, purché con loro cadano i nernici!”. Ma egli, se pure fosse stato il tuo più grande nemico, non lo avrebbe mai citato, perché lui è un mite, il verso invece è atroce. E poi, come avrebbe potuto essere amico di Domizio uno che fosse tuo nemico? E ancora, perché avrebbe dovuto essere tuo nemico, dato che aveva bene in mente che tu, pur avendo potuto metterlo a morte secondo il diritto di guerra, lo avevi riconosciuto come re insieme a suo figlio?

Pro rege Deiotario – Brano 26:

Testo originale:

Quid deinde? Furcifer quo progreditur? Ait hac laetitia Deiotarum elatum vino se obruisse in convivioque nudum saltavisse. Quae crux huic fugitivo potest satis suppliciu adferre? Deiotarum saltantem quisquam aut ebrium vidit umquam? Omnes in illo sunt rege virtutes, quod te, Caesar, ignorare non arbitror, sed praecipue singularis et admiranda frugalitas: etsi hoc verbo scio laudari regem non solere; frugi hominem dici non multum habet laudis in rege: fortem, iustum, severum, gravem, magnanimum, largum, beneficum, liberalem: hae sunt regiae laudes, illa privata est. Ut volet quisque, accipiat: ego tamen frugalitatem, id est modestiam et temperantiam, virtutem maximam iudico. Haec in illo est ab ineunte aetate cum a cuncta Asia, cum a magistratibus legatisque nostris, tum ab equitibus Romanis, qui in Asia negotiati sunt, perspecta et cognita.

Traduzione:

Che altro c’è? dove vuole arrivare questo furfante? Dice che Deiotaro, eccitato dalla gioia per la notizia, si sia ubriacato e abbia danzato nudo durante un banchetto. Quale croce potrebbe dare adeguato supplizio a questo fuggiasco? Chi ha mai visto Deiotaro danzare o ubriacarsi? In quel re convivono tutte le doti – e ritengo che tu, Cesare, non lo ignori -, ma in particolare una singolare e ammirevole temperanza; e d’altronde io so che di solito questo non è un termine usato per lodare i re. Esser chiamato temperante non è una gran lode per un re; fortezza, giustizia, austerità, solennità, magnanimità, generosità, beneficenza, liberalità: queste sono lodi per un re, mentre quella di prima è adatta a un privato cittadino. Ciascuno la prenda come vuole: io ritengo che la temperanza, cioè il senso del limite e la moderazione, sia la dote più grande. E questa virtù è in lui fin dagli anni giovanili e fu conosciuta a fondo sia dall’intera Asia, sia dai nostri magistrati e legati, sia dai cavalieri di Roma che in Asia hanno svolto la loro attività.

Pro rege Deiotario – Brano 27:

Testo originale:

Multis ille quidem gradibus officiorum erga rem publicam nostram ad hoc regium nomen ascendit; sed tamen quicquid a bellis populi Romani vacabat, cum hominibus nostris consuetudines, amicitias, res rationesque iungebat, ut non solum tetrarches nobilis, sed etiam optimus pater familias et diligentissimus agricola et pecuarius haberetur. Qui igitur adulescens, nondum tanta gloria praeditus, nihil umquam nisi severissime et gravissime fecerit, is ea existi matione eaque aetate saltavit?

Traduzione:

Attraverso una lunga serie di servigi resi alla nostra repubblica egli è arrivato a questo titolo di re, ma tuttavia tutto il tempo che gli restava libero dalle guerre a fianco del popolo di Roma lo impiegava per stringere con nostri concittadini relazioni, amicizie, rapporti commerciali; e così finì per essere considerato non soltanto nobile tetrarca ma anche eccellente padre di famiglia, contadino e allevatore esperto. Dunque chi da giovane, senza aver ancora acquisito così chiara fama, non si è mai comportato se non in modo assai austero e solenne, giunto alla reputazione e all’età che ha ora, si sarebbe messo a danzare?

Pro rege Deiotario – Brano 28:

Testo originale:

Imitari, Castor, potius avi mores disciplinamque debebas quam optimo et clarissimo viro fugitivi ore male dicere. Quod si saltatorem avum habuisses neque eum virum, unde pudoris pudicitiaeque exempla peterentur, tamen hoc maledictum minime in illam aetatem conveniret. Quibus ille studiis ab ineunte aetate se imbuerat, non saltandi, sed bene ut armis, optime ut equis uteretur, ea tamen illum cuncta iam exacta aetate defecerant. Itaque Deiotarum cum plures in equum sustulissent, quod haerere in eo senex posset, admirari solebamus: hic vero adulescens, qui meus in Cilicia miles, in Graecia commilito fuit, eum in illo nostro exercitu equitaret cum suis delectis equitibus, quos una cum eo ad Pompeium pater miserat, quos concursus facere solebat! Quam se iactare, quam ostentare, quam nemini in illa causa studio et cupiditate concedere!

Traduzione:

O Castore, avresti dovuto imitare la rigorosa moralità di tuo nonno piuttosto che diffamare un uomo eccellente e notissimo per bocca di uno schiavo fuggiasco! Anche se tu avessi avuto come nonno un ballerino e non un uomo tale da offrire esempi di onorata morigeratezza, tuttavia questa tua diffamazione non avrebbe alcun senso data quell’età. Quelle passioni di cui si era imbevuto fin dagli anni giovanili, non per la danza ma per l’abile uso delle armi e per l’abilissimo maneggio dei cavalli, lo avevano tuttavia abbandonato, perché era ormai trascorsa l’età adatta a esse. E così, dopo che molti servi avevano issato Deiotaro a cavallo, di solito lo guardavamo con ammirazione, perché poteva, vecchio com’era, star saldo in sella; invece il giovanotto qui presente, che fu mio soldato in Cilicia e in Grecia mio commilitone, quando cavalcava nelle fila di quel mio esercito con i suoi cavalieri scelti, che insieme a lui suo padre aveva inviato a Pompeo, quale folla soleva radunare, come si vantava, come si metteva in mostra, come non era secondo a nessuno in passione ed entusiasmo per quella causa!

Pro rege Deiotario – Brano 29:

Testo originale:

Cum vero exercitu amisso ego, qui pacis semper auctor fui, post Pharsalicum proelium suasor fuissem armorum non deponendorum, sed abiciendorum, hunc ad meam auctoritatem non potui adducere, quod et ipse ardebat studio illius belli et patri satis faciendum esse arbitrabatur. Felix ista domus quae non impunitatem solum adepta sit, sed etiam accusandi licentiam: calamitosus Deiotarus qui, quod in eisdem castris fuerit, non modo apud te, sed etiam a suis accusetur! Vos vestra secunda fortuna, Castor, non potestis sine propinquorum calamitate esse contenti?

Traduzione:

Poi, una volta perso l’esercito, io, che sono sempre stato un fautore della pace e che, specialmente dopo la battaglia di Farsalo, avevo consigliato non di deporre le armi ma di abbandonarle del tutto, non sono stato capace di indurre costui a seguire il mio autorevole esempio, perché lui stesso ardeva dal desiderio di continuare la guerra e perché riteneva di doverlo fare per compiacere al padre. Fortunata questa casa, che non ha ottenuto soltanto l’impunità ma anche la libertà di accusare altri; infelice Deiotaro, che viene accusato da colui con cui ha combattuto dalla stessa parte, e non soltanto davanti a te ma addirittura dai suoi parenti. Voi, Castore, non potreste accontentarvi della vostra buona stella senza volere anche la rovina dei vostri parenti?

Pro rege Deiotario – Brano 30:

Testo originale:

Sint sane inimicitiae, quae esse non debebant?rex enim Deiotarus vestram familiam abiectam et obscuram e tenebris in lucem evocavit: quis tuum patrem antea, quis esset, quam cuius gener esset, audivit??sed quamvis ingrate et impie necessitudinis nomen repudiaretis, tamen inimicitias hominum more gerere poteratis, non ficto crimine insectari, non expetere vitam, non capitis arcessere. Esto: concedatur haec quoque acerbitas et odii magnitudo: adeone, ut omnia vitae salutisque communis atque etiam humanitatis iura violentur? Servum sollicitare verbis, spe promissisque corrumpere, abducere domum, contra dominum armare, hoc est non uni propinquo, sed omnibus familiis nefarium bellum indicere; nam ista corruptela servi si non modo impunita fuerit, sed etiam a tanta auctoritate approbata, nulli parietes nostram salutem, nullae leges, aulla iura custodient. Ubi enim id, quod intus est atque nostrum, impune evolare potest contraque nos pugnare, fit in dominatu servitus, in servitute dominatus.

Traduzione:

Ammettiamo pure che esista inimicizia, che non avrebbe dovuto esistere – il re Deiotaro ha fatto uscire dalle tenebre alla luce la vostra famiglia, che era di umile condizione e sconosciuta: tuo padre, chi ha saputo chi era prima di sapere di chi era genero? ma pur ripudiando in modo ingrato ed empio i vincoli di parentela, tuttavia avreste potuto comportarvi da avversari, ma in modo umano, e non perseguitare con un’accusa falsa, chiedere la vita, intentare una causa capitale! Ammettiamo anche – ve lo concedo – questo grande accanimento e questo grande odio: ma fino al punto di violare tutte le leggi sull’incolumità della vita individuale, della società civile e perfino dell’umanità? istigare uno schiavo, corromperlo con promesse per il futuro, portarselo a casa propria, armargli la mano contro il padrone: tutto ciò significa proclamare una guerra sacrilega non contro un singolo congiunto ma contro tutte le famiglie . In effetti, se questo episodio di corruzione di schiavo risulterà impunito e per di più ammesso da una personalità tanto autorevole, non ci sarà parete domestica, non ci sarà legge, non ci sarà diritto a tutelare la nostra incolumità; perché, quando ciò che è intimo e nostro può impunemente prendere il volo e combattere contro di noi, chi è padrone diventa schiavo e chi è schiavo diventa padrone.

Pro rege Deiotario – Brano 31:

Testo originale:

O tempora, o mores ! Cn. Domitius ille, quem nos pueri consulem, censorem, pontificem maximum vidimus, cum tribunus plebis M. Scaurum principem civitatis in iudicium populi vocavisset Scaurique servus ad eum clam domum venisset et crimina in dominum delaturum se esse dixisset, prehendi hominem iussit ad Scaurumque deduci. Vide quid intersit, etsi inique Castorem cum Domitio comparo: sed tamen ille inimico servum remisit, tu ab avo abduxisti; ille incorruptum audire noluit, tu corrupisti; ille adiutorem servum contra dominum repudiavit, tu etiam accusatorem adhibuisti.

Traduzione:

Che tempi, che moralità ! Cn. Domizio, noto a tutti, che da bambino ho visto console, censore, pontefice massimo, in qualità di tribuno della plebe aveva chiamato in giudizio davanti al popolo M. Scauro, una delle personalità più in vista; uno schiavo di Scauro andò di nascosto nottetempo a casa sua dicendo che avrebbe formulato accuse contro il proprio padrone, ma egli ordinò di catturare quell’uomo e di condurlo da Scauro . Considera la differenza: è vero, non è corretto paragonare Castore a Domizio; e comunque lui ha fatto riportare lo schiavo al proprio avversario mentre tu lo hai portato via a tuo nonno, lui non l’ha corrotto e non l’ha voluto ascoltare mentre tu l’hai corrotto, lui ha rifiutato l’aiuto di uno schiavo contro il padrone mentre tu ne hai sfruttato anche le accuse.

Pro rege Deiotario – Brano 32:

Testo originale:

At semel iste est corruptus a vobis. Nonne, cum esset productus et cum tecum fuisset, refugit ad legatos? Nonne ad hunc Cn. Domitium venit? Nonne audiente hoc Servio Sulpicio, clarissimo viro, qui tum casu apud Domitium cenabat, et hoc Tito Torquato, optimo adulescente, se a te corruptum, tuis promissis in fraudem impulsum esse confessus est? [XII]. Quae est ista tam impotens, tam crudelis, tam immoderata inhumanitas? Idcirco in hanc urbem venisti, ut huius urbis iura et exempla corrumperes domestica que immanitate nostrae civitatis humanitatem inquinares?

Traduzione:

Si dirà che costui è stato corrotto da voi una sola volta: dopo esser stato accompagnato qui e dopo esser restato con te, non è forse tornato dai legati? non è andato forse da Cn. Domizio, qui presente? i qui presenti Ser. Sulpicio, personalità ben nota, che per caso era ospite a cena da Domizio, e T. Torquato, giovane stimato, non l’hanno forse sentito ammettere di esser stato corrotto da te e di esser stato spinto a testimoniare il falso dalle tue promesse? [XII] Che razza di bestialità è questa, tanto sfrenata, tanto crudele, tanto smisurata? Per questo sei venuto in questa città, per corrompere le leggi e i modelli di vita di questa città e per contaminare la civiltà di noi che l’abitiamo con la barbarie della tua patria?

Brano 33:

Testo originale:

At quam acute conlecta crimina! “Blesamius” inquit?eius enim nomine, optimi viri nec tibi ignoti, male dicebat tibi?”ad regem scribere solebat te in invidia esse, tyrannum existimari, statua inter reges posita animos hominum vehementer offensos, plaudi tibi non solere.” Nonne intellegis, Caesar, ex urbanis malevolorum sermunculis haec ab istis esse conlecta? Blesamius tyrannum Caesarem scriberet? Multorum enim capita civium viderat, multos iussu Caesaris vexatos, verberatos, necatos, multas adflictas et eversas domos, armatis militibus refertum forum! Quae semper in civili victoria sensimus, ea te victore non vidimus.

Traduzione:

Ma con quanta finezza sono state accumulate le accuse! Dice: “Blesamio (citava infatti il nome di quest’uomo irreprensibile e a te non ignoto per diffamarti) ha scritto più volte al re che tu eri malvisto, che eri ritenuto un tiranno, che l’animo della gente era stato molto irritato vedendo collocare la tua statua fra quella dei re, che comunemente non venivi applaudito”. Non capisci, Cesare, che queste dicerie sono state raccolte da costoro fra le chiacchiere dei maligni che vivono a Roma? Blesamio avrebbe potuto scrivere che Cesare è un tiranno? Per forza! aveva visto cadere la testa di molti cittadini, molti perseguitati, bastonati, uccisi per ordine di Cesare, molte famiglie rovinate e distrutte, il foro pieno di soldati armati! Quegli eccessi che abbiamo sempre patito a opera dei vincitori delle guerre civili non li abbiamo visti quando il vincitore sei stato tu.

Pro rege Deiotaro – Cicerone

Brano 34:

Testo originale:

Solus, inquam, es, C. Caesar, cuius in victoria ceciderit nemo nisi armatus. Et quem nos liberi, in summa libertate nati, non modo non tyrannum, sed clementissimum in victoria ducem vidimus, is Blesamio, qui vivit in regno, tyrannus videri potest? Nam de statua quis queritur, una praesertim, cum tam multas videat? Valde enim invidendum est eius statuis, cuius tropaeis non invidemus. Nam si locus adfert invidiam, nullus locus est ad statuam quidem rostris clarior. De plausu autem quid respondeam? Qui nec desideratus umquam a te est et non numquam obstupefactis hominibus ipsa admiratione compressus est et fortasse eo praeterrnissus, quia nihil volgare te dignum videri potest.

Traduzione:

Tu sei il solo, lo ribadisco, C. Cesare, la cui vittoria non ha provocato la morte di nessuno se non negli scontri. E colui che noi, nati nel periodo di massima libertà di Roma, consideriamo non soltanto l’antitesi del tiranno ma anche il vincitore più clemente, costui può apparire tiranno agli occhi di Blesamio, che vive in un regime monarchico? E poi chi c’è che si lamenta della statua, di una in particolare, quando ne vede tante? allora dovremmo guardare assai male le statue di un uomo i cui trofei non guardiamo male! Se infatti è il luogo a suscitare malumore, non ce n’è sicuramente uno più onorifico dei rostri per una statua. E a proposito degli applausi poi che cosa dovrei rispondere? Non li hai mai desiderati e qualche volta la gente li ha trattenuti perché ammutolita dalla stessa ammirazione: forse li ha tralasciati per il fatto che tutto ciò che si attribuisce a tanti non può sembrare degno di te.

Pro rege Deiotaro – Cicerone

Brano 35:

Testo originale:

Nihil a me arbitror praeteritum, sed aliquid ad extremum causae reservatum. Id autem aliquid est, te ut plane Deiotaro reconciliet oratio mea. Non enim iam metuo ne tu illi suscenseas; illud vereor ne tibi illum suscensere aliquid suspicere: quod abest longissime, mihi crede, Caesar. Quid enim retineat per te meminit, non quid amiserit; neque se a te multatum arbitratur, sed, cum existimares multis tibi multa esse tribuenda, quo minus a se, qui in altera parte fuisset, ea sumeres non recusavit.

Traduzione:

Non ho tralasciato nulla, credo, ma un argomento l’ho lasciato per l’ultima parte della causa: che cioè la mia orazione ti faccia completamente riconciliare con Deiotaro. Non ho infatti paura che tu nutra risentimento contro di lui: temo questo, che tu sospetti che ne nutra lui verso di te, il che è ben lontano dall’essere vero, credimi, Cesare. In effetti egli ha in mente quello che conserva per grazia tua, non quello che ha perso, e non ritiene di esser stato punito da te, anzi, dal momento che pensavi di dovere molta riconoscenza a molte persone, non si oppose a che tu lo privassi di quei beni, visto che aveva combattuto dall’altra parte.

Pro rege Deiotaro – Cicerone

Brano 36:

Testo originale:

Etenim si Antiochus, Magnus ille, rex Asiae, cum, postea quam a L. Scipione devictus est, Tauro tenus regnare iussus esset, omnemque hanc Asiam, quae est nunc nostra provincia, amisisset, dicere est solitus benigne sibi a populo Romano esse factum, quod nimis magna procuratione liberatus modicis regni terminis uteretur, potest multo facilius se Deiotarus consolari: ille enim furoris multam sustulerat, hic erroris. Omnia tu Deiotaro, Caesar, tribuisti, cum et ipsi et filio nomen regium concessisti: hoc nomine retento atque servato nullum beneficium populi Romani, nullum iudicium de se senatus imminutum putat. Magno animo et erecto est, nec umquam succumbet inimicis, ne fortunae quidem.

Traduzione:

Antioco Magno, il famoso re dell’Asia, nonostante avesse perso tutta la parte di Asia che oggi è nostra provincia dopo che fu definitivamente vinto da L. Scipione e gli fu imposto di limitare il proprio regno al Tauro soleva dire che il popolo di Roma aveva agito benevolmente nei suoi confronti, perché, esonerato da un governo troppo impegnativo, possedeva un regno di giusta estensione; ebbene, Deiotaro si può consolare più facilmente di lui: in effetti quello era stato punito per la sua follia, costui per un errore. Tu, Cesare, hai dato tutto a Deiotaro quando hai lasciato a lui e a suo figlio il titolo di re; mantenuto e salvato questo titolo, egli ritiene che non gli è venuto meno nessun beneficio del popolo di Roma e nessuna espressione di stima da parte del senato. È di animo coraggioso e fiero e non soccomberà mai di fronte ai nemici e nemmeno di fronte alla sorte.

Pro rege Deiotaro – Cicerone

Brano 37:

Testo originale:

Multa se arbitratur et peperisse ante factis et habere in animo atque virtute, quae nullo modo possit amittere. Quae enim fortuna aut quis casus aut quae tanta possit iniuria omnium imperatorum de Deiotaro decreta delere? Ab omnibus enim est ornatus, qui, postea quam in castris esse potuit per aetatem, in Asia, Cappadocia, Ponto, Cilicia, Syria bella gesserunt: senatus vero iudicia de illo tam multa tamque honorifica, quae publicis populi Romani litteris monimentisque consignata sunt, quae umquam vetustas obruet aut quae tanta delebit oblivio? Quid de virtute eius dicam? De magnitudine animi, gravitate, constantia? Quae omnes docti atque sapientes summa, quidam etiam sola bona esse dixerunt, hisque non modo ad bene, sed etiam ad beate vivendum contentam esse virtutem.

Traduzione:

Egli crede sia di aver acquisito molti meriti per la sua precedente condotta sia di averne molti nel suo animo generoso, tali da non poterli perdere in alcun modo: quale destino o quale evento o quale ingiustizia tanto grave potrebbe annullare le concessioni fatte a Deiotaro da tutti i generali? Infatti, da quando ha avuto l’età per poter stare in un accampamento, egli è stato elogiato da tutti quelli che hanno combattuto guerre in Asia, Cappadocia, Ponto, Cilicia, Siria; e poi i riconoscimenti a lui da parte del senato, così numerosi e così onorifici, che sono stati registrati sulla documentazione ufficiale e sui monumenti del popolo di Roma, quale volgere dei secoli mai li oscurerà o quale oblio tanto profondo li cancellerà? Che cosa dovrei dire delle sue virtù morali, della grandezza d’animo, dell’austerità, della fermezza? gli uomini di cultura e i filosofi dicono che queste qualità sono i beni sommi, e alcuni che sono addirittura gli unici beni e che l’uomo virtuoso si accontenta di essi per una vita non soltanto retta ma anche felice.

Pro rege Deiotaro – Cicerone

Brano 38:

Testo originale:

Haec ille reputans et dies noctisque cogitans non modo tibi non suscenset?esset enim non solum ingratus, sed etiam amens,?verum omnem tranquillitatem et quietem senectutis acceptam refert clementiae tuae. [XIV]. Quo quidem animo cum antea fuit, tum non dubito quin tuis litteris, quarum exemplum legi, quas ad eum Tarracone huic Blesamio dedisti, se magis etiam erexerit ab omnique sollicitudine abstraxerit; iubes enim eum bene sperare et bono esse animo, quod scio te non frustra scribere solere. Memini enim isdem fere verbis ad me te scribere meque tuis litteris bene sperare non frustra esse iussum.

Traduzione:

Considerando attentamente questi principi e riflettendo giorno e notte, egli non soltanto non nutre risentimento verso di te – in questo caso sarebbe un ingrato e, ancor più, un pazzo -, ma anche attribuisce alla tua clemenza la serenità interiore e la quiete che ha avuto in vecchiaia. [XIV] Nutrendo dunque questi sentimenti in precedenza, non dubito che si sia sentito ancor più sollevato e libero da ogni preoccupazione grazie alla tua lettera che a Tarragona hai consegnato al qui presente Blesamio per lui e che ho letto in copia: lo esorti a sperare in bene e a stare di buon animo, e io so che di solito non lo scrivi invano. Ricordo infatti che mi hai scritto quasi nei medesimi termini e che con la tua lettera mi avevi esortato non invano a sperare in bene.

Pro rege Deiotaro – Cicerone

Brano 39:

Testo originale:

Laboro equidem regis Deiotnri causa, quocum mihi amicitiam res publica conciliavit, hospitium voluntas utriusque coniunxit, familiaritatem consuetudo attulit, summam vero necessitudinem magna eius officia in me et in exercitum meum effecerunt: sed cum de illo laboro tum de multis amplissimis viris, quibus semel ignotum a te esse oportet, nec beneficium tuum in dubium vocari, nec haerere in animis hominum sollicitudinem sempiternam, nec accidere ut quisquam te timere incipiat eorum, qui sint semel a te liberati timore.

Traduzione:

Per parte mia sono in pensiero per il re Deiotaro: con lui gli affari di stato mi hanno fatto stringere amicizia, la simpatia reciproca ha fatto nascere rapporti di ospitalità, la frequentazione ha approfondito l’affetto e infine le sue notevoli attenzioni verso di me e verso il mio esercito hanno prodotto uno strettissimo legame di riconoscenza . Ma se sono in pensiero per lui, lo sono pure per molti personaggi assai ragguardevoli: bisogna che il tuo perdono risulti concesso loro una volta per tutte, che la tua generosità non venga messa in dubbio, che non resti fissa nell’animo della gente un’eterna inquietudine, che non capiti che cominci ad avere paura di te qualcuno di quelli che hai liberato dalla paura già una volta.

Pro rege Deiotaro – Cicerone

Brano 40:

Testo originale:

Non debeo, C. Caesar, quod fieri solet in tantis periculis, temptare quonam modo dicendo miseri cordiam tuam commovere possim; nihil opus est: occurrere solet ipsa supplicibus et calamitosis, nullius oratione evocata. Propone tibi duos reges et id animo contemplare, quod oculis non potes: dabis profecto id misericordiae quod iracundiae denegavisti. Multa sunt monimenta clementiae tuae, sed maxima eorum incolumitates, quibus salutem dedisti; quae si in privatis gloriosa sunt, multo magis commemorabuntur in regibus. Semper regium nomen in hac civitate sanctum fuit, sociorum vero regum et amicorum sanctissimum;

Traduzione:

Non devo fare, Cesare, ciò che di solito si fa in casi così delicati, e cioè cercare un artificio retorico con cui poter suscitare la tua pietà: non è assolutamente necessario, perché essa di solito spontaneamente va incontro ai supplici e ai disgraziati, senza esser sollecitata dall’orazione di qualcuno. Mettiti davanti agli occhi i due re e raffigurati con la mente ciò che non puoi contemplare con gli occhi: sicuramente concederai alla tua misericordia ciò che hai rifiutato all’ira. Sono numerose le testimonianze della tua clemenza, ma lo è soprattutto l’incolumità di coloro ai quali hai salvato la vita: e se queste testimonianze sono per te motivo di gloria in caso di privati cittadini, saranno molto più memorabili se si tratta di re. In questa città è sempre stato sacro il titolo di re, e a maggior ragione sommamente sacro quello dei re alleati e amici.

Pro rege Deiotaro – Cicerone

Brano 41:

Testo originale:

Quod nomen hi reges ne amitterent te victore timuerunt, retentum vero et a te confirmatum posteris etiam suis tradituros se esse confidunt. Corpora sua pro salute regum suorum hi legati tibi regii tradunt, Hieras et Blesamius et Antigonus, tibi nobisque omnibus iam diu noti, eademque fide et virtute praeditus Dorylaus, qui nuper cum Hiera legatus est ad te missus, cum regum amicissimi, tum tibi etiam, ut spero, probati.

Traduzione:

Questo titolo i due re di cui parliamo hanno avuto paura di perderlo quando tu sei risultato vincitore, ma l’hanno conservato, convalidato da te, e confidano di tramandarlo anche ai loro discendenti. I legati regi qui presenti ti offrono il loro corpo in cambio della salvezza dei loro re: Iera, Blesamio e Antigono, noti a te e a noi tutti ormai da lungo tempo, e Dorilao, anch’egli uomo leale e virtuoso, che è stato inviato di recente in qualità di legato presso di te insieme a Iera; si tratta di persone molto fedeli ai re ma anche – io spero – stimate da te.

Pro rege Deiotaro – Cicerone

Brano 42:

Testo originale:

Exquire de Blesamio num quid ad regem contra dignitatem tuam scripserit. Hieras quidem causam omnem suscipit et criminibus illis pro rege se supponit reum; memoriam tuam implorat, qua vales plurimum; negat umquam se a te in Deiotari tetrarchia pedem discessisse; in primis finibus tibi se praesto fuisse dicit, usque ad ultimos prosecutum; cum e balneo exisses, tecum se fuisse, cum illa munera inspexisses cenatus, cum in cubiculo recubuisses; eandemque adsiduitatem tibi se praebuisse postridie:

Traduzione:

Prendi informazioni su Blesamio, se davvero ha scritto al re informazioni contrarie alla tua dignità. E Iera poi si addossa tutta la responsabilità e chiede che si proceda contro di lui in vece del re per quelle accuse. Egli fa appello alla tua memoria, per la quale sei il migliore afferma di non essersi mai allontanato di un passo da te nella tetrarchia di Deiotaro, dichiara di averti scortato dal tuo ingresso nelle sue terre e di averti assistito fino alla tua uscita, di esser stato con te quando sei uscito dal bagno, quando hai passato in rassegna quei doni dopo la cena, quando ti sei ritirato nella tua stanza, e di esser stato presente accanto a te il giorno dopo con la medesima assiduità.

Pro rege Deiotaro – Cicerone

Brano 43:

Testo originale:

quam ob rem si quid eorum, quae obiecta sunt, cogitatum sit, non recusat quin id suum facinus iudices. Quocirca, C. Caesar, velim existimes hodierno die sententiam tuam aut cum summo dedecore miserrimam pestem importaturam esse regibus aut incolumem famam cum salute: quorum alterum optare illorum crudelitatis est, alterum conservare clementiae tuae.

Traduzione:

per questo motivo, se è vero che hanno tramato qualcuna di quelle insidie che sono state denunciate, non si oppone a che tu ascriva a lui tale delitto. Pertanto, C. Cesare, vorrei che tu avessi chiaro che oggi la tua decisione porterà ai re o la più miseranda rovina e il disonore più grande o la persistenza della buona fama e la salvezza: desiderare la prima soluzione è degno della crudeltà degli accusatori, convalidare la seconda è degno della tua clemenza.

Pro rege Deiotaro – Cicerone

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