Di seguito trovi il testo originale (sulla sinistra) e la traduzione (sulla destra) dello scritto Contro Vatinio di Marco Tullio Cicerone. Buona lettura!

Contro Vatinio – Brano 1:

Testo originale:

si tantum modo, Vatini, quid indignitas postularet spectare voluissem, fecissem id quod his vehementer placebat, ut te, cuius testimonium propter turpitudinem vitae sordisque domesticas nullius momenti putaretur, tacitus dimitterem; nemo enim horum aut ita te refutandum ut gravem adversarium aut ita rogandum ut religiosum testem arbitrabatur. sed fui paulo ante intemperantior fortasse quam debui; odio enim tui, in quo etsi omnis propter tuum in me scelus superare debeo, tamen ab omnibus paene vincor, sic sum incitatus ut, cum te non minus contemnerem quam odissem, tamen vexatum potius quam despectum vellem dimittere. qua re ne tibi hunc honorem a me haberi forte mirere,

Traduzione:

Se io avessi esclusivamente considerato, Vatinio, il tuo modo di essere tanto spregevole, avrei fatto una cosa che avrebbe mandato in visibilio tutti i presenti: ti avrei lasciato andare senza una parola, te e le tue testimonianze che non valgono niente, inficiate, quali sono, da una vita sporca e sregolata; tra il pubblico, infatti, non ci sarebbe stato nessuno disposto a credere che tu meritassi di venire confutato come un pericoloso avversario o interrogato come il più attendibile dei testi. O forse poco fa non ce l’ho proprio fatta a trattenermi e probabilmente ho anche esagerato; ma io ti odio, Vatinio, e non sono il solo: quanto a sentimenti ostili nei tuoi confronti dovrei battere tutti, perché contro di me hai agito da delinquente, eppure sono tra i tuoi detrattori più tiepidi, quasi tutti ti odiano più di me. E così, visto che in me il disprezzo è pari all’odio, non mi è piaciuta l’idea di vederti andar via tra i fischi e le minacce, senza averti dato una bella lezione.

Contro Vatinio – Brano 2:

Testo originale:

quod interrogem quem nemo congressu, nemo aditu, nemo suffragio, nemo civitate, nemo luce dignum putet, nulla me causa impulisset nisi ut ferocitatem istam tuam comprimerem et audaciam frangerem et loquacitatem paucis meis interrogationibus inretitam retardarem. etenim debuisti, Vatini, etiam si falso venisses in suspicionem P. Sestio, tamen mihi ignoscere, si in tanto hominis de me optime meriti periculo et tempori eius et voluntati parere voluissem.

Traduzione:

Perciò non ti stupire che io ti conceda l’onore di interrogarti, abbassandomi al livello di chi nessuno reputa degno di un po’ di compagnia, di due parole dette in confidenza, del diritto di voto e di cittadinanza, della luce stessa del sole: non l’avrei mai fatto, niente e nessuno sarebbe riuscito a convincermi se non mi fossi imposto di soffocare questa tua arroganza e di spezzare la tua sfrontatezza, arginando la fiumana delle tue parole con poche mie domande. Ora poniamo il caso che Publio Sestio abbia a torto sospettato di te: tu, però, Vatinio, non puoi assolutamente prendertela con me se in una circostanza tanto critica per un uomo che si è sempre comportato più che bene con me, io ho voluto mettermi in gioco, assecondando il suo volere e cedendo alla difficoltà del momento.

Contro Vatinio – Brano 3:

Testo originale:

sed (te) hesterno (die) pro testimonio esse mentitum, cum adfirmares nullum tibi omnino cum Albinovano sermonem non modo de Sestio accusando, sed nulla umquam de re fuisse, paulo ante imprudens indicasti, qui et T. Claudium tecum communicasse et a te consilium P. Sesti accusandi petisse, et Albinovanum, quem antea vix tibi notum esse dixisses, domum tuam venisse, multa tecum locutum dixeris, denique contiones P. Sesti scriptas, quas neque nosset neque reperire posset, te Albinovano dedisse easque in hoc iudicio esse recitatas. in quo alterum es confessus, a te accusatores esse instructos et subornatos, in altero inconstantiam tuam cum levitate tum etiam periurio implicatam refellisti, cum, quem a te alienissimum esse dixisses, eum domi tuae fuisse, quem praevaricatorem esse ab initio iudicasses, ei te quos rogasset ad accusandum libros dixeris dedisse.

Traduzione:

Poco fa, senza neanche accorgertene, sei caduto in palese contraddizione, dimostrando così di avere testimoniato il falso quando ieri hai affermato di non aver mai scambiato neppure una parola con Albinovano su nessun argomento, tanto meno sull’accusa di Sestio; hai, infatti, detto che Tito Claudio ti ha cercato e ti ha chiesto un consiglio sulla querela mossa a Publio Sestio; Albinovano, poi, che, stando alla tua precedente testimonianza, tu quasi non conoscevi, si è presentato a casa tua e tu gli hai consegnato copia di quei discorsi di Publio Sestio, introvabili e sconosciuti per lui, che sono stati letti poco fa in questo tribunale. Da una parte, quindi, hai ammesso di esserti procacciato gente senza scrupoli, disposta ad accusare, e di averla corrotta; dall’altra, hai fornito ulteriore prova della tua leggerezza, aggravata per di più da un comportamento superficiale e spergiuro. Come? Raccontando che chi avevi definito un perfetto estraneo, è stato a casa tua; all’inizio del processo lo avevi giudicato un prevaricatore, ma ora si è saputo che gli hai fornito su sua richiesta documenti indispensabili per accusare Sestio.

Contro Vatinio – Brano 4:

Testo originale:

nimium es vehemens feroxque natura: non putas fas esse verbum ex ore exire cuiusquam quod non iucundum et honorificum ad auris tuas accidat. venisti iratus omnibus; quod ego, simul ac te aspexi, prius quam loqui coepisti, cum ante Gellius, nutricula seditiosorum omnium, testimonium diceret, sensi atque providi. repente enim te tamquam serpens e latibulis oculis eminentibus, inflato collo, tumidis cervicibus intulisti, ut mihi renovatus ille tuus in to . . .

Traduzione:

Sei troppo violento, troppo arrogante: tu non credi che si possano pronunciare parole sul tuo conto che giungano sgradite e disdicevoli alle tue orecchie. Sei entrato in questa aula in collera con il mondo intero, me ne sono accorto subito, non appena ti ho guardato, anzi avevo quasi previsto una reazione del genere, prima ancora che tu iniziassi a parlare: in quel momento, infatti, stava testimoniando Gellio, balia di tutti i faziosi. Ecco che all’improvviso sei strisciato dentro tu, tale quale un serpente che sbuca dal suo nascondiglio: gli occhi fuori dalle orbite, il collo gonfio dalla rabbia, la nuca tumefatta, tanto che mi [è sembrato] rinnovarsi quel tuo […]

Contro Vatinio – Brano 5:

Testo originale:

. . . veterem meum amicum, sed tamen tuum familiarem, defenderim, cum in hac civitate oppugnatio soleat qua tu nunc uteris non numquam, defensio numquam vituperari. sed quaero a te cur C. Cornelium non defenderem: num legem aliquam Cornelius contra auspicia tulerit, num Aeliam, num Fufiam legem neglexerit, num consuli vim attulerit, num armatis hominibus templum tenuerit, num intercessorem vi deiecerit, num religiones polluerit, aerarium exhauserit, rem publicam compilarit? tua sunt, tua sunt haec omnia: Cornelio eius modi nihil obiectum est. codicem legisse dicebatur: defendebat testibus conlegis suis non se recitandi causa legisse, sed recognoscendi. constabat tamen Cornelium concilium illo die dimisisse, intercessioni paruisse. tu vero, cui Corneli defensio displicet, quam causam ad patronos tuos aut quod os adferes? quibus iam praescribis quanto illis probro futurum sit si te defenderint, cum tu mihi Corneli defensionem in maledictis obiciendam putaris.

Traduzione:

[… Mi rimproveri] per avere assunto la difesa di un mio vecchio amico, che è, poi, un tuo familiare: ma in questa città solitamente ci si scaglia contro atti d’accusa come il tuo (e non è la prima volta che te ne servi), mai contro la difesa. Ti domando, piuttosto, perché non avrei dovuto prendere le parti di Caio Cornelio: ha proposto qualche legge contro il volere degli auspici? Non ha tenuto conto delle leggi Elia e Fufia? Ha forse fatto violenza ad un console, occupato un tempio con uomini armati, eliminato un oppositore con le maniere forti, insozzato le sacre cerimonie, ripulito l’erario o saccheggiato le fortune dello Stato? No, sono tue, sono tutte tue queste belle bravate: a Cornelio non si può rinfacciare niente del genere. Correva voce che fosse stato lui a pronunciare a voce alta la sua proposta di legge: ma si giustificava – e gli erano testimoni i suoi colleghi – dicendo di averlo fatto non per declamare alla folla, bensì per rivedere il testo ed eventualmente emendare. Tuttavia, l’unico dato certo era che in quel giorno Cornelio aveva sciolto l’assemblea, obbedendo al veto dei tribuni. Tu, piuttosto, a cui dà tanto fastidio che io abbia difeso Cornelio, che genere di causa presenterai ai tuoi avvocati e soprattutto con quale faccia? Stai già dimostrando di quanta vergogna si dovranno coprire se capiterà loro di prendere le tue parti, visto che, secondo la tua opinione, la mia difesa di Cornelio equivale in tutto e per tutto a un’ingiuria.

Contro Vatinio – Brano 6:

Testo originale:

ac tamen hoc, Vatini, memento, paulo post istam defensionem meam, quam tu bonis viris displicuisse dicis, me cum universi populi Romani summa voluntate tum optimi cuiusque singulari studio magnificentissime post hominum memoriam consulem factum, omniaque ea me pudenter vivendo consecutum esse quae tu impudenter vaticinando sperare te saepe dixisti. nam quod mihi discessum obiecisti meum, et quod horum, quibus ille dies acerbissimus fuit qui idem tibi laetissimus, luctum et gemitum renovare voluisti, tantum tibi respondeo me, cum tu ceteraeque rei publicae pestes armorum causam quaereretis, et cum per meum nomen fortunas locupletium diripere, sanguinem principum civitatis exsorbere, crudelitatem vestram odiumque diuturnum quod in bonos iam inveteratum habebatis saturare cuperetis, scelus et furorem vestrum cedendo maluisse frangere quam resistendo.

Traduzione:

Ma tieni bene in mente ciò che sto per dirti, Vatinio: poco tempo dopo questo mio discorso in difesa di Cornelio, che, stando alle tue parole, non sarebbe piaciuto alle persone perbene, nel corso di una cerimonia solenne che passerà alla storia, mi hanno eletto console: e non lo ha voluto ad ogni costo solo l’intero popolo romano, ma si è anche esaudito l’intimo desiderio dei cittadini migliori; e così, vivendo secondo sani principi, ho raggiunto tutto ciò che, come hai avuto più volte occasione di dire nei tuoi sciocchi vaticini, speri di conseguire al più presto. Mi hai rinfacciato la mia partenza per l’esilio; hai voluto mettere il dito in quella che è una profonda piaga per chi considerò terribile quel giorno, lo stesso che fu per te lieto come una festa. Ebbene, in risposta voglio dirti una cosa soltanto: tu e quei disgraziati dei tuoi amici, flagello dello Stato, non chiedevate altro che un pretesto per attaccar battaglia; ardevate dal desiderio di mettere le mani sui beni dei più ricchi e io ero un’ottima scusa; volevate ubriacarvi del sangue dei cittadini più in vista, dando sfogo alla vostra crudeltà e a un viscerale odio contro gli onesti, maturato per anni nel profondo. Non ve l’ho data questa soddisfazione e alla resistenza ho preferito la fuga, nella speranza di porre un freno alla vostra delittuosa rabbia.

Contro Vatinio – Brano 7:

Testo originale:

qua re peto a te ut mihi ignoscas, Vatini, ei cum patriae pepercerim quam servaram, et, si ego te perditorem et vexatorem rei publicae fero, tu me conservatorem et custodem feras. deinde eius viri discessum increpas quem vides omnium civium desiderio, ipsius denique rei publicae luctu esse revocatum. at enim dixisti non mea sed rei publicae causa homines de meo reditu laborasse: quasi vero quisquam vir excellenti animo in rem publicam ingressus optabilius quicquam arbitretur quam se a suis civibus rei publicae causa diligi!

Traduzione:

Perciò ti chiedo di perdonarmi, Vatinio, se ho avuto riguardo di quella patria che avevo salvato: considerami pure un protettore, quasi un custode di questa repubblica, esattamente come io reputo te il suo flagello, la sua disperazione. E, quasi non bastasse, hai l’ardire di far sentire colpevole del suo distacco dalla città quell’uomo che – lo sai benissimo – è stato poi richiamato per desiderio di tutti i cittadini e per il lutto della stessa Roma. Tu, invece, hai detto che, se ci si è impegnati per farmi rientrare, lo si è fatto esclusivamente per l’interesse dello Stato e non per farmi un piacere personale: d’accordo, ma non mi dirai che per un uomo di alto sentire che entra in politica esista desiderio più intenso dell’essere apprezzato dai suoi concittadini perché ritenuto utile alla repubblica!

Contro Vatinio – Brano 8:

Testo originale:

 scilicet aspera mea natura, difficilis aditus, gravis vultus, superba responsa, insolens vita; nemo consuetudinem meam, nemo humanitatem, nemo consilium, nemo auxilium requirebat; cuius desiderio, ut haec minima dicam, forum maestum, muta curia, omnia denique bonarum artium studia siluerunt. sed nihil sit factum mea causa: omnia illa senatus consulta, populi iussa, Italiae totius, cunctarum societatum, conlegiorum omnium decreta de me rei publicae causa esse facta fateamur. quid ergo, homo imperitissime solidae laudis ac verae dignitatis, praestantius mihi potuit accidere? quid optabilius ad immortalitatem gloriae atque in memoriam mei nominis sempiternam, quam omnis hoc civis meos iudicare, civitatis salutem cum unius mea salute esse coniunctam?

Traduzione:

Sì, lo so, ho un carattere difficile, difficile è avvicinarmi perché il mio sguardo è severo, la mia risposta superba, alieno da ogni regola il mio regime di vita; a nessuno, quindi, importava della mia amicizia, nessuno guardava a me come a un esempio nella speranza di un consiglio, di un aiuto; eppure, per raccontare solo la minima parte dell’accaduto, si sentì tanto la mia mancanza che sul foro e sulla curia piombò un silenzio di tomba e tacquero abbandonate anche tutte le arti liberali e il fervore intellettuale che le accompagnava. D’accordo, ammettiamo pure che io, come persona, non abbia nulla a che fare con la situazione verificatasi in Roma: proviamo a supporre che non per me, ma per l’interesse dello Stato siano passati tutti quei senatoconsulti, si sia dato ascolto al volere del popolo, si siano approvati i decreti dell’Italia intera, delle sue associazioni e di ogni corporazione. Poteva capitarmi sorte migliore? Rispondi, uomo tanto ignorante da non saper riconoscere la gloria quando è vera e il merito quando è sincero! Se io aspiro a una fama immortale e a un ricordo della mia persona che vinca il tempo, che altro dovrei desiderare se non che i miei concittadini crescano nella convinzione che la salvezza di Roma e la mia sono un’unica cosa?

Contro Vatinio – Brano 9:

Testo originale:

quod quidem ego tibi reddo tuum; nam ut tu me carum esse dixisti senatui populoque Romano non tam mea causa quam rei publicae, sic ego te, quamquam es omni diritate atque immanitate taeterrimus, tamen dico esse odio civitati non tam tuo quam rei publicae nomine. Atque ut aliquando ad te veniam, de me hoc sit extremum. quid quisque nostrum de se ipse loquatur, non est sane requirendum: boni viri (quid dicant), id est maximi momenti et ponderis.

Traduzione:

Eccoci alla resa dei conti: tu hai affermato che io sono caro al senato e al popolo romano non certo per meriti personali, ma perché così torna utile allo Stato; lo stesso vale per te: benché tu sia un pericolo pubblico – e puoi ringraziare la tua indole barbara e crudele -, io, tuttavia, sostengo che se la città ti odia tanto, non è perché ti chiami Vatinio, ma perché questa si chiama patria. E per poter tornare una buona volta a parlare di te, ti dirò quest’ultima verità sul mio conto. Non ci si deve affatto preoccupare di cosa ciascuno di noi dica in giro di se stesso: quel che importa davvero, quello che lascia il segno, è il giudizio delle persone perbene.

Contro Vatinio – Brano 10:

Testo originale:

duo sunt tempora quibus nostrorum civium spectentur iudicia de nobis, unum honoris, alterum salutis. honos tali populi Romani voluntate paucis est delatus ac mihi, salus tanto studio civitatis nemini reddita. de te autem homines quid sentiant in honore experti sumus, in salute exspectamus. sed tamen ne me cum his principibus civitatis qui adsunt P. Sestio, sed ut tecum, cum homine uno non solum impudentissimo (sed etiam sordidissimo) atque infimo, conferam, de te ipso, homine et adrogantissimo et mihi inimicissimo, quaero, Vatini, utrum tandem putes huic civitati, huic rei publicae, huic urbi, his templis, aerario, curiae, viris his quos vides, horum bonis fortunis liberis, civibus ceteris, denique deorum immortalium delubris auspiciis religionibus melius fuisse et praestabilius me civem in hac civitate nasci an te? Cum mihi hoc responderis, aut ita impudenter ut manus a te homines vix abstinere possint, aut ita dolenter ut aliquando ista quae sunt inflata rumpantur, tum memoriter respondeto ad ea quae te de te ipso rogaro.

Traduzione:

E sono due le occasioni che mi permettono di capire cosa pensino di me i miei concittadini: quando in gioco è una carica politica o l’incolumità personale. Nel primo caso, infatti, a ben pochi il popolo romano ha voluto tributare onori con tanto entusiasmo come ha fatto con me; con nessuno, poi, ci si è impegnati così a fondo per garantire il rientro in patria e il ripristino degli antichi privilegi. Quanto a te, invece, abbiamo già avuto modo di osservare il trattamento che ti è stato riservato quando aspiravi a una carica: aspettiamo solo che in gioco ci sia la tua salvezza per vedere cosa farà la gente. Non ho, tuttavia, la benché minima intenzione di paragonarmi ai cittadini più illustri presenti in tribunale per assistere Publio Sestio; piuttosto, voglio farlo con te, misurandomi con un uomo che nemmeno sa cosa sia la vergogna, perché appartiene alla peggior feccia. Ed è proprio all’arrogante Vatinio, mio acerrimo nemico, che voglio rivolgere una domanda: per questa nazione, per questo Stato, per questa città, per questi templi, per l’erario, per la curia, per tutti gli uomini che qui vedi e per le loro sostanze, per i loro figli, per il resto dei cittadini e infine per i santuari, gli auspici, le sacre cerimonie degli dei immortali, cosa credi sia stato di maggior vantaggio: che la fortuna di nascere cittadino romano sia capitata a me o a te? Parla, coraggio, e quando ti sarai espresso con tanta insolenza da farti quasi mettere le mani addosso, o con gli occhi così pieni di lacrime che le tue belle parole ispirate esploderanno, tanto le hai gonfiate, rispondi allora – e sii preciso – alle domande che ti porrò sul tuo conto.

Contro Vatinio – Brano 11:

Testo originale:

atque illud tenebricosissimum tempus ineuntis aetatis tuae patiar latere. licet impune per me parietes in adulescentia perfoderis, vicinos compilaris, matrem verberaris: habeat hoc praemi tua indignitas, ut adulescentiae turpitudo obscuritate et sordibus tuis obtegatur. quaesturam petisti cum P. Sestio, cum hic nihil loqueretur nisi quod agebat, tu de altero consulatu gerendo te diceres cogitare. quaero abs te teneasne memoria, cum P. Sestius quaestor sit cunctis suffragiis factus, tunc te vix, invitis omnibus, non populi beneficio sed consulis, extremum adhaesisse?

Traduzione:

Preferisco stendere un velo pietoso su quelli che sono i primissimi anni bui della tua vita. Per me, puoi anche avere impunemente perforato pareti, depredato vicini, picchiato tua madre: su un comportamento sicuramente tanto infame cali un silenzio che sa di morte e di vergogna e sia questo il premio per un’adolescenza sbandata come la tua. Ti sei candidato alla questura insieme a Publio Sestio, che non ha mai fatto mistero dei suoi reali propositi, mentre tu andavi farneticando di un tuo secondo consolato. Ma – lascia che te lo domandi – ti ricordi che Sestio divenne questore a pieni voti, mentre tu arrivasti a stento ultimo degli eletti e non per favore del popolo – nessuno ti voleva -, ma del console?

Contro Vatinio – Brano 12:

Testo originale:

in eo magistratu cum tibi magno clamore aquaria provincia sorte obtigisset, missusne sis a me consule Puteolos, ut inde aurum exportari argentumque prohiberes? in eo negotio cum te non custodem ad continendas, sed portitorem ad partiendas mercis missum putares, cumque omnium domos, apothecas, navis furacissime scrutarere, hominesque negoti gerentis iudiciis iniquissimis inretires, mercatores e navi egredientis terreres, conscendentis morarere, teneasne memoria tibi in conventu Puteolis manus esse adlatas, ad me consulem querelas Puteolanorum esse delatas? post quaesturam exierisne legatus in ulteriorem Hispaniam C. Cosconio pro consule? cum illud iter Hispaniense pedibus fere confici soleat, aut, si qui navigare velit, certa sit ratio navigandi, venerisne in Sardiniam atque inde in Africam? fuerisne, quod sine senatus consulto tibi facere non licuit, in regno Hiempsalis, fuerisne in regno Mastanesosi, venerisne ad fretum per Mauretaniam? quem scias umquam legatum Hispaniensem istis itineribus in illam provinciam pervenisse?

Traduzione:

Durante quella magistratura ti toccò di sovrintendere al controllo delle acque costiere e la cosa suscitò grande scalpore; era l’anno del mio consolato: rammenti che ti inviai a Pozzuoli perché impedissi l’esportazione di oro e argento dalla città? Ebbene: forte di quell’incarico, equivocasti sul significato della tua missione, credendo di essere stato mandato non per custodire le merci, ma per appropriartene quasi fossi un doganiere; e così, come il più scaltro dei ladri, rovistavi nelle case, nei magazzini, nelle stive delle navi; attiravi nella tua rete chi era dedito agli affari per poi trascinarlo in tribunale, accusato ingiustamente; vessavi con intimidazioni i mercanti appena sbarcati e impedivi ad altri di salire sulle navi. Ma ti ricordi che gli abitanti di Pozzuoli, durante un’assemblea, prima ti hanno conciato per le feste, poi mi hanno sepolto di lettere di protesta, visto che il console ero io? E, dopo la questura, non ti trasferisti come legato nella Spagna Ulteriore al seguito del proconsole Caio Cosconio? Il viaggio per la Spagna di solito si fa via terra e se uno proprio vuole navigare, deve seguire una rotta ben precisa: tu non passasti prima in Sardegna e da là in Africa? Non ti sei fermato nel regno di Iempsale, contravvenendo così a una specifica disposizione del senato? E in quello di Mastanesoso? Non sei addirittura giunto allo stretto, passando per la Mauritania? Sai se per caso qualche altro legato destinato alla Spagna sia mai giunto in quella provincia seguendo un itinerario come il tuo?

Contro Vatinio – Brano 13:

Testo originale:

factus es tribunus plebis?quid enim te de Hispaniensibus flagitiis tuis sordidissimisque furtis interrogem? quaero abs te primum universe quod genus improbitatis et sceleris in eo magistratu praetermiseris? ac tibi iam inde praescribo ne tuas sordis cum clarissimorum virorum splendore permisceas. ego te quaecumque rogabo de te ipso rogabo, neque te ex amplissimi viri dignitate, sed ex tuis tenebris extraham; omniaque mea tela sic in te conicientur ut nemo per tuum latus, quod soles dicere, saucietur; in tuis pulmonibus ac visceribus haerebunt

Traduzione:

Preferisco non indagare con te sulle ruberie e i crimini che ti hanno coperto di vergogna mentre eri in Spagna; parliamo piuttosto di quando ti hanno eletto tribuno della plebe. La prima domanda che intendo rivolgerti è di ordine generale: di che misfatto, di quale scellerataggine non ti sei macchiato nel corso di quella magistratura? No, Vatinio, non mescolare le carte in tavola, insozzando il buon nome di illustri personaggi con il racconto delle tue bassezze. Qualunque sarà la natura delle mie domande, è a te solo che mi rivolgerò: ti costringerò ad uscire dal tuo oscuro nascondiglio e non ti permetterò di farti scudo dell’appoggio di qualche politico importante; tutti i miei dardi pioveranno addosso a te in modo che nessun altro rimanga ferito anche solo di riflesso (insinuazione, questa, che sei solito fare): nei tuoi polmoni e nelle tue viscere si conficcheranno le mie frecce avvelenate.

Contro Vatinio – Brano 14:

Testo originale:

et quoniam omnium rerum magnarum ab dis immortalibus principia ducuntur, volo ut mihi respondeas tu, qui te Pythagoreum soles dicere et hominis doctissimi nomen tuis immanibus et barbaris moribus praetendere, quae te tanta pravitas mentis tenuerit, qui tantus furor ut, cum inaudita ac nefaria sacra susceperis, cum inferorum animas elicere, cum puerorum extis deos manis mactare soleas, auspicia quibus haec urbs condita est, quibus omnis res publica atque imperium tenetur, contempseris, initioque tribunatus tui senatui denuntiaris tuis actionibus augurum responsa atque eius conlegi adrogantiam impedimento non futura?

Traduzione:

E visto che motore di tutte le cose importanti sono gli dei immortali, voglio che tu, che hai l’abitudine di professarti pitagoreo e di giustificare col nome del grande filosofo i tuoi barbari e crudeli costumi, risponda a questa mia domanda: quale strana perversione mentale, quale accesa follia spinsero te, che ami evocare le anime dei morti e placare gli dei Mani con viscere di bambini, a disprezzare gli auspici che permisero la fondazione di questa città e ancora oggi tutelano l’intero Stato e la sua autorità? Perché, appena eletto tribuno, hai informato il senato che non sarebbero stati d’ostacolo alle tue azioni i responsi degli auguri e la presunzione che, secondo te, è propria di quel collegio?

Contro Vatinio – Brano 15:

Testo originale:

Secundum ea quaero servarisne in eo fidem? num quando tibi moram attulerit quo minus concilium advocares legemque ferres, quod eo die scires de caelo esse servatum? et quoniam hic locus est unus quem tibi cum Caesare communem esse dicas, seiungam te ab illo, non solum rei publicae causa verum etiam Caesaris, ne qua ex tua summa indignitate labes illius dignitati adspersa videatur. primum quaero num tu senatui causam tuam permittas, quod facit Caesar? deinde, quae sit auctoritas eius qui se alterius facto, non suo defendat? deinde,? erumpet enim aliquando ex me vera vox et dicam sine cunctatione quod sentio,?si iam violentior aliqua in re C. Caesar fuisset, si eum magnitudo contentionis, studium gloriae, praestans animus, excellens nobilitas aliquo impulisset, quod in illo viro et tum ferendum esset et maximis rebus quas postea gessit oblitterandum, id tu tibi, furcifer, sumes, et Vatini latronis ac sacrilegi vox audietur hoc postulantis, ut idem sibi concedatur quod Caesari?

Traduzione:

Ne consegue una seconda domanda: hai poi mantenuto la parola? Ti è capitato qualche volta di dover posticipare la convocazione di un’assemblea o la presentazione di una proposta di legge, perché sapevi che proprio in quel giorno si scrutava il cielo per trarne auspici? No, sicuramente no. E per di più insisti nel dire che questo tuo atteggiamento è l’unico che hai in comune con Cesare: io, però, opererò una precisa distinzione, non solo nell’interesse dello Stato, ma anche per il buon nome di Cesare, per evitare cioè che la sua reputazione, accomunata, anche solo per un attimo, alla tua infima bassezza appaia infangata. Anzitutto, Vatinio, vuoi affidare la tua causa al senato, seguendo l’esempio di Cesare? Ma di che credito può godere uno che si difende avvalendosi del sudore altrui e non del proprio? No, non riesco più a stare zitto, sento scoppiarmi dentro la verità, quindi dirò, senza esitare, il mio pensiero: d’accordo, in qualche occasione Caio Cesare può anche essere stato un po’ troppo violento, possono averlo indotto ad un determinato comportamento la smania di contesa, un bruciante desiderio di gloria, un temperamento eccezionale, una nobiltà di stirpe davvero fuori del comune; ma ciò cui si lasciò andare poteva trovare giustificazione in un uomo tanto unico, e oggi, al solo pensiero di cosa è riuscito a compiere in seguito, siamo obbligati a cancellarlo dalla memoria. E tu, pendaglio da forca, pretenderai per te un simile trattamento di favore? Ci toccherà ascoltare un qualunque Vatinio ladrone e sacrilego, che si arroga diritti concessi solo ad un Cesare?

Contro Vatinio – Brano 16:

Testo originale:

sic enim ex te quaero. tribunus plebis fuisti,?seiunge te a consule: conlegas habuisti viros fortis novem. ex iis tres erant quos tu cotidie sciebas servare de caelo, quos inridebas, quos privatos esse dicebas; de quibus duos praetextatos sedentis vides,?te aediliciam praetextam togam, quam frustra confeceras, vendidisse!?tertium scis ex illo obsesso atque adflicto tribunatu consularem auctoritatem hominem esse adulescentem consecutum. reliqui sex fuerunt, e quibus partim plane tecum sentiebant, partim medium quendam cursum tenebant: omnes habuerunt leges promulgatas, in iis multas meus necessarius, etiam de mea sententia, C. Cosconius, iudex noster, quem tu dirumperis cum aedilicium vides.

Traduzione:

Aspetto da te una risposta. Sei stato tribuno della plebe – tieniti lontano dal console -: come colleghi hai avuto nove uomini in gamba. Tra loro ce n’erano tre incaricati di scrutare ogni giorno il cielo per trarne auspici: tu lo sapevi e li deridevi, dicendo che erano solo dei privati cittadini. Due di questi li vedi ora seduti con tanto di toga pretesta, quella stessa che ti eri fatto confezionare invano per la carica di edile e che poi sei stato costretto a vendere; quanto al terzo, sei certo al corrente che, dopo un burrascoso e tormentato anno in veste di tribuno, ha ottenuto, benché molto giovane, il credito di cui gode un ex console. Dei rimanenti sei alcuni la pensavano esattamente come te, altri mantenevano una via di mezzo: ma tutti ebbero la soddisfazione di vedere pubblicate le loro proposte di legge, soprattutto un mio amico, Caio Cosconio, qui presente in veste di giudice, che dovette il suo successo anche alla mia approvazione; è per lui che ti rodi il fegato quando ripensi alla sua elezione a edile.

Contro Vatinio – Brano 17:

Testo originale:

volo uti mihi respondeas num quis ex toto conlegio legem sit ausus ferre praeter unum te? quae tanta in te fuerit audacia, quae tanta vis ut, quod novem tui conlegae sibi timendum esse duxerint, id unus tu emersus e caeno, omnium facile omnibus rebus infimus contemnendum, despiciendum, inridendum putares? num quem post urbem conditam scias tribunum plebis egisse cum plebe, cum constaret servatum esse de caelo.

Traduzione:

Ma dimmi – ed esigo che tu mi risponda -: di tutto il collegio dei tribuni chi osò, poi, mettere ai voti le proprie proposte, se si esclude te solo? Quale arroganza, quale cieco furore ti spinsero, uomo nato dal fango, al disprezzo, tu ultimo di tutte le cose, al rifiuto, allo scherno di ciò che ai tuoi nove colleghi incuteva un religioso timore? Dal giorno della fondazione di Roma ad oggi, ti sfido a trovare un solo tribuno della plebe che abbia parlato al popolo raccolto in assemblea, pur nella consapevolezza che in cielo si erano presi gli auspici!

Contro Vatinio – Brano 18:

Testo originale:

simul etiam illud volo uti respondeas, cum te tribuno plebis esset etiam tum in re publica lex Aelia et Fufia, quae leges saepe numero tribunicios furores debilitarunt et represserunt, quas contra praeter te nemo umquam est facere conatus,?quae quidem leges anno post, sedentibus in templo duobus non consulibus sed proditoribus huius civitatis ac pestibus, una cum auspiciis, cum intercessionibus, cum omni iure publico conflagraverunt: ecquando dubitaris contra eas leges cum plebe agere et concilium convocare? num quem ex omnibus tribunis plebis, quicumque seditiosi fuerunt, tam audacem audieris fuisse ut umquam contra legem Aeliam aut Fufiam concilium advocaret?

Traduzione:

Ma c’è un’altra cosa che voglio sapere da te. Quando eri tribuno della plebe, vigevano ancora nello Stato due leggi, la Elia e la Fufia, che in più di un’occasione indebolirono, sino ad annullarle, eventuali ingerenze da parte dei tribuni e nessuno mai, tranne te, tentò di boicottarle (l’anno dopo, mentre si trovavano seduti nel foro due figuri, consoli no di certo, ma traditori e rovina della città, queste leggi presero fuoco insieme con gli auspici, con il veto dei tribuni, con ogni provvedimento del sistema legislativo romano): quando mai ti sei fatto scrupolo di quelle leggi e hai esitato a tener banco davanti al popolo, dopo averlo raccolto in assemblea? Di tribuni faziosi ce ne sono stati; ma tra tutti hai mai sentito parlare di uno tanto sfrontato da fare altrettanto, contravvenendo così alle leggi Elia e Fufia?

Contro Vatinio – Brano 19:

Testo originale:

quaero illud etiam ex te, conatusne sis, voluerisne, denique cogitaris,?est enim res eius modi ut, si tibi in mentem modo venit, nemo sit qui te ullo cruciatu esse indignum putet,?cogitarisne in illo tuo intolerabili non regno,?nam cupis id audire,?sed latrocinio augur fieri in Q. Metelli locum, ut, quicumque te aspexisset, duplicem dolorem gemitumque susciperet et ex desiderio clarissimi civis et ex honore turpissimi atque improbissimi? adeone non labefactatam rem publicam te tribuno neque conquassatam civitatem, sed captam hanc urbem atque perversam putaris ut augurem Vatinium ferre possemus?

Traduzione:

Chiariscimi ora un altro particolare. C’è un episodio nella tua vita che, al solo pensarci, susciterebbe in chiunque la voglia di torturarti senza pietà: non è forse vero che durante la tua insopportabile ascesa non a tiranno – ti piacerebbe sentirtelo dire! -, ma a brigante, hai tentato, voluto, architettato di sostituirti nell’incarico a Quinto Metello, di professione augure? Così, chi t’avesse osservato alle prese con il tuo nuovo impegno, avrebbe sentito stringersi il cuore in una morsa di sincero dolore per due motivi ben precisi: il rimpianto di un onesto cittadino giustamente famoso e la rabbia nel vedere al suo posto il più scellerato e perverso degli uomini. Non ti bastava avere sconvolto lo Stato e distrutto un’intera cittadinanza, approfittando del potere di tribuno? Ci credevi così succubi e disorientati da poter sopportare un Vatinio con funzioni di augure?

Contro Vatinio – Brano 20:

Testo originale:

hoc loco quaero, si, id quod concupieras, augur factus esses,?in qua tua cogitatione nos qui te oderamus vix dolorem ferebamus, illi autem quibus eras in deliciis vix risum tenebant: sed quaero, si ad cetera vulnera, quibus rem publicam putasti deleri, hanc quoque mortiferam plagam inflixisses auguratus tui, utrum decreturus fueris, id quod augures omnes usque ab Romulo decreverunt, Iove fulgente cum populo agi nefas esse, an, quia tu semper sic egisses, auspicia fueris augur dissoluturus?

Traduzione:

A questo proposito vorrei sapere una cosa. Poniamo l’ipotesi che si fosse realizzato il tuo massimo desiderio e ti avessero eletto augure (prospettiva, questa, che accendeva in noi, carichi d’odio, uno sdegno quasi insostenibile, ma faceva sbellicare dalle risate persino quelli a cui eri tanto simpatico): se, oltre a tutti gli altri duri colpi sotto cui lo Stato doveva soccombere, perché così avevi decretato, gli avessi inflitto anche la ferita mortale rappresentata dalla tua nomina ad augure, ti saresti conformato alle decisioni prese da tutti gli auguri prima di te fin dai tempi di Romolo? Avresti cioè considerato illecito parlare in assemblea con il cielo rischiarato dai fulmini o, anche da augure, te ne saresti tranquillamente disinteressato, come hai sempre fatto?

Contro Vatinio – Brano 21:

Testo originale:

ac ne diutius loquar de auguratu tuo,?quod invitus facio ut recorder ruinas rei publicae; neque enim tu umquam stante non modo maiestate horum, sed etiam urbe te augurem fore putasti: verum tamen ut somnia tua relinquam, ad scelera veniam, volo uti mihi respondeas, cum M. Bibulum consulem non dicam bene de re publica sentientem, ne tu mihi homo potens irascare, qui ab eo dissensisti, sed hominem certe nusquam progredientem, nihil in re publica molientem, tantum animo ab actionibus tuis dissentientem,?cum eum tu consulem in vincula duceres et ab tabula Valeria conlegae tui mitti iuberent, fecerisne ante rostra pontem continuatis tribunalibus, per quem consul populi Romani moderatissimus et constantissimus, sublato auxilio, exclusis amicis, vi perditorum hominum incitata, turpissimo miserrimoque spectaculo non in carcerem, sed ad supplicium et ad necem duceretur?

Traduzione:

Non ho certo intenzione di aggiungere altro sulla tua folle aspirazione a divenire un sacro indovino: anzitutto, è un argomento che tratto malvolentieri e solo per rievocare le disgrazie dello Stato; inoltre, neanche tu hai mai veramente creduto possibile che ti nominassero augure, almeno finché non fosse crollata la maestà del popolo romano e con essa la nostra città. Quindi, lasciamo stare le tue assurde fantasie ed occupiamoci piuttosto dei misfatti. Rispondimi, per favore. Mi riferisco a Marco Bibulo, che allora era console: non dirò che dimostrasse nei confronti dello Stato un attaccamento filiale (non vorrei suscitare le ire di un uomo potente come te e di idee politiche così diverse dalle sue), ma almeno restava al suo posto, non prendeva iniziative politiche, provava solo un gran disappunto se ripensava al tuo operato. E tu cosa hai fatto? Benché fosse console, ne ordinasti la carcerazione: e stavi già trascinandolo in carcere quando i tuoi colleghi dal dipinto di Valerio ne ordinarono il rilascio. Non ti sei, allora, creato una scappatoia, allineando davanti ai rostri i seggi dei tribunali messi in fila? E attraverso questo passaggio un console del popolo romano, uno dei più coerenti ed equilibrati, aizzatagli contro la rabbia di gente senza scrupoli, negatogli ogni aiuto e tenuti lontani i suoi amici, non fu forse condotto non in carcere, ma – spettacolo triste e vergognoso – direttamente al supplizio e di lì a morte certa?

Contro Vatinio – Brano 22:

Testo originale:

quaero num quis ante te tam fuerit nefarius qui id fecerit, ut sciamus utrum veterum facinorum sis imitator an inventor novorum; idemque tu cum his atque huius modi consiliis ac facinoribus nomine C. Caesaris, clementissimi atque optimi viri, scelere vero atque audacia tua, M. Bibulum foro, curia, templis, locis publicis omnibus expulisses, inclusum domi contineres, cumque non maiestate imperi, non iure legum, sed ianuae praesidio et parietum custodiis consulis vita tegeretur, miserisne viatorem qui M. Bibulum domo vi extraheret, ut, quod in privatis semper est servatum, id te tribuno plebis consuli domus exsilium esse non posset?

Traduzione:

Sai dirmi se prima di te è esistito uomo tanto infame da fare altrettanto? In altre parole, mi piacerebbe sapere se ti limiti semplicemente a riproporre antichi misfatti o se ti diverti a inventarne di nuovi; quando, ad esempio, facendoti scudo del nome di Caio Cesare (proprio il più buono e il più mite!) per macchiarti di questi o siffatti crimini, frutto, invece, della tua mente contorta e di un animo sfrontato, cacciasti Marco Bibulo dal foro, dalla curia, dai templi, da tutti i luoghi pubblici, costringendolo a relegarsi in casa, quando, cioè, la vita di un console era protetta non dall’autorità conferitagli dalla carica né dalla forza della legge, ma da porte e pareti robuste, non inviasti un messo per trascinare a forza Bibulo via dalla sua casa? E così, sotto il tuo tribunato, un console non poté neanche più usufruire di un privilegio concesso da sempre persino ai semplici privati: fare, cioè, della propria abitazione la terra dove trascorrere l’esilio.

Contro Vatinio – Brano 23:

Testo originale:

simulque mihi respondeto tu, qui nos qui de communi salute consentimus tyrannos vocas, fuerisne non tribunus plebis, sed intolerandus ex caeno nescio qui atque ex tenebris tyrannus, qui primum eam rem publicam quae auspiciis inventis constituta est isdem auspiciis sublatis conarere pervertere, deinde sanctissimas leges, Aeliam et Fufiam dico, quae in Gracchorum ferocitate et in audacia Saturnini et in conluvione Drusi et in contentione Sulpici et in cruore Cinnano, etiam inter Sullana arma vixerunt, solus conculcaris ac pro nihilo putaris, qui consulem morti obieceris, inclusum obsederis, extrahere ex suis tectis conatus sis, qui in eo magistratu non (modo) emerseris ex mendicitate, sed etiam divitiis nos iam tuis terreas?

Traduzione:

Avanti, dammi una risposta tu che ci chiami tiranni, anche se siamo sempre concordi quando di mezzo c’è la comune salvezza: tiranno, piuttosto, fosti tu, insopportabile creatura emersa dal fango e dalle tenebre, non tribuno della plebe, tu che fin da subito tentavi, invalidando gli auspici, di rovesciare uno Stato che agli auspici doveva il proprio fondamento; quelle due sacrosante leggi, poi, intendo la Elia e la Fufia, che sopravvissero alla ferocia dei Gracchi, alla temerarietà di Saturnino, al caos creato da Druso, alla lotta di Sulpicio, alla strage di Cinna, persino agli scontri armati di Silla, tu solo hai saputo calpestarle e considerarle nulla; sempre tu hai offerto un console in pasto alla morte e lo hai letteralmente assediato dopo averlo costretto a chiudersi in casa, per poi provare a farlo uscire con la violenza. Non ti è bastato servirti della carica di tribuno per tirarti fuori dalla miseria in cui vivevi? Devi anche terrorizzarci ora con lo spauracchio delle tue ricchezze?

Contro Vatinio – Brano 24:

Testo originale:

fuerisne tanta crudelitate ut delectos viros et principes civitatis tollere et delere tua rogatione conareris, cum L. Vettium, qui in senatu confessus esset se cum telo fuisse, mortem Cn. Pompeio, summo et clarissimo civi, suis manibus offerre voluisse, in contionem produxeris, indicem in rostris, in illo, inquam, augurato templo ac loco conlocaris, quo auctoritatis exquirendae causa ceteri tribuni plebis principes civitatis producere consuerunt? ibi tu indicem Vettium linguam et vocem suam sceleri et dementiae tuae praebere voluisti. dixeritne L. Vettius in contione tua rogatus a te sese auctores et impulsores et socios habuisse sceleris illius eos viros, quibus e civitate sublatis, quod tu eo tempore moliebare, civitas stare non posset? M. Bibulum, cuius inclusione contentus non eras, interficere volueras, spoliaras consulatu, patria privare cupiebas; L. Lucullum, cuius tu rebus gestis, quod ipse ad imperatorias laudes a puero videlicet spectaras, vehementius invidebas, C. Curionem, perpetuum hostem improborum omnium, auctorem publici consili in libertate communi tuenda maxime liberum, cum filio principe iuventutis cum re publica coniunctiore etiam quam ab illa aetate postulandum fuit, delere voluisti;

Traduzione:

E non sei stato così spietato da avanzare una proposta di legge nel tentativo di neutralizzare e poi annientare il fior fiore dei cittadini onesti a capo della città? Sto parlando di Lucio Vettio: visto che davanti al senato riunito aveva confessato di aver teso un agguato a quel sant’uomo di Gneo Pompeo (chi non lo conosce?), perché voleva pugnalarlo con le sue mani, tu lo hai condotto alla presenza del popolo, facendo così penetrare in mezzo ai Rostri, in un luogo e in un tempio consacrati dagli auspici, nient’altro che un bugiardo prezzolato. È vero, anche tutti gli altri tribuni della plebe hanno l’abitudine di convocare lì i personaggi più illustri della città, ma lo fanno per accrescere la loro autorità, guadagnandone in prestigio; tu, invece, hai voluto che Vettio, la spia, desse parola e voce ai tuoi propositi folli e scellerati. Non raccontava, infatti, nell’assemblea da te convocata, pilotato dalle tue domande tendenziose, di avere avuto quali ideatori, istigatori e complici del tentato omicidio proprio quegli uomini senza cui la città sembrava destinata a crollare (in realtà, il tuo progetto di massima a quei tempi)? Marco Bibulo, ad esempio: non ti bastava averlo incarcerato, lo avevi addirittura voluto morto, spogliato della carica di console, e desideravi privarlo della patria; o Lucio Lucullo, di cui invidiavi un po’ troppo le nobili imprese, perché evidentemente fin da piccolo anche tu aspiravi agli onori di supremo comandante l’altro grande che volevi danneggiare era Caio Curione, eterno nemico di tutti i farabutti, solido punto di riferimento delle sedute del senato, soprattutto quando da proteggere c’era la libertà comune e quella dei figli: e te la sei presa proprio con il suo, principe della gioventù romana, che dimostrava nei confronti dello Stato un attaccamento superiore a quel che si poteva pretendere da un ragazzo della sua età.

Contro Vatinio – Brano 25:

Testo originale:

L. Domitium, cuius dignitas et splendor praestringebat, credo, oculos Vatini,?quem tu propter commune odium in bonos oderas, in posterum autem, propter omnium spem quae de illo est atque erat, ante aliquanto timebas, L. Lentulum, hunc iudicem nostrum, flaminem Martialem, quod erat eo tempore Gabini tui competitor, eiusdem Vetti indicio opprimere voluisti: qui si tum illam labem pestemque vicisset, quod ei tuo scelere non licuit, res publica victa non esset. huius etiam filium eodem indicio et crimine ad patris interitum adgregare voluisti: L. Paulum, qui tum quaestor Macedoniam obtinebat, quem civem, quem virum! qui duo nefarios patriae proditores, domesticos hostis, legibus exterminarat, hominem ad conservandam rem publicam natum, in idem Vetti indicium atque in eundem hunc numerum congregasti.

Traduzione:

E poi Lucio Domizio, che ricopriva una posizione talmente splendida da abbagliare, credo, la vista di Vatinio: tu lo odiavi perché odiavi tutte le persone oneste, ma, quando si rafforzò la speranza di riscatto che nutrivamo e nutriamo ancora in lui, il tuo odio si trasformò in paura ed incertezza per il futuro; Lucio Lentulo, uno dei giudici qui presenti, flamine di Marte: a quei tempi contendeva la carica di console al tuo amato Gabinio e tu, grazie a una soffiata di Vettio, la spia, lo hai rovinato: se non fosse stato per la tua scelleratezza che glielo ha impedito, allora ce l’avrebbe fatta a debellare quel flagello pestilenziale e lo Stato ne sarebbe uscito in piedi. E ancora, sull’onda di quella delazione e del tuo crimine, hai voluto unire il figlio al padre nella morte. Inoltre, hai fatto rientrare nella falsa testimonianza di Vettio e nel numero dei condannati Lucio Paolo, a quei tempi questore in Macedonia: che esempio per tutti di uomo e cittadino! Lui che, nato per salvaguardare il sistema repubblicano, con la semplice applicazione delle leggi preposte aveva bandito due infami traditori della patria, nemici in casa nostra!

Contro Vatinio – Brano 26:

Testo originale:

quid ergo de me querar? qui etiam gratias tibi agere debeo quod me ex fortissimorum civium numero seiungendum non putasti. Sed qui fuit tuus ille tantus furor ut, cum iam Vettius ad arbitrium tuum perorasset et civitatis lumina notasset descendissetque de rostris, eum repente revocares, conloquerere populo Romano vidente, deinde interrogares ecquosnam alios posset nominare? inculcarisne ut C. Pisonem, generum meum, nominaret, qui in summa copia optimorum adulescentium pari continentia, virtute, pietate reliquit neminem, itemque M. Laterensem, hominem dies atque noctes de laude et de re publica cogitantem? promulgarisne, impurissime hostis, quaestionem de tot amplissimis et talibus viris, indicium Vettio, praemia amplissima? quibus rebus omnium mortalium non voluntate sed convicio repudiatis, fregerisne in carcere cervices ipsi illi Vettio, ne quod indicium corrupti indici exstaret eiusque sceleris in te ipsum quaestio flagitaretur?

Traduzione:

A ben vedere, dunque, di che cosa mi dovrei lamentare? Anzi, posso solo ringraziarti per non avermi voluto escludere dall’elenco dei Romani più degni di rispetto.Ma si può sapere che ti è preso quando Vettio era ormai già sceso dai Rostri? Aveva raccontato ogni cosa secondo la tua volontà, bollato d’infamia i cittadini più illustri ed ecco che tu improvvisamente lo richiami, confabuli con lui sotto gli occhi del popolo e poi gli domandi a voce alta se c’è ancora qualcuno di cui può fare il nome. Non gli hai forse suggerito di accusare mio genero, Caio Pisone, che tra tutti i numerosi giovani di buoni costumi non ebbe uguali per moderazione, valore e senso del dovere? E medesima sorte non subì Marco Laterense, che vive giorno e notte in funzione del buon nome dello Stato? Non fosti tu, nemico sciagurato della patria, a proporre di aprire un’inchiesta su uomini di tale stoffa e a pattuire per Vettio l’impunità e una lauta ricompensa in denaro? Non ci fu seguito alle tue richieste, ma non per un semplice rifiuto di massa, quasi scoppiò una rivolta generale: tu, allora, non facesti strangolare lo stesso Vettio chiuso in carcere per cancellare ogni prova della sua falsa denuncia ed evitare così che l’inchiesta si aprisse, sì, ma su di te e l’assassinio di quello?

Contro Vatinio – Brano 27:

Testo originale:

et quoniam crebro usurpas legem te de alternis consiliis reiciendis tulisse, ut omnes intellegant te ne recte quidem facere sine scelere potuisse, quaero, cum lex esset aequa promulgata initio magistratus, multas iam alias tulisses, exspectarisne dum C. Antonius reus fieret apud Cn. Lentulum Clodianum, et, postea quam ille est reus factus, statim tuleris in eum ‘qui tuam post legem reus factus esset,’ ut homo consularis exclusus miser puncto temporis spoliaretur beneficio et aequitate legis tuae?

Traduzione:

E visto che ripeti con fastidiosa insistenza di avere tu proposto la legge che permette alle due parti di rifiutare alternativamente i giudici estratti a sorte, voglio rivolgerti una domanda per far capire a tutti che non ti è possibile muovere neanche un dito senza esiti nefasti: quando, all’inizio della tua magistratura, hai pubblicato una legge finalmente equa, ne avevi già proposte diverse altre all’attenzione del popolo; ma per questa non hai forse aspettato che venisse incriminato Caio Antonio davanti a Cneo Lentulo Clodiano? Quindi, una volta mossa tale accusa, in quattro e quattr’otto hai reso ufficiale la tua legge, aggiungendo che divenisse esecutiva per “chi fosse stato accusato dopo la sua approvazione”. E così, tagliato fuori ingiustamente per questione di attimi, un consolare non poté beneficiare dei favorevoli vantaggi del tuo provvedimento.

Contro Vatinio – Brano 28:

Testo originale:

dices familiaritatem tibi fuisse cum Q. Maximo. praeclara defensio facinoris tui! nam maximi quidem summa laus est sumptis inimicitiis, suscepta causa, quaesitore consilioque delecto, commodiorem inimico suo condicionem reiectionis dare noluisse. nihil maximus fecit alienum aut sua virtute aut illis viris clarissimis, Paulis, maximis, Africanis, quorum gloriam huius virtute renovatam non modo speramus, verum etiam iam videmus; tua fraus, tuum maleficium, tuum scelus illud est, te id quod promulgasses misericordiae nomine ad crudelitatis tempus distulisse. ac nunc quidem C. Antonius hac una re miseriam suam consolatur, quod imagines patris et fratris sui fratrisque filiam non in familia sed in carcere conlocatam audire maluit quam videre.

Traduzione:

Sostieni, poi, di essere stato amico di Quinto Massimo. Bel modo di discolparti! Massimo sa che ha accettato le conseguenze del suo odio per Antonio, lui sa che si è assunto in prima persona la responsabilità della causa; poi si sono scelti il giudice istruttore e un tribunale: quindi, torna a suo onore e gloria non aver voluto concedere al nemico una troppo facile opportunità di rifiutare la giuria! Massimo non ha mai agito se non conformemente alla sua innata virtù o a quella di uomini altrettanto famosi quali i Paoli, i Massimi, gli Africani; e noi viviamo nella speranza, anzi già nella certezza che con i suoi meriti si rinnovi la loro gloria; il tuo crimine, invece, la tua scellerataggine, la colpa di cui ti sei macchiato consiste nell’aver voluto rinviare l’applicazione di una legge promulgata in nome della pietà ad un’occasione in cui dar prova della tua cattiveria. Ed ora il povero Caio Antonio trova magra consolazione alla sua sventura pensando ad una cosa soltanto: la nipote, da quando si è sposata, è finita in un carcere, non in una famiglia, e con lei i ritratti del padre e del fratello; ma lui ha preferito venirlo a sapere in esilio che vedere con i suoi occhi.

Contro Vatinio – Brano 29:

Testo originale:

et quoniam pecunias aliorum despicis, de tuis divitiis intolerantissime gloriaris, volo uti mihi respondeas, fecerisne foedera tribunus plebis cum civitatibus, cum regibus, cum tetrarchis; erogarisne pecunias ex aerario tuis legibus; eripuerisne partis illo tempore carissimas partim a Caesare, partim a publicanis? quae cum ita sint, quaero ex te sisne ex pauperrimo dives factus illo ipso anno quo lex lata est de pecuniis repetundis acerrima, ut omnes intellegere possent a te non modo nostra acta, quos tyrannos vocas, sed etiam amicissimi tui legem esse contemptam; apud quem tu etiam nos criminari soles, qui illi sumus amicissimi, cum tu ei contumeliosissime totiens male dicas quotiens te illi adfinem esse dicis.

Traduzione:

E dato che i soldi degli altri ti danno quasi la nausea, ma in compenso fai un gran dire delle tue ricchezze, rendendoti insopportabile, dimmi una cosa: quando ancora eri tribuno della plebe, non hai forse concluso patti vantaggiosi con città, re e tetrarchi? Non hai prelevato dalle casse dello Stato, nascondendoti dietro le tue leggi? E non hai sottratto in parte a Cesare, in parte ai pubblicani i loro introiti, aspettando che il loro valore salisse alle stelle? Ma, comunque stiano le cose, è ancora un’altra la curiosità che mi devi togliere: non ti sei arricchito, da pezzente che eri, in quello stesso anno in cui fu proposta la legge “castigamatti” sulle concussioni? Certo che lo hai fatto e hai così dimostrato al mondo intero tutto il tuo disprezzo per gli atti di chi chiami tiranno, ma in particolare per la legge del tuo migliore amico, quello stesso a cui di solito sporgi denuncia contro chi gli è più affezionato, cioè noi: sei tu, piuttosto, che lo offendi gravemente ogni volta che sostieni di essergli parente.

Contro Vatinio – Brano 30:

Testo originale:

atque etiam illud scire ex te cupio, quo consilio aut qua mente feceris ut in epulo Q. Arri, familiaris mei, cum toga pulla accumberes? quem umquam videris, quem audieris? quo exemplo, quo more feceris? dices supplicationes te illas non probasse. optime: nullae fuerint supplicationes. videsne me nihil de anni illius causa, nihil de eo quod tibi commune cum summis viris esse videatur, sed de tuis propriis sceleribus ex te quaerere? nulla supplicatio fuerit. cedo quis umquam cenarit atratus? ita enim illud epulum est funebre ut munus sit funeris, epulae quidem ipsae dignitatis.

Traduzione:

Ancora, vorrei tanto sapere con che criterio o seguendo quale istinto hai preso posto al banchetto funebre offerto dal mio amico Quinto Arrio con la toga nera da lutto. A chi lo avevi visto fare, da chi lo avevi sentito? Chi ti ha fornito l’esempio, suggerito il costume? Risponderai che non ti sono mai piaciute quelle solenni preghiere pubbliche. Benissimo: ti concedo anche che potessero non valere nulla. Fai attenzione: non ti sto interrogando sulla situazione di quel preciso anno, né sulle qualità che ti sembra di avere in comune con le persone valide e degne di rispetto, ma è il tuo agire criminoso, solo quello, che mi interessa. Ammettiamo, quindi, che le suddette preghiere contassero davvero poco. Ma dimmi: chi si è mai presentato a un pranzo vestito come un corvo? D’accordo, il banchetto si definisce funebre perché costituisce un’offerta votiva al morto, ma è pur sempre un pranzo e ci si deve accedere in maniera presentabile e decorosa.

Brano 31:

Testo originale:

sed omitto epulum populi Romani, festum diem argento, veste, omni apparatu ornatuque visendo: quis umquam in luctu domestico, quis in funere familiari cenavit cum toga pulla? cui de balineis exeunti praeter te toga pulla umquam data est? Cum tot hominum milia accumberent, cum ipse epuli dominus, Q. Arrius, albatus esset, tu in templum Castoris te cum C. Fibulo atrato ceterisque tuis furiis funestum intulisti. quis tum non ingemuit, quis non doluit rei publicae casum? qui sermo alius in illo epulo fuit nisi hanc tantam et tam gravem civitatem subiectam esse non modo furori, verum etiam inrisioni tuae?

Traduzione:

Non voglio, tuttavia, insistere sulla solennità di questo convito del popolo romano, sulla festa che esso rappresenta, sugli argenti, i vestiti, la magnificenza, gli splendidi ornamenti: chi mai, però, in lutto per la scomparsa di un amico o durante un funerale di famiglia ha osato sedersi a tavola con indosso una toga scura? A chi mai, eccetto te, ne fu offerta una all’uscita dai bagni? C’erano migliaia di invitati seduti al loro posto, persino l’anfitrione, Quinto Arrio, era vestito di bianco: ed ecco che nel tempio di Castore entri tu, uccellaccio del malaugurio, accompagnato da Caio Fibulo, anche lui bardato a lutto, e tutto il codazzo delle tue furie. A chi non scappò un gemito, chi non si dolse per le sorti dello Stato? Non si parlò d’altro nel corso di quel banchetto: questa nostra città tanto importante e autorevole era ormai in balia delle tue pazzie, ma anche vittima del tuo scherno.

Contro Vatinio

Brano 32:

Testo originale:

hunc tu morem ignorabas? numquam epulum videras? numquam puer aut adulescens inter cocos fueras? Fausti, adulescentis nobilissimi, paulo ante ex epulo magnificentissimo famem illam veterem tuam non expleras? quem accumbere atratum videras? dominum cum toga pulla et eius amicos ante convivium? quae tanta (te) tenuit amentia ut, nisi id fecisses quod fas non fuit, nisi violasses templum Castoris, nomen epuli, oculos civium, morem veterem, eius qui te invitarat auctoritatem, parum putares testificatum esse supplicationes te illas non putare?

Traduzione:

Non sapevi come usa qua a Roma? Non avevi mai visto un pranzo ufficiale? Non ti sei mai trovato da bambino o già un po’ più grandicello in mezzo ai cuochi? Non avevi poco prima saziato la tua fame remota al fastosissimo banchetto offerto da Fausto, giovane di nobili natali? Avevi forse notato qualche presente vestito di nero? Che so, il padrone di casa e suoi amici sfilare con la tunica scura sotto gli occhi degli invitati? Quale folle istinto ti spinse a comportarti così? Forse la convinzione che se non fossi stato trasgressivo e non avessi offeso il tempio di Castore, una festa solenne, la vista dei cittadini, un’antica usanza, il prestigio di chi t’aveva invitato, sarebbe sembrato poco credibile il tuo disprezzo per quelle pubbliche preghiere?

Contro Vatinio

Brano 33:

Testo originale:

quaero etiam illud ex te, quod privatus admisisti, in quo certe iam tibi dicere non licebit cum clarissimis viris causam tuam esse coniunctam, postulatusne sis lege Licinia et Iunia? edixeritne C. Memmius praetor ex ea lege ut adesses die tricensimo? cum is dies venisset, fecerisne quod in hac re publica non modo factum antea numquam est, sed in omni memoria est omnino inauditum? appellarisne tribunos plebis ne causam diceres?levius dixi; quamquam id ipsum esset et novum et non ferendum?sed appellarisne nominatim pestem illius anni, furiam patriae, tempestatem rei publicae, Clodium. qui tamen cum iure, cum more, cum potestate iudicium impedire non posset, rediit ad illam vim et furorem suum, ducemque se militibus tuis praebuit. in quo ne quid a me dictum in te potius putes quam abs te esse quaesitum, nullum onus imponam mihi testimoni: quae mihi brevi tempore ex eodem isto loco video esse dicenda servabo, teque non arguam, sed, ut in ceteris rebus feci, rogabo.

Traduzione:

Vorrei ora avere da te qualche delucidazione a proposito di un fatto che appartiene alla tua vita privata – e questa volta non potrai certamente sostenere che la tua causa è legata a eminenti uomini politici -: non sei stato citato in giudizio secondo la legge Licinia e Giunia? E sempre attenendosi ad essa, il pretore Caio Memmio non ti intim? di presentarti in tribunale entro trenta giorni? Scaduto poi il termine, non facesti ciò che mai in questo Stato altri osò fare prima e di cui addirittura non si serba ricordo a memoria d’uomo? Non ti appellasti ai tribuni della plebe per non dovere difendere la tua causa? Sono stato fin troppo delicato, anche se quello che hai combinato non ha precedenti ed è davvero insopportabile: infatti, ti rivolgesti, chiamandolo per nome, alla peste di quegli anni, rovina della patria, calamità della repubblica: Clodio. E lui ricorse alla legge, alle usanze, all’autorità conferitagli dalla carica, ma inutili furono tutti i suoi tentativi di ostacolare il regolare svolgimento del processo; si rifugiò, allora, nella sua cieca violenza e si mise a capo del tuo piccolo esercito. Non intendo darti l’impressione di volerti accusare anziché interrogare e per questo non mi accollerò il gravoso impegno di una testimonianza: terrà per me quanto tra poco so di dover rivelare dal posto stesso che tu occupi ora. Per adesso non ti incriminerò, ma mi limiterò, come ho sempre fatto sin qua, a rivolgerti alcune domande.

Contro Vatinio

Brano 34:

Testo originale:

quaero ex te, Vatini, num quis in hac civitate post urbem conditam tribunos plebis appellarit ne causam diceret? num quis reus in tribunal sui quaesitoris escenderit eumque vi deturbarit, subsellia dissiparit, urnas deiecerit, eas denique omnis res in iudicio disturbando commiserit, quarum rerum causa iudicia sunt constituta? sciasne tum fugisse Memmium, accusatores esse tuos de tuis tuorumque manibus ereptos, iudices quaestionum de proximis tribunalibus esse depulsos, in foro, luce, inspectante populo Romano quaestionem, magistratus, morem maiorum, leges, iudices, reum, poenam esse sublatam? haec omnia sciasne diligentia C. Memmi publicis tabulis esse notata atque testata? atque illud etiam quaero, cum, postea quam es postulatus, ex legatione redieris,?ne quis te iudicia defugere arbitretur,? teque, cum tibi utrum velles liceret, dictitaris causam dicere maluisse, qui consentaneum fuerit, cum legationis perfugio uti noluisses, appellatione improbissima te ad auxilium nefarium confugisse?

Traduzione:

Dimmi, Vatinio: chi mai in questa città, da che è stata fondata, osò appellarsi ai tribuni della plebe per evitare di perorare la propria causa? Quale imputato salì sul palco del giudice istruttore e gettò lui di sotto con un atto di forza, chi sparse qua e là gli scanni e rovesciò le urne, chi insomma provocò in un processo tutto quello scompiglio contro cui furono appunto istituiti i tribunali? Lo sai che in quel trambusto Memmio prese la fuga, mentre i tuoi accusatori venivano strappati a forza dalle mani tue e dei tuoi uomini e i giudici allontanati dai vicini tribunali? In pieno foro, alla luce del giorno, sotto gli occhi del popolo romano, si è voluto distruggere tutto: processo, magistrati, usanza dei padri, leggi, giudici, pena e accusato! Non sei forse al corrente che lo scrupoloso Caio Memmio ha annotato a una a una, diligentemente, tutte queste imprese e le ha raccontate per filo e per segno su pubblici documenti? Ti domando un’altra cosa ancora. Dopo essere stato incriminato, rientrasti dalla tua missione di legato, perché non volevi si pensasse che intendessi evitare il processo; e andavi spargendo la voce di aver preferito difenderti in tribunale, benché ti si presentasse la possibilità di scegliere. Ma fu logico, allora, non volere approfittare dell’ottima scusa del tuo incarico all’estero e ricorrere piuttosto, con un deplorevolissimo appello, all’aiuto di un ribaldo?

Contro Vatinio

Brano 35:

Testo originale:

et quoniam legationis tuae facta mentio est, volo audire de te quo tandem senatus consulto legatus sis. de gestu intellego quid respondeas: tua lege, dicis. esne igitur patriae certissimus parricida? spectarasne id, ut patres conscripti ex re publica funditus tollerentur? ne hoc quidem senatui relinquebas, quod nemo umquam ademit, ut legati ex eius ordinis auctoritate legarentur? adeone tibi sordidum consilium publicum visum est, adeo adflictus senatus, adeo misera et prostrata res publica ut non nuntios pacis ac belli, non oratores, non interpretes, non bellici consili auctores, non ministros muneris provincialis senatus more maiorum deligere posset?

Traduzione:

Visto che si è fatta menzione del tuo ufficio di legato, vorrei tanto sapere grazie a quale decreto del senato ti è stata affidata la carica. Dal tuo gesto intuisco la risposta: “è una mia legge”, asserisci. Non sei, dunque, il nemico giurato della patria? Non aspiravi ad eliminare definitivamente dalla repubblica l’ordine senatorio? Neppure intendevi lasciargli la sola prerogativa di cui nessuno mai osò privarlo, nominare, cioè, i legati secondo il proprio autorevole parere? Ti è sembrata tanto spregevole l’assemblea pubblica, il senato così a terra, lo Stato talmente misero e degradato che il senato non era in grado di scegliere, secondo il costume degli antichi, messaggeri di pace e di guerra, ambasciatori, mediatori delle sue decisioni, consiglieri militari, esattori delle imposte provinciali?

Contro Vatinio

Brano 36:

Testo originale:

eripueras senatui provinciae decernendae potestatem, imperatoris deligendi iudicium, aerari dispensationem: quae numquam sibi populus Romanus appetivit, qui numquam senatui summi consili gubernationem auferre conatus est. age, factum est horum aliquid in aliis: raro, sed tamen factum est ut populus deligeret imperatorem: quis legatos umquam audivit sine senatus consulto? ante te nemo, post continuo fecit idem in duobus prodigiis rei publicae Clodius; quo etiam maiore es malo mactandus, quod non solum facto tuo sed etiam exemplo rem publicam vulnerasti, neque tantum ipse es improbus sed etiam alios docere voluisti. ob hasce omnis res sciasne te severissimorum hominum Sabinorum, fortissimorum virorum Marsorum et Paelignorum, tribulium tuorum, iudicio notatum, nec post Romam conditam praeter te tribulem quemquam tribum Sergiam perdidisse?

Traduzione:

Avevi strappato al senato il potere di assegnare le province, il diritto di eleggere il capo dell’esercito e di gestire l’amministrazione del tesoro pubblico: funzioni, queste, che il popolo romano in nessuna occasione si arrogò, il popolo romano che mai tentò di sottrarre al senato la gestione dei più alti affari e delle più importanti decisioni. È vero, è già capitato che si verificassero ingerenze di potere: raramente, però, come quando il popolo si è scelto il generale; chi ha mai sentito dire, invece, di legati eletti senza l’autorizzazione del senato? Prima di te nessuno, subito dopo ha fatto lo stesso Clodio per aiutare due flagelli dello Stato; ecco perché ti si deve infliggere una punizione ancora più grave: per ben due volte sei riuscito a danneggiare la repubblica, non solo agendo in prima persona, ma anche servendo d’esempio: un criminale, dunque, per di più maestro dei tuoi crimini. Sai o non sai che per tutte le tue imprese sei stato bollato d’infamia dai Sabini, gente molto austera nelle abitudini, e dai coraggiosissimi Marsi e Peligni, tuoi compagni di tribù? E che, da quando Roma esiste, nessuno, tranne te, ha perso il diritto di appartenere alla tribù Sergia?

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Brano 37:

Testo originale:

atque illud etiam audire (de) te cupio, qua re, cum ego legem de ambitu tulerim ex senatus consulto, tulerim sine vi, tulerim salvis auspiciis, tulerim salva lege Aelia et Fufia, tu eam esse legem non putes, praesertim cum ego legibus tuis, quoquo modo latae sunt, paream; cum mea lex dilucide vetet biennio qvo qvis petat petitvrvsve sit gladiatores dare nisi ex testamento praestitvta die, quae tanta in te sit amentia ut in ipsa petitione gladiatores audeas dare? num quem putes illius tui certissimi gladiatoris similem tribunum plebis posse reperiri qui se interponat quo minus reus mea lege fias?

Traduzione:

Soddisfa ancora un’altra mia curiosità sul tuo conto: perché non vuoi considerare una vera e propria legge quella sui brogli elettorali da me proposta con l’approvazione del senato, senza impiego di forza, nel pieno rispetto degli auspici e della legge Elia e Fufia? Io, però, mi attengo alle tue, senza preoccuparmi degli espedienti da te usati per farle approvare! La mia legge vieta chiaramente di offrire spettacoli gladiatorii nel biennio in cui ci si candidi a una carica o se ne abbia l’intenzione, a meno che il giorno non sia stato fissato secondo disposizioni testamentarie: quale follia, allora, ti spinge ad organizzare proprio questi giochi nel bel mezzo della tua candidatura? Credi forse che si possa trovare un tribuno della plebe del tutto simile a Clodio, il tuo gladiatore pi? fidato, disposto, cioè, a porre il proprio veto per impedire che tu venga accusato in base alla mia legge?

Contro Vatinio

Brano 38:

Testo originale:

ac si haec omnia contemnis ac despicis, quod ita tibi persuaseris, ut palam dictitas, te dis hominibusque invitis amore in te incredibili quodam C. Caesaris omnia quae velis consecuturum, ecquid audieris, ecquisnam tibi dixerit C. Caesarem nuper Aquileiae, cum de quibusdam esset mentio facta, dixisse C. Alfium praeteritum permoleste tulisse, quod in homine summam fidem probitatemque cognosset, graviterque etiam se ferre praetorem aliquem esse factum qui a suis rationibus dissensisset; tum quaesisse quendam, de Vatinio quem ad modum ferret; illum respondisse Vatinium in tribunatu gratis nihil fecisse; qui omnia in pecunia posuisset honore animo aequo carere debere.

Traduzione:

Certo, non te ne importa niente, ti reputi nettamente superiore perché ormai sei più che convinto – e non ne fai mistero con la gente – di poter esaudire ogni tuo desiderio, a dispetto degli dei e degli uomini, grazie allo straordinario attaccamento che Caio Cesare dimostra nei tuoi confronti; ma ti è giunta voce? Qualcuno ti ha detto che non molto tempo fa ad Aquileia, mentre si parlava di non so chi, Cesare ha dato sfogo al suo dispiacere per la triste sorte di Caio Alfio, di cui ben conosceva l’estrema lealtà e l’animo onesto? Ti hanno riferito che gli ha dato molto fastidio l’elezione a pretore di uno che aveva contrastato le sue decisioni? Uno tra i presenti, allora, gli avrebbe chiesto quale sarebbe stata la sua reazione se una sorte del genere fosse toccata a Vatinio; e Cesare avrebbe risposto che nel corso del suo tribunato Vatinio non aveva fatto nulla gratuitamente ed era dunque logico che si dovesse rassegnare a rimanere privo di cariche, lui che aveva sempre dato la priorità al denaro.

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Brano 39:

Testo originale:

quod si ipse, qui te suae dignitatis augendae causa, periculo tuo, nullo suo delicto, ferri praecipitem est facile passus, tamen te omni honore indignissimum iudicat, si te vicini, si adfines, si tribules ita oderunt ut repulsam tuam triumphum suum duxerint, si nemo aspicit quin ingemescat, nemo mentionem facit quin exsecretur, si vitant, fugiunt, audire de te nolunt, cum viderunt, tamquam auspicium malum detestantur, si cognati respuunt, tribules exsecrantur, vicini metuunt, adfines erubescunt, strumae denique ab ore improbo demigrarunt et aliis iam se locis conlocarunt, si es odium publicum populi, senatus, universorum hominum rusticanorum,?quid est quam ob rem praeturam potius exoptes quam mortem, praesertim cum popularem te velis esse neque ulla re populo gratius facere possis?

Traduzione:

Se, quindi, persino chi, per accrescere il suo prestigio, ti aveva lasciato tranquillamente correre a briglie sciolte (a tuo rischio e pericolo, però, e senza infrangere mai la legge), oggi ti giudica assolutamente indegno di ogni onore; se i vicini, i parenti, i compagni di tribù ti odiano al punto da considerare come un trionfo personale ogni tuo insuccesso in politica; se nessuno ti guarda senza gemere, ti menziona senza maledirti; se ti evitano, ti sfuggono, non vogliono nemmeno sentir parlare di te e, quando ti vedono, ti respingono come fossi un uccello del malaugurio; se i congiunti ti rifiutano, quelli della tua tribù ti detestano, i vicini ti temono, i consanguinei arrossiscono per la vergogna, persino le scrofole hanno lasciato quel tuo sporco muso e sono già rifiorite in altre parti del corpo; se, insomma, risulti pubblicamente antipatico al popolo romano, al senato e a tutti gli abitanti della campagna, qual è il motivo che ti fa preferire la pretura alla morte? Soprattutto se si considera che tu ci tieni tanto ad essere popolare! Non potresti davvero fare cosa pi? gradita al popolo!

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Brano 40:

Testo originale:

sed ut aliquando audiamus quam copiose mihi ad rogata respondeas, concludam iam interrogationem meam teque in extremo pauca de ipsa causa rogabo. Quaero quae tanta in te vanitas, tanta levitas fuerit ut in hoc iudicio T. Annium isdem verbis laudares quibus eum verbis laudare et boni viri et boni cives consuerunt, cum in eundem nuper ab eadem illa taeterrima furia productus ad populum cupidissime falsum testimonium dixeris? an erit haec optio et potestas tua, ut, cum Clodianas operas et facinerosorum hominum et perditorum manum videris, Milonem dicas, id quod in contione dixisti, gladiatoribus et bestiariis obsedisse rem publicam: cum autem ad talis viros veneris, non audeas civem singulari virtute, fide, constantia vituperare?

Traduzione:

Ma vorrei finalmente sentire con quanta facondia hai da rispondere alle mie domande; perciò concluderò il mio interrogatorio ponendoti poche ultime questioni sempre relative alla causa. Ad esempio: mi vuoi spiegare quale falsità, quale leggerezza ti hanno spinto a tessere gli elogi di Tito Annio in questo processo, utilizzando le stesse parole con cui di solito lo lodano le persone dabbene e i cittadini onesti? Tu, proprio tu che qualche tempo fa, portato davanti al popolo da quella medesima pericolosissima furia di Clodio, con tanto entusiasmo fornisti una falsa testimonianza proprio contro Milone? In questo modo, quando vedrai i mercenari di Clodio, banda di uomini facinorosi e corrotti, sarai libero di ripetere quanto già affermasti davanti a un’intera assemblea riunita: che Milone aveva letteralmente assediato lo Stato con l’aiuto di gladiatori e lottatori da circo; giunto, però, alla presenza di uomini come questi, non hai più il coraggio di criticare un cittadino dotato di particolare virtù, di lealtà, di fermezza?

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Brano 41:

Testo originale:

sed cum T. Annium tanto opere laudes et clarissimo viro non nullam laudatione tua labeculam adspergas?in illorum enim numero mavult T. Annius esse qui a te vituperantur: verum tamen quaero, cum in re publica administranda T. Annio cum P. Sestio consiliorum omnium societas fuerit ?id quod non solum bonorum, verum etiam improborum iudicio declaratum est; est enim reus uterque ob eandem causam et eodem crimine, alter die dicta ab eo quem tu unum improbiorem esse quam te (non) numquam soles confiteri, alter tuis consiliis, illo tamen adiuvante?quaero qui possis eos quos crimine coniungis testimonio diiungere? extremum illud est quod mihi abs te responderi velim, cum multa in Albinovanum de praevaricatione diceres, dixerisne nec tibi placuisse nec oportuisse Sestium de vi reum fieri? quavis lege, quovis crimine accusandum potius fuisse? etiam illud dixeris, causam Milonis, fortissimi viri, coniunctam cum hoc existimari? quae pro me a Sestio facta sint, bonis esse grata? non coarguo inconstantiam orationis ac testimoni tui?quas enim huius actiones probatas bonis esse dicis, in eas plurimis verbis testimonium dixisti; quicum autem eius causam periculumque coniungis, eum summis laudibus extulisti: sed hoc quaero, num P. Sestium, qua lege accusandum omnino fuisse negas, ea lege condemnari putes oportere? aut, si te in testimonio consuli noles, ne quid tibi auctoritatis a me tributum esse videatur, dixerisne in eum testimonium de vi quem negaris reum omnino de vi fieri debuisse?

Traduzione:

È vero, sono lodi sperticate quelle che tessi ora a Tito Annio, ma macchiano comunque la reputazione di un uomo tanto famoso: Milone, te lo garantisco, preferirebbe essere nel numero di quelli che disprezzi. Intendo, tuttavia, chiederti una cosa. C’è un punto su cui tutti, onesti e disonesti, si sono trovati d’accordo, ed è il seguente: nell’amministrazione dello Stato è sempre esistito un ottimo rapporto di collaborazione tra Tito Annio e Publio Sestio. Oggi, infatti, entrambi si ritrovano sotto accusa per via dello stesso motivo, schiacciati dal medesimo capo d’imputazione: il primo portato in giudizio da quel Clodio che, come sei solito affermare, è l’unico ad essere risultato talvolta peggio di te; l’altro incastrato dalle tue manovre, ma anche dall’aiuto del tuo degno compare. E allora come puoi separare nella testimonianza chi unisci nella colpa? Ed ora la mia ultimissima domanda, a cui pretenderei una risposta: tra le tante cose che hai detto contro Albinovano a proposito della sua collusione, non hai anche precisato che non conveniva accusare Sestio di violenza, che tu non eri d’accordo e che bisognava piuttosto incriminarlo di qualunque altra colpa, fondandosi su qualunque altra legge? Non hai poi aggiunto di considerare legata a lui la causa di Milone, uomo di estrema energia? E che risultava gradito alle persone dabbene tutto quanto Sestio aveva fatto per me? Non intendo evidenziare l’incoerenza del tuo discorso e della tua testimonianza – è lampante -: ora sostieni che il suo comportamento è stato apprezzato dagli onesti cittadini, prima, però, in qualità di teste, ti sei pronunciato contro; e ancora hai esaltato con le più grandi lodi chi poi gli associ quando si tratta di una causa, di un processo. Ma dimmi: ti sembra conveniente condannare Publio Sestio in base a quella legge secondo cui (e sono parole tue) non lo si doveva neanche incriminare? Se non vuoi che si ricorra a un testimone (sembrerei concederti un po’ di autorità), rispondimi: non ti sei scagliato contro Sestio, accusandolo di violenza, quando prima lo avevi difeso, insistendo che non era giusto imputargli questa colpa?

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