Di seguito trovi il testo originale (sulla sinistra) e la traduzione (sulla destra) delle Metamorfosi (Libro X) di Apuleio. Buona lettura!

Metamorfosi – Libro X – Brano 1:

Testo originale:

Die sequenti meus quidem dominus hortulanus quid egerit nescio, me tamen miles ille, qui propter eximiam impotentiam pulcherrime vapularat, ab illo praesepio nullo equidem contradicente dictum abducit atque a suo contubernio ? hoc enim mihi videbatur sarcinis propriis onustum et prorsum exornatum armatumque militariter producit ad viam. Nam et galeam nitore praedicantem et scutum gerebam longius relucens, sed etiam lanceam longissimo hastili conspicuam, quae scilicet non disciplinae tunc quidem causa, sed propter sarcinarum cumulo ad instar exercitus sedulo composuerat. Confecta campestri nec adeo difficili via quandam civitatulam pervenimus nec in stabulo, sed in domo cuiusdam decurionis devertimus. Statimque me commendato cuidam servulo ipse ad praepositum suum, qui mille armatorum ducatum sustinebat, sollicite proficiscitur.

Traduzione:

Che cosa sia accaduto il giorno dopo al mio ortolano, io non so; quanto a me, invece, senza che nessuno dicesse niente, fui prelevato dalla stalla proprio da quel soldato che per la sua prepotenza era stato lisciato a dovere. Passando dal suo alloggiamento, almeno così mi parve, mi caricò dei suoi bagagli, mi bardò con un equipaggiamento militare e mi avviò sulla strada. Portavo, infatti, un elmo luccicante e uno scudo ancora più lucente e anche una lancia, di quelle a punta lunga, non regolamentare, che ti fanno un certo effetto e che, messa là, in cima al mucchio dei bagagli, come s’usa nell’esercito, serviva più che altro a spaventare i passanti. Percorsa una strada in mezzo ai campi abbastanza agevole giungemmo a una cittadina e ci recammo non alla locanda ma alla casa del decurione. Il soldato mi affidò a un servo e lui si recò subito dal comandante che aveva sotto di sé mille uomini.

Metamorfosi – Libro X -Brano 2:

Testo originale:

Post dies plusculos ibidem dissignatum scelestum ac nefarium facinus memini, sed ut vos etiam legatis, ad librum profero. Dominus aedium habebat iuvenem filium prope litteratum atque ob id consequenter pietate modestia praecipuum, quem tibi quoque provenisse cuperes vel talem. Huius matre multo ante defuncta rursum matrimonium sibi reparaverat ductaque alia filium procreaverat alium, qui adaeque iam duodecimum annum aetatis supergressus erat. Sed noverca forma magis quam mortibus in domo mariti praepollens, seu naturaliter impudica seu fato ad extremum impulsa flagitium, oculos ad privignum adiecit. Iam ergo, lector optime, scito te tragoediam, non fabulam legere et a socco ad coturnum ascendere. Sed mulier illa, quamdiu primis elementis Cupido parvulus nutriebat, imbecillis adhuc eius viribus facile ruborem tenuem deprimens silentio resistebat. At ubi completis igne vaesano totis praecordiis inmodice bacchatus Amor exaestuabat, saevienti deo iam succubuit, et languore simulato vulnus animi metitur [in] corporis valetudinem. Iam cetera salutis vultusque detrimenta et aegris et amantibus examussim convenire nemo qui nesciat: pallor deformis, marcentes oculi, lassa genua, quies turbida et suspiritus cruciatus tarditate vehementior. Crederes et illam fluctuare tantum vaporibus febrium, nisi quod et flebat. Heus medicorum ignarae mentes, quid venae pulsus, quid coloris intemperantia, quid fatigatus anhelitus et utrimquesecus iactatae crebiter laterum mutuae vicissitudines? Dii boni, quam facilis licet non artifici medico cuivis tamen docto Veneriae cupidinis comprehensio, cum videas aliquem sine corporis calore flagrantem!

Traduzione:

Alcuni giorni dopo, ricordo che si scoprì proprio lì un delitto orribile, un crimine efferato, di cui voglio accennarvi in questo mio libro perché possiate conoscerlo anche voi. Il padrone di casa aveva un figlio, molto istruito e per questo modesto e virtuoso, tanto che anche tu, lettore, avresti gradito averne uno come lui. La madre era morta da molto tempo e il padre s’era risposato e da questo secondo matrimonio aveva avuto un figliolo che allora poteva contare dodici anni. Ma la matrigna che nella casa del marito si faceva notare più per la sua bellezza che per i buoni costumi, o perché lei era corrotta per natura o perché il destino la spingeva all’infamia più degradante, certo è che mise gli occhi sul figliastro. Bada bene, lettore, io sto raccontandoti di una tragedia non di una commediola e che quindi dal socco ora si passa al coturno. La donna, finché l’amore era sul nascere e quindi poco esigente, seppe resistere ai suoi deboli stimoli e soffocare facilmente in silenzio la tenue passione; ma quando il crudele iddio cominciò a divamparle in cuore e a diffondere come una smania per le sue intime fibre, ella cedette, e, fingendo un mortale languore nascose la ferita dell’animo dando ad intendere d’esser malata. Tutti sanno che il deperimento del volto è comune agli ammalati come agli innamorati: viso pallido, occhi languidi, gambe fiacche, sonni inquieti, respiro sempre più affannoso, via via che cresce la pena. A vederla pareva che lei si agitasse soltanto per un attacco di febbre e, invece, piangeva anche. E quanta ignoranza nei medici: cosa volevano dire il polso frequente, le vampe al viso, il respiro ansimante, il continuo voltarsi e rivoltarsi ora su un fianco ora sull’altro? Santo cielo! Com’è facile capire, anche senza essere un medico, cosa vuol dire quando uno brucia e non ha febbre, solo se si ha un po’ d’esperienza nelle cose d’amore.

Metamorfosi – Libro X -Brano 3:

Testo originale:

Ergo igitur impatientia furoris altius agitata diutinum rupit silentium at ad se vocari praecipit filium ? quod nomen in eo, si posset, ne ruboris admoneretur, libenter eraderet. Nec adulescens aegrae parentis moratus imperium, senili tristitie striatam gerens frontem, cubiculum petit, uxori patris matrique fratris utcumque debitum sistens obsequium. Sed illa cruciabili silentio diutissime fatigata et ut in quodam vado dubitationis haerens omne verbum, quod praesenti sermoni putabat aptissimum, rursum improbans nutante etiam nunc pudore, unde potissimum caperet exordium, decunctatur. At iuvenis nihil etiam tunc sequius suspicatus summisso vultu rogat ultro praesentis causas aegritudinis. Tunc illa nacta solitudinis damnosam occasionem prorumpit in audaciam et ubertim adlacrimans laciniamque contegens faciem voce trepida sic eum breviter adfatur: “Causa omnis et origo praesentis doloris set etiam medela ipsa et salus unica mihi tute ipse es. Isti enim tui oculi per meos oculos ad intima delapsi praecordia meis medullis acerrimum commovent incendium. Ergo miserere tua causa pereuntis nec te religio patris omnino deterreat, cui morituram prorsus servabis uxorem. Illius enim recognoscens imaginem in tua facie merito te diligo. Habes solitudinis plenam fiduciam, habes capax necessarii facinoris otium. Nam quod nemo novit, paene non fit.”

Traduzione:

La donna, dunque, nella sua eccitazione, non riuscendo più oltre a contenersi, decise di rompere il lungo silenzio e mandò a chiamare il figlio, nome questo che, se avesse potuto, per non arrossire, se lo sarebbe volentieri cancellato dalla mente. Il giovane non indugiò a obbedire all’ordine della matrigna ammalata e con la fronte segnata dalla tristezza e dal cruccio, come quella di un vecchio, con tutto il dovuto rispetto entrò nella camera della moglie di suo padre e della madre di suo fratello. La donna, però, depressa dal lungo tormentoso silenzio, fu ripresa dai dubbi e le parole che un momento prima aveva ritenute adatte per la circostanza, ora le sembravano sconvenienti e, trattenuta da un senso di vergogna, non sapeva da dove cominciare. E quando il giovane, non sospettando di nulla, le chiese con deferenza che male avesse, lei, approfittando che, malauguratamente, erano soli, divenne audace e scoppiando in un pianto dirotto, coprendosi il volto con un lembo della veste, con voce trepidante, così gli parlò brevemente: “Tu sei la causa, l’origine del mio male, ma tu sei anche il rimedio, la mia sola salvezza. I tuoi occhi, fissando i miei, mi son penetrati dentro fin nel profondo dell’animo e vi hanno acceso un fuoco che mi brucia tutta e che non riesco più a estinguere. Muoviti a pietà d’una donna che muore di te e non farti scrupolo per tuo padre a cui, in fondo, salvi la moglie che altrimenti morrebbe. Del resto io ti amo anche perché nel tuo volto ritrovo il suo. Non aver timore, siamo soli e c’è tutto il tempo per far quello che ormai è inevitabile; e poi, le cose che non si vengono a sapere è come se non fossero mai accadute.”

Metamorfosi – Libro X -Brano 4:

Testo originale:

Repentino malo perturbatus adulescens, quanquam tale facinus protinus exhorruisset, non tamen negationis intempestiva severitate putavit exasperandum, sed cautae promissionis dilatione leniendum. Ergo prolixe pollicetur et bonum caperet animum refectionique se ac saluti redderet impendio suadet, donec patris aliqua profectione liberum voluptati concederetur spatium, statimque se refert a noxio conspectu novercae. Et tam magnam domus cladem ratus indigere consilio pleniore ad quendam compertae gravitatis educatorem senem protinus refert. Nec quicquam diutina deliberatione tam salubre visum quam fuga celeri procellam fortunae saevientis evadere. Sed impatiens vel exiguae dilationis mulier ficta qualibet causa confestim marito miris persuadet artibus ad longissime dissitas festinare villulas. Quo facto maturae spei vesania praeceps promissae libidinis flagitat vadimonium. Sed iuvenis, modo istud modo aliud causae faciens, exsecrabilem frustratur eius conspectum, quoad illa, nuntiorum varietate pollicitationem sibi denegatam manifesto perspiciens, mobilitate lubrica nefarium amorem ad longe deterius transtulisset odium. Et adsumpto statim nequissimo et ad omne facinus emancipato quodam dotali servulo perfidiae suae consilia communicat; nec quicquam melius videtur quam vita miserum privare iuvenem. Ergo missus continuo furcifer venenum praesentarium comparat idque vino diligenter dilutum insontis privigni praeparat exitio.

Traduzione:

Il giovane rimase sconvolto da quella inattesa rivelazione e sebbene fosse inorridito dinanzi a un crimine così mostruoso, pensò di non esasperare la donna con un netto rifiuto ma di calmarla con vaghe promesse e, intanto, di prender tempo. Così le dette tutte le assicurazioni possibili e immaginabili, le disse di tirarsi su, di rimettersi in salute e di attendere che suo padre si assentasse per qualche viaggio perché allora essi si sarebbero goduti a loro agio. Così le disse e subito si sottrasse alla insidiosa presenza della matrigna e andò difilato a trovare il suo maestro, un vecchio di molta esperienza e di gran senno, pensando che in una così grave sciagura familiare fosse urgente un qualche saggio consiglio. I due ragionarono a lungo e insieme convennero che l’unico rimedio era quello di sottrarsi con la fuga alla tempesta che il destino avverso addensava su quella casa. Ma la donna che non ce la faceva più ad aspettare, con un pretesto qualsiasi e con straordinaria abilità riuscì a convincere il marito a recarsi subito in certe sue proprietà molto distanti di là. Fatto questo, ancor più eccitata perché vedeva appagata in anticipo la sua speranza, pretese che il ragazzo, come le aveva promesso, si concedesse alla sua libidine. Ma il giovane, ora con una scusa ora con un’altra, cercò di eludere l’infame convegno, tanto che la donna comprendendo chiaramente da tutti quei pretesti che egli non aveva alcuna intenzione di mantenere la sua promessa, con estrema volubilità, mutò il suo nefando amore in un odio ben più terribile. E chiamato un suo schiavo che s’era portato in dote, uno scellerato capace di tutti i delitti, lo mise a parte delle sue criminali intenzioni, e a entrambi non parve cosa migliore che uccidere lo sventurato ragazzo. Così la matrigna mandò subito quel delinquente a procurarsi un veleno a effetto istantaneo che, accuratamente sciolto nel vino, doveva togliere di mezzo il figliastro innocente.

Metamorfosi – Libro X -Brano 5:

Testo originale:

Ac dum de oblationis opportunitate secum noxii deliberant homines, forte fortuna puer ille iunior, proprius pessimae feminae filius, post matutinum laborem studiorum domum se recipiens, prandio iam capto sitiens repertum vini poculum, in quo venenum latebat inclusum, nescius fraudis occultae continuo perduxit haustu. Atque ubi fratri suo paratam mortem ebibit, examinis terrae procumbit, ilicoque repentina pueri pernicie paedagogus commotus ululabili clamore matrem totamque ciet familiam. Iamque cognito casu noxiae potionis varie quisque praesentium auctorem insimulabant extremi facinoris. Sed dira illa femina et malitiae novercalis exemplar unicum non acerba filii morte, non parricidii conscientia, infortunio domus, non luctu mariti vel aerumna funeris commota cladem familiae in vindictae compendium traxit, missoque protinus cursore, qui vianti marito domus expugnationem nuntiaret, ac mox eodem ocius ab itinere regresso personata nimia temeritate insimulat privigni veneno filium suum interceptum. Et hoc quidem non adeo mentiebatur, quod iam destinatam iuveni mortem praevenisset puer, sed fratrem iuniorem fingebat ideo privigni scelere peremptum, quod eius probrosae libidini, qua se comprimere temptaverat, noluisset succumbere. Nec tam immanibus contenta mendacis addebat sibi quoque ob detectum flagitium eundem illum gladium comminari. Tunc infelix duplici filiorum morte percussum magnis aerumnarum procellis aestuat. Nam et iuniorem incoram sui funerari videbat et alterum ob incestum parricidiumque capitis scilicet nimium mentitis lamentationibus ad extremum subolis impellebatur odium.

Traduzione:

Mentre quei due criminali s’accordavano sul momento più opportuno per dargli da bere il veleno, il ragazzo più giovane, proprio il figlio di quella perfida donna, rientrò a casa dalle lezioni del mattino e, fatta colazione e sentendo sete, vide quel bicchiere di vino in cui era stato messo il veleno e, non sospettando quale insidia nascondesse, bevve tutto d’un fiato. Così il ragazzo bevve la morte destinata al fratello e, di schianto, crollò esanime a terra. Accorse sgomenta tutta la servitù e la stessa madre alle grida del maestro sconvolto da quella repentina tragedia, e subito apparve chiaro che si trattava di veleno e ognuno cominciò a fare le più svariate supposizioni sugli autori di quell’orribile delitto. Ma quella femmina perversa, esempio più che unico della malvagità delle matrigne, non fu punto turbata dalla morte improvvisa del figlio, non sentì alcun rimorso per quel delitto, per la sventura della sua famiglia, per il dolore del marito, per il lutto che avrebbe avvolto la casa, ma trasse spunto da questa disgrazia per portare a compimento la sua vendetta. Inviò subito un corriere per informare della sciagura il marito che era in viaggio e, quando questi rientrò a precipizio, con un’audacia senza pari, disse che era stato il figliastro ad assassinare con il veleno suo figlio. E in questo, se vogliamo, mentiva fino a un certo punto, perché, in effetti, il ragazzo aveva rivolto su di sé la morte destinata all’altro; però aggiunse che il fratello minore era stato ammazzato dal figliastro perché lei non s’era concessa alle sporche voglie di quest’ultimo che aveva tentato di farle violenza. Inoltre, ancora non contenta di queste turpi menzogne, aggiunse che quando s’era visto smascherato, l’aveva minacciata con la spada. Sgomento per la perdita dei suoi due figli il povero padre si sentì come travolto da un’immane catastrofe. Il figlio più piccolo se lo vedeva infatti seppellire sotto i suoi occhi e l’altro sapeva che glielo avrebbero condannato a morte per incesto e omicidio. Eppure verso quest’ultimo, per le false lacrime di una moglie troppo amata, sentiva ormai un odio profondo.

Metamorfosi – Libro X -Brano 6:

Testo originale:

Vixdum pompae funebres et sepultura filii fuerant explicatae, et statim ab ipso eius rogo senex infelix, ora sua recentibus adhuc rigans lacrimis trahensque cinere sordentem canitiem, foro se festinus immittit. Atque ibi tum fletu tum precibus genua etiam decurionum contingens nescius fraudium pessimae mulieris in exitium reliqui filii plenis operabatur affectibus: illum incestum paterno thalamo, illum parricidam fraterno exitio et in comminata novercae caede sicarium. Tanta denique miseratione tantaque indignatione curiam sed et plebem maerens inflammaverat, ut remoto iudicandi taedio et accusationis manifestis probationibus et responsionis meditatis ambagibus cuncti conclamarint lapidibus obrutum publicum malum publice vindicari. Magistratus interim metu periculi proprii, ne de parvis indignationis elementis ad exitium disciplinae civitatisque seditio procederet, partim decuriones deprecari, partim populares compescere, ut rite et more maiorum iudicio reddito et utrimquesecus allegationibus examinatis civiliter sententia promeretur, nec ad instar barbaricae feritatis vel tyrannicae impotentiae damnaretur aliquis inauditus et in pace placida tam dirum saeculo proderetur exemplum.

Traduzione:

S’erano appena concluse con la sepoltura le cerimonie funebri che il povero vecchio con il viso ancora scavato dal pianto e i capelli bianchi sporchi di cenere, lasciò il sepolcro del figlio e raggiunse il tribunale. Qui, fra le lacrime e le implorazioni, gettandosi ai piedi dei decurioni, ignaro delle frodi della perfida moglie, scongiurò con tutta l’anima che l’altro suo figlio fosse condannato a morte, dichiarandolo colpevole di incesto per aver violato il talamo paterno, un fratricida per l’uccisione del fratello, un assassino per aver minacciato di morte la matrigna. E tanta fu la pietà, tanto lo sdegno che egli suscitò nei senatori e fra il popolo che di fronte ad accuse così schiaccianti e palesi e a prove così deboli e incerte portate a sua difesa, tutti gridarono che bisognasse tagliar corto con le lungaggini procedurali e che quel pericolo pubblico fosse condannato pubblicamente alla lapidazione. Ma i magistrati temendo di esporsi a un rischio troppo grande se da un banale motivo di sdegno il tumulto popolare avesse preso dimensioni tali da minacciare lo stesso ordine cittadino, da un verso si raccomandarono ai decurioni, dall’altro convinsero il popolo perché si istruisse un processo secondo tutte le regole della procedura nel rispetto della tradizione, si esaminassero le prove portate dall’una e dall’altra parte e si pronunziasse una sentenza regolare, non all’uso dei barbari o dei selvaggi o come fanno i tiranni e i prepotenti che condannano un cittadino senza nemmeno ascoltarlo; questo anche per non dare, in un’età di prosperità e di pace, un esempio di crudeltà.

Metamorfosi – Libro X -Brano 7:

Testo originale:

Placuit salubre consilium et ilico iussus praeco pronuntiat, patres in curiam convenirent. Quibus protinus dignitatis iure consueta loca residentibus rursum praeconis vocatu primus accusator incendit. Tunc demum clamatus inducitur etiam reus, et exemplo legis Atticae Martiique iudicii causae patronis denuntiat praeco neque principia dicere neque miserationem commovere. Haec ad istum modum gesta compluribus mutuo sermocinantibus cognovi. Quibus autem verbis accusator urserit, quibus rebus diluerit reus ac prorsus orationes altercationesque neque ipse absens apud praesepium scire neque ad vos, quae ignoravi, possim enuntiare, sed quae plane comperi, ad istas litteras proferam. Simul enim finita est dicentium contentio, veritatem criminum fidemque probationibus certis instructi nec suspicionibus tantam coniecturam permitti placuit, atque illum potissimum servum, qui solus haec ita gesta esse scire diceretur, sisti modis omnibus oportere. Nec tantillum cruciarius ille vel fortuna tam magni indicii vel confertae conspectu curiae vel certe noxia conscientia sua deterrimus, quae ipse finxerat, quasi vera adseverare atque adserere incipit: quod se vocasset indignatus fastidio novercae iuvenis, quod, ulciscens iniuriam, filiis eius mandaverit necem, quod promisisset grande silentii praemium, quod recusanti mortem sit comminatus, quod venenum sua manu temperatum dantum fratri reddiderit, quod ac criminis probationem reservatum poculum neclexisse (se) suspicatus sua postremum manu porrexit puero. Haec eximie nimis ad veritatis imaginem verberone illo simulata cum trepidatione proferente finitum est indicium.

Traduzione:

Questo saggio consiglio venne accolto e subito il banditore ebbe l’incarico di radunare i senatori nella curia. Quando ciascuno si fu seduto al posto che gli assegnava il suo rango, nuovamente il banditore si fece sentire e chiamò il primo accusatore, poi, a gran voce, anche l’imputato, mentre avvertiva gli avvocati, secondo la legge Attica e la procedura dell’Areopago a non dilungarsi in esordi e a non appellarsi alla pietà popolare. Che le cose fossero andate così io lo seppi dopo da alcune persone che continuarono a parlarne; quale poi sia stata la requisitoria del pubblico accusatore e con quali argomenti l’imputato si sia difeso e poi le arringhe e le discussioni, io non so proprio, confinato com’ero nella stalla, e quindi non sono in grado di riferirvelo; perciò su queste carte riporterò soltanto quello che ho potuto accertare. Dunque, terminati i dibattiti, fu deciso che la verità e l’attendibilità delle accuse fossero accertate da prove sicure per non giungere a una condanna così grave su semplici sospetti e che, quindi, era necessario far venire in tribunale quel famoso servo, il solo che a detta di tutti, sapeva com’erano andate effettivamente le cose. Ma quel delinquente, per nulla turbato dall’esito incerto di un processo così importante, né dalla maestà della curia riunita al completo e tanto meno dalla sua coscienza sporca, cominciò a raccontare un sacco di fandonie facendole passare per pura verità, che cioè quel giovane, infuriato per la repulsa della matrigna, lo aveva chiamato e per vendicarsi gli aveva chiesto di uccidere il figlio della donna promettendogli un grosso premio in cambio del suo silenzio; e che siccome lui s’era rifiutato, lo aveva minacciato di morte; che gli aveva consegnato il veleno da far bere al fratello, preparato con le sue mani, ma che poi, sospettando che egli non compisse il delitto e si tenesse la tazza come prova, alla fine l’aveva porta al ragazzo lui stesso. Con queste dichiarazioni che quel miserabile fece con un’aria tutta spaventata e come se dicesse le cose pi? vere di questo mondo, il processo ebbe termine.

Metamorfosi – Libro X -Brano 8:

Testo originale:

Nec quisquam decurionum tam aequus remanserat iuveni, quin eum evidenter noxae compertum insui culleo pronuntiaret. Cum iam sententiae pares, cunctorum stilis ad unum sermonem congruentibus, ex more perpetuo in urnam aeream deberent coici, quo semel conditis calculis, iam cum rei fortuna transacto, nihil postea commutari licebat, sed mancipabatur potestas capitis in manum carnificis, unus e curia senior prae ceteris compertae fidi atque auctoritatis praecipuae medicus orificium urnae manu contegens, ne quis mitteret calculum tenere, haec ad ordinem pertulit: “Quod aetatis sum, vobis adprobatum me vixisse gaudeo, nec patiar falsis criminibus petito reo manifestum homicidium perpetrari nec vos, qui vire iurando adstrictis, inductos servuli mendacio peierare. Ipse non possum calcata numinum religione conscientiam meam fallens perperam pronuntiare. Ergo, ut res est, de me cognoscite.

Traduzione:

Fra i decurioni non vi fu più nessuno disposto alla benevolenza. Di fronte all’evidenza tutti ritennero di dover proclamare il giovane colpevole e degno di essere cucito nel sacco. La sentenza fu unanime ed era già stata trascritta sulle schede che ciascuno si apprestava a metter nell’urna di bronzo secondo la consuetudine di sempre, dove, una volta deposte, avrebbero irrevocabilmente segnato la sorte del reo e rimesso la sua testa al carnefice, quando un senatore, uno dei pi? anziani, stimato da tutti per la sua rettitudine e medico di grande prestigio, coprendo con la mano la bocca dell’urna per evitare una votazione affrettata, così parlò alla corte: “Mi consola il fatto di aver vissuto così a lungo sempre nella vostra stima e perciò non posso consentire che, condannando costui sotto falsa accusa si commetta un vero e proprio assassinio, né che voi, chiamati a esercitare la giustizia sotto il vincolo del giuramento, fuorviati dalle menzogne di uno schiavo, diventiate voi stessi spergiuri. Almeno per quel che mi riguarda, io non posso calpestare il timore degli dei e venir meno alla mia coscienza pronunciando una condanna ingiusta. Perciò ascoltatemi e saprete come sono andate veramente le cose.

Metamorfosi – Libro X -Brano 9:

Testo originale:

Furcifer iste, venenum praesentarium comparare sollicitus centumque aureos solidos offerens pretium, me non olim convenerat, quod aegroto cuidam dicebat necessarium, qui morbi inextricabilis veterno vehementer implicitus vitate se cruciatui subtrahere gestiret. At ego, perspiciens malum istum verberonem blaterantem atque inconcinne causificantem certusque aliquod moliri flagitium, dedi quidem potionem, dedi; sed futurae quaestioni praecavens non statim pretium, quod offerebatur, accepi, aureorum nequam vel adulter reperiatur, in hoc ipso sacculo conditos eos anulo tuo praenota, donec altera die nummulario praesente comprobentur”. Sic inductus signavit pecuniam, quam exinde, ut iste repraesentatus est iudicio, iussi de meis aliquem curriculo taberna promptam adferre et en ecce perlatam coram exhibeo. Videat et suum sigillum recognoscat. Nam quem ad modum eius veneri frater insimulari potest, quod iste comparaverit?”

Traduzione:

Questo furfante, non molto tempo fa, mi si presentò con cento monete d’oro sonanti dicendomi che aveva urgente bisogno di un veleno a pronto effetto per un malato che, colpito da un male inguaribile, voleva farla finita con una vita di sofferenze. Io, però, mi accorsi che questo sciagurato s’impappinava, adduceva confusi pretesti e così mi convinsi che stava macchinando qualche delitto. Allora gli detti il veleno, certo che glielo detti, ma prevedendo quanto prima un’inchiesta, non ritirai il compenso che mi aveva offerto: ‘Sta a sentire,’ gli dissi, ‘nel caso che qualcuna di queste monete fosse falsa o fuori corso, domani le controlleremo davanti a un banchiere.’ Lui ci cascò e sigillò il denaro, così quando l’ho visto comparire in tribunale, ho detto a un mio schiavo di correre in bottega a prendere il sacchetto e di portarlo qui. Eccolo, io ve lo esibisco. E se lo guardi anche lui e dica che non e il suo sigillo. E allora, com’è che si può accusare il fratello se il veleno l’ha comprato costui?”

Metamorfosi – Libro X -Brano 10:

Testo originale:

Ingens exinde verberonem corripit trepidatio et in vicem humani coloris succedit pallor infernus perque universa membra frigidus sudor emanabat: tunc pedes incertis alternationibus commovere, modo hanc, modo illam capitis partem scalpere et ore semiclauso balbuttiens nescio quas afannas effutire, ut eum nemo prorsus a culpa vacuum merito crederet; sed revalescente rursus astutia constantissime negare et accersere mendacii non desinit medicum. Qui praeter iudicii religionem cum fidem suam coram lacerari videret, multiplicato studio verberonem illum contendit redarguere, donec iussu magistratuum ministeria publica contrectatis nequissimi servi manibus anulum ferreum deprehensum cum signo sacculi conferunt, quae comparatio praecedentem roboravit suspicionem. Nec rota vel eculeus more Graecorum tormentis eius apparata iam deerant, sed offirmatus mira praesumptione nullis verberibus ac ne ipso quidem succumbit igni.

Traduzione:

Allora questo mascalzone fu preso da un tremito convulso, perse il suo colorito naturale e divenne cadaverico, cominciò a sudar freddo per tutto il corpo e a non star fermo un momento con i piedi, a grattarsi continuamente la testa, a borbottare nella bocca semichiusa parole incomprensibili, così che ognuno capì che qualcosa sulla coscienza doveva avercela. C’è da dire, però, che egli riprese quasi subito il controllo di sé e furbo com’era, cominciò a negare, anzi ad accusare il medico di mendacio. Allora questi, vedendo che oltre l’autorità della corte si offendeva l’onorabilità della sua persona, raddoppiò la sua foga oratoria per confondere quel farabutto tanto che, su ordine dei magistrati, i pubblici ufficiali afferrarono le mani di quell’infame schiavo, gli strapparono l’anello di ferro e lo confrontarono con il sigillo del sacchetto: il raffronto confermò il sospetto iniziale. Si passò allora alla tortura e, all’uso greco, non gli furono risparmiati la ruota e il cavalletto. Ma egli oppose una resistenza eccezionale e non si piegò né alle frustate né al fuoco.

Metamorfosi – Libro X -Brano 11:

Testo originale:

Tunc medicus: “Non patiar” inquit “hercules, non patiar vel contra fas de innocente isto iuvene supplicium vos sumere vel hunc ludificato nostro iudicio poenam noxii facinoris evadere. Dabo enim rei praesenti evidens argumentum. Nam cum venenum peremptorium comparare pessimus iste gestiret nec meae sectae crederem convenire causas ulli praebere mortis nec exitio sed saluti hominum medicinam quaesitam esse didicissem, verens ne, si daturum me negassem, intempestiva repulsa viam sceleri subministrarem et ab alio quopiam exitiabilem mercatus hic potionem vel postremum gladio vel quovis telo nefas inchoatum perficeret, dedi venenum, sed somniferum, mandragoram illum gravedinis compertae famosum et morti simillimi soporis efficacem. Nec mirum desperatissimum istum latronem certum extremae poenae, quae more maiorum in eum competit, cruciatus istos ut leviores facile tolerare. Sed si vere puer meis temperatam manibus sumpsit potionem, vivit et quiescit et dormit et protinus marcido sopore discusso remeabit ad diem lucidam. Quod [sive peremtus est] si morte praeventus est, quaeratis licet causas mortis eius alias.”

Traduzione:

Allora il medico: “No, non permetterò, perdio, non posso permettere che voi contro ogni giustizia condanniate a morte questo giovane innocente e che costui, prendendosi beffa di questo tribunale, sfugga alla pena che si merita per l’orrendo delitto commesso. Eccovi, allora, la prova decisiva del fatto in questione. Dunque, quando vidi che questo sciagurato insisteva per avere un veleno a effetto fulminante, subito riflettei che come medico io non potevo dare a un tizio qualunque sostanze che facessero morire ben sapendo che la medicina serve a guarire gli uomini non a ucciderli; però, temendo che se io gli avessi negato il veleno, non è che col mio rifiuto gli avrei tolta l’occasione di porre in atto il suo crimine in quanto egli se lo sarebbe procurato da un altro o avrebbe usato, alla fin fine, la spada o un’altra arma, io glielo diedi, ma era un sonnifero, quello famoso che si estrae dalla mandragora e che fa piombare in un letargo simile alla morte. Non c’è da stupirsi, quindi, se questo furfante sopporta la tortura; egli la ritiene ancora il male minore perché sa che per lui non c’è più speranza e che, secondo le leggi degli antenati, lo aspetta la pena di morte. Ma se è vero che quel ragazzo ha bevuto la pozione preparata da me, è vero anche che egli è vivo e che ora riposa e dorme e che fra poco, quando si ridesterà dal suo sonno profondo, tornerà alla luce del giorno. Se, invece, egli è morto bisognerà che voi cerchiate altrove le cause del suo decesso.”

Metamorfosi – Libro X -Brano 12:

Testo originale:

Ad istum modum seniore adorante placuit, et itur confestim magna cum festinatione ad illud sepulchrum quo corpus pueri depositum iacebat. Nemo de curia, de optimatibus nemo ac ne de ipso quidem populo quisquam, qui non illuc curiose confluxerit. Ecce pater, suis ipse manibus coperculo capuli remoto, commodum discusso mortifero sopore surgentem postliminio mortis deprehendit filium eumque complexum artissime, verbis impar praesenti gaudio, producit ad populum. Atque ut erat adhuc feralibus amiculis instrictus atque obditus deportatur ad iudicium puer. Iamque liquido servi nequissimi atque mulieris nequioris patefactis sceleribus procedit in medium nuda veritas et novercae quidem perpetuum indicitur exsilium, servus vero patibulo suffigitur et omnium consensu bono medico sinuntur aurei, opportuni somni pretium. Et illius quidem senis famosa atque fabulosa fortuna providentiae divinae condignum accepit exitum, qui momento modico immo puncto exiguo post orbitatis periculum adulescentium duorum pater repente factus est.

Traduzione:

Con questo discorso il vecchio ebbe partita vinta e subito tutti si recarono di corsa al sepolcro dove giaceva composto il corpo del ragazzo. Non ci fu un senatore, un nobile, o anche uno solo del popolo che, spinto dalla curiosità, non vi accorresse. Ed ecco il padre, alzato con le proprie mani il coperchio della bara, vide che il figlio, proprio allora, stava destandosi dal profondo letargo e tornava dalla morte alla vita; e strettoselo forte fra le braccia, senza riuscire a dir parola per la troppa gioia, lo mostrò al popolo; poi, così com’era ancora avvolto nelle vesti funebri, lo portò in tribunale e la verità venne fuori e piena luce fu fatta sugli intrighi dell’infame servo e dell’ancor più infame moglie. La matrigna fu condannata all’esilio perpetuo, il servo al patibolo e il bravo medico, su proposta unanime, in premio di quel sonno provvidenziale, s’ebbe le monete d’oro. E fu proprio la mano della divina provvidenza a far concludere così l’avventura straordinaria e clamorosa di quel vecchio che dopo aver corso il pericolo di vedersi privato dei suoi due giovani figli, in poco tempo, anzi nel giro di qualche istante, si ritrovò padre di entrambi.

Metamorfosi – Libro X -Brano 13:

Testo originale:

At ego tunc temporis talibus fatorum fluctibus volutabar. Miles ille, qui me nullo vendente comparaverat et sine pretio suum fecerat, tribuni sui praecepto debitum sustinens obsequium, litteras ad magnum scriptas principem Romam versus perlaturus, vicinis me quibusdam duobus servis fratribus undecim denariis vendidit. Hic erat dives admodum dominus. At illorum alter pistor dulciarius, qui panes et mellita concinnabat edulia, alter cocus, qui sapidissimis intrimentis sucuum pulmenta condita vapore mollibat. Vnico illi contubernio communem vitam sustinebant meque ad vasa illa compluria gestanda praestinarant, quae domini religiones plusculas pererrantis variis usibus erant necessaria. Adsciscor itaque inter duos illos fratres tertius contubernalis, haud ullo tempore tam benivolam fortunam expertus. Nam vespera post opiparas cenas eramque splendidissimo apparatus multas numero partes in cellulam suam mei solebant reportare domini: ille porcorum, pullorum, piscium et cuiusce modi pulmentorum largissima reliquias, hic panes, crustula, lucunculos, hamos, lacertulos et plura scitamenta mellita. Qui cum se refecturi clausa cellula balneas petissent, oblatis ego divinitus dapibus adfatim saginabar. Nec enim tam stultus eram tamque vere asinus, ut dulcissimi illis relictis cibis cenarem asperrimum faenum.

Traduzione:

Quanto a me la sorte continuava a sballottarmi di qua e di là. Quel soldato che mi aveva comprato senza che nessuno mi avesse venduto e s’era appropriato di me senza aver sborsato nemmeno un soldo, fu comandato dal suo tribuno di portare a Roma un messaggio all’imperatore e così mi vendette per undici denari a due fratelli del luogo. Costoro erano gli schiavi di un uomo molto ricco: uno era pasticciere e faceva ciambelle e dolcetti al miele, l’altro era cuoco e preparava succulenti bocconcini di carne cotti in salse piccanti. Abitavano insieme e facevano vita in comune. Mi avevano comprato per farmi trasportare i molti utensili, di tutti i generi, che occorrevano al padrone sempre in viaggio da un posto all’altro. Così fui accolto dai due fratelli come terzo coinquilino e mai per me vi fu pacchia maggiore. La sera, in fatti, dopo certi pranzetti stupendi, ch’erano uno spettacolo, i miei padroni portavano in camera ogni sorta di avanzi: uno se ne veniva con interi pezzi di maiale, polli, pesce e pietanze di tutte le specie, l’altro con pani vari, pasticcini, ciambelle, biscotti a forma di amo, di lucertola, e squisiti dolci al miele. E così, quando i due, chiusa la camera, se ne andavano alle terme per ristorarsi un pò, io mi rimpinzavo alla bell’e meglio con quelle delizie piovutemi dal cielo. Mica ero davvero così stupido e così asino da mangiarmi il mio fieno indigesto e lasciar lì tutte quelle squisitezze.

Metamorfosi – Libro X -Brano 14:

Testo originale:

Et diu quidem pulcherrime mihi furatrinae procedebat artificium, quippe adhuc timide et satis parce subripienti de tam multis pauciora nec illis fraudes ullas in asino suspicantibus. At ubi fiducia latenti pleniore capta partes opimas quasque devorabam et iucundiora eligens abligurribam dulcia, suspicio non exilis fratrum pupugit animos, et quanquam de me nihil etiam tum tale crederent, tamen cotidiani damni studiose vestigabant reum. Illi vero postremo etiam mutuo sese rapinae turpissimae criminabantur, iamque curam diligentiorem at acriorem custodelam et dinumerationem adhibebant partium. Tandem denique rupta verecundia sic alter alterum compellat: “At istud iam neque aequum ac ne humanum quidem cotidie te partes electiores surripere atque iis divenditis peculium latenter augere, de reliquis aequam vindicare divisionem, Si tibi denique societas ista displicet, possumus omnia quidem cetera fratres manere, ab isto tamen nexu communionis discidere. Nam videro in immensum damni procedentem querelam nutrire nobis immanem discordiam.” Subicit alvis: “Laudo istam tuam mehercules et ipse constantiam, quod cotidie furatis clanculo partibus praevenisti querimoniam, quam diutissime sustinens tacitus ingemescebam, ne viderer rapinae sordidae meum fratrem arguere. Sed bene, quod utrimquesecus sermone prolato iacturae remedium quaeritur, ne silentio procedens simultas Eteocleas nobis contentiones pariat.”

Traduzione:

Per un po’ quel mio rubacchiare andò a meraviglia, dal momento che io cercavo di controllarmi e in tutta quell’abbondanza pizzicavo di sottecchi soltanto qualcosa qua e là, né, d’altra parte, i due potevano minimamente sospettare di un asino. Ma quando io presi coraggio e, vedendo che mi andava sempre liscia, cominciai a darci sotto coi bocconi più appetitosi e a farmi il palato ai dolci più prelibati, un sospetto non infondato mise sul chi va là i due fratelli che, assolutamente non dubitando ancora di me, cominciarono a chiedersi chi potesse essere mai l’autore di quelle giornaliere sparizioni. Alla fine, di quella vigliaccata, s’incolparono addirittura a vicenda e si misero a far la guardia ai pezzi e perfino a contarseli con una pignoleria odiosa. Un bel giorno se le dissero fuori dei denti: “Non è giusto,” cominciò uno apostrofando il compagno, “e neanche corretto che tu ogni giorno ti sgraffigni i pezzi più buoni e te li vai a vendere per farci su il gruzzoletto e che poi, di quello che resta, vuoi ancora fare a metà. Se la nostra società non ti sta più bene possiamo sempre scioglierla pur restando buoni fratelli, perché continuando così con tutta questa roba che sparisce, andrà a finire che noi litigheremo brutto.” “Ostia, ne hai della sfacciataggine,” rimbeccò l’altro. “Sei tu che ogni giorno, sotto sotto, ti freghi i pezzi e ora pure ti lagni, quando io mi tenevo in corpo la rabbia proprio per non incolpare mio fratello d’una vigliaccata simile. Ma è bene, ora, che tutti e due ne abbiamo parlato, proprio per trovare una soluzione a questa brutta faccenda, altrimenti continuando a starcene zitti avremmo finito per azzuffarci come Eteocle e Polinice.”

Metamorfosi – Libro X -Brano 15:

Testo originale:

His et similibus altercati conviciis deierantur utrique nullam se prorsus fraudem, nullam denique subreptionem factitasse, sed plane debere cunctis artibus communis dispendii latronem inquiri; nam neque asinum, qui solus interesset, talibus cibis adfici posse, et tamen cotidie partis electiles comparere nusquam, nec utique cellulam suam tam immanes involare muscas, ut olim Harpyiae fuere, quae diripiebant Phineias dapes. Interea liberalibus cenis inescatus et humanis adfatim cibis saginatus corpus obesa pinguitie compleveram, corium arvina suculenta molliveram, pilum liberali nitore nutriverat. Sed iste corporis mei decor pudori peperit grande dedecus. Insolita namque tergoris vastitate commoti, faenum prorsus intactum cotidie remanere cernentes, iam totis ad me dirigunt animos. Et hora consueta velut balneas petituri clausis ex more foribus per quandam modicam cavernam rimantur me passim expositis epulis inhaerentem. Nec ulla cura iam damni sui habita mirati monstruosas asini delicias risu maximo dirumpuntur vocatoque uno et altero ac dein pluribus conservis gulam. Tantum denique ac tam liberatis cachinnus cunctos invaserat, ut ad aures quoque praetereuntis perveniret domini.

Traduzione:

E seguitarono a querelarsi finché non giurarono entrambi di non aver commesso alcuna frode, di non aver mai sottratto nulla e, quindi, che bisognasse a tutti i costi cercare il ladro che li derubava. L’unico che restava in casa, dicevano era l’asino ma a questo non piacevano certi cibi; eppure, ogni giorno, scompariva la roba migliore e le mosche che bazzicavano in quella stanza mica eran grosse come le Arpie che razziavano i cibi a Fineo. Intanto io, preso per la gola da tutte quelle ghiottonerie e continuando a rimpinzarmi con quei cibi destinati agli uomini, avevo messo su un bel po’ di ciccia; la pelle era diventata grassa e morbida e anche il pelo s’era fatto tutto lucente. Ma fu proprio il bell’aspetto fisico a procurarmi una grossa mortificazione. Infatti, quando i due si accorsero che io continuavo ad ingrassare e che d’altra parte il fieno restava sempre là intatto, cominciarono ad appuntar su di me i loro sospetti e un giorno, facendo finta di andare ai bagni come al solito, mi chiusero dentro ma si misero a spiare da una fessura della porta e videro che io m’ero già buttato a piene ganasce su quelle vivande lì a disposizione. Lo stupore nel vedere un asino che si dava a quegli strani piaceri fece loro passar di mente tutto il danno subito e, scoppiando in una gran risata, chiamarono ad uno ad uno tutti i compagni perché anch’essi vedessero una cosa incredibile: a che punto arrivava la golosità di uno sciocco animale. E allora tali e tante furono le risate, che giunsero fino alle orecchie del padrone che si trovava a passare da quelle parti.

Metamorfosi – Libro X -Brano 16

Testo originale:

Sciscitatus denique, quid bonum rideret familia, cognito quod res erat, ipse quoque per idem prospiciens forarem delectatur eximie; ac dehinc risu ipse quoque latissimo adusque intestinorum dolorem redactum, iam patefacto cubiculo proxime consistens coram arbitratur. Nam et ego tandem ex aliqua parte mollius mihi renidentis fortunae contemplatum faciem, gaudio praesentium fiduciam mihi subministrante, nec tantillum commotus securus esitabam, quoad novitate spectaculi laetus dominus aedium duci me iussit, immo vero suis etiam ipse manibus ad triclinium perduxit mensaque posita omne genus edulium solidorum et inlibata fercula iussit adponi. At ergo quanquam iam bellule suffarcinatus, gratiosum commendatioremque me tamen ei fare cupiens esurienter exhibitas escas adpetebam. Nam et quid potissimum abhorreret asino excogitantes scrupulose ad explorandam mansuetudinem id offerebant mihi, carnes lasere infectas, altilia pipere inspersa, pisces exotico iure perfusos. Interim convivium summo risu personabat. Quidam denique praesentes scurrula: “Date? inquit “sodali huic quippiam meri.” Quod dictum dominus secutus: “Non adeo” respondit “absurde iocatus es, furcifer; valde enim fleri potest, ut contubernalis noster poculum quoque mulsi libenter adpetat.” Et “heus”, ait ” puer, lautum diligenter ecce illum aureum cantharum mulso contempera et offer parasito meo; simul, quod ei praebiberim, commoneto.” Ingens exin oborta est epulonum exspectatio. Nec ulla tamen ego ratione conterritus, otiose ac satis genialiter contorta in modum linguae postrema labia grandissimum illum calicem uno haustum perduxi. Et clamor exsurgit consola voce cunctorum salute me prosequentium.

Traduzione:

Costui chiese cosa ci fosse di tanto bello da far ridere tutta la servitù e quando gli dissero di che si trattava, volle anch’egli guardare dal buco e si divertì moltissimo. Rideva a crepapelle fino ad aver male alla pancia e per osservar meglio la cosa aprì la porta della stanza e mi venne vicino. Da parte mia vedendo che finalmente la fortuna mi mostrava il suo volto propizio e incoraggiato dal buon umore di tutta quella gente, senza minimamente scompormi, continuai a mangiare, fin quando il padrone, divertito dalla stranezza di quello spettacolo, ordinò che mi si conducesse al palazzo, anzi fu lui stesso a portarmici, fino in sala da pranzo, e fatta imbandire la tavola volle che mi fossero portati cibi in quantità e pietanze d’ogni specie non ancora toccate. Io, benché fossi sazio, per rendermi simpatico, mi misi a trangugiare tutti i cibi che mi offrivano e così, quelli, tutti a pensare quali potevano essere le pietanze più ostiche per un asino e a mettermele davanti, per provare fino a che punto io fossi addomesticato: mi dettero carni alla senape, volatili cosparsi di pepe, pesci in salse piccanti, mentre tutta la sala rintronava di risate. “Dateci del vino a questo amico,” se ne uscì uno dei presenti, in vena di far dello spirito. E il padrone, cogliendo a volo: “Mica è malvagia la tua idea, brigante che sei; forse forse il nostro amico se lo fa volentieri un bicchierino di quello dolce!” e rivolto a un servo: “Ehi, tu ragazzo, pulisci bene quel calice d’oro, riempilo e offrilo al mio ospite, assicurandolo che io ho già bevuto alla sua salute.” Allora fra i convitati ci fu un momento di grande attesa. Ma io, per nulla preoccupato, tranquillamente e con grazia, sporsi il labbro inferiore come se fosse la lingua e vuotai tutto d’un fiato quel calice enorme. Si levò, allora, un’ovazione e i presenti, a una voce, mi gridarono “evviva”.

Metamorfosi – Libro X -Brano 17:

Testo originale:

Magno denique delibutus gaudio dominus, vocatis servis suis, emptoribus meis, iubet quadruplum restitui pretium meque cuidam acceptissimo liberto suo et satis peculiato magnam praefatus diligentiam tradidit. Qui me satis humane satisque comiter nutriebat et, quo se patrono commendationem faceret, studiosissime voluptates eius per meas argutias instruebat. Et primum me quidem mensam accumbere suffixo cubito, dein adluctari et etiam saltares sublatis primoribus pedibus perdocuit, quodque esset adprime mirabile, verbis nutum commodare, ut quod nollem relato, quod vellem deiecto capite monstrarem, sitiensque pocillatore respecto, ciliis alterna conivens, bibere flagitarem. Atque haec omnia perfacile oboediebam, quae nullo etiam monstrante scilicet facerem. Sed verebar ne, si forte sine magistro humano ritu ederem pleraque, rati saevum praesagium portendere, velet monstrum ostentumque me obtruncatum vulturiis opimum pabulum redderent. Iamque rumor publice crebruerat, quo conspectum atque famigerabilem meis miris artibus affeceram dominum: hic est, qui sodalem conivamque possidet asinum luctantem, asinum saltantem, asinum voces humanas intellegentem, sensum nutibus exprimentem.

Traduzione:

Allora il padrone che per la gioia non stava più nella pelle, chiamati i servi che mi avevano comprato, fece restituir loro il quadruplo della somma pagata e, con mille raccomandazioni, mi affidò alle cure di un suo fedelissimo liberto, per giunta assai danaroso. Costui mi trattava proprio con umanità e aveva per me un sacco di attenzioni e per ingraziarsi il suo protettore faceva di tutto perché le mie trovate lo divertissero. E così mi insegnò per prima cosa a stare a tavola appoggiato sul gomito, poi a far la lotta, e a ballare tenendo alte le zampe anteriori, infine, cosa davvero straordinaria, a esprimermi per cenni. Così quando volevo dir di no io alzavo il capo, quando invece volevo dire di si lo abbassavo; se avevo sete, per chiedere da bere mi volgevo verso il coppiere e battevo le palpebre. Queste cose io le eseguivo molto facilmente e le avrei sapute fare anche se nessuno me le avesse insegnate, ma temevo che se avessi fatto tutto come un uomo, senza l’aiuto di un maestro, molti l’avrebbero preso come un cattivo presagio e credendomi un mostro o un prodigio mi avrebbero ucciso e lasciato in pasto agli avvoltoi. Intanto, però, la fama s’era sparsa e grazie alle mie straordinarie abilità, anche il mio padrone era diventato un uomo in vista: “Eccolo,” dicevano, “quello è l’uomo che ha un asino per amico, un asino che pranza con lui, che fa la lotta, che balla, che capisce i discorsi degli uomini e che si esprime a cenni.”

Metamorfosi – Libro X -Brano 18:

Testo originale:

Sed prius est ut vobis, quod initio facere debueram, vel nunc saltem referam, vis iste vel unde fuerit: Thiasus hoc enim nomine meus nuncupabatur dominus ? oriundus patria Corintho, quod caput est totius Achaiae provinciae, ut eius prosapia atque dignitas postulabat, gradatim permensis honoribus quinquennali magistratui fuerat destinatus, et ut splendori capessendorum responderet fascium, munus gladiatorum triduani spectaculi pollicitus latius munificentiam suam porrigebat. Denique gloriae publicae studio tunc Thessaliam etiam accesserat nobilissimas feras et famosos inde gladiatores comparaturus, iamque ex arbitrio dispositis coemptisque omnibus domuitionem parabat. Spretis luculentis illis suis vehiculis ac posthabitis decoris raedarum carpentis, quae partim contecta partim revelata frustra novissimis trahebantur consequiis, equis etiam Thessalicis et aliis iumentis Gallicanis, quibus generosa suboles perhibet pretiosa dignitatem, me phaleris aureis et fucatis ephippis et purpureis tapetis et frenis argenteis et pictilibus balteis et tintinnabulis perargutis exornatum ipse residens amantissime nonnumquam commisit adfatur sermonibus atque inter alia pleraque summe se delectari profitebatur, quod haberet in me simul et convivam et vectorem.

Traduzione:

Prima però devo dirvi chi era e da dove veniva questo mio padrone, anche se, veramente, avrei dovuto parlarvene fin dall’inizio. Ebbene, si chiamava Tiaso, era originario di Corinto, la capitale della provincia di Acaia e, dopo aver percorso tutti i gradi della carriera politica, come del resto esigevano la sua nobile stirpe e il suo rango, era stato designato alla magistratura quinquennale. Orbene per festeggiare degnamente l’assunzione della carica aveva promesso ben tre giorni di spettacoli gladiatori e aveva tutta l’intenzione di andar ben oltre con la sua munificenza. E, infatti, per il desiderio di farsi una notorietà, era andato perfino in Tessaglia a comperare le belve migliori e i gladiatori più rinomati. Quando giunse il momento di tornare in patria, dopo aver sistemato ogni cosa secondo la sua volontà e aver fatto tutti gli acquisti, non è che egli utilizzasse per sé i suoi magnifici cocchi, i suoi carri tirati da bestie feroci, che coperti o scoperti che fossero rimasero vuoti in coda al convoglio, ma volle amabilmente sedere sulla mia groppa, sdegnando perfino i puledri tessali o i cavalli di Gallia, purosangue ricercati a peso d’oro. Mi aveva messo finimenti dorati, una sella ricamata, una gualdrappa di porpora, un morso d’argento, briglie colorate e squillanti campanellini e ogni tanto ci rivolgeva paroline dolci, e fra le altre cose mi confessava che l’aver trovato in me un commensale e, nello stesso tempo, una cavalcatura, era la cosa che gli faceva più piacere.

Metamorfosi – Libro X -Brano 19:

Testo originale:

At ubi partim terrestri partim maritimo itinere confecto Corinthum accessimus, magnae civium turbae confluebant, ut mihi videbatur, non tantum Thiasi studentes honori quam mei conspectus cupientes. Nam tanta etiam ibidem de me fama pervaserat, ut non mediocri questui praeposito illo meo fuerim. Qui cum multos videret nimio favore lusus meos spectare gestientes, obserata fore atque singulis eorum sorsus admissis, stipes acceptans non parvas summulas diurnas corradere consuerat. Fuit in illo conventiculo matrona quaedam pollens et opulens. Quae more ceterorum visum meum mercata ac dehinc multiformibus ludicris delectata per admirationem adsiduam paulatim in admirabilem mei cupidinem incidit; nec ullam vaesanae libidini medelam capiens ad instar asinariae Pasiphaae complexus meos ardenter exspectabat, grandi denique praemio cum altore depecta est noctis unius concubitum; at ille nequaquam posset de me suave provenire, lucro suo tantum contentus, adnuit.

Traduzione:

Viaggiammo per terra e per mare e quando giungemmo a Corinto una gran folla ci venne incontro, non tanto per far bella accoglienza a Tiaso, almeno così mi parve, quanto per la curiosità di vedere me. Fin lì era giunta, infatti, la mia fama e a tal punto che il mio padrone ci fece un gruzzolo mica da poco. Egli aveva capito che la gente moriva dalla voglia di vedere le mie prodezze e allora pensò bene di farmi lavorare a porte chiuse, facendo entrare dietro pagamento uno per volta e rimediando, così, alla fine della giornata, una bella sommetta. Un giorno capitò fra gli altri una signora d’alto rango e molto ricca la quale per vedermi pagò come tutti gli altri, ma tanto fu lo spasso che provò per i miei svariati scherzi che a furia di star lì ad ammirarmi, a poco a poco fu presa da un’inconcepibile attrazione per me e non trovando rimedio alcuno a quella folle passione, novella Pasife ma di un asino, altro non cercava che i miei amplessi, tanto che, alla fine, sborsò una forte somma al mio custode per poter passare una notte con me. Costui senza minimamente preoccuparsi se la cosa garbava anche a me, ma pensando solo al suo torna conto, acconsentì.

Metamorfosi – Libro X -Brano 20:

Testo originale:

Iam demique cenati a triclinio domini decesseramus et iam dudum praestolantem cubiculo meo matronam offendimus. Dii boni, qualis ille quamque praeclarus apparatus! Quattuor eunuchi confestim pulvillis compluribus ventose tumentibus pluma delicata terrestrem nobis cubitum praestruunt, sed et strangula veste auro ac murice Tyrio depicta probe consternunt ac desuper brevibus admodum, sed satis copiosis pulvillis aliis nimis modicis, quis maxillas et cervices delicatae mulieres suffulcire consuerunt, superstruunt. Nec dominae voluptates diutina sua praesentia morati, clavis foribus facessunt. At intus cerei praeclara micantes luce nocturnas nobis tenebras inalbabant.

Traduzione:

E così, dopo cena, rientrando in camera mia dalla sala da pranzo del padrone trovammo la signora che già da un pezzo mi aspettava. Ma santo cielo che atmosfera e che lusso! Quattro eunuchi, lì per lì, con molti cuscini di morbide piume ci prepararono un giaciglio a terra, vi stesero una coperta di porpora di Tiro, tutta trapunta d’oro, e sopra misero molti altri piccoli cuscini, che le signore raffinate usano per appoggiarvi il collo e le guance. Ciò fatto per non ritardare oltre con la loro presenza i sollazzi della padrona, chiusero la porta della camera e se ne andarono. Dentro splendevano le candele che illuminavano a giorno le tenebre della notte.

Metamorfosi – Libro X -Brano 21:

Testo originale:

Tunc ipsa cuncto prorsus spoliata tegmine, taenia quoque, qua decoras devinxerat papillas, lumen propter adsistens, de stagneo vasculo multo sese perungit oleo balsamino meque indidem largissime perfricat, sed multo tanta impensius (cura) etiam nares perfundit meas. Tunc exosculata pressule, non qualia in lupanari solent basiola vel meretricum poscinummia vel adventorum negantinummia, sed pura atque sincera instruit et blandissimos adfatus: “Amo” et “Cupio” et “Te solum diligo” et “Sine te iam vivere nequeo” et cetera, quis mulieres et alios inducunt et suas testantur adfectationes, capistroque me prehensum more, quo didiceram, reclinat facile, quippe cum nil novi nihilque difficile facturus mihi viderer, praesertim post tantum temporis tam formosae mulieris cupiens amplexus obiturus; nam et vino pulcherrimo atque copioso memet madefeceram et ungento flagrantissimo prolubium libidinis suscitaram.

Traduzione:

Allora ella si mise tutta nuda, slacciandosi anche la fascia che le stringeva le dolci mammelle, poi si avvicinò alla luce, prese da un vasetto di stagno una pomata profumata e se la spalmò per tutto il corpo, strofinando abbondantemente anche me, soprattutto intorno alle narici. Poi cominciò a coprirmi di baci, non di quelli che ci si scambia nei bordelli, dove le troie te li dispensano a tanto l’uno e i clienti stan lì a tirar sul prezzo, ma baci veri, dati con tutta l’anima e tra parole dolcissime: “Ti amo”, “Ti desidero”, “Voglio te solo”, “Senza di te non posso più vivere” e tutte le altre frasi che le donne sanno dire quando vogliono incantare gli uomini e esprimere il loro amore. Poi mi prese per la cavezza e senza alcuna difficoltà mi fece stendere a terra al modo che mi avevano insegnato. A me non parve di dover far nulla di eccezionale o di difficile: dopo tanto tempo di astinenza c’era solo da soddisfare una bella signora che mi moriva dalla voglia. Per di più il vino che mi ero scolato, di quello buono, e quell’unguento da capogiro, avevano messo un certo qual prurito anche a me.

Metamorfosi – Libro X -Brano 22:

Testo originale:

Sed angebar plane non exili metu reputans, quem ad modum tantis tamque magis cruribus possem delicatam matronam inscendere vel tam lucida tamque tenera et lacte ac melle confecta membra duris ungulis complecti labiasque modicas ambroseo rore purpurantes tam amplo ore tamque enormi et saxeis dentibus deformi saviari, novissime quo pacto, quanquam ex unguiculis perpruriscens, mulier tam vastum genitale suscipet: heu me, qui dirrupta nobili femina bestiis obiectus munus instructurus sim mei domini! Molles interdum voculas et adsidua savia et dulces gannitus commorsicantibus oculis iterabat illa, et in summa: “Teneo te” inquit “teneo, meum palumbulum, meum passerem” et cum dicto vanas fuisse cogitationes meas ineptumque monstrat metus. Artissime namque complexa totum me prorsus, sed totum recepit. Illa vero quotiens ei parcens nates recellebam, accendes toties nisu rabido et spinam prehendes meam adplicitiore nexu inhaerebat, ut hercules etiam deesse mihi aliquid ad supplendam eius libidinem crederem, nec Minotauri matrem frustra delectatam putarem adultero mugiente. Iamque operosa et pervigili nocte transacta, vitata lucis conscientia facessit mulier condicto pari noctis futurae pretio.

Traduzione:

Tuttavia ero preoccupato e non poco se pensavo in che modo avrei fatto con quelle mie zampe grandi e grosse a montare una donna così delicata, ad abbracciare con i miei duri zoccoli quelle membra bianche, morbidette, fatte di latte e di miele, baciare quelle sue labbruzze rosse e umide d’ambrosia, io che avevo una bocca spropositata, enorme; armata di denti che sembravano macigni e, infine, come avrebbe fatto quella donna, benché tutta in calore fino alle punta delle unghie, ad accogliere in se un affare così grosso come il mio. “Povero me,” dicevo, “se ti sventro questa nobildonna sarò gettato alle belve e fornirà una scena in più allo spettacolo del mio padrone.” Intanto lei continuava a sussurrarmi dolci paroline, a coprirmi di baci, a mangiarmi con gli occhi fra gagnolii di piacere: “Finalmente ti tengo, ti godo piccioncino, passerottino mio,” e così dicendo mi dimostrava che erano del tutto infondate le mie preoccupazioni e fuor di luogo ogni timore. Infatti, tenendomi stretto stretto a sé, lo prese tutto, ma proprio tutto; anzi ogni volta che io mi tiravo un po’ indietro con le natiche, temendo di farle male, lei, di forza, tutta stizzita, mi si riattaccava e aggrappandosi alla mia schiena, mi teneva in una stretta ancor più intima, tanto che addirittura mi venne il dubbio se, perbacco, non me ne mancasse un po’ per soddisfare del tutto la sua libidine, e capii quale piacere doveva aver provato la madre del Minotauro col suo muggente amante. Dopo una notte insonne e laboriosa, tutta spesa così, la signora fuggì via evitando la compromettente luce dell’alba, non prima però di essersi accordata per la notte successiva allo stesso prezzo.

Metamorfosi – Libro X -Brano 23:

Testo originale:

Nec gravate magister meus voluptates ex eius arbitrio largiebatur partim mercedes amplissimas acceptando, raptim novum spectaculum domino praeparando. Incunctanter ei denique libidinis nostrae totam detegit scaenam. At ille liberto magnifice munerato destinat me spectaculo publico. Et quoniam neque egregia illa uxor mea propter dignitatem neque prorsus ulla alis inveniri potuerat grandi praemio, quae mecum incoram publicans pudicitiam populi caveam frequentaret. Eius poenae talem cognoveram fabulam. Maritum habuit, cuius pater peregre proficiscens mandavit uxoris suae, matri eiusdem iuvenis ? quod enim sarcina praegnationis oneratam eam relinquebat ? ut, si sexus sequioris edidisset fetum, protinus quo esset editum necaretur. At illa, per absentiam mariti nata puella, insita matribus pietate praeventa descivit ab obsequio mariti eamque prodidit vicinis alumnandam, regressoque iam marito natam necatamque nuntiavit. Sed ubi flos aetatis nuptialem virgini diem flagitabat nec ignaro marito dotare filiam pro natalibus quibat, quod solum potuit, filio suo tacitum secreto aperuit. Nam et oppido verebatur ne quos casu, caloris iuvenalis impetu lapsus, nescius nesciam sororem incurreret. Sed pietatis spectatae iuvenis et matris obsequium et sororis officium religiose dispensat et arcanis domus venerabilis silentii custodiae traditis, plebeiam facie tenus praetendes humanitatem, sic necessarium sanguinis sui munus adgreditur ut desolatam domus suae tutela receptaret ac mox artissimo multumque sibi dilecto contubernali, largius de proprio dotem, liberalissime traderet.

Traduzione:

Del resto il mio istruttore non aveva nulla in contrario ad elargirle a volontà di questi piaceri non solo perché ne ricavava lauti guadagni ma anche perché intendeva procurare al suo padrone uno spettacolo di nuovo genere. Infatti egli corse subito a descrivergli tutta la scena dei nostri amori e quello, ricompensato generosamente il suo liberto, dispose che io mi producessi in pubblico; ma poiché quella nobildonna non poteva prestarsi alla bisogna in quanto ne sarebbe andata di mezzo la sua dignità, e non se ne trovava nessun’altra disposta a una simile prestazione, nemmeno a pagarla a peso d’oro, si ricorse a una povera disgraziata condannata alle belve su sentenza del governatore, che avrebbe dovuto prodursi con me nell’anfiteatro davanti a tutto il popolo. Ma ecco quello che seppi di costei e della sua condanna: Essa era maritata a un giovane il cui padre, partendo per lontani paesi, aveva raccomandato alla moglie, madre appunto del suddetto ragazzo, e che egli ora lasciava un’altra volta incinta, che se avesse dato alla luce una femmina avrebbe dovuto subito ucciderla. E proprio una femmina, infatti, nacque durante l’assenza del marito; ma la moglie seguendo l’istinto proprio di ogni madre, disobbedì a quell’ordine e affidò la piccola ad alcuni vicini perché l’allevassero. Quando il marito tornò ella gli raccontò della femmina che era nata ma anche che l’aveva uccisa. Ma allorché la ragazza giunse nel fiore degli anni, nel tempo in cui la giovinezza reclama uno sposo, la madre, naturalmente, non fu in grado, all’insaputa del marito, di darle una dote adeguata alla sua nascita e così, non potendo far altro, confidò al figlio il suo grande segreto; anche perché temeva che questi, all’oscuro di tutto, giovane e ardente com’era, non mettesse eventualmente gli occhi addosso alla sorella anch’ella ignara di ogni cosa. Il giovane, che era di buonissimi sentimenti, assolse scrupolosamente il suo dovere verso la madre e i suoi obblighi verso la sorella: custodì sotto il più sacro silenzio il segreto della sua famiglia e, mostrando all’apparenza d’essere spinto soltanto da un normalissimo sentimento di umanità, fece ciò che il vincolo del sangue gli imponeva, cioè prese in casa, sotto la sua tutela, la povera fanciulla rimasta sola e senza l’appoggio dei genitori, le fece una ricca dote pigliando del suo e poi la diede in sposa a un carissimo e intimo amico.

Metamorfosi – Libro X -Brano 24:

Testo originale:

Sed haec bene atque optime plenaque cum sanctimonia disposita feralem Fortunae nutum latere non potuerunt, cuius instinctu domum iuvenis protinus se direxit saeva Rivalitas. Et illico haec eadem uxor eius, quae nunc bestiis propter haec ipsa fuerat addicta, coepit puellam velut aemulam tori succubamque primo suspicari, dehinc detestari, dehinc crudelissimis laqueis mortis insidiari, Tali denique comminiscitur facinus. Anulo mariti surrepto rus profecta mittit quendam servulum sibi quidem fidelem, sed de ipsa Fide pessime merentem, qui puellae nuntiaret quod eam iuvenis profectus ad villulam vocarent ad sese, addito ut sola et sine ullo comite quam maturissime perveniret. Et ne qua forte nasceretur veniendi cunctatio, tradit anulum marito subtractum, qui monstratus fidem verbis adstipularetur. At illa mandatu fratris obsequens ? hoc enim nomen sola sciebat ? respecto etiam signo eius, quod offerebatur, naviter, ut praeceptum fuerat, incomitata festinabat. Sed ubi fraudis extremae lapsa decipulo laqueos insidiarum accessit, tunc illa uxor egregia sororem mariti libidinosae furiae stimulis efferata primum quidem nudam flagris ultime verberat, dehinc quod res erat, clamantem quodque frustra paelicatus indignatione bulliret fratrisque nomen saepius iterantem velut mentitam atque cuncta fingentem titione candenti inter media femina detruso crudelissimae necavit.

Traduzione:

Ma tutte queste belle e buone e sacrosante azioni fatte a puntino, non sfuggirono alla malignità della Fortuna che istigò la gelosia a entrare nella casa del giovane e a funestarla. E così la moglie, la stessa che ora, appunto, per questi fatti, era condannata alle belve, in un primo momento cominciò a sospettare nella fanciulla una rivale, addirittura che andasse a letto con suo marito, poi prese a odiarla e, infine, a tenderle perfino spietate insidie per farla morire. Ecco la trappola fatale che le tese: sottrasse al marito l’anello che egli usava come sigillo e partì per la campagna. Di qui spedì un servo a lei fedele, ma che non poteva assolutamente dirsi uomo di buona fede, perché riferisse alla fanciulla che il giovane essendosi recato in campagna la invitava presso di sé, raccomandandole, però, che andasse da sola, senza compagnia alcuna, il più presto possibile. Inoltre, per allontanare nella ragazza ogni titubanza, consegnò al servo perché glielo mostrasse, l’anello sottratto al marito a conferma dell’autenticità di quel messaggio. Ella obbediente all’ordine del fratello (era la sola, infatti, a conoscerlo per tale) e riconoscendo il sigillo che le veniva mostrato, senza indugio e tutta sola s’avviò, come le era stato ordinato e così cadde nella trappola infame, nei lacci insidiosi e che le erano stati tesi. Quella moglie esemplare, infatti, fuori di sé ormai dalla rabbia e dalla gelosia, prima la spogliò, poi la frustò a sangue nonostante che la poverina gridasse la verità, cioè che quello sdegno era fondato sul nulla, su un adulterio che non esisteva e che quel giovane era suo fratello. Ma fu come se dicesse soltanto menzogne, come se si inventasse tutto di sana pianta, perchè l’altra la uccise in modo atroce cacciandole un tizzone ardente fra le cosce.

Metamorfosi – Libro X -Brano 25:

Testo originale:

Tunc acerbae mortis exciti nuntiis frater et maritus accurrunt variisque lamentationibus defletam puellam tradunt sepulturae. Nec iuvenis sororis suae mortem tam miseram et qua minime par erat inlatam aequo quivit animo, sed medullitus dolore commotus acerrimaeque bilis noxio furore perfusus exin flagrantissimi febribus ardebat, ut ipsi quoque iam medela videretur esse necessaria. Sed uxor, quam iam pridem nomen uxoris cum fide perdiderat, medicum convenit quendam notae perfidiae, qui iam multarum palmarum spectatus proeliis magna dexterae suae tropaea numerabat, eique protinus quinquaginta promittit sestertia, ut ille quidem momentarium venenum venderet, ipsa autem emeret mortem mariti sui. Quo compecto simulatur necessaria praecordiis leniendis bilive subtrahendae illa praenobilis potio, quam sacram doctiores nominant, sed in eius vicem subditur alia Proserpinae sacra Saluti. Iamque praesente familia et nonnullis amicis et adfinibus aegroto medicus poculum probe temperatum manu sua porrigebat.

Traduzione:

Sconvolti alla notizia di una morte così atroce accorsero il fratello e il marito e piansero a lungo l’infelice ragazza prima di darle sepoltura. Anzi il fratello rimase tanto turbato per la morte così terribile e ingiusta toccata alla sorella che non riuscì a darsi pace fino a restare come stravolto dal dolore profondo e avvelenato da un furioso travaso di bile che gli procurò una febbre violentissima per cui si rese necessario ricorrere a una medicina. Ma la moglie che già da tempo aveva perduto ogni onore e lo stesso diritto di chiamarsi con questo nome, si rivolse a un medico senza scrupoli, famoso per le sue prodezze, per i molti risultati brillanti ottenuti con l’opera delle sue mani, e gli promise cinquanta sesterzi se le avesse procurato un veleno istantaneo per darle il modo di far fuori il marito. Concluso l’affare fu fatto credere al malato che per calmare i visceri ed eliminare la bile egli dovesse prendere quella bevanda che i medici chiamano sacra, ma al suo posto, invece, gliene venne somministrata un’altra sacra, a Proserpina Salutare. E così il medico in presenza dei servi, di alcuni parenti e amici, porse al malato la bevanda preparata a puntino con le sue mani.

Metamorfosi – Libro X -Brano 26:

Testo originale:

Sed audax illa mulier, ut simul et conscium sceleris amoliretur et quam desponderat pecuniam lucraretur, coram detento calice: “Non prius”, inquit “medicorum optime, non prius carissimo mihi marito trades istam potionem quam de ea bonam partem hauseris ipse. Vnde enim scio an noxium in eam lateat venenum? Quae res utique te tam prudentem tamque doctum virum nequaquam offendet, si religiosa uxor circa salutem mariti sollicita necessariam adfero pietatem.” Qua mira desperatione truculentae feminae repente perturbatus medicus excussusque toto consilio et ob angustiam temporis spatio cogitandi privatus, antequam trepidatione aliqua vel cunctatione ipsa daret malae conscientiae suspicionem, indidem de potione gustavit ampliter. Quam quidem secutus adulescens etiam, sumpto calice, quod offerebatur hausit. Ad istum modum praesenti transacto negotio medicus quam celerrime domum remeabat, salutifera potione pestem praecedentis veneni festinans extinguere. Nec eum obstinatione sacrilega, qua semel coeperat, truculenta mulier ungue latius a se discere passa est ? “priusquam” inquit “digesta potione medicinae proventus appareat” ? sed aegre precibus et ostentationibus eius multum ac diu fatigata tandem abire concessit. Interdum perniciem caenam totis visceribus furentem medullae penitus adtraxerant, multum denique saucius et gravedine somnulenta iam demersus domum pervadit aegerrime. Vixque enarratis cunctis ad uxorem mandato saltem promissam mercedem mortis geminatae deposceret, sic elisum violenter spectatissimus medicus effundit spiritum.

Traduzione:

Ma quella sfrontata, per sbarazzarsi del complice e nello stesso tempo per risparmiare la somma pattuita, di fronte a tutti fermò la mano che porgeva il veleno e: “Aspetta, dottore illustrissimo,” esclamò, “darai questa bevanda al mio diletto sposo soltanto dopo che tu stesso ne avrai bevuto una buona dose, altrimenti come faccio a sapere se dentro non vi sia del veleno? Tu sei un uomo saggio e istruito e perciò non devi prendertela se io, da moglie scrupolosa e affettuosa, ci sto attenta alla salute di mio marito e ce la metta tutta in fatto di precauzioni.” Il medico, colto alla sprovvista dall’audacia e dal cinismo della donna, rimase come basito e non ebbe nemmeno il tempo di prendere una risoluzione qualsiasi, dal momento che un segno di paura o un attimo di esitazione avrebbero tradito la sua coscienza sporca, e così bevve una buona dose di quella roba; al che il giovane rassicurato, prese il bicchiere che gli veniva offerto e bevve anche lui. La cosa era fatta e il medico ora voleva tornarsene a casa più in fretta possibile per bloccare con un antidoto l’azione micidiale e repentina del veleno, ma quella terribile donna perseverò nel suo piano con ostinata ferocia e non gli permise di fare un passo prima che la medicina, diceva, non avesse prodotto il suo effetto. Soltanto dopo che quel poveretto la scongiurò e la supplicò con mille preghiere fino a stancarla, si decise a lasciarlo andare. Ma ormai l’inesorabile veleno s’era già diffuso nelle sue viscere devastandole in profondità con la sua forza micidiale, tanto che, a stento, più morto che vivo e già immerso in un torpore mortale, egli potè giungere a casa. Fece appena in tempo a raccontar l’accaduto alla moglie e a raccomandarle di esigere il compenso pattuito per quella duplice morte che, quel medico egregio, fulminato dal veleno, tirò le cuoia.

Brano 27:

Testo originale:

Nec ille tamen iuvenis diutius vitam tenuerat, sed inter fictas mentitasque lacrimas uxoris pari casu mortis fuerat extinctus. Iamque eo sepulto, paucis interiectis diebus, quis feralia mortuis litantur obsequia, uxor medici pretium geminae mortis petens aderat. Sed mulier usquequaque sui similis, fidei supprimens faciem, praetendes imaginem, blandicule respondit et omnia prolixe adcumulateque pollicetur et statutum praemium sine mora se reddituram constituit, modo pauxillum de ea potione largiri sibi vellet ad incepti negotii persecutionem. Quid pluribus? Laqueis fraudium pessimarum uxor inducta medici facile consentit et, quo se gratiorem locupleti feminae faceret, properiter domo petitam totam prorsus veneri pyxidem mulieri tradidit. Quae grandem scelerum nancta materiam longe lateque cruentas suas manus porrigit.

Traduzione:

Neanche il giovane la tirò per le lunghe e tra le false e bugiarde lacrime della moglie, fece la stessa fine. Dopo la sua sepoltura, trascorsi appena quei pochi giorni riservati alle funzioni funebri, la moglie del medico venne a reclamare il compenso per quella duplice morte. Ma l’altra non si smentì e simulando la più perfetta buona fede l’accolse amabilmente, le fece una quantità di promesse e l’assicurò che avrebbe subito pagato il compenso pattuito purché lei le avesse procurato un altro po’ di quel veleno, dal momento che voleva finire un lavoretto appena iniziato. Per farla breve la moglie del medico acconsentì senza tante difficoltà e così anch’ella cadde nella trappola mortale; anzi, per ingraziarsi quella donna così generosa, corse a casa e tornò di volata recandole addirittura un vasetto pieno di veleno. Quella criminale s’ebbe così in abbondanza ciò che le serviva per i suoi delitti e ne dispensò a profusione con le sue mani scellerate.

Metamorfosi – Libro X

Brano 28:

Testo originale:

Habebat filiam parvulam de marito, quem nuper necaverat. Huic infantulae quod leges necessariam patris successionem deferrent, sustinebat aegerrime inhiansque toto filiae patrimonio inminebat et capiti. Ergo certa defunctorum liberorum matres sceleratas hereditates excipere, talem parentem praebuit, pro tempore et uxorem medici simul et suam filiam venero eodem percutit. Sed parvulae quidem tenuem spiritum et delicata ac tenera praecordia conficit protinus viris infestum, at uxor medici, dum noxiis ambagibus pulmones eius pererrat tempestas detestabilis potionis, primum suspicata, quod res erat, mox urgente spiritu iam certo certior contendit ad ipsam praesidis domum magnoque fidem eius protestata clamore et populi concitato tumultu, utpote tam immania detectura flagitia, efficit, statim sibi simul et domus et aures praesidis patefierent. Iamque ab ipso exordio crudelissimae mulieris cunctis atrocitatibus diligenter expositis, repente mentis nubilo turbine correpta semihiantes adhuc compressit labias et, attritu dentium longo stridore reddito, ante ipso praedis pedes examinis corruit. Nec ille vir, alioquin exercitus, tam multiforme facinus excetrae venenatae dilatione languida passus marcescere confestim cubiculariis mulieris adtractis vi tormentorum veritatem eruit atque illam, minus quidem quam merebatur, sed quod dignus cruciatus alius excogitari non poterat, certe bestiis obiciendam pronuntiavit.

Traduzione:

Dal marito, appena fatto fuori, aveva avuto una bimba, alla quale, per legge, sarebbe spettata l’eredità paterna; ebbene questo non riusciva a sopportarlo, volendo per sé tutto il patrimonio e così decise di eliminare anche la figlia. Sapeva che le madri anche se colpevoli di qualche crimine entravano in possesso dei beni appartenuti ai figli defunti e così quel che aveva fatto come moglie fu pronta a ripeterlo come madre: alla prima occasione organizzò un pranzetto e ti fece secche, in un sol colpo la moglie del medico e la figlioletta. Sulla piccola, di fragile costituzione e dalle viscere tenere e delicate, il veleno agì all’istante, sulla moglie del medico, invece, quell’orribile bevanda più lentamente compì la sua opera devastatrice, tanto che ella ebbe il tempo di sospettare quel che le stava accadendo e di rendersene perfettamente conto quando sentì che le veniva meno il respiro: allora si precipitò al palazzo del governatore gridando che voleva giustizia, mettendo a rumore il popolo, dichiarando che doveva rivelare mostruosi delitti, finché il magistrato non decise di riceverla e di ascoltarla. Aveva appena finito di riferire, dal principio alla fine e ad una ad una, tutte le atrocità di quella orribile donna, che la poverina fu colta da vertigine: le sue labbra, che volevano ancora parlare, si suggellarono, digrignò per un po’ i denti, poi cadde esanime ai piedi del magistrato. Uomo di molta esperienza costui, di fronte a così lunga serie di delitti, non volle differire con lungaggini procedurali la punizione di quella serpe velenosa: mandò a prelevare i servi della donna e, con la tortura, li costrinse a rivelare tutta la verità Per quanto ella meritasse di peggio, non riuscendo a trovare una pena adeguata ai suoi crimini, egli sentenziò che fosse almeno esposta alle belve.

Metamorfosi – Libro X

Brano 29:

Testo originale:

Talis mulieris publicitus matrimonium confarreaturus ingentique angore oppido suspensus exspectabam diem muneris, saepius quidem mortem mihimet volens consciscere, priusquam scelerosae mulieris contagio macularer vel infamia publici spectaculi depudescerem. Sed privatus humana manu, privatus digitis, ungula rutunda atque mutila gladium stringere nequaquam poteram. Plane tenui specula solabar clades ultimas, quod ver in ipso ortu iam gemmulis floridis cuncta depingeret et iam purpureo nitore praeta vestiret et commodum dirrupto spineo tegmine spirantes cinnameos odores promicarent rosae, quae me priori meo Lucio redderent. Dies ecce numeri destinatus aderat. Ad conseptum caveae prosequente populo pompatico favore deducor. Ad dum ludicris scaenicorum choreis primitiae spectaculi dedicantur, tantisper ante portam constitutus pabulum laetissimi graminis, quod in ipso germinabat aditu, libens adfectabam, subinde curiosos oculos patente porta spectaculi prospectu gratissimo reficiens. Nam puelli puellaeque virenti florentes aetatula, forma conspicui veste nitidi, incessu gestuosi, Graecanicam saltaturi pyrricam dispositis ordinationibus decoros ambitus inerrabant nunc in orbem rotatum flexuosi, nunc in obliquam seriem conexi et in quadratum patorem cuneati et in catervae discidium separati. Ad ubi discursus reciproci multinodas ambages tubae terminalis cantus explicuit, aulaeo subductu et complicitis siparis scaena disponitur.

Traduzione:

Con una donna simile, dunque, io avrei dovuto accoppiarmi pubblicamente. Immaginate con che angoscia, con quale turbamento aspettavo il giorno della mia prestazione. Avrei voluto mille volte morire piuttosto che insozzarmi al contatto con quella scellerata e subire la vergogna di una pubblica rappresentazione. Ma non avevo mani, non avevo dita, non potevo con il mio zoccolo rotondo e monco stringere una spada. Mi consolava però nella mia disperazione un filo di speranza: la primavera, che timidamente tornava a rivestire ogni cosa di turgide gemme, a ricoprire i prati di smaglianti colori, anche le rose sarebbero rifiorite dal loro guscio spinoso e avrebbero sparso intorno il loro soave profumo, le rose che mi avrebbero fatto tornare il Lucio di un tempo. Venne prima però il giorno della festa ed io fui condotto in gran pompa magna, fra un codazzo di popolo acclamante, fino alla cinta delle gradinate e dato che la prima parte dello spettacolo era dedicata alle danze e ai giuochi, mentre aspettavo davanti alla porta, mi misi a mordicchiare l’erbetta tenera che spuntava qua e là, proprio lì sull’ingresso e, di quando in quando, attraverso la porta aperta, ammiravo il bellissimo colpo d’occhio di tutto quello spettacolo. Giovinetti e fanciulle nel fiore degli anni, tutti assai belli e splendidamente vestiti, avanzando con grazia, s’accingevano a danzare la pirrica alla maniera greca e, in file serrate, compivano eleganti evoluzioni, ora formando cerchi, ora disponendosi per linee oblique o ad angolo a formare un quadrato, ora dividendosi in due schiere. Ma quando uno squillo di tromba pose fine a tutte quelle giravolte e a quei complicati esercizi, le tende furono arrotolate, il sipario venne piegato e apparve la scena.

Metamorfosi – Libro X

Brano 30:

Testo originale:

Erat mons ligneus, ad instar incliti montis illius, quem vates Homerus Idaeum cecinit, sublimi instructus fabrica, consitus virectis et vivis arboribus, summo cacumine, de manibus fabri fonti manante, fluvialis aquas eliquans. Capellae pauculae tondebant herbulas et in modum Paridis, Phrygii pastoris, barbaricis amiculis umeris defluentibus, pulchre indusiatus simulabat magisterium. Adest luculentus puer nudus, nisi quod ephebica chlamida sinistrum tegebat umerum, flavis crinibus usquequaque conspicuus, et inter conas eius aureae pinnulae colligatione simili sociatae prominebant; quem [caduceum] et virgula Mercurium indicabat, Is saltatorie procurrens malumque bracteis inauratum dextra gerens (adulescentis), qui Paris videbatur, porrigit, qui mandaret Iuppiter nutu significans, et protinus gradum scitule referens et conspectu facessit. Insequitur puella vultu honesta in deae Iunonis speciem similis: nam et caput stringebat diadema candida, ferebat et sceptrum. Inrupit alia, quam putares Minervam, caput contecta fulgenti galea ? et oleaginea corona tegebatur ipsa galea ? clypeum attollens et hastam quatiens et qualis illa, cum pugnat.

Traduzione:

Si vedeva una montagna di legno, altissima, simile al famoso monte Ida cantato da Omero, ricoperta di piante vere, tutte belle verdeggianti; dalla cima, grazie all’abilità del macchinista, scaturiva una sorgente che versava le sue acque già per le pendici, come un fiume; alcune capre brucavano l’erbetta e un giovane, che rappresentava Paride, il pastore frigio, le guardava, stupendamente vestito con un mantello di foggia orientale, che gli scendeva dalle spalle e una tiara d’oro sul capo. Accanto a lui un fanciullo bellissimo e tutto nudo salvo che per la piccola clamide che gli copriva la spalla sinistra; erano uno stupore i suoi capelli biondi e da essi spuntavano due piccole ali d’oro, simmetriche, perfette: era Mercurio e portava la verga e il caduceo. A piccoli passi di danza egli avanzò reggendo nella destra una mela d’oro che porse al giovane raffigurante Paride, indicando con un cenno l’incarico che gli aveva affidato Giove, poi con la stessa grazia si ritrasse e scomparve. Apparve allora una fanciulla dai nobili lineamenti, che faceva la parte di Giunone; aveva, infatti, il capo coronato da un diadema scintillante e recava lo scettro. Poi entrò nella scena un’altra che non avresti potuto confondere: era Minerva e aveva un elmo scintillante in capo e sull’elmo una corona d’ulivo; imbracciava lo scudo e scuoteva la lancia simile in tutto alla dea quando scende in battaglia.

Metamorfosi – Libro X

Brano 31:

Testo originale:

Super has introcessit alia, visendo decore praepollens, gratia coloris ambrosei designans Venerem, qualis fuit Venus, cum fuit virgo, nudo et intecto corpore perfectam formositatem professa, nisi quod tenui pallio bombycino inumbrabat spectabilem pubem. Quam quidem laciniam curiosulus ventus satis amanter nunc lasciviens reflabat, ut dimota pateret flos aetatulae, nunc luxurians aspirabat, ut adhaerens pressule membrorum voluptatem graphice liniaret. Ipse autem color deae diversus in speciem, corpus candidum, quod caleo demeat, amictus caerulus, quod mari remeat. Iam singulas virgines, quae deae putabantur, (sui tutabantur) comites, Iunonem quidem Castor et Pollux, quorum capita cassides ovatae stellarum apicibus insignes contegebant, sed et isti Castores erant scaenici pueri. Haec puella varios modulos Iastia concinente tibia procedens quieta et inadfectata gesticulatione nutibus honesti pastori pollicetur, si sibi praemium decoris addixisset, sese regnum totius Asiae tributuram. At illam quam cultus armorum Minervam fecerat duo pueri muniebant, proeliaris deae comites armigeri, Terror et Metus, nudis insultantes gladiis. At pone tergum tibice Dorium canebat bellicosum et permiscens bombis gravibus tinnitus acutos in modum tubae saltationis agilis vigorem suscitabat. Haec inquieto capite et oculis in aspectum minacibus citato et intorto genere gesticulationis alacer demonstrabat Paridi, si sibi formae victoriam tradidisset, fortem tropaeisque bellorum inclitum suis adminiculis futurum.

Traduzione:

Dietro di lei venne una terza: per lo splendore della sua bellezza, pel suo divino incarnato, rappresentava Venere, una Venere ancora fanciulla, che mostrava il bel corpo ignudo e la perfetta armonia delle sue forme: un leggero velo di seta appena adombrava il dolcissimo pube. Un vento birichino, scherzando amabilmente con quel velo, or vi soffiava dentro sollevandolo, sì da mostrare il fiore di quella adolescenza, ora, lascivo, lo faceva aderire a quel corpo perché meglio segnasse le voluttuose forme. Due colori esaltavano la bellezza della dea: il candore del suo corpo, a dire che veniva dal cielo, l’azzurro di quel velo, come colei ch’era uscita dal mare. Le tre fanciulle che raffiguravano le tre dee, avevano ciascuna il loro seguito: accompagnavano Giunone Castore e Polluce che portavano in capo elmi a forma di uovo, dai cimieri scintillanti di stelle, naturalmente, anch’essi giovani attori. La fanciulla che impersonava questa dea si avanzò al suono modulato del flauto ionico e con gesti misurati, senza affettazione, con una mimica semplice, promise al pastore che se le avesse assegnato quel premio di bellezza ella gli avrebbe dato il dominio di tutta l’Asia. L’altra, di tutto punto armata, e che quindi faceva la parte di Minerva, era scortata da due giovinetti, il Terrore e il Timore, i due scudieri della dea guerriera, che brandivano spade sguainate. Li seguiva un flautista che alla maniera dorica suonava un motivo di guerra e alternava suoni gravi a squilli acuti come di tromba per dare slancio maggiore all’agile danza. Ella scuotendo il capo con gesti strani e concitati fece intendere a Paride che se avesse dato a lei la vittoria in quella gara di bellezza sarebbe diventato, col suo aiuto, un guerriero famoso per i molti trofei.

Metamorfosi – Libro X

Brano 32:

Testo originale:

Venus ecce cum magno favore caveae in ipso meditullio scaenae, circumfuso populo laetissimorum, dulce subridens constitit amoene: illos teretes et lacteos puellos diceres tu Cupidines veros de caelo vel mari commodum involasse; nam et pinnulis et sagittulis et habitu cetero formae praeclare congruebant et velut nuptialis apulas obiturae dominae coruscis praelucebant facibus. Et influunt innuptarum puellarum decorae subole, hinc Gratiae gratissimae, inde Horae pulcherrimae, quae iaculis foris serti et soluti deam suam propitiantes scitissimum construxerant chorum, dominae voluptatum veris coma blandientes. Iam tibiae multiforabiles cantus Lydios dulciter consonant. Quibus spectatorum pectora suae mulcentibus, longe suavior Venus placide commoveri cunctantique lente vestigio et leniter fluctuante spinula et sensim adnutante capite coepit incedere mollique tibiarum sono delicatis respondere gestibus et nunc mite coniventibus nunc acre comminantibus gestire pupulis et nonnumquam saltare solis oculis. haec ut primum ante iudicis conspectum facta est, nisu brachiorum polliceri videbatur, si fuisset deabus ceteris antelata, daturam se nuptam Paridi forma praecipuam suique consimilem. Tunc animo volenti Phrygius iuvenis malum, quod tenebat, aureum velut victoriae calculum puellae tradidit.

Traduzione:

Ma ecco finalmente Venere: s’avanzò circondata da uno sciame festoso di bimbi, tra gli applausi scroscianti del pubblico, e con un dolce sorriso venne a fermarsi proprio in mezzo alla scena. Quei bimbetti paffuti, dalla pelle bianca come il latte, sembravano proprio amorini volati allora allora dal cielo o dal mare: con quelle loro alucce, infatti, con quelle piccole frecce e per tutto il resto corrispondevano perfettamente all’immagine vera e alla loro signora aprivano il cammino con fiaccole lucenti, come se ella dovesse recarsi a un banchetto di nozze. Ed ecco sulla scena, spargendo fiori a ghirlande, fiori sciolti in onore di Venere, sciamare due leggiadre schiere di fanciulle, di quale Grazie amabili, di là le bellissime Ore, serrare in una danza vaghissima la regina del piacere e rallegrarla con i doni della primavera. Allora i flauti dai molti fori cominciarono a suonare le dolci melodie della Lidia e a quel suono, che rapì l’animo degli spettatori, Venere cominciò ad accennare un passo di danza, prima esitante, lentissimo, poi, lievemente oscillando sul busto e appena accennando col capo, ad accompagnare con gesti voluttuosi quella musica dolce; le sue pupille ora si socchiudevano languide, ora brillavano fiere ed era talvolta una danza di sguardi. Quando ella giunse dinanzi al suo giudice non altro che con la danza delle sue braccia parve promettere a Paride una sposa bellissima, del tutto simile a lei, se egli l’avesse preferita alle altre dee. E così il giovane frigio, consegnò volentieri, a lei, in segno di vittoria, la mela d’oro che teneva nella mano.

Metamorfosi – Libro X

Brano 33:

Testo originale:

Quid ergo miramini, vilissima capita, immo forensia pecora, immo vero togati vulturii, si totis nunc iudices sententias suas pretio nundinantur, cum rerum exordio inter deos et homines agitatum indicium corruperit gratia et originalem sententiam magni Iovis consiliis electus iudex rusticanus et opilio lucro libidinis vendiderit cum totis etiam suae stirpis exitio? Sic hercules et aliud sequensque iudicium inter inclito Achivorum duces celebratum, [vel] eum falsis insimulationibus eruditione doctrinaque praepollens Palamedes proditionis damnatur, virtute Martia praepotenti praefertur Vlixes modicus Aiaci maximo. Quale autem et illud iudicium apud legiferos Athenienses catos illos et omnis scientiae magistros? Nonne divinae prudentiae senex, quem sapientia praetulit cunctis mortalibus deus Delphicus, fraude et invidia nequissimae factionis circumventus velut corruptor adulescentiae, quam frenis cohercebat, herbae pestilentis suco noxio peremptus est relinquens civibus ignominiae perpetuae maculam, cum nunc etiam egregii philosophi sectam eius sanctissimam praeoptent et summo beatitudinis studio iurent in ipsius nomen? Sed nequis indignationis meae reprehendat impetum secum sic reputans: “Ecce nunc patiemur philosophantem nobis asinum?”, rursus, unde decessi, revertar ad fabulam.

Traduzione:

E allora perché meravigliarvi, gente spregevole, anzi pecoroni del Foro o meglio avvoltoi in toga se oggi giorno tutti i giudici contrattano le loro sentenze a denaro sonante, quando fin dal principio del mondo la corruzione è riuscita a falsare un giudizio cui erano interessati uomini e dei e un rozzo pastore scelto come giudice dalla saggezza del sommo Giove, in cambio di un piacere amoroso, vendette la prima sentenza della storia, causando anche la rovina di tutta la sua stirpe? Ma perdio la cosa si ripetè; in quel giudizio per esempio pronunciato da famosi guerrieri greci, quando Palamede sotto false accuse fu condannato per tradimento, il più dotto fra tutti, il più saggio, o quell’altro ancora, quando al grandissimo Aiace, incomparabile in guerra, fu preferito il mediocre Ulisse? E che sentenza fu quella pronunciata dagli Ateniesi, i legislatori per eccellenza, i maestri d’ogni scienza? Con la frode e l’invidia una sporca cricca accusò un vecchio di straordinaria saggezza, che il dio di Delfi aveva anteposto per senno a tutti i mortali, di corrompere la gioventù, lui che cercava, invece, di tenerla a freno e lo fece morire col succo di un’erba velenosa, a incancellabile infamia per tutti i suoi concittadini. E oggi i più illustri filosofi ti seguono la sua dottrina come la più vera, e nella continua ricerca del bene giurano sul suo nome. Ma lasciamo andare. Non vorrei che qualcuno trovando da ridire per questo mio sfogo, pensasse: “Ma guarda un po’ che cosa ci tocca sopportare adesso: un asino che filosofeggia.” Perciò è meglio ch’io torni al mio racconto, là dove l’ho lasciato.

Metamorfosi – Libro X

Brano 34:

Testo originale:

Postquam finitum est illud Paridis iudicium, Iuno quidem cum Minerva tristes et iratis similes e scaena redeunt, indignationem repulsae gestibus professae, Venus vero gaudens et hilaris laetitiam suam saltando toto cum choro professa est. Tunc de summo montis cacumine per quandam latentem fistulam in excelsum prorumpit vino crocus diluta sparsique deflens pascentis circa capellas odoro perpluit imbre, donec in meliorem maculatae speciem canitiem propriam luteo colore mutarent. Iamque tota suae fraglante cavea montem illum ligneum terrae vorago decepit. Ecce quidam miles per mediam plateam dirigit cursum petiturus iam populo postulante illam de puplico carcere mulierem, quam dixi propter multiforme scelus bestis esse damnatam meisque praeclaris nuptiis destinatam. Et iam torus genialis scilicet noster futurus accuratissime disternebatur lectus Indica testudine perlucidus, plumea congerie tumidis, veste serica floribus. At ego praeter pudorem obeundi publice concubitus, praeter contagium scelerae pollutaeque feminae, metu iam mortis maxime cruciabar sic ipse mecum reputans, quod in amplexus Venerio scilicet nobis cohaerentibus, quaecumque ad exitium mulieris bestia fuisset immissa, non adeo vel prudentia sollers vel artificio docta vel absistentia frugi posset provenire, ut adiacentem lateri meo laceraret mulierem, mihi vero quasi indemnato et innoxio parceret.

Traduzione:

Dunque, terminato il giudizio di Paride, Giunone e Minerva, deluse entrambe e indispettite, uscirono dalla scena, manifestando a gesti il loro disappunto per l’umiliazione subita; Venere, invece, giuliva e sorridente espresse nella danza la sua gioia, ch’ella eseguì con tutto il suo corteggio. A un tratto, dalla cima del monte, attraverso un tubo nascosto sprizzò in alto un getto di vino misto a zafferano che ricadendo qua e là come una pioggia profumata, bagnò le capre che pascolavano là intorno facendole più belle, tutte d’oro, da bianche che erano. E mentre il profumo soave si spandeva per tutto il teatro, s’aprì una voragine e il monte di legno sprofondò sotto terra. Allora il popolo cominciò a reclamare che fosse portata dal pubblico carcere la donna che, come dissi, per i suoi molti crimini, era stata condannata alle belve, ma che prima avrebbe dovuto accoppiarsi con me in un amplesso fuori del comune; e mentre un soldato, traversando di corsa il teatro, andava a prelevarla, già veniva allestito il letto con molta cura, il nostro letto nuziale, a intarsi lucenti di tartaruga orientale, tutto cuscini di piume e coperto di un ricco drappo di seta. Quanto a me, però, oltre alla vergogna di dovermi produrre in pubblico, alla ripugnanza che mi suscitava quella scellerata e ignobile femmina, ero angosciato dal timore che avrei fatto anch’io una brutta fine: “E se, eventualmente,” andavo almanaccando, “proprio mentre noi siamo attaccati, a qualcuno venisse il ghiribizzo di mandar dentro una belva per far fuori la donna, mica quella sarà tanto intelligente e così bene ammaestrata o con tanto poco appetito da sbranare la donna distesa al mio fianco e risparmiare me, solo per il fatto che non ho subito condanne e sono innocente.”

Metamorfosi – Libro X

Brano 35:

Testo originale:

Ergo igitur non de pudore iam, sed de salute ipsa sollicitus, dum magister meus lectulos probe coaptando districtus inseruit et tota familia partim ministerio venationis occupata partim voluptario spectaculo adtonita meis cogitationibus liberum tribuebatur arbitrium, nec magnoque quisquam custodiendum tam mansuetum putabat asinum, paulatim furtivum pedem proferens portam, quae proxima est, potitus iam cursu memet celerrimo proripio Cenchreas pervado, quod oppidum audit quidem nobilissimae coloniae Corinthiensium, adluitur autem Aegaeo et Saronico mari. Inibi portus etiam tutissimum navium receptaculum magno frequentatur populo. Vitatis ergo turbulis et electo secreto litore prope ipsa fluctuum aspergines in quodam mollissimo harenae gremio lassum corpus porrectus refovero. Nam et ultimam diei metam curriculum solis deflexerat et vespertinae me quieti traditum dulcis somnus oppresserat.

Traduzione:

Così, a dire il vero, ero preoccupato non più tanto per il pudore quanto per la mia pelle. E mentre il mio istruttore era tutto intento a prepararmi il letto e gli altri servi o indaffarati nei preparativi della caccia, o già mezzo imbambolati a godersi quella stuzzicante messinscena, io ebbi tutto il tempo di fare le mie riflessioni e poiché a nessuno passava per il capo di dover fare la guardia a un asino così buonino, pian pianino, un passetto alla volta, mi avvicinai alla porta più vicina e, quando ci fui, via di corsa, fuori, a rompicollo. Sei miglia buone feci, tutte di volata, e giunsi a Cencrea, una delle più nobili colonie dei Corinzi, bagnata dal mar Egeo e dal Saronico, con un porto che è un ottimo rifugio per le navi, sempre pieno di gente. Io però evitai la folla, trovai un posticino appartato sulla spiaggia, una cunetta di morbida sabbia, proprio vicino alla riva, dove l’onda si frange e, stanco com’ero, mi distesi per riposare. Il carro del sole piegava ormai verso l’ultimo confine del giorno ed io mi abbandonai alla placida quiete della sera e un dolce sonno mi vinse.

Metamorfosi – Libro X

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