Di seguito trovi il testo originale (sulla sinistra) e la traduzione (sulla destra) delle Metamorfosi (Libro VII) di Apuleio. Buona lettura!

Metamorfosi – Libro VII – Brano 1:

Testo originale:

Vt primum tenebris abiectis dies inalbebat et candidum solis curriculum cuncta conlustrabat, quidam de numero latronum supervenit; sic enim mutuae salutationis officiorum indicabat. Is in primo speluncae aditu residens et ex anhelitu recepto spiritu tale collegio suo nuntium fecit: “Quod ad domum Milonis Hypatini quam proxime diripuimus pertinet, discussa sollicitudine iam possumus esse securi. Postquam vos enim fortissimis viribus cunctus ablatis castra nostra remeastis, immixtus ego turbelis popularium dolentique atque indignanti similis arbitrabar super investigatione facti cuius modi consilium caperetur et an et quatenus latrones placeret inquiri, renuntiaturus vobis, uti mandaveratis, omnia. nec argumentis dubiis, sed rationibus probabilibus congruo cunctae multitudinis consensu nescio qui Lucios auctor manifestus facinoris postulabatur, qui proximis diebus fictis commendaticiis litteris Miloni sese virum commentitus bonum artius conciliaverat, ut etiam hospitio susceptus inter familiaris intimos haberetur, plusculisque ibidem diebus demoratus falsis amoribus ancillae Milonis animum inrepens ianuae claustra sedulo exploraverat et ipsa membra in quis omne patrimonium condi solebat curiose perspexerat.

Traduzione:

L’alba di un nuovo giorno aveva disperse le tenebre della notte e lo splendente carro del sole illuminava ogni cosa quando arrivò uno della banda. E che fosse dei loro lo si capì dal saluto che si scambiarono. Si sedette sul limitare della grotta e, ripreso fiato, comunicò ai compagni queste notizie: “Per quanto riguarda la casa di Milone di Ipata che poco fa abbiamo saccheggiata, possiamo star tranquilli, non c’è affatto da preoccuparsi. Infatti, dopo che voi, grazie al vostro coraggio, faceste man bassa di tutto e tornaste qui alla base, io mi mescolai tra la folla e fingendomi indignato e rattristato mi detti a indagare per sapere in che direzione sarebbero cominciate le indagini e se intendessero mettersi alla ricerca dei ladri e fino a qual punto, per poi riferirvi ogni cosa come mi avevate ordinato. Ebbene tutta la gente diceva, e non in base a incerti indizi ma per prove sicure, che autore della rapina era un certo Lucio, un tale che nei giorni precedenti, con una falsa lettera di presentazione e fingendosi un uomo dabbene, s’era cattivata la simpatia di Milone tanto che questi gli aveva dato ospitalità e lo considerava come uno di casa. Inoltre nei giorni che si era fermato, con false promesse d’amore aveva abbindolato la serva di Milone e così s’era potuto render conto a suo bell’agio delle serrature delle porte e venire a conoscenza perfino dei ripostigli dove Milone custodiva i suoi tesori.

Metamorfosi – Libro VII – Brano 2:

Testo originale:

Nec exiguum scelerati monstrabatur indicium, quippe cum eadem nocte sub ipso flagitii momento idem profugisset nec exinde usquam compareret; nam et praesidium fugae, quo velocius frustratis insecutoribus procul ac procul abderet sese, eidem facile suppeditasse; equum nemque illum suum candidum vectorem futurum duxisse secum. Plane servum eius ibidem in hospitio repertum scelerum consiliorumque erilium futurum indicem per magistratus in publicam custodiam receptum et altera die tormentis vexatum pluribus ac paene ad ultimam mortem excarnificatum nil quicquam rerum talium esse confessum, missos tamen in patriam Luci illis multos numero qui reum poenas daturum sceleris inquirerent.” Haec eo narrante veteris fortunae et illius beati Lucii praesentisque aerumnae et infelicis asini facta comparatone medullitus ingemeat subibatque me non de nihilo veteris priscaeque doctrinae viros finxisse ac pronuntiasse caenam et prorsus exoculatam esse Fortunam, quae semper suas opes ad malos et indignos conferat nec unquam iudicio quemquam mortalium eligat, immo vero cum si potissimum deversetur quos procul, si videret, fugere deberet, quodque cunctis est extremius, varias opiniones, immo contrarias nobis attribuat, ut et malus boni viri fama glorietur et innocentissimus contra noxiorum more plectatur.

Traduzione:

Un’altra prova, non irrilevante, della sua colpevolezza era il fatto che in quella stessa notte e proprio al momento in cui veniva compiuta la rapina, quello era scomparso e da allora nessuno l’aveva più visto. Per facilitare la sua fuga, poi, per rendere vani gli sforzi degli inseguitori e nascondersi meglio, egli s’era servito di quel suo cavallo bianco che aveva portato con sé. Vero è che in quella casa fu trovato un suo servo che avrebbe potuto rivelare i misfatti e i piani del padrone ma, arrestato dai magistrati e, l’indomani, torturato ben bene e ridotto quasi in fin di vita, non confessò nulla di queste cose. Tuttavia numerosi uomini erano stati mandati al paese di Lucio per rintracciarlo e fargli scontare la pena.” A sentir raccontare queste cose io facevo dentro di me il paragone tra il Lucio beato di un tempo, arriso dalla fortuna e l’asino infelice che ero ora con tutte le tribolazioni presenti e mi struggevo e mi veniva alla mente che non per nulla i filosofi antichi avevano immaginato e rappresentato la Fortuna cieca, addirittura senza occhi. Essa porge sempre i suoi favori ai malvagi e agli indegni e non favorisce mai nessuno secondo un giusto criterio; anzi s’accompagna sempre con certi tali che invece dovrebbero fuggire se ci vedesse, e il colmo è che ci attribuisce una reputazione diversa da quella che meritiamo, anzi l’opposta, per cui un malvagio passa per galantuomo e una persona integerrima è vittima; invece, delle più nere calunnie.

Metamorfosi – Libro VII – Brano 3:

Testo originale:

Ego denique, quem saevissimus eius impetus in bestiam et extremae sortis quadripedem deduxerat cuiusque casus etiam quoivis iniquissimo dolendus atque miserandus merito videretur, crimine latrocinii in hospitem mihi carissimum postulabar. Quod crimen non modo latrocinium verum etiam parricidium quisque rectius nominarit. Nec mihi tamen licebat causam meam defendere vel unico verbo saltem denegare. Denique ne mala conscientia tam scelesto crimini praesens viderer silentio consentire, hoc tantum impatientia productus volui dicere: “Non feci.” Et verbum quidem praecedens semel ac saepius inmodice clamitavi, sequens vero nullo pacto disserere potui, sed in prima remansi voce et identidem boavi “Non non”, quanquam minia rutunditate pendulas vibrassem labias. Sed quid ego pluribus de Fortunae scaevitate conqueror, [quam]quam nec istud puduit me cum meo famulo meoque vectore illo equo factum conservum atque coniugem?

Traduzione:

Così proprio io, che un suo violento assalto aveva ridotto a bestia, anzi al quadrupede più spregevole la cui triste sorte mi pareva dovesse suscitare compassione e rammarico anche all’uomo più malvagio, ora venivo accusato di rapina ai danni di un ospite carissimo, di un delitto che chiunque avrebbe potuto più esattamente definir parricidio, altro che rapina. E pensare che non potevo difendermi, protestare la mia innocenza nemmeno con una sola parola. Alla fine, proprio perché non sembrasse che col mio silenzio cinicamente assentissi a una simile, orribile accusa, tentai di gridare: “Non sono stato io” e riuscii a sbraitare la prima parola, una e più volte ma in quanto a pronunziare le successive, niente da fare: rimasi bloccato al primo suono e seguitai ad urlare: “Non, non” per quanto ce la mettessi tutta a muovere al modo giusto le labbra che invece, rotondeggianti com’erano, restavano penzoloni. Ma perché sto qui a lamentarmi ancora della crudeltà della Fortuna che non s’é nemmeno vergognata di avermi reso compagno di schiavitù e di fatica del mio servo, di quel cavallo ch’io avevo finora usato come mezzo di trasporto?

Metamorfosi – Libro VII – Brano 4:

Testo originale:

Talibus cogitationibus fluctuantem subit me cura illa potior, qua statuo latronum manibus virginis decretam me victimam recordabar, ventremque crebro suspiciens meum iam misellam puellam parturibam. Sed ille, qui commodum falsam de me notoriam pertulerat, expromptis mille aureum quos insutu laciniae contexerat quosque variis viatoribus detractos, ut aiebat, pro sua frugalitate communi conferebat arcae, infit etiam de salute commilitonum sollicite sciscitari. Cognitoque quosdam, immo vero fortissimus quemque variis quidem sed impigris casibus oppetisse, suadet tantisper pacatis itineribus omniumque proeliorum servatis indutiis inquisitioni commilitonum potius insisteretur et tirocinio novae iuventutis ad pristinae manus numerum Martiae cohortis facies integraretur: nam et invitos terrore compelli et volentes praemio provocari posse nec paucos humili servilique vitae renuntiantes et instar tyrannicae potestatis sectam suam conferre malle. Se quoque iam dudum pro sua parte quendam convenisse hominem et statu procerum et aetate iuvenem et corpore vastum et manu strenuum, eique suasisse ac denique persuasisse, ut manus hebetatas diutina pigritia tandem referret ad frugem meliorem bonoque secundae, dum posset, frueretur valetudinis, nec manus validam erogandae stipi porrigeret sed hauriendo potuit exerceret auro.

Traduzione:

Mentre mi dibattevo in queste considerazioni fui assalito da un’angoscia ancora maggiore: mi ricordai infatti che i ladri avevano deciso di sacrificarmi come vittima ai Mani di quella vergine e guardandomi ogni tanto la pancia mi pareva già d’essere incinto di quella povera giovine. Intanto il tipo che poco prima aveva riferito tutte quelle false notizie sul mio conto, trasse fuori dalla cucitura del mantello, dove le aveva nascoste, mille monete d’oro sgraffignate a diversi viandanti e, per onestà, come disse, le versò alla cassa comune; poi cominciò a informarsi, pieno di premure, della salute dei suoi compagni. Venendo a sapere che alcuni, anzi i migliori, chi per una circostanza chi per un’altra, erano morti, ma tutti in modo egregio, fu del parere che, per qualche tempo, si lasciassero star tranquille le strade e si sospendessero gli assalti per occuparsi, piuttosto, del reclutamento di nuovi giovani commilitoni che, avrebbero potuto reintegrare il numero degli organici e, una volta addestrati, restituire alla banda il suo aspetto marziale. Disse che si potevano costringere i riottosi con la paura, allettare i ben disposti con dei premi e che non pochi avrebbero rinunziato volentieri a un’esistenza grama e servile per unirsi alla banda e avere così un potere simile a quello di un re; dal canto suo aveva già arruolato un giovane di corporatura grande e grossa; lo aveva consigliato e alla fine convinto a far miglior uso delle sue braccia infiacchite da un ozio prolungato e a trar profitto dalla sua buona salute, finché lo poteva, a non tendere la sua mano ancora forte per chiedere l’elemosina ma ad esercitarla piuttosto a sgraffignare oro.

Metamorfosi – Libro VII – Brano 5:

Testo originale:

Talibus dictis universi omnes adsensi et illum, qui iam comprobatus videretur, adscisci et alios ad supplendum numerum vestigari statuunt. Tunc profectus et paululum commoratus ille perducit immanem quendam iuvenem, uti fuerat pollicitus, nescio an ulli praesentium comparandum ? nam praeter ceteram corporis molem toto vertice cunctos antepollebat et ei commodum lanugo malis inserpebat ? sed plane centunculis disparibus et male consarcinatis semiamictum, inter quos pectus et venter crustata crassitie relucitabant. Sic introgressus: “Havete,” inquit “fortissimo deo Marti clientes mihique iam fidi commilitones, et virum magnanimae vivacitatis volentem volentes accipite, libentius vulnera corpore excipientem quam aurum manu suscipientem ipsaque morte, quam formidant alii, meliorem. Nec me putetis egenum vel abiectum neve de pannulis istis virtute meas aestimetis. Nam praefui validissimae manui totamque prorsus devastavi Macedoniam. Ego sum praedo famosus Haemus ille Therone cuius totae provinciae nomen horrescunt, patre Therone aeque latrone inclito prognatus, humano sanguine nutritus interque ipsos manipulos factionis educatur heres et aemulus virtutis paternae.

Traduzione:

Tutti si trovarono d’accordo su questa proposta e acconsentirono di accogliere quel giovane sul quale erano state date assicurazioni così convincenti e stabilirono di andarne a reclutare degli altri. Allora quello si allontanò e dopo qualche momento rientrò con un giovane di statura gigantesca, come aveva promesso, tale che nessuno di quelli che stavano lì, credo, avrebbe potuto sostenerne il confronto. Infatti oltre alla mole complessiva del corpo, costui li superava tutti della testa; aveva guance appena ombreggiate da una leggera peluria e i pochi stracci rattoppati e tenuti a mala pena insieme che lo coprivano si e no, lasciavano intravedere la poderosa muscolatura del torace e del ventre. “Salute a voi” esordì entrando “o protetti dal fortissimo Marte, ed ora miei fidi commilitoni. Accogliete di buon animo un uomo di coraggio e risoluto, più disposto a ricevere ferite sul suo corpo che ad accettare oro nella sua mano, il più intrepido di fronte alla stessa morte, che gli altri temono. Non crediate che io sia un morto di fame o un miserabile e non giudicate il mio valore da questi stracci. Io sono stato il capo di una famosissima banda e ho saccheggiato tutta la Macedonia. Sono un predone famoso, quell’Emo di Tracia al cui nome tremano intere province. Terone fu mio padre, brigante anch’egli celebre; fui nutrito di sangue umano, allevato in mezzo alle schiere della sua banda, erede ed emulo del valore paterno.

Metamorfosi – Libro VII – Brano 6:

Testo originale:

Sed omnem pristinam sociorum fortium multitudinem magnesque illas opes exiguo temporis amisi spatio. Nam procuratorem principis ducenaria perfunctum, dehinc fortuna tristiore decessum, praetereuntem Iove irato fueram adgressus. Sed rei noscendae carpo ordinem. Fuit quidam multis officiis in aula Caesaris clarus atque conspicuus, ipsi etiam probe spectatus. Hunc insimulatum quorundam astu proiecit extorrem saeviens invidia. Sed uxor eius Plotina quaedam, rarae fidei atque singularis pudicitiae femina, quae decimo partun stipendio viri familiam fundaverat, spretis atque contemptis urbicae luxuriae deliciis, fugientis comes et infortunii socia, tonso capillo in masculinam faciem reformato habitu pretiosissimis monilium et auro monetali zonis refertis incincta inter ipsas custodientium milium manus et gladios nudos intrepida cunctorum periculorum particeps et pro mariti salute pervigilem curam sustinens aerumnas adsiduas ingenio masculo sustinebat. Iamque plurimis itineris difficultatibus marisque terroribus exanclatis Zacynthum petebat, quam sors et fatalis decreverat temporariam sedem.

Traduzione:

Ma nel giro di pochi giorni persi tutta la banda e tutte le ricchezze che possedevo. Infatti per mia disgrazia aggredii un procuratore imperiale di quelli che si beccano uno stipendio di duecentomila sesterzi, però caduto in disgrazia. Ma per meglio sapere come andarono le cose lasciatemi procedere con ordine. C’era un tale molto noto e considerato a corte, ben visto dallo stesso imperatore, che per l’invidia e le calunnie di certi cortigiani fu mandato in esilio. Sua moglie, una certa Plotina, donna di rara onestà e di singolare virtù, che aveva dato al marito ben dieci figli, rinunciando agli agi della città, volle condividerne le sorti e seguire l’esule sventurato. Si tagliò i capelli, indossò abiti maschili e con una cintura stretta intorno alla vita, nella quale aveva celato parecchie monete d’oro e i suoi più preziosi gioielli, sostenne con animo virile tutti i disagi e, intrepida, vegliò sull’incolumità del marito, in mezzo alle guardie armate e alle spade sguainate. Di traversie ne avevano già passate molte sia nei viaggi di terra che in quelli per mare e si stavano dirigendo a Zacinto, che una sorte avversa aveva loro destinata come sede temporanea.

Metamorfosi – Libro VII – Brano 7:

Testo originale:

Sed cum primum litus Actiacum, quo tunc Macedonia delapsi grassabamur, appulisset ? nocte promota tabernulam quandam litori navique proximam vitatis maris fluctibus incubabant invadimus et diripimus omnia. Nec tamen periculo levi temptati discessimus. Simul namque primum sonum ianuae matrona percepit, procurrens in cubiculum clamoribus inquietis cuncta miscuit milites suosque famulos nominatim, sed et omnem viciniam suppetiatum convocans, nisi quod pavore cunctorum, qui sibi quisque metuentes delitiscebant, effectum est ut impune discederemus. Sed protinus sanctissima vera enim dicenda sunt et unicae fidei femina bonis artibus gratiosa precibus ad Caesaris numen porrectis et marito reditum celerem et adgressurae plenam vindictam impetravit. Denique noluit esse Caesar Haemi latronis collegium et confestim interivit: tantum potest nutus etiam magni principis. Tota denique factione militarium vexillationum indagatu confecta atque concita ipse me furatus aegre solus mediis Orci faucibus ad hunc evasi modum:

Traduzione:

Ma raggiunto il lido di Azio, proprio lì dove noi calati dalla Macedonia, facevamo razzie, essendo notte inoltrata e per evitare la maretta, essi presero alloggio in una locanda non lontana dalla spiaggia e dalla nave. Qui piombammo noi e facemmo man bassa di tutto ma prima di filarcela corremmo un serio pericolo. Infatti, appena la signora sentì i primi rumori alla porta, corse dove dormivano gli uomini e con le sue grida suscitò un baccano terribile invocando per nome non solo i soldati di scorta e i servi ma tutto il vicinato che accorresse in aiuto. Fortuna che ognuno, pensando alla propria pelle, preferì restarsene acquattato nel suo cantuccio, altrimenti noi non ne saremmo usciti interi; comunque, senza danno, potemmo squagliarcela. Poco dopo, quella santa donna, bisogna proprio dirlo, più unica che rara in quanto a fedeltà, e quanto mai apprezzabile per i suoi meriti, fece domanda di grazia all’imperatore implorando per suo marito un sollecito ritorno in patria e piena vendetta dell’aggressione. Insomma per farla breve l’imperatore decise di annientare la banda del brigante Emo e, detto fatto, la banda fu annientata. Tanto può un solo cenno di un grande sovrano. Tutta la mia banda così fu attaccata, inseguita e massacrata da reparti di polizia a cavallo; soltanto io riuscii a fuggire salvandomi a stento; state a sentire come.

Metamorfosi – Libro VII – Brano 8:

Testo originale:

sumpta veste muliebri florida, in sinus flaccidos abundante, mitellaque textili contecto capite, calceis feminis albis illis et tenuibus inductus et et in sequiorem sexum incertatus atque absconditus, asello spicas ordeacias gerenti residens per medias acies infesti militis transabivi. Nam mulierem putantes asinariam concedebant liberos abitus, quippe cum mihi etiam tunc depiles genae levi pueritia splendicarent. Nec ab illa tamen paterna gloria vel mea virtute descivi, quanquam semitrepidus iuxta mucrones Martios constitutus, sed habitus alieni fallacia tectum villas seu castella solus adgrediens viaticulum mihi conrasi et diloricatis statis pannulis in medium duo milia profudit aureorum et: “En” inquit “istam sportulam, immo vero dotem collegio vestro libens meque vobis ducem fidissimum, si tamen non recusarit, offero brevi temporis spatio lapideam istam domum vestram facturus auream.”

Traduzione:

Indossai un vestito da donna tutto a fiori e a svolazzi, mi misi in testa un cappello di stoffa, ai piedi scarpe femminili bianche e leggere e cos? camuffato come uno dell’altro sesso, salii su un asinello che portava spighe di grano e potetti passare indisturbato proprio sotto il naso dei soldati che mi davano la caccia. Credendomi la moglie dell’asinaio, infatti, quelli mi lasciarono libero il passo, tanto più che le mie guance erano ancora senza peli e avevano il colore chiaro e fresco dell’adolescenza. E però non smentii mai il mio valore e la gloria paterna, sebbene con tutte quelle spade consacrate a Marte c’era proprio da farsi venire la tremarella, ma protetto com’ero dall’inganno del travestimento, da solo, io mi detti ad assaltare villaggi e castelli tanto per raccapezzarci le spese del viaggio. E slacciatisi i panni ne tirò fuori duemila monete d’oro: “Eccovi un piccolo omaggio, o meglio, il mio contributo volontario alla banda; anzi, se non avete nulla in contrario, mi offro vostro condottiero e state certi che in poco tempo questa vostra spelonca ve la trasformerò in un palazzo tutto d’oro.”

Metamorfosi – Libro VII – Brano 9:

Testo originale:

Nec mora nec cunctatio, sed calculis omnibus ducatum latrones unanimes ei deferunt vestemque lautiusculam proferunt, sumeret abiecto centunculo divite. Sic reformatus singulos exosculatus et in summo pulvinari locatus cena poculisque magnis inauguratur. Tunc sermonibus mutuis de virginis fuga deque mea vectura et utrique destinata monstruosa morte cognoscit et ubi locorum esset illa percontatus deductusque, visa ea, ut erat vinculis onusta, contorta et vituperanti nare discessit et: “Non sum quidem tam brutus vel certe temerarius” inquit ” ut scitum vestrum inhibeam, sed malae conscientiae reatum intra me sustinebo si quod bonum mihi videtur dissimulavero. Sed prius fiduciam vestri causa sollicito mihi tribuite, cum praesertim vobis, si sententia haec mea displicuerit, liceat rursus ad asinum redire. Nam ego arbitror latrones, quique eorum recte sapiunt, nihil anteferre lucro suo debere ac ne ipsam quidem saepe et ultis damnosam ultionem. Ergo igitur, si perdiderit in asino virginem, nihil amplius quam sine ullo compendio indignationem vestram exercueritis. Quin ego censeo deducendam eam ad quampiam civitatem ibique venundandam. Nec enim levi pretio distrahi poterit talis aetatula. Nam et ipse quosdam lenones pridem cognitos habeo, quorum poterit unus magnis equidem talentis, ut arbitror, puellam istam praestinare condigne natalibus suis fornicem processuram nec in similem fugam discursuram, non nihil etiam, cum lupanari servierit, vindictae vobis depensuram. Hanc et animo quidem meo sententiam conducibilem protuli; sed vos vestrorum estis consiliorum rerumque domini.”

Traduzione:

Senza neppure un attimo di esitazione e con voto unanime i briganti gli conferirono il comando e gli dettero un abito un po’ più decente perché l’indossasse al posto di quei suoi cenci che pure avevano custodito tanta ricchezza. Rimesso a nuovo egli ad uno ad uno abbracciò e baciò i nuovi compagni che poi lo fecero sedere al posto d’onore e gli servirono un gran pranzo e vino in quantità. Tra un discorso e l’altro, intanto, egli venne a sapere della fanciulla e della parte che io avevo avuto nella sua fuga, nonché della terribile morte che c’era stata decretata. Allora chiese dove fosse la giovine e si fece condurre da lei, ma quando la vide carica di catene si ritrasse arricciando il naso per la disapprovazione: “Non sono così bestia e avventato” esclamò “da oppormi a una vostra decisione ma mi sentirei rimordere la coscienza se non vi dicessi qual’è, secondo me, la cosa migliore da fare. Però vi prego, anzitutto, di credere che io parlo nel vostro interesse, che se poi la mia idea non vi va, padronissimi di tornare all’asino. Io sono del parere che dei briganti, almeno quelli che hanno la testa sul collo, non debbano anteporre niente di niente al loro interesse, neppure la vendetta che spesso si ritorce su chi la compie. Se fate morire la ragazza nel ventre dell’asino voi non avrete fatto altro che sfogare la vostra rabbia senza alcun utile. Io penso invece che bisogna portarla in qualche città e venderla. Per un simile piccioncino potremo fare un prezzo mica da poco. Da tempo io conosco alcuni ruffiani e uno di questi, credo, pagherebbe la fanciulla un bel mucchio di soldi per sistemarla in un bordello di lusso, per ragazze di buona famiglia, come è lei. E così niente più fughe ma ridotta a puttana da casino vi pagherà la giusta vendetta. Questa è la mia proposta, a mio parere vantaggiosa, ma voi, padroni di decidere e di fare come volete.”

Metamorfosi – Libro VII – Brano 10:

Testo originale:

Sic ille latronum fisci advocatus nostram causam pertulerat, virginis et asini sospitator egregius. Sed in diutina deliberatione ceteri cruciantes mora consilii mea praecordia, immo miserum spiritum elidentes, tandem novicii latronis accendunt sententiae et protinus vinculis exsolvunt virginem. Quae quidem simul viderat illum iuvenem fornicisque et lenonis audierat mentionem, coepit risu laetissimo gestire, ut mihi merito subiret vituperatio totius sexus, cum videre puellam proci iuvenis amore nuptiarumque castarum desiderio simulato lupanaris spurci sordidique subito delectari nomine. Et tunc quidem totarum mulierum secta moresque de asini pendebant iudicio. Sed ille iuvenis sermone reperito: “Quin igitur” inquit “supplicatum Marti Comiti pergimus et puellam simul vendituri et socios indagaturi? Sed, ut video, nullum uspiam pecus sacrificatui ac ne vinum quidem potatui adfatim vel sufficiens habemus. Decem mihi itaque legate comites, qui contentus proximum castellum petam, inde vobis epulas saliares comparaturus.” Sic eo profecto ceteri copiosum instruunt ignem aramque cespite virenti Marti deo faciunt.

Traduzione:

Così perorando gli interessi dei banditi quello aveva difeso anche i nostri, salvatore egregio di una fanciulla e di un asino. Ma gli altri con i loro se e i loro ma, prima di decidersi mi resero angosciosa l’attesa e mi tolsero perfino quel poco di vita che mi restava. Finalmente la proposta del nuovo arrivato venne accolta e la fanciulla fu subito liberata dai ceppi. Ma da quando aveva visto quel giovane e sentito parlare di ruffiani e di bordelli, quella s’era messa a fare certi risolini e certe mossettine di gioia da farmi giustamente stramaledire dentro di me il suo sesso. “Ma come,” pensavo, “una fanciulla che fino a un momento fa aveva dato a intendere di essere innamorata del suo promesso sposo e di non veder l’ora di passare a giuste nozze, eccola che non sta più nella pelle soltanto a sentir nominare uno sporco e lurido bordello” e in quel momento su tutte le donne e sulla loro moralità pesò il giudizio di un asino. Intanto quel giovane riprese a dire: “E allora perchè non cominciamo a rendere onore a Marte, nostro alleato, ora che abbiamo deciso di vendere la ragazza e di arruolare nuovi compagni? Ma, a quel che vedo, qui non abbiamo né bestie da sacrificare né vino a sufficienza da bere. Datemi dieci compagni quanti me ne bastano per assalire il castello qui vicino ed io vi procurerò un pranzo degno dei Salii.” Così partì e quelli che rimasero prepararono un gran fuoco e innalzarono al dio Marte un altare di verdi zolle.

Metamorfosi – Libro VII – Brano 11:

Testo originale:

Nec multo post adveniunt illi vinarios utres ferentes et gregatim pecua comminantes, unde praelectum grandem hircum annosum et horricomem Marti Secutori Comitique victimant. Et ilico prandium fabricatur opipare. Tunc hospes ille: “Non modo” inquit “exspoliationum praedarumque, verum etiam voluptatum vestrarum ducem me strenuum sentire debetis” et adgressus insigni facilitate naviter cuncta praeministrat. Verrit, sternit, coquit, tucceta concinnat, adponit scitule, sed praecipue poculis celebris grandibusque singulos ingurgitat. Interdum tamen simulatione promendi quae poscebat usus ad puellam commeabat adsidue, partisque subreptas clanculo et praegustatas a se potiones offerebat hilaris. At illa sumebat adpetenter et non numquam basiare volenti promptis saviolis adlubescebat. Quae res oppido mihi displicebat. “Hem oblita es nuptiarum tuique mutui cupitoris, puella virgo, et illi nescio cui recenti marito, quem tibi parentes iunxerunt, hunc advenam cruentumque percussorem praeponis? Nec te conscientia stimulat, sed adfectione calcata inter lanceas et gladios istos scortari tibi libet? Non rursum recurres ad asinum et rursum exitium mihi parabis? Re vera ludis de alieno corio.”

Traduzione:

Poco dopo tornarono recando degli otri di vino e spingendo un intero gregge dal quale prelevarono un vecchio e grosso caprone e lo sacrificarono a Marte loro alleato e protettore. Poi prepararono un banchetto sontuoso: “Potrete constatare,” fece lo straniero, “come io sia un buon capo e non soltanto negli assalti e nei saccheggi ma anche quando si tratta di farvi divertire” e con estrema disinvoltura e abilità si diede a sistemare ogni cosa: scopò, imbandì la mensa, cucinò i cibi, preparò le salse, dispose tutto in bell’ordine ma soprattutto fece ingurgitare agli altri numerosi e grandi calici di vino. Nel frattempo, fingendo di andare a prendere qualcosa che gli occorreva, si avvicinava ogni volta alla fanciulla e senza farsi vedere, tutto contento, le porgeva qualche bocconcino sottratto alla mensa o un calice di vino che lui aveva già sorseggiato. Dal canto suo ella accettava di gusto e quando il giovane faceva per baciarla, era sempre pronta a ricambiarlo coi suoi labbruzzi protesi. La cosa mi disgustava: “Ve’ la verginella” commentavo fra me, “s’è già scordata delle nozze e del fidanzato cui i suoi genitori la promisero, e a lui ecco che preferisce uno sconosciuto, un assassino. E non sente rimorso, anzi, se l’è messo sotto i piedi il sentimento, e le piace star qui tra queste lance e queste spade a far la puttana. Ma se gli altri banditi se ne accorgono? Non verrà fuori un’altra volta il supplizio dell’asino? E costei non tornerà ad essere la mia rovina? Ma questa veramente scherza con la pelle degli altri!”

Metamorfosi – Libro VII – Brano 12:

Testo originale:

Dum ista sycophanta ego mecum maxima cum indignatione disputo, de verbis erum quibusdam dubiis sed non obscuris prudenti asino cognosco non Haemum illum praedonem famosum sed Tlepolemum sponsum puellae ipsius. Nam procedente sermone paulo iam clarius contempta mea praesentia quasi vere mortui: “Bono animo es,” inquit “Charite dulcissima; nam totis istos hostes tuos statim captivos habebis”, et instantia validiore vinum iam inmixtum, sed modico tepefactum vapore sauciis illis et crapula vinolentiaque madidis ipse abstemius non cessat inpingere. Et hercules suspicionem mihi fecit quasi soporiferum quoddam venenum cantharis immisceret illis. Cuncti denique, sed prorsus omnes vino sepulti iacebant, omnes pariter mortui. Tunc nullo negotio artissimis vinculis impeditis ac pro arbitrio suo constrictis illis, imposita dorso meo puella, dirigit gressum ad suam patriam.

Traduzione:

Mentre al colmo dello sdegno la venivo fra me stesso così calunniando, da certe parole allusive ma non oscure a un asino intelligente com’ero io, capii che quello non era Emo, il famoso brigante ma Tlepolemo, il fidanzato della fanciulla in persona. A mano a mano le loro parole si facevano sempre più esplicite come se io manco esistessi o addirittura fossi morto: “Fatti coraggio, Carite, dolcezza mia” le diceva lui “vedrai che tra poco tutti questi tuoi nemici li avrai in mano tua” e già, intanto, lui che non beveva, con foga, con accanimento a inzupparli di vino senza smettere un attimo, un vino non più misto ad acqua ma riscaldato sul fuoco anche se quelli erano già intontiti e sbronzi del tutto. Addirittura mi venne il sospetto che egli, perdio, avesse versato nelle loro coppe un qualche sonnifero. Quando finalmente tutti, senza eccezione, giacquero ubriachi fradici come se fossero morti, egli senza alcuna difficoltà li legò strettamente con parecchi giri di corda come meglio credette e, postami in groppa la fanciulla, prese la strada della sua città.

Metamorfosi – Libro VII – Brano 13:

Testo originale:

Quam simul accessimus, tota civitas ad votivum conspectum effunditur. Procurrunt parentes, affines, clientes, alumni, famuli laeti faciem, gaudio delibuti. Pompam cerneres omnis sexus et omnis aetatis novumque et hercules memorandum spectamen, virginem asino triumphantem. Denique ipse etiam hilarior pro virili parte, ne praesenti negotio ut alienus discreparem, porrectius auribus proflatisque naribus rudivi fortiter, immo tonanti clamore personui. Et illam thalamo receptam commode parentes sui fovebant, me vero cum ingenti iumentorum civiumque multitudine confestim retro Tlepolemus agebat non invitum. Nam et alias curiosus et tunc latronum captivitatis spectator optabam fieri. Quos fidem colligatos adhuc vino magis quam vinculis deprehendimus. Totis ergo prolatis erutisque rebus et nobis auro argentoque et ceteris onustis ipsos partim constrictos, uti fuerant, provolutosque in proximas rupinas praecipites dedere, alios vero suis sibi gladiis obtruncatos reliquere. Tali vindicta laeti et gaudentes civitatem revenimus. Et illas quidem divitas publicae custodelae commisere, Tlepolemo puellam repetitam lege tradidere.

Traduzione:

Quando vi giungemmo tutta la cittadinanza si riversò nelle strade come dinanzi a un’apparizione. Accorsero i genitori, i parenti, i clienti, i domestici, i servi, tutti, felici, pazzi di gioia. Era una gran folla, uomini e donne insieme, di tutte le età, uno spettacolo straordinario, perdio, indimenticabile: una fanciulla in trionfo su un asino. Anch’io, finalmente allegro, ovviamente al modo che m’era consentito, per non essere da meno in tutta quella festa, drizzai le orecchie, dilatai le narici e mandai un raglio potente, anzi un tuono rimbombante. Intanto, mentre la fanciulla veniva accompagnata nelle sue stanze fra le premurose cure dei genitori, insieme con molti altri giumenti e seguito da una gran folla di cittadini fui ricondotto indietro da Tlepolemo e questa volta rifeci con piacere quella strada, in quanto, curioso come sono per natura, desideravo assistere alla cattura dei banditi. Li trovammo ancora incapaci di muoversi più per il vino che per le corde. Così tutto il bottino fu portato fuori e noi fummo caricati dell’oro, dell’argento e degli altri oggetti preziosi. Quanto ai briganti alcuni vennero gettati nel burrone vicino legati com’erano, gli altri decapitati con le loro stesse spade e abbandonati là. Poi ce ne tornammo in città lieti e festanti per questa vendetta. Il bottino catturato fu depositato al pubblico erario e la fanciulla ritrovata fu data legalmente in matrimonio a Tlepolemo.

Metamorfosi – Libro VII – Brano 14:

Testo originale:

Exin me suum sospitatorem nuncupatum matrona prolixe curitabat ipsoque nuptiarum die praesepium meum ordeo passim repleri iubet faenumque camelo Bactrinae sufficiens apponi. Sed quas ego condignas Photidi diras devotiones imprecarer, quae me formavit non canem, sed asinum, quippe cum viderem largissimae cenae reliquiis rapinisque canes omnes inescatos atque distentos. Post noctem et rudimenta Veneris recens nupta gratias summas apud suos parentes ac maritum mihi meminisse non destitit, quoad summos illi promitterent honorem habituri mihi. Convocatis denique gravioribus amicis consilium datur, quo potissimum pacto digne remunerarer. Placuerant uni domi me conclusum et otiosum hordeo lecto fabaque et vicia saginari; sed optinuit alius, qui meae libertati prospexerat, suadens ut rurestribus potius campis in greges equinos lasciviens discurrerem daturum dominis equarum inscensu generoso multas alumnas.

Traduzione:

Da quel momento la signora non faceva che proclamarmi suo salvatore e mi colmava d’ogni attenzione: nel giorno delle nozze volle che la mia mangiatoia fosse ben colma di biada e mi fece portare tanto fieno come se si dovesse sfamare un cammello della Battriana. Ma quante maledizioni e quanti santi accidenti io non mandai a Fotide che mi aveva trasformato in asino e non in cane, dal momento che vedevo i cani di casa rimpinzarsi fino a scoppiare degli avanzi di quella cena sontuosa e di tutto quello che potevano rubare. Dopo la prima notte e le prime esperienze d’amore la sposa novella continuò a ricordare ai suoi genitori e al marito tutto il debito di gratitudine che mi doveva, fintanto che essi non le promisero di colmarmi di tutti gli onori. E infatti, riunirono gli amici più autorevoli e discussero in che modo io potessi degnamente essere ricompensato. Qualcuno propose che fossi tenuto in casa a far nulla, ingrassato a biada di prima qualità, a fave e a lupini; prevalse, però l’opinione di un altro che, preoccupandosi della mia libertà, consigliò di lasciarmi scorrazzare per i campi, a mio piacimento, in mezzo alle mandrie di cavalli, dove montando allegramente le puledre avrei potuto dare ai padroni molte mule di razza.

Metamorfosi – Libro VII – Brano 15:

Testo originale:

Ergo igitur evocato statim armentario equisone magna cum praefatione deducendus adsignor. Et sane gaudens laetusque praecurrebam et ceteris oneribus iam nunc renuntiaturus nanctaque libertate veris initio pratis herbantibus rosas utique reperturus aliquas. Subibat me tamen illa etiam sequens cogitatio, quod tantis actis gratiis honoribusque plurimis asino meo tribuit humana facie recepta multo tanta pluribus beneficiis honestarer. Sed ubi me procul a civitate gregarius ille perduxerat, nullae deliciae ac ne ulla quidem libertas excipit. Nam protinus uxor eius, avara equidem nequissimae illa mulier, molae machinariae subiugum me dedit frondosoque baculo subinde castigans panem sibi suisque de meo parabat corio. Nec tantum sui cibi gratia me fatigare contenta, vicinorum etiam frumenta mercennariis discursibus meis conterebat, nec mihi misero statuta saltem cibaria pro tantis praestabantur laboribus. Namque hordeum meum frictum et sub eadem mola meis quassatum ambagibus colonis proximis venditabat, mihi vero per diem laboriosae machinae adtendo sub ipsa vespera furfures apponebat incretos ac sordidos multosque lapide salebrosos.

Traduzione:

Così fu subito chiamato il mandriano e gli fui affidato con mille raccomandazioni. Com’ero allegro e felice e come trotterellavo davanti a lui pensando che non ci sarebbero stati più basti e some, che riacquistata la libertà avrei pur trovato da qualche parte un cespo di rose, dato che già i prati cominciavano a verdeggiare e la primavera era alle soglie. Ma facevo anche un’altra considerazione e cioè che se tanti onori e tante attenzioni mi venivano tributate come asino, chissà che pacchia sarebbe stata per me quando avessi riacquistato aspetto umano. Una volta però che quel mandriano m’ebbe portato lontano dalla città per me non ci fu nessuna delizia e nemmeno libertà. Sua moglie, infatti una donna terribilmente avara e cattiva, mi mise subito a girar la macina del mulino e così, frustandomi spesso e volentieri con una frasca, trovò il modo di farsi il pane per sé e per i suoi, a spese della mia pelle. E non si contentava di farmi lavorare soltanto per sé ma mi faceva girare per macinare a pagamento anche il frumento dei vicini, e, in cambio di tutta quella fatica, povero me, non mi dava nemmeno il cibo che mi spettava; anzi il mio orzo lo abbrustoliva, lo metteva nella macina, me lo faceva triturare ben bene e poi lo vendeva ai contadini del vicinato e a me, che tutto il giorno ero stato attaccato a quella pesantissima mola, soltanto alla sera mi metteva davanti un po’ di cruscone tutto sporco e immangiabile pieno com’era di terriccio.

Metamorfosi – Libro VII – Brano 16:

Testo originale:

Talibus aerumnis edomitum novis Fortuna saeva tradidit cruciatibus, scilicet ut, quod aiunt, domi forisque foribus factis adoriae plenae egregius mandati dominici serus auscultator aliquando permisit. At ego tandem liber asinus laetus et tripudians graduque molli gestiens equas opportunissimas iam mihi concubinas futuras deligebam. Sed haec etiam spes hilarior in capitale processit exitium. Mares enim ob amissuram veterem pasti satianter ac diu saginati, terribiles [alios] alioquin et utique quovis asino fortiores, de me metuentes sibi et adulterio degeneri praecaventes nec hospitalis Iovis servato foedere rivalem summo furentes persecuntur odio. Hic elatis in altum vastis pectoribus arduus capite et sublimis vertice primoribus in me pugillatur ungulis, ille terga pulposis torulis obsera convertens postremis velitatur calcibus, alius hinnitu maligno comminatus remulsis auribus dentiumque candentium renudatis asceis totum me commorsicat. Sic apud historiam de rege Thracio legeram, qui miseros hospites ferinis equis suis lacerandos devorandosque porrigebat; adeo ille praepotens tyrannus sic parcus hordei fuit ut edacium iumentorum famem corporum humanorum largitione sedaret.

Traduzione:

Dopo avermi prostrato con tante tribolazioni la sorte crudele volle mandarmene delle altre, naturalmente perché io potessi gloriarmi, come suol dirsi, in patria e all’estero, delle mie gesta eroiche. Infatti quello scrupoloso mandriano ricordandosi, un po’ tardi però, quel che gli aveva raccomandato il padrone, mi lasciò raggiungere il branco dei cavalli. Ero finalmente un asino libero, lieto e giubilante, che caracollava con eleganza e che già andava adocchiando alcune puledrine che facevano al caso suo. Ma anche questa volta le più rosee speranze risultarono un vero disastro. I maschi, infatti, ben pasciuti e da lungo tempo appositamente allevati per la monta, bestie in ogni modo intrattabili e ben più forti di un asino, ingelositi della mia presenza e volendo impedire un ibrido accoppiamento, senza riguardo alcuno ai doveri dell’ospitalità si avventarono contro il loro rivale con una furia terribile: uno, levando in alto l’ampio petto e impennando la fiera testa e il lungo collo mi colpì con gli zoccoli anteriori, come se facesse a pugni, un altro volgendomi la groppa pingue e muscolosa mi prese a calci, un terzo mi venne addosso a orecchie basse e con un nitrito minaccioso, mostrandomi una fila di denti bianchi e aguzzi come lance, mi prese a morsi. Insomma, un po’ come la storia che avevo letta di quel re della Tracia il quale faceva sbranare e divorare i poveri ospiti dai suoi cavalli selvaggi: quel tiranno così potente era tanto taccagno in fatto di biada che calmava la fame delle sue voraci giumente dispensando loro carne umana.

Metamorfosi – Libro VII – Brano 17:

Testo originale:

At eundem modum distractus et ipse variis equorum incursibus rursum molares illos circuitus requirebam. Verum Fortuna meis cruciatibus insatiabilis aliam mihi denuo pestem instruxit. Delegor enim ligno monte devehundo, perque mihi praefectus imponitur omnium unus ille quidem puer deterrimus. Nec me montis excelsi tantum arduum fatigabat iugum, nec saxeas tantum sudes incursando contribam ungulas, verum fustium quoque crebris ictibus prolixe dedolabar, ut usque plagarum mihi medullaris insideret dolor; coxaeque dexterae semper ictus incutiens et unum feriendo locum dissipato corio et ulceris latissimi facto foramine, immo fovea vel etiam fenestra nullus tamen desinebat identidem vulnus sanguine delibutum obtundere. Lignorum vero tanto me premebat pondere, ut fascium molem elephanto, non asino paratam putares. Ille vero etiam quotiens in alterum latus praeponderans declinarat sarcina, cum deberet potius gravantis ruinae fustes demere et levata paulisper pressura sanare me vel certe in alterum translatis peraequare, contra lapidibus additis insuper sic iniquitati ponderis medebatur.

Traduzione:

Straziato anch’io allo stesso modo e assalito da ogni parte da quegli stalloni rimpiansi la macina del mulino. Ma la sorte che non s’era stancata di tormentarmi mi preparò un nuovo flagello. Venni preso per trasportare legna giù dalla montagna e mi si diede per conducente un ragazzo che, a dire il vero era il peggiore ragazzo del mondo. Non soltanto salire un monte così alto e così impervio era per me una fatica micidiale, non soltanto a correre su e giù in mezzo ai sassi aguzzi mi s’eran consumate tutte le unghie, ma per di più le frustate che prendevo erano tante e poi tante che il dolore mi arrivava fino alla midolla delle ossa. A furia di colpirmi sulla zampa destra e sempre allo stesso punto, quello m’aveva rotta la pelle e prodotta una profonda lacerazione, anzi un buco, addirittura una finestra e, ciò nonostante, già ancora colpi, giusto sulla ferita sanguinante. Mi caricava poi di certi fasci di legna così enormi che li avresti creduti destinati a un elefante, non a un asino. Per di più ogni volta che il carico, mal distribuito, pendeva tutto da un lato non è che quel birbante togliesse qualche pezzo di legno dalla parte sbilanciata, come era logico, tanto da alleggerirmi un po’ e darmi un attimo di sollievo o per lo meno riequilibrasse il carico passandomene qualcuno dall’altro lato, macché, rimediava alla differenza di peso aggiungendo delle pietre.

Metamorfosi – Libro VII – Brano 18:

Testo originale:

Nec tamen post tantas meas clades inmodico sarcinae pondere contentus, cum fluvium transcenderemus, qui forte praeter viam defluebat, peronibus suis ab aquae madore consulens ipse quoque insuper lumbos meos insiliens residebat, exiguum scilicet et illud tantae molis superpondium. Ac si quo casu limo caenoso ripae supercilia lubricante oneris inpatientia prolapsus deruissem, cum deberet egregius agaso manum porrigere, capistro suspendere, cauda sublevare, certe partem tanti oneris, quoad resurgerem saltem, detrahere, nullum quidem defesso mihi ferebat auxilium, sed occipiens a capite, immo vero et ipsis auribus totum me complicabat [cidit] fusti grandissimo, donec fomenti vice ipsae me plagae suscitarent. Idem mihi talem etiam excogitavit perniciem. Spinas acerrumas et punctu venerato viriosas in fascem tortili nodo constrictas caudae meae pensilem deligavit cruciatum, ut incessu meo commotae incitataeque funestis aculeis infeste me convulnerarent.

Traduzione:

Ma non contento di schiacciarmi sotto carichi enormi, come se non ne avessi abbastanza di guai, tutte le volte che incontravamo un fiume e c’era da attraversarlo, costui, per non bagnarsi gli stivali, mi saltava in groppa, sistemandosi comodo: piccolo supplemento, certo, che s’aggiungeva al mio carico. E se per caso per il peso eccessivo che mi faceva barcollare, risalendo la riva opposta, io scivolavo sul terreno fangoso, quel singolare asinaio mica mi tendeva una mano, o mi tirava su per la cavezza, o cercava di sollevarmi per la coda o almeno di liberarmi di una parte del carico perché io potessi farcela a rialzarmi, macché, manco per niente che mi dava un aiuto, sfinito com’ero, ma, principiando dal capo, anzi proprio dalle orecchie, mi caricava di botte con un randello enorme fino a quando quelle legnate, funzionando come una medicina, non mi rimettevano in piedi. E fu lui, questo disgraziato, a inventare un altro supplizio ai miei danni. Prese dei rami che avevano spine aguzze e velenose, ne fece un fascio ben stretto e me li appese alla coda, perché, ciondolandomi dietro a ogni passo che facevo, mi straziassero con i loro terribili aculei.

Metamorfosi – Libro VII – Brano 19:

Testo originale:

Ergo igitur ancipiti malo laboratam. Nam cum me cursu proripueram fugiens acerbissimos incursus, vehementiore nisu spinarum feriebar: si dolori parcens paululum restitissem, plagis compellebar ad cursum. Nec quicquam videbatur aliud excogitare puer ille nequissimus quam ut me quoquo modo perditum iret, idque iurans etiam non numquam comminabatur. En plane fuit, quod eius detestabilem malitiam ad peiores conatus stimularet; nam quadam die nimia eius insolentia expugnata patientia mea calces in eum validas extuleram. Denique tale facinus in me comminiscitur. Stuppae sarcina me satis onustum probeque funiculis constrictum producit in viam deque proxima villula spirantem carbunculum furatus oneris in ipso meditullio reponit. Iamque fomento tenui calescens et enutritus ignis surgebat in flammas et totum me funestus ardor invaserat, nec ullum pestis extremae suffugium nec salutis aliquod apparet solacium, et ustrina talis moras non sustinet et meliora consilia praevertitur.

Traduzione:

E così non avevo scampo ai due mali: se mi mettevo a correre per evitare le sue furiose bastonature, erano le spine a bucarmi con più violenza; se mi fermavo un istante per far cessare quel tormento, le legnate mi costringevano a riprendere la corsa. Insomma pareva proprio che quel ragazzaccio le escogitasse tutte per ammazzarmi, in un modo o nell’altro; e talvolta me lo diceva finanche sacramentando. Ora accadde un fatto che spinse la sua odiosa malvagità a farmene una anche peggiore. Un giorno che non riuscii a sopportare le sue prepotenze, gli appioppai un paio di calci solenni. Ecco allora l’azionaccia che mi combino: mi pose sulla schiena una grossa balla di stoppa, fissandomela ben bene con doppio giro di corda, poi mi spinse sulla strada, alla prima cascina rubò un tizzone ardente e lo ficcò proprio in mezzo al carico. Il fuoco trovò una facile esca e divampò improvviso avvolgendomi tutto in una grande fiammata. Sembrava che ormai non vi fosse alcun rimedio, nessuna via di salvezza in quanto un simile rogo non con sentiva indugi e mandava in fumo anche le risoluzioni più sagge.

Metamorfosi – Libro VII – Brano 20:

Testo originale:

Sed in rebus scaevis adfulsit Fortunae nutus hilarior nescio an futuris periculis me reservans, certe praesente statutaque morte liberans. Nam forte pluviae pridianae recens conceptaculum aquae lutulentae proximum conspicatus ibi memet inprovido saltu totum abicio flammaque prorsus extincta tandem et pondere levatus et exitio liberatus evado. Sed ille deterrimus ac temerarius puer hoc quoque suum nequissimum factum in me retortis gregariisque omnibus adfirmavit me sponte vicinorum foculos transeuntem titubanti gradu prolapsum ignem ultroneum accersisse mihi, et arridens addidit: “Quo usque ergo frustra pascemus inigninum istum?” Nec multis interiectis diebus longe peioribus me dolis petivit. Ligno enim quod gerebam in proximam casulam vendito vacuum me ducens iam se nequitiae meae proclamans imparem miserrimumque istud magisterium rennuens querelas huius modi concinnat.

Traduzione:

In un simile frangente la Fortuna, però, volle sorridermi e offrirmi uno spiraglio di luce, forse per riservarmi futuri accidenti ma, certo, al presente, per liberarmi da una morte ormai sicura. Il caso volle ch’io scorgessi poco distante un fossato colmo d’acqua fangosa formatosi con la pioggia caduta il giorno prima; senza star là a pensarci, mi ci buttai. d’un salto e le fiamme finalmente si spensero e io ne uscii alleggerito del carico e sano e salvo. Ma quel poco di buono, quello spudorato, anche sta volta ritorse contro di me questa sua mascalzonata e andò a dire in giro a tutti i mandriani che ero stato io a passare in mezzo ai fuochi accesi dei vicini, che avevo messo un piede in fallo e che mi ci ero lasciato cadere sopra di proposito, dandomi così fuoco da me. E aggiunse ridacchiando: “Ma fino a quando dovremo ingrassare senza profitto questo incendiario?” Non fece passare molti giorni che mi procurò guai peggiori: vendette a un casolare là vicino il carico di legna che trasportavo e facendomi rifare la strada scarico si mise a dire a tutti che egli non riusciva più a venire a capo della mia pigrizia, ch’era stufo di fare un mestiere simile e altre tiritere di questo genere.

Metamorfosi – Libro VII – Brano 21:

Testo originale:

Videtis istum pigrum tardissimusque et nimis asinum? Me post cetera flagitia nunc novis periculis etiam angit. Vt quemque enim viatorem prospexerit, sive illa scitura mulier seu virgo nubilis seu tener puellus est, ilico disturbato gestamine, non numquam etiam ipsis stramentis abiectis, furens incurrit et homines amator talis appetit et humi prostrati illis inhians illicitas atque incognitas temptat libidines et ferinas voluptates, aversaque Venere invitat ad nuptias. Nam imaginem etiam savii mentiendo ore improbo compulsat ac morsicat. Quae res nobis non mediocris lites atque iurgia, immo forsitan et crimina pariet. Nunc etiam visa quadam honesta iuvene, ligno quod devehebat abiecto dispersoque, in eam furiosos direxit impetus et festivus hic amasio humo sordida prostratam mulierem ibidem omnium gestiebat inscendere. Quod nisi ploratu questuque femineo conclamatum viatorum praesidium accurrisset ac de mediis ungulis ipsius esset erepta liberataque, misera illa compavita atque dirupta ipsa quidem cruciabilem cladem sustinuisset, nobis vero poenale reliquisset exitium.”

Traduzione:

“Ma lo vedete questo indolente,” andava blaterando, “questo fannullone, asino per davvero in tutto e per tutto? Oltre alle malefatte che mi combina, ora mi mette anche nei guai. Se vede passare qualcuno per strada, che sia una bella donna o una ragazza da marito o un ragazzino, lì per lì, perde la testa rovescia il carico, si libera perfino del basto, e gli dà addosso, preso da smanie amorose per gli esseri umani, li butta a terra e, tutto bramoso, tenta su di loro illecite e strane libidini, bestiali piaceri, invitandoli ad amori contro natura. Perfino baci cerca di dispensare ma con quel suo muso osceno non riesce che a dare colpi e morsi. Tutto questo ci tirerà addosso denunzie e liti tutt’altro che piacevoli e finiremo anche processati. Poco fa, per esempio, ha adocchiato una bella ragazza, ha scaraventato qua e là la legna che trasportava e le si è buttato addosso come una furia: l’ha messa a terra lunga distesa e, davanti a tutti, ha cercato di montarla, questo allegro dongiovanni. Se alcuni passanti non fossero accorsi alle grida e ai pianti della ragazza e non gliel’avessero tolta di sotto, di quella poveretta ne avrebbe fatto uno scempio e noi saremmo andati a finir proprio male con la giustizia.”

Brano 22:

Testo originale:

Talibus mendaciis admiscendo sermones alios, qui meum verecundum silentium vehementius premerent, animos pastorum in meam perniciem atrociter suscitavit. Denique unus ex illis: “Quin igitur publicum istum maritum” inquit “immo communem omnium adulterum illis suis monstruosis nuptiis condignam victimamus hostiam? et ?Heus tu, puer,” ait “obtruncato protinus eo intestina quidem canibus nostris iacta, ceteram vero carnem omnem operariorum cenae reserva. Nam corium adfirmavit cineris inspersum dominis referemus eiusque mortem de lupo facile mentiemur.” Sublata cunctatione accusator ille meus noxius, ipse etiam pastoralis exsecutor sententiae, laetus et meis insultans malis calcisque illius admonitus, quam inefficacem fuisse mehercules doleo, protinus gladium cotis adtritu parabat.

Traduzione:

Aggiungendo bugie su bugie che nel mio imbarazzato silenzio suonavano ancor più offensive, quello riuscì ad aizzare contro di me l’animo di quei pastori, tanto che uno di loro se ne uscì con questa proposta: “Ma perché non lo immoliamo, questo marito pubblico, anzi questo seduttore bell’e pronto per tutti, ben degna vittima dei suoi amori mostruosi. Alé, ragazzo, scannalo e poi getta le sue budella ai nostri cani e conserva la carne per la cena degli operai. Penseremo noi a portare la pelle ai padroni dopo averla conciata con un po’ di cenere e, come niente, a far credere che è stato un lupo a divorarlo.” Senza farselo dire due volte quel mio infame accusatore tutto contento altresì di essere l’esecutore materiale di quella sentenza decretata dai pastori, spernacchiando sulle mie disgrazie e ricordandosi dei calci che gli avevo appioppati – ahi!, quanto mi dispiacque averglieli dati troppo piano – si mise subito ad affilar la spada.

Metamorfosi – Libro VII

Brano 23:

Testo originale:

Sed quidam de coetu illo rusticorum: “Nefas? ait “tam bellum asinum sic enecare et propter luxuriem lasciviamque amatoriam criminatum opera servitioque tam necessario carere, cum alioquin exsectis genitalibus possit neque in venerem nullo modo surgere vosque omni metu periculi liberare, insuper etiam longe crassior atque corpulentior effici. Multos ego scio non modo asinos inertes, verum etiam ferocissimo equos nimio libidinis laborantes atque ob id truces vesanoque adhibita tali detestatione mansuetos ac mites exinde factos et oneri ferundo non inhabiles et cetero ministerio patiente. Denique nisi vobis suadeo nolentibus, possum spatio modico interiecto, quo mercatum obire statui, petitis e domo ferramentis huic curare praeparatis ad vos actutum redire trucemque amatorem istum atque insuavem dissitis femoribus emasculare et quovis vervece mitiorem efficere.”

Traduzione:

Ma è un peccato ammazzare un asino così bello” intervenne uno di quei villani. “In fondo noi ci priviamo del suo servizio e della sua opera così preziosa solo perché ha certi vizietti e certe manie erotiche; tagliamogli, invece, i coglioni, così finirà di sfoderare il membro e di darci grattacapi in più ci diventerà bello grasso e grosso. Io so non solo di molti asini lavativi ma anche di cavalli che essendo sempre in calore erano ribelli e intrattabili; ebbene, una volta castrati sono diventati mansueti e belli grassi, proprio adatti per portare il basto e per fare ogni altro tipo di lavoro. Se siete d’accordo me ne incarico io: già che devo arrivare al mercato qui vicino, faccio un salto a casa, prendo i ferri che mi servono e in un attimo sono di ritorno. Vedrete che non ci vuol molto ad aprirgli le cosce a questo stallone fetente e, zac, a farvelo diventare più docile di una pecora.”

Metamorfosi – Libro VII

Brano 24:

Testo originale:

Tali sententia mediis Orci manibus extractus set extremae poenae reservatus maerebam et in novissima parte corporis totum me periturum deflebam. Inedita denique vel praecipiti ruina memet ipse quaerebam extinguere moriturus quidem nihilo minus sed moriturus integer. Dumque in ista necis meae decunctor electione, matutino me rursum puer ille peremptor meus contra montis suetum ducit vestigium, Iamque me de cuiusdam viam supergressus ipse securi lignum, quod deveheret, recidebat. Et ecce de proximo specu vastum attollens caput funesta proserpit ursa. Quam simul conspexi, pavidus et repentina facies conterritus totum corporis pondus in postremos poplites recello arduaque cervice sublimiter elevata lorum quo tenebar rumpo meque protinus pernici fugae committo perque prona non tantum pedibus verum etiam toto proiecto corpore propere devolutus immitto me campis subpatentibus, ex summo studio fugiens immanem ursam ursaque peiorem illum puerum.

Traduzione:

Se questa proposta mi strappava alle grinfie della morte mi condannava, però, a una pena delle più spiacevoli. Così cominciai a disperarmi e a piangere la perdita di un’appendice tanto importante del mio corpo. Pensai addirittura di lasciarmi morire di fame o buttarmi giù da un precipizio, di farla finita, insomma: almeno sarei morto intero. Mentre stavo lì a pensare sul tipo di morte da darmi ecco che quel delinquente di ragazzo mi prelevò di primo mattino e mi portò ancora sulla montagna, lungo il solito sentiero. Qui mi legò al ramo di una grande quercia e lui si mise un po’ più discosto a tagliare con la sua accetta la legna da portar giù. Ma ecco che da una caverna lì vicino sbucò con l’enorme testa eretta un’orsa spaventosa. Atterrito alla vista di quell’apparizione improvvisa appoggiai sui garretti posteriori tutto il peso del corpo e sollevando la testa più in alto che potevo cominciai a dare strattoni furiosi finché non ruppi la corda che mi tratteneva; poi, via di gran volata già per la china e non soltanto spingendo con i piedi ma capitombolando con tutto il peso del corpo proteso in avanti, finché non mi trovai in piano, nei campi, tanto era stato l’impulso di scampare a quell’orsa colossale e a quel ragazzo ancora peggiore.

Metamorfosi – Libro VII

Brano 25:

Testo originale:

Tunc quidam viator solitarium vagumque me respiciens invadit et properiter inscensum baculo quod gerebat obverberans per obliquam ignaramque me dicebat viam. Nec invitus ego cursui me commodabam relinquens atrocissimam virilitatis lanienam. Ceterum plagis non magnopere commovebar quippe consuetus ex forma concidi fustibus. Sed illa Fortuna meis casibus pervicax tam opportunum latibulum miseria celeritate praeversa novas instruxit insidias. Pastores enim mei perditam sibi requirentes vacculam variasque regiones peragrantes occurrunt nobis fortuito statimque me cognitum capistro prehensum attrahere gestiunt. Sed audacia valida resistens ille fidem hominum deumque testabatur: “Quid me raptatis violenter? Quid invaditis?” “Ain, te nos tractamus inciviliter, qui nostrum asinum furatus abducis? Quin potius effaris ubi puerum eiusdem agasonem, necatum scilicet, occultaris?” Et illico detractus ad terram pugnisque pulsatus et calcibus contusus infit deierans nullum semet vidisse ductorem, sed plane continatum solutum et solitarium ob indicivae praemium occupasse, domino tamen suo restituturum. “Atque unitam ipse asinum”, inquit “quem numquam profecto vidissem, vocem quiret humanam dare meaeque testimonium innocentiae perhibere posset: profecto vos huius iniuriae pigeret.” Sic adseverans nihil quicquam promovebat. Nam collo constrictum reductum eum pastores molesti contra montis illius silvosa nemora unde lignum puer solebat egerere.

Traduzione:

Ma ecco che un viandante vedendomi vagare tutto solo e senza padrone mi afferrò, mi saltò lesto in groppa e, picchiandomi col suo bastone, mi menò per una via traversa che non conoscevo. Io, dal canto mio, ce la mettevo tutta a correre più che potevo visto che soltanto così potevo evitare l’orribile mutilazione della mia virilità; quanto alle frustate ero così abituato ormai a prenderle regolarmente che quelle non mi facevano punto impressione. Ma la Fortuna, ostinandosi contro di me mandò in malora con fulminea rapidità quella provvidenziale occasione e architettò nuove trappole. I miei pastori, infatti, che stavano battendo quella zona alla ricerca di una loro giovenca che s’era smarrita, per caso s’imbatterono in noi e, riconoscendomi immediatamente, mi presero per la cavezza e fecero per trascinarmi con loro. “Ma perché mi fate violenza? perché mi derubate?” cominciò a gridare il mio cavaliere, cercando coraggiosamente di opporre resistenza e invocando a testimoni gli uomini e gli dei. “Ah, si, eh? Ora siamo noi a trattar male te, che ci rubi l’asino e ce lo porti via? Perché, invece, non ci dici cosa ne hai fatto del ragazzo ch’era con l’asino? L’hai ucciso? E dove l’hai nascosto?” e scaraventatolo a terra cominciarono a tempestarlo di pugni e di calci, a pestarlo ben bene nonostante che egli giurasse e spergiurasse di non aver visto alcun asinaio ma che s’era appropriato soltanto di un asino libero e tutto solo per giunta, con l’intenzione di restituirlo al padrone per averne una mancia. “Magari potesse parlare quest’asino (ah, non l’avessi mai visto!): vi testimonierebbe la mia innocenza e voi vi pentireste dell’offesa che mi fate.” Ma le sue preghiere non valsero a nulla. Quei violenti gli legarono una corda al collo e lo trascinarono su per la montagna nel folto del bosco, là dove il ragazzo era solito andare a far legna.

Metamorfosi – Libro VII

Brano 26:

Testo originale:

Nec uspiam ruris reperitur ille, sed plane corpus eius membratim laceratum multisque dispersum locis conspicitur. Quam rem procul dubio sentiebam ego illius ursae dentibus esse perfectam, et hercules dicerem quod sciebam, si loquendi copia suppeditaret. sed, quod solum poteram, tacitus licet serae vindictae gratulabar. Et cadaver quidem disiectis partibus tandem totum repertum aegreque concinnatum ibidem terrae dedere, meum vero Bellerophontem abactorem indubitatum cruentumque percussorem criminantes, ad casas interim suas vinctum perducunt, quoad renascenti die sequenti deductus ad magistratus, ut aiebant, poenas redderetur. Interim dum puerum illum parentes sui plangoribus fletibusque querebantur, et adveniens ecce rusticus nequaquam promissum suum frustratus destinatam sectionem meam flagitat. “Non est” in his inquit unus “indidem praesens iactura nostra, sed plane crastino libet non tantum naturam verum etiam caput quoque ipsum pessimo isto asino demere. Nec tibi ministerium deerit istorum.”

Traduzione:

Ma del ragazzo nessuna traccia nella zona. Fu invece trovato il suo corpo fatto a brandelli, sparso qua e là per un gran tratto. Io capi; subito che era stata l’orsa e se avessi avuto la possibilità di parlare, perdio, l’avrei anche detto, l’unica cosa però che potetti fare fu quella di rallegrarmi in cuor mio, di quella tardiva vendetta. Raccolte a fatica le membra sparse del morto i pastori le seppellirono sul luogo ma il mio Bellerofonte, accusato ormai senza ombra di dubbio come ladro e sanguinario assassino, se lo trascinarono dietro alla loro capanna per consegnarlo, l’indomani, ai magistrati perché fosse fatta, così essi dissero, giustizia. Intanto mentre i genitori del ragazzo piangevano disperati la sua morte, ecco sopraggiungere il contadino che, mantenendo puntualmente la parola, pretendeva di eseguire l’operazione, com’era stato deciso. “Questa è una questione che non c’entra per niente con la disgrazia che ci è capitata oggi” fece uno. “Sarà per domani e vedrai che non gli taglieremo soltanto i coglioni a questo asino maledetto, ma anche la testa.”

Metamorfosi – Libro VII

Brano 27:

Testo originale:

Sic effectum est ut in alterum diem clades differetur mea. At ego gratias agebam bono puero quod saltem mortuus unam carnificinae meae dieculam donasset. nec tamen tantillum saltem gratulationi meae quietive spatium datum; nam mater pueri, mortem deplorans acerbam filii, fleta et lacrimosa fuscaque veste contecta, ambabus manibus trahens cinerosam canitiem, heiulans et exinde proclamans stabulum inrumpit meum tunsisque ac diverberatis vehementer uberibus incipit: “Et nunc iste securus incumbens praesepio voracitati suae deseruit et insatiabilem profundumque ventrem semper esitando distendit nec aerumnae meae miseretur vel detestabilem casum defuncti magistri recordatur, sed scilicet senectam infirmitatemque meam contemnit ac despicit et impune se laturum tantum scelus credit. At utcumque se praesumit innocentem; est enim congruens pessimis conatibus contra noxiam conscientiam sperare securitatem. Nam pro deum fidem, quadrupes nequissime, licet precariam vocis usuram sumeret, cui tandem vel ineptissimo persuadere possis atrocitatem istam culpa (tua) carere, cum propugnare pedibus et arcere morsibus misello puero potueris? An ipsum quidem saepius incursare calcibus potuisti, morituram vero defendere alacritate simili nequisti? Certe dorso receptum auferres protinus et infesti latronis cruentis manibus eriperes, postremum deserto derelictoque illo conservo magistro comite pastore non solus aufugeres. An ignoras eos etiam qui morituris auxilium salutare denegarint, quod contra bonos mores id ipsum fecerint, solere puniri? Sed non diutius meis cladibus laetaberis, homicidia. Senties efficiam, misero dolori naturales vires adesse”;

Traduzione:

E così quella tortura mi fu differita all’indomani ed io fui riconoscente a quel buon ragazzo che, almeno da morto, m’aveva regalato un giornerello di proroga al mio supplizio. Però nemmeno questo tantinello di tempo io potetti godermi in pace in quanto la madre del ragazzo, disperata per l’immatura morte del figlio, tutta in lacrime e in gramaglie, strappandosi con ambedue le mani i bianchi capelli cosparsi di cenere, straziandosi il petto a furia di pugni, urlando e strepitando, irruppe nella stalla: “Ma guardalo qui, come se niente fosse, col muso nella mangiatoia che pensa a saziare la sua ingordigia e a gonfiarsi quel suo ventre senza fondo; e non ha un minimo di compassione per il mio dolore e non gli passa nemmeno per la testa l’orribile fine che è toccata al suo padrone. Si capisce, lui se ne infischia della mia vecchiaia, non tien conto della mia debolezza ed è convinto di passarla liscia dopo un delitto così mostruoso, anzi presume di essere innocente. Eh, si, sono proprio quelli che hanno commesso le colpe più gravi che sperano impunità nonostante che hanno la coscienza sporca. Ma tu, in nome di dio, maledetta bestiaccia, se anche per un momento tu potessi far uso della parola, com’è che potresti persuadere qualcuno, fosse anche l’uomo più balordo, che questa terribile disgrazia è accaduta senza che tu ne avessi colpa, quando proprio tu, a calci e a morsi, avresti potuto di fendere quel povero ragazzo? Eppure a prenderlo a calci, e spesso, eri capace, ma a difenderlo dalla morte con lo stesso zelo, no! Potevi, certo, caricartelo in groppa e strapparlo, così, dalle mani insanguinate del suo spietato assassino; e, invece, no. Te ne sei fuggito da solo lasciandolo steso a terra, lui che era il tuo compagno di lavoro, il tuo maestro, il tuo amico, la tua guida. Ma non lo sai che quelli che rifiutano di porgere aiuto a chi è in pericolo vengono puniti, perché così facendo agiscono contro i principi della morale? Ma tu non ti rallegrerai a lungo della mia sventura, assassino: ti farò sentire io come questo mio strazio m’abbia ridato le forze!”;

Metamorfosi – Libro VII

Brano 28:

Testo originale:

et cum dicto subsertis manibus exsoluit suam sibi fasceam pedesque meos singillatim inligans indidem constringit artissime, scilicet ne quod vindictae meae superesset praesidium, et pertica qua stabuli fores offirmari solebant adrepta non prius me desiit obtundere quam victis fessisque viribus suopte pondere degravatus manibus eius fustis esset elapsus. Tunc de brachiorum suorum cita fatigatione conquesta procurrit ad focum ardentemque titionem gerens mediis inguinibus obtrudit usque, donec solo quod restabat nisus praesidio liquida fimo strictim egesta faciem atque oculos eius confoedassem. Qua caecitate atque faetore tandem fugata est a mea pernicie: ceterum titione delirantis Althaeae Meleager asinus interisset.

Traduzione:

Così dicendo trasse da sotto il vestito la fascia che le stringeva la vita e mi legò strettamente i piedi perché io non potessi avere alcuna possibilità di difendermi; poi, presa una pertica che serviva per sprangare la porta della stalla, continuò a darmene tante finché le ressero le forze e il bastone, pesante com’era, non le cadde di mano. Imprecando, allora contro le sue braccia che s’erano così presto stancate, corse al focolare e, preso un tizzone ardente, me lo ficcò fra le natiche. Ricorsi, allora, all’unica difesa che mi restava: le scaricai addosso un getto violento di sciolta che le imbrattò viso e occhi e, così accecata e soffocata dal fetore, quella peste mi si levò di torno, altrimenti un asino sarebbe morto per il tizzone di un’Altea impazzita, come Meleagro.

Metamorfosi – Libro VII

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