Di seguito trovi il testo originale (sulla sinistra) e la traduzione (sulla destra) delle Metamorfosi (Libro VI) di Apuleio. Buona lettura!

Metamorfosi – Libro VI – Brano 1:

Testo originale:

Interea Psyche variis iactabatur discursibus, dies noctesque mariti vestigationibus inquieta animi, tanto cupidior iratum licet si non uxoriis blanditiis lenire certe servilibus precibus propitiare. Et prospecto templo quodam in ardui montis vertice: “Vnde autem” inquit “scio an istic meus degat dominus?” Et ilico dirigit citatum gradum, quem defectum prorsus adsiduis laboribus spes incitabat et votum. Iamque naviter emensis celsioribus iugis pulvinaribus sese proximam intulit. Videt spicas frumentarias in acervo et alias flexiles in corona et spicas hordei videt. Erant et falces et operae messoriae mundus omnis, sed cuncta passim iacentia et incuria confusa et, ut solet aestu, laborantium manibus proiecta. Haec singula Psyche curiose dividit et discretim semota rite componit, rata scilicet nullius dei fana caerimoniasve neglegere se debere sed omnium benivolam misericordiam corrogare.

Traduzione:

Intanto Psiche vagava di qua e di là cercando con l’animo in pena, giorno e notte il suo sposo. Ella più che mai desiderava se non di rabbonirlo con le sue carezze di sposa perché era troppo adirato, almeno di ottenerne il perdono con le preghiere più umili. ‘Chissà che il mio signore non abiti là’ pensò quando scorse un tempio sulla cima di un’alta montagna. E, sebbene fosse stanca per il continuo peregrinare, là si diresse affrettando il passo, sorretta dalla speranza e dal desiderio. Superate rapidamente alte giogaie, raggiunse quei sacri altari. Vide spighe di frumento a mucchi e altre intrecciate in corone, spighe d’orzo, falci e attrezzi per mietere ben lustri ma sparsi qua e là alla rinfusa, come sogliono lasciarli d’estate per il gran caldo i contadini stanchi. Psiche con gran cura cominciò a dividere e a mettere in ordine, pensando giustamente che ella non dovesse trascurare nessun tempio e pratica religiosa ma anzi invocare la misericordia e la benevolenza di tutti gli dei.

Metamorfosi – Libro VI – Brano 2:

Testo originale:

Haec eam sollicite seduloque curantem Ceres alma deprehendit et longum exclamat protinus: “Ain, Psyche miseranda? Totum per orbem Venus anxia disquisitione tuum vestigium furens animi requirit teque ad extremum supplicium expetit et totis numinis sui viribus ultionem flagitat: tu vero rerum mearum tutelam nunc geris et aliud quicquam cogitas nisi de tua salute?” Tunc Psyche pedes eius advoluta et uberi fletu rigans deae vestigia humumque verrens crinibus suis multiiugis precibus editis veniam postulabat: “Per ego te frugiferam tuam dexteram istam deprecor per laetificas messium caerimonias per tacita secreta cistarum et per famulorum tuorum draconum pinnata curricula et glebae Siculae sulcamina et currum rapacem et terram tenacem et inluminarum Proserpinae nuptiarum demeacula et luminosarum filiae inventionum remeacula et cetera quae silentio tegit Eleusinis Atticae sacrarium, miserandae Psyches animae supplicis tuae subsiste. Inter istam spicarum congeriem patere vel pauculos dies delitescam, quoad deae tantae saeviens ira spatio temporis mitigetur vel certe meae vires diutino labore fessae quietis intervallo leniantur.”

Traduzione:

Mentre tutta sollecita Psiche era intenta a questo lavoro sopraggiunse Cerere: ‘Oh, povera Psiche’ esclamò da lontano. ‘Venere è furibonda con te e ti sta cercando per mare e per terra; vuole ucciderti e con tutta la sua divina potenza grida vendetta. E tu te ne stai qui a occuparti delle mie cose e a tutto pensi fuorché a porti in salvo.’ Allora Psiche prostrandosi dinanzi alla dea e bagnando con copiose lacrime i suoi piedi e spazzando con i capelli la terra, cominciò a pregarla in mille modi, a invocarne il soccorso: ‘Ti supplico per questa tua mano dispensatrice di messi, per le gioconde feste della mietitura, per gli inviolabili misteri dei tuoi sacri arredi, per il tuo alato cocchio al quale, per servirti, sono aggiogati serpenti, per i solchi delle campagne di Sicilia, per il carro che ti rapì Proserpina, per la terra avara che te la sottrasse, per la sua discesa agli Inferi a nozze tenebrose, per il suo ritorno alla luce, per ogni altro mistero che il silenzio del tuo santuario, ad Eleusi, custodisce, soccorri Psiche che ti supplica, la sua povera vita. ‘Lascia ch’io mi nasconda fra questi covoni di spighe, per pochi giorni soltanto, finché non si plachi, col tempo, la collera terribile di una dea così potente o almeno fino a quando io non riprenda, con una breve sosta, un po’ di forze, sfinita come sono dopo un così lungo peregrinare.’

Metamorfosi – Libro VI – Brano 3:

Testo originale:

Suscipit Ceres: “Tuis quidem lacrimosis precibus et commoveor et opitulari cupio, sed cognatae meae, cum qua etiam foedus antiquum amicitiae colo, bonae praeterea feminae, malam gratiam subire nequeo. Decede itaque istis aedibus protinus et quod a me retenta custoditaque non fueris optimi consule.” Contra spem suam repulsa Psyche et afflicta duplici maestitia iter retrorsum porrigens inter subsitae convallis sublucidum lucum prospicit fanum sollerti fabrica structum, nec ullam vel dubiam spei melioris viam volens omittere sed adire cuiscumque dei veniam sacratis foribus proximat. Videt dona pretiosa et lacinias auro litteratas ramis arborum postibusque suffixas, quae cum gratia facti nomen deae cui fuerant dicata testabantur. Tunc genu nixa et manibus aram tepentem amplexa detersis ante lacrimis sic adprecatur:

Traduzione:

‘Mi commuovono le tue lacrime e le tue preghiere’ le rispose Cerere ‘e vorrei proprio aiutarti. Ma Venere è una mia parente, ottima donna peraltro, con la quale sono sempre stata in buoni rapporti; non me la sento, perciò, di farle un torto. Esci dunque, e in fretta, da questo mio tempio e consideralo già un favore se non ti faccio mia prigioniera.’ Così, contro ogni sua speranza, Psiche si vide respinta e, delusa, sentì raddoppiare dentro l’angoscia. Tornò allora sui suoi passi e vide nel mezzo di un boschetto che verdeggiava nella valle sottostante un tempio costruito con bell’arte. Non volendo tralasciare nessuna possibilità, benché minima, di miglior fortuna, ma anzi invocare il favore di quel dio, qualunque fosse, ella si avvicinò alla sacra porta e vide magnifici doni votivi e festoni ricamati a lettere d’oro appesi ai rami degli alberi e agli stipiti delle porte che testimoniavano le grazie ricevute e dichiaravano il nome della dea cui erano dedicati. Psiche cadde allora in ginocchio e asciugandosi gli occhi e abbracciando l’altare ancora tiepido, così pregò:

Metamorfosi – Libro VI – Brano 4:

Testo originale:

“Magni Iovis germana et coniuga, sive tu Sami, quae sola partu vagituque et alimonia tua gloriatur, tenes vetusta delubra, sive celsae Carthaginis, quae te virginem vectura leonis caelo commeantem percolit, beatas sedes frequentas, seu prope ripas Inachi, qui te iam nuptam Tonantis et reginam deorum memorat, inclitis Argivorum praesides moenibus, quam cunctus oriens Zygiam veneratur et omnis occidens Lucinam appellat, sis mei extremis casibus Iuno Sospita meque in tantis exanclatis laboribus defessam imminentis periculi metu libera. Quod sciam, soles praegnatibus periclitantibus ultro subvenire.” Ad istum modum supplicanti statim sese Iuno cum totius sui numinis angusta dignitate praesentat et protinus: “Quam vellem” inquit “per fidem nutum meum precibus tuis accommodare. Sed contra voluntatem Veneris nurus meae, quam filiae semper dilexi loco, praestare me pudor non sinit. Tunc etiam legibus quae servos alienos profugos invitis dominis vetant suscipi prohibeor.”

Traduzione:

‘O sorella e sposa del grande Giove, sia che tu abiti nell’antico santuario di Samo, la sola che può vantarsi dei tuoi natali, di aver sentito per prima i tuoi vagiti e d’averti allevata, o sia che tu ti indugi nella beata dimora dell’eccelsa Cartagine che venera te, vergine trascorrente nel cielo sul dorso di un leone, o sia che tu protegga le mura di Argo presso le rive dell’Inaco, che da sempre ti chiama sposa del Tonante e regina di tutte le dee, tu che tutto l’Oriente venera col nome di Zigia e tutto l’Occidente con quello di Lucina, sii nella mia estrema sventura, veramente Giunone Salvatrice e me, sfinita da tutte le sofferenze patite, libera dalla paura del pericolo che mi sovrasta. So che tu sei quella che prontamente accorre a sostenere le donne nel momento rischioso del parto.’ Così supplicava Psiche e a un tratto le comparve davanti Giunone in persona in tutta l’augusta maestà del suo nume: ‘Come vorrei, credimi, esaudire le tue preghiere’ le disse ‘ma per doveroso riguardo io non posso mettermi contro la volontà di Venere, che mi è nuora, e che, del resto, ho sempre voluto bene come una figlia. Per giunta ci sono anche le leggi a impedirmelo, che proibiscono di dare ospitalità agli schiavi fuggiti senza il permesso dei loro padroni.’

Metamorfosi – Libro VI – Brano 5:

Testo originale:

Isto quoque fortunae naufragio Psyche perterrita nec indipisci iam maritum volatilem quiens, tota spe salutis deposita, sic ipsa suas cogitationes consuluit: “Iam quae possunt alia meis aerumnis temptari vel adhiberi subsidia, cui nec dearum quidem quanquam volentium potuerunt prodesse suffragia? Quo rursum itaque tantis laqueis inclusa vestigium porrigam quibusque tectis vel etiam tenebris abscondita magnae Veneris inevitabiles oculos effugiam? Quin igitur masculum tandem sumis animum et cassae speculae renuntias fortiter et ultroneam te dominae tuae reddis et vel sera modestia saevientes impetus eius mitigas? Qui scias an etiam quem diu quaeritas illic in domo matris reperias?” Sic ad dubium obsequium immo ad certum exitium praeparata principium futurae secum meditabatur obsecrationis.

Traduzione:

Per la seconda volta Psiche vide così naufragare le sue speranze. Sentiva che non avrebbe più potuto raggiungere il suo sposo alato e che ogni via di salvezza ormai le era preclusa. ‘Quali altre strade mi restano’ incominciò a pensare fra sé, ‘quali rimedi ai miei mali, se neppure delle dee hanno potuto aiutarmi nonostante le loro migliori intenzioni? Dove di nuovo volgere i passi, impigliata come sono in tanti lacci, sotto qual tetto, in quali tenebre nascondermi per sfuggire all’occhio implacabile della grande Venere? Perché, invece, non ti fai coraggio e, decisamente, rinunzi alle tue povere speranze e spontaneamente non ti arrendi alla tua padrona e con un atto di umiltà, anche se tardivo, non cerchi di placarne la collera violenta? Chissà che quello che stai cercando da tanto tempo tu non lo trova proprio là, nella casa di sua madre?’ Così, pronta a una resa le cui conseguenze erano incerte, o meglio portavano a una sicura rovina, Psiche rifletteva tra sé come incominciare la supplica.

Metamorfosi – Libro VI – Brano 6:

Testo originale:

At Venus terrenis remediis inquisitionis abnuens caelum petit. Iubet instrui currum quem ei Vulcanus aurifex subtili fabrica studiose poliverat et ante thalami rudimentum nuptiale munus obtulerat limae tenuantis detrimento conspicuum et ipsius auri damno pretiosum. De multis quae circa cubiculum dominae stabulant procedunt quattuor candidae columbae et hilaris incessibus picta colla torquentes iugum gemmeum subeunt susceptaque domina laetae subvolant. Currum deae prosequentes gannitu constrepenti lasciviunt passeres et ceterae quae dulce cantitant aves melleis modulis suave resonantes adventum deae pronuntiant. Cedunt nubes et Caelum filiae panditur et summus aether cum gaudio suscipit deam, nec obvias aquilas vel accipitres rapaces pertimescit magnae Veneris canora familia.

Traduzione:

Intanto Venere rinunciando a valersi per le sue ricerche di mezzi terreni decise di tornarsene in cielo e ordinò che le fosse allestito il cocchio che Vulcano, l’orafo insigne, le aveva fabbricato con arte raffinata per offrirglielo come dono di nozze alla vigilia della prima notte. Era un carro bellissimo per l’opera sottile della lima che togliendo l’oro superfluo lo aveva ancor più impreziosito. Delle molte colombe che sostavano dinanzi alla camera della dea, quattro, bianchissime, vennero avanti e con graziosi passi, muovendo qua e là il collo iridato, si sottoposero al giogo tempestato di pietre preziose, attesero che la loro signora fosse salita e poi presero il volo. In corteo, dietro il carro, folleggiavano i passeri in lieta gazzarra e gli altri uccelli con canti modulati e con dolci gorgheggi annunziavano il suo arrivo. Le nubi si ritrassero, il cielo si spalancò per ricevere sua figlia e l’altissimo etere gloriosamente accolse la dea, né volo d’aquile o di rapaci sparvieri impauriva il canoro corteggio della grande Venere.

Metamorfosi – Libro VI – Brano 7:

Testo originale:

Tunc se protinus ad Iovis regias arces dirigit et petitu superbo Mercuri dei vocalis operae necessariam usuram postulat. Nec rennuit Iovis caerulum supercilium. Tunc ovans ilico, comitante etiam Mercurio, Venus caelo demeat eique sollicite serit verba: “Frater Arcadi, scis nempe sororem tuam Venerem sine Mercuri praesentia nil unquam fecisse nec te praeterit utique quanto iam tempore delitescentem ancillam nequiverim reperire. Nil ergo superest quam tuo praeconio praemium investigationis publicitus edicere. Fac ergo mandatum matures meum et indicia qui possit agnosci manifeste designes, ne si quis occultationis illicitae crimen subierit, ignorantiae se possit excusatione defendere”; et simul dicens libellum ei porrigit ubi Psyches nomen continebatur et cetera. Quo facto protinus domum secessit.

Traduzione:

Ella si diresse difilato al gran palazzo di Giove e senza mezze misure chiese che, per un suo progetto, le fosse messo a disposizione Mercurio, il dio banditore. Il nero sopracciglio di Giove le disse di sé e Venere, tutta trionfante, lasciò il cielo rivolgendosi con gran premura a Mercurio che la seguiva. Fratello Arcade, tu sai che tua sorella Venere non ha mai fatto nulla senza l’aiuto di Mercurio e saprai da quanto tempo è che io non riesco a sapere dove si nasconda quella ragazza. Non mi rimane altro che annunciare pubblicamente attraverso un tuo bando che io darò un premio a chi la troverà. Fa, però, alla svelta e vedi di essere chiaro, di illustrare bene i suoi connotati, in modo che ognuno possa individuarla e, se contro le leggi si sia reso colpevole di averle dato ospitalità, non abbia poi a trovare scuse di non saperne nulla.’ Così dicendo gli porse un foglio dove era segnato il nome di Psiche e ogni altra indicazione. Poi se ne tornò subito a casa.

Metamorfosi – Libro VI – Brano 8:

Testo originale:

Nec Mercurius omisit obsequium. Nam per omnium ora populorum passim discurrens sic mandatae praedicationis munus exsequebatur: “Sic quis a fuga retrahere vel occultam demonstrare poterit fugitivam regis filiam, Veneris ancillam, nomine Psychen, conveniat retro metas Murtias Mercurium praedicatorem, accepturus indicivae nomine ab ipsa Venere septem savia suavia et unum blandientis adpulsu linguae longe mellitum.” Ad hunc modum pronuntiante Mercurio tanti praemii cupido certatim omnium mortalium studium adrexerat. Quae res nunc vel maxime sustulit Psyches omnem cunctationem. Iamque fores ei dominae proximanti occurrit una de famulitione Veneris nomine Consuetudo statimque quantum maxime potuit exclamat: “Tandem, ancilla nequissima, dominam habere te scire coepisti? An pro cetera morum, tuorum temeritate istud quoque nescire te fingis quantos labores circa tuas inquisitiones sustinuerimus? Sed bene, quod meas potissimum manus incidisti et inter Orci cancros iam ipso haesisti datura scilicet actutum tantae contumaciae poenas.”

Traduzione:

Mercurio obbedì all’istante. Si mise a correre per tutte le terre del mondo per eseguire l’incarico di banditore che gli era stato affidato: “Chiunque catturerò o indicherò il luogo dove si nasconde una figlia di re, schiava di Venere, datasi alla fuga, di nome Psiche, si rechi dal banditore Mercurio dietro le colonne Murzie. A compenso della denunzia riceverò da Venere in persona sette dolcissimi baci e uno ancora più dolce a lingua in bocca.” Un bando come questo, gridato da Mercurio, e il desiderio di guadagnarsi un premio simile eccitò ogni uomo e tutti gareggiarono in zelo e questo tolse a Psiche ogni ulteriore incertezza. Mentre ella si avvicinava al palazzo di Venere le venne incontro la Consuetudine, una delle schiave della dea che, con tutta la voce che aveva in corpo, cominciò a investirla: ‘Finalmente hai cominciato a capire che hai una padrona, serva d’una malora! Oppure con la tua solita impudenza ora fai anche finta di non sapere quanti fastidi ci hai dato per venirti a cercare? E sta bene, ora però mi sei capitata fra le mani e quindi sii pur certa che sei caduta nelle grinfie dell’Orco e quanto prima la pagherai, e come, questa tua insolenza.’

Metamorfosi – Libro VI – Brano 9:

Testo originale:

Et audaciter in capillos eius inmissa manu trahebat eam nequaquam renitentem. Quam ubi primum inductam oblatamque sibi conspexit Venus, latissimum cachinnum extollit et qualem solent furenter irati, caputque quatiens et ascalpens aurem dexteram: “Tandem” inquit “dignata es socrum tuam salutare? An potius maritum, qui tuo vulnere periclitatur, intervisere venisti? Sed esto secura, iam enim excipiam te ut bonam nurum condecet”; et: “Vbi sunt” inquit “Sollicitudo atque Tristities ancillae meae?” Quibus intro vocatis torquendam tradidit eam. At illae sequentes erile praeceptum Psychen misellam flagellis afflictam et ceteris tormentis excruciatam iterum dominae conspectui reddunt. Tunc rursus sublato risu Venus: “Et ecce” inquit “nobis turgidi ventris sui lenocinio commovet miserationem, unde me praeclara subole aviam beatam scilicet faciat. Felix velo ego quae ipso aetatis meae flore vocabor avia et vilis ancillae filius nepos Veneris audiet. Quanquam inepta ego quae frustra filium dicam; impares enim nuptiae et praeterea in villa sine testibus et patre non consentiente factae legitimae non possunt videri ac per hoc spurius iste nascetur, si tamen partum omnino perferre te patiemur.”

Traduzione:

E afferratala bruscamente per i capelli cominciò a strascinarla senza che quella poveretta potesse minimamente reagire. Quando Venere se la vide portare davanti sbottò in una sonora sghignazzata e scuotendo la testa come di solito fa chi ribolle dentro dalla rabbia e grattandosi l’orecchio destro: ‘Finalmente’ le gridò ‘ti sei degnata di venire a salutare tua suocera! O forse sei venuta a far visita a tuo marito in pericolo per la ferita che gli hai procurato? Ma sta tranquilla, ti farò l’accoglienza che merita una brava nuora come te,’ e soggiunse: ‘dove sono Angoscia e Tristezza, le mie ancelle?’ e fattele entrare ad esse l’affidò perché la torturassero; e quelle, eseguendo a puntino l’ordine della padrona, cominciarono a lavorare di scudiscio sulla povera Psiche e a straziarla con torture di vario genere, poi gliela riportarono davanti. E Venere nuovamente scoppiò a ridere: ‘Sta a vedere che io adesso debbo commuovermi per quel suo ventre gravido che dovrebbe farmi nonna felice di una prole illustre. Sì, proprio felice: nel fiore degli anni esser chiamata nonna e il figlio di una miserabile schiava passare per nipote di Venere. Ma stupida anch’io a chiamarlo figlio, che mica è valido il matrimonio fra persone di diversa condizione sociale celebrato, poi, così, in campagna, senza testimoni, senza il consenso del padre; perciò questo che nascerà sarà un bastardo, ammesso pure che io ti lasci portare a termine la gravidanza.’

Metamorfosi – Libro VI – Brano 10:

Testo originale:

His editis involat eam vestemque plurifariam diloricat capilloque discisso et capite conquassato graviter affligit, et accepto frumento et hordeo et milio et papavere et cicere et lente et faba commixtisque acervatim confusisque in unum grumulum sic ad illam: “Videris enim mihi tam deformis ancilla nullo alio sed tantum sedulo ministerio amatores tuos promereri: iam ergo et ipsa frugem tuam periclitabor. Discerne seminum istorum passivam congeriem singulisque granis rite dispositis atque seiugatis ante istam vesperam opus expeditum approbato mihi.” Sic assignato tantorum seminum cumulo ipsa cenae nuptiali concessit. Nec Psyche manus admolitur inconditae illi et inextricabili moli, sed immanitate praecepti consternata silens obstupescit. Tunc formicula illa parvula atque ruricola certa difficultatis tantae laborisque miserta contubernalis magni dei socrusque saevitiam exsecrata discurrens naviter convocat corrogatque cunctam formicarum accolarum classem: “Miseremini terrae omniparentis agiles alumnae, miseremini et Amoris uxori puellae lepidae periclitanti prompta velocitate succurrite.” Ruunt aliae superque aliae sepedum populorum undae summoque studio singulae granatim totum digerunt acervum separatimque distributis dissitisque generibus e conspectu perniciter abeunt.

Traduzione:

E così dicendo le si precipitò addosso e cominciò a lacerarle in mille brandelli la veste, a strapparle i capelli, a scuoterla per il capo, a colpirla furiosamente. Poi si fece portare dei chicchi di frumento, d’orzo, di miglio, semi di papavero, ceci, lenticchie e fave, le mescolò, ne fece un gran mucchio e le disse: ‘Sei una schiava così brutta che a me pare tu non possa farti in alcun modo degli amanti, se non a prezzo di un diligente servizio. Perciò voglio mettere alla prova la tua abilità: dividi tutti questi semi, sceglili ad uno ad uno e fanne tanti mucchietti, in bell’ordine. Prima di sera verrò a controllare che il lavoro sia stato eseguito.’ E lasciatala davanti a quel gran mucchio di semi se ne andò a un pranzo di nozze. Psiche non ci provò nemmeno a metter mano in quel confuso, inestricabile cumulo ma costernata dall’enormità di quell’ordine se ne rimase in silenzio come imbambolata. Allora quel piccolo animaluccio dei campi, la formicuccia, che ben sapeva quanto difficile fosse un lavoro del genere, provò compassione per la compagna del grande Cupido e condannò la crudeltà della suocera. Cosi cominciò a darsi da fare, su e giù, chiamando a raccolta, dai dintorni, tutto il popolo delle formiche: ‘Correte, agili figlie della terra feconda correte e date una mano, presto, a una leggiadra fanciulla in pericolo, la sposa di Amore!’ E quelle accorsero tutte, a ondate, minuscolo popolo a sei piedi, e lavorando con uno zelo mai visto, chicco dopo chicco, disfecero tutto il cumulo, separarono i semi, li distribuirono in mucchi secondo la qualità e poi, in un batter d’occhio, disparvero.

Metamorfosi – Libro VI – Brano 11:

Testo originale:

Sed initio noctis e convivio nuptiali vino madens et fraglans balsama Venus remeat totumque revincta corpus rosis micantibus, visaque diligentia miri laboris: “Non tuum,” inquit “nequissima, nec tuarum manuum istud opus, sed illius cui tuo immo et ipsius malo placuisti”, et frustro cibarii panis ei proiecto cubitum facessit. Interim Cupido solus interioris domus unici cubiculi custodia clausus coercebatur acriter, partim ne petulanti luxurie vulnus gravaret, partim ne cum sua cupita conveniret. Sic ergo distentis et sub uno tecto separatis amatoribus tetra nox exanclata. Sed Aurora commodum inequitante vocatae Psychae Venus infit talia: “Videsne illud nemus, quod fluvio praeterluenti ripisque longis attenditur, cuius imi frutices vicinum fontem despiciunt? Oves ibi nitentis auri vero decore florentes incustodito pastu vagantur. Inde de coma pretiosi velleris floccum mihi confestim quoquo modo quaesitum afferas censeo.”

Traduzione:

Sul far della notte Venere tornò dal banchetto un pò brilla ma odorosa di balsami e con il corpo tutto inghirlandato di rose meravigliose. Vide il lavoro compiuto a puntino e: ‘Questo lavoro non l’hai fatto tu’ cominciò a gridare ‘furfante che non sei altro, ma è opera di colui al quale per tua e soprattutto per sua disgrazia tu sei piaciuta’ e gettatole un tozzo di pane perché non morisse di fame se ne andò a dormire. Cupido, intanto, era stato isolato in una stanza tutta d’oro, la più interna del palazzo e tenuto sotto chiave, sia perché, con la sua sfrenata libidine non aggravasse la ferita, sia perché non si incontrasse con la sua amata. E così, i due amanti, passarono una notte triste, divisi e separati l’uno dall’altro sotto lo stesso tetto. Ma quando l’Aurora spinse innanzi i suoi cavalli, Venere, chiamata Psiche, così le ordinò: ‘Vedi quel bosco laggiù che si stende fin sugli argini del fiume e i cui rami più bassi quasi toccano l’acqua e vi si specchiano? Ebbene lì pascolano in libertà pecore bellissime dalla lana d’oro lucente e non v’è alcun guardiano. Io voglio che tu mi porti subito, vedi un po’ tu come fare, un poco di quella lana preziosa.’

Metamorfosi – Libro VI – Brano 12:

Testo originale:

Perrexit Psyche volenter non obsequium quidem illa functura sed requiem malorum praecipitio fluvialis rupis habitura. Sed inde de fluvio musicae suavis nutricula leni crepitu dulcis aurae divinitus inspirata sic vaticinatur harundo viridis: “Psyche tantis aerumnis exercita, neque tua miserrima morte meas sanctas aquas polluas nec vero istud horae contra formidabiles oves feras aditum, quoad de solis fraglantia mutuatae calorem truci rabie solent efferri cornuque acuto et fronte saxea et non nunquam venenatis morsibus in exitium saevire mortalium; se dum meridies solis sedaverit vaporem et pecua spiritus fluvialis serenitate conquieverint, poteris sub illa procerissima platano, quae mecum simul unum fluentum bibit, latenter abscondere. Et cum primum mitigata furia laxaverint oves animum, percussis frondibus attigui nemoris lanosum aurum reperies, quod passim stirpibus conexis obhaerescit.”

Traduzione:

S’avviò di buon grado Psiche non già per eseguire quell’ordine ma per trovare rimedio ai suoi triboli precipitandosi da una rupe giù nel fiume; ma dalla sponda una verde canna, di quelle da cui si posson trarre le melodie più soavi, quasi fosse ispirata da un dio, così le parlò nel lieve murmure della brezza leggera: ‘Oh, Psiche, afflitta da tante pene, non profanare le mie acque sacre con la tua morte miseranda e non avvicinarti, ora, a quelle terribili e selvagge pecore, perché la vampa ardente del sole le rende ferocissime e con le loro corna aguzze e con le loro fronti dure come il macigno, talvolta addirittura con morsi velenosi, esse s’avventano sugli uomini per ucciderli. Intanto finché il sole del meriggio non avrà mitigato il suo ardore e le pecore non si saranno ammansite alla fresca brezza che sale dal fiume, tu puoi nasconderti a bell’agio sotto quel grande platano che, insieme con me beve alla stessa corrente. Quando le pecore si saranno quietate, allora recati nel bosco vicino e scuoti le fronde e troverai la lana d’oro rimasta attaccata qua e là nell’intrico dei rami.’

Metamorfosi – Libro VI – Brano 13:

Testo originale:

Sic harundo simplex et humana Psychen aegerrimam salutem suam docebat. Nec auscultatu paenitendo indiligenter instructa illa cessavit, sed observatis omnibus furatrina facili flaventis auri mollitie congestum gremium Veneri reportat. Nec tamen apud dominam saltem secundi laboris periculum secundum testimonium meruit, sed contortis superciliis subridens amarum sic inquit: “Nec me praeterit huius quoque facti auctor adulterinus. Sed iam nunc ego sedulo periclitabor an oppido forti animo singularique prudentia sis praedita. Videsne insistentem celsissimae illi rupi montis ardui verticem, de quo fontis atri fuscae defluunt undae proxumaeque conceptaculo vallis inclusae Stygias inrigant paludes et rauca Cocyti fluenta nutriunt? Indidem mihi de summi fontis penita scaturrigine rorem rigentem hauritum ista confestim defer urnula.” Sic aiens crustallo dedolatum vasculum insuper ei graviora comminata tradidit.

Traduzione:

Così quell’umile canna umanamente indicava alla povera Psiche la via della salvezza e questa non si pentì di averle dato ascolto né indugiò a seguire a puntino ogni istruzione, tanto che le fu facile compiere il furto e tornare da Venere addirittura con il grembo colmo di soffice lana d’oro. Ma nemmeno questa seconda prova, così rischiosa per giunta, le valse a cattivarsi il favore della sua padrona la quale, aggrottando la fronte e sorridendo amaro così le disse: ‘Non è che io non sappia chi sia stato l’autore furfantesco anche di questa impresa, ma voglio metterti ancora alla prova, proprio per vedere se hai veramente tanta forza d’animo e tanta saggezza. Vedi lassù la cima a strapiombo di quell’altissimo monte? Là c’è una sorgente le cui acque cupe scorrendo giù nel fondo di una valle vicina vanno a finire nella palude Stigia e alimentano le vorticose correnti di Cocito. Voglio che tu vada là in cima, proprio dov’è la sorgente, e che mi rechi all’istante, in questa piccola anfora, un po’ di quell’acqua gelida’ e così dicendo non senza minacciarla di pene ancora più gravi, le consegnò un’ampolla di levigato cristallo.

Metamorfosi – Libro VI – Brano 14:

Testo originale:

At illa studiose gradum celerans montis extremum petit cumulum certe vel illic inventura vitae pessimae finem. Sed cum primum praedicti iugi conterminos locos appulit, videt rei vastae letalem difficultatem. Namque saxum immani magnitudine procerum et inaccessa salebritate lubricum mediis e faucibus lapidis fontes horridos evomebat, qui statim proni foraminis lacunis editi perque proclive delapsi et angusti canalis exarato contecti tramite proxumam convallem latenter incidebant. Dextra laevaque cautibus cavatis proserpunt ecce longa colla porrecti saevi dracones inconivae vigiliae luminibus addictis et in perpetuam lucem pupulis excubantibus. Iamque et ipsae semet muniebant vocales aquae. Nam et “Discede” et “Quid facis? Vide” et “Quid agis? Cave” et “Fuge” et “Peribis” subinde clamant. Sic impossibilitate ipsa mutata in lapidem Psyche, quamvis praesenti corpore, sensibus tamen aberat et inextricabilis periculi mole prorsus obruta lacrumarum etiam extremo solacio carebat.

Traduzione:

E Psiche a rapidi passi e tutta in ansia si diresse alla cima del monte sicura che lassù almeno avesse termine la sua infelicissima vita. Ma appena giunse nei pressi della vetta indicatale, ella si rese conto del rischio mortale che comportava quell’impresa smisurata. Quella cima, infatti, enorme e altissima, liscia e a strapiombo, inaccessibile, vomitava dalle sue viscere un orrido fiotto che irrompendo dai crepacci e scorrendo poi giù per il pendio, s’ingolfava in un angusto canale sotterraneo per poi scrosciare invisibile nella valle sotto stante. A destra e a sinistra, tra gli anfratti rocciosi, orribili draghi strisciavano e rizzavano i lunghi colli, sentinelle vigilanti dagli occhi sempre aperti, dalle pupille eternamente spalancate alla luce. Del resto quelle acque che erano parlanti, da se stesse provvedevano alla loro difesa: ‘Vattene!’ gridavano incessantemente. ‘Che fai qui? Bada a te! Che vuoi? Guardati! Fuggi via! Sei perduta!’ ?Così Psiche rimase come impietrita nella sua impotenza, presente col corpo ma lontana coi sensi, schiacciata dall’enormità di un pericolo senza via d’uscita; e non le restava nemmeno l’estremo conforto del pianto.

Metamorfosi – Libro VI – Brano 15:

Testo originale:

Nec Providentiae bonae graves oculos innocentis animae latuit aerumna. Nam supremi Iovis regalis ales illa repente propansis utrimque pinnis affuit rapax aquila memorque veteris obsequii, quo ductu Cupidinis Iovi pocillatorem Phrygium sustulerat, opportunam ferens opem deique numen in uxoris laboribus percolens alti culminis diales vias deserit et ob os puellae praevolans incipit: “At tu, simplex alioquin et expers rerum talium, sperasne te sanctissimi nec minus truculenti fontis vel unam stillam posse furari vel omnino contingere? Diis etiam ipsique Iovi formidabiles aquas istas Stygias vel fando comperisti, quodque vos deieratis per numina deorum deos per Stygis maiestatem solere? Sed cedo istam urnulam”, et protinus adrepta complexaque festinat libratisque pinnarum nutantium molibus inter genas saevientium dentium et trisulca vibramina draconum remigium dextra laevaque porrigens nolentes aquas et ut abiret innoxius praeminantes excipit, commentus ob iussum Veneris petere eique se praeministrare, quare paulo facilior adeundi fuit copia.

Traduzione:

Ma le tribolazioni di quell’anima innocente non sfuggirono all’occhio attento della buona provvidenza. E così l’uccello regale del sommo Giove, l’aquila rapace, spiegò le ali e in un attimo le venne in soccorso, memore dell’antica obbedienza, quando sotto la guida di Amore, rapì per Giove il coppiere frigio. Ora, volendo ancora una volta offrire i suoi servigi a questo potente dio e cattivarsene il favore col soccorrere la sua sposa in pericolo, lasciò le eteree cime dell’eccelso Olimpo e cominciò a ruotare intorno alla fanciulla: ‘O tu, ingenua e inesperta come sei di tali cose,’ intanto le diceva, ‘speri, proprio tu, di poter portar via o soltanto toccare una sola goccia di quest’acqua sacra e tremenda insieme? Non sai, almeno per sentito dire, che queste acque infernali fanno paura anche agli dei, perfino allo stesso Giove, e che se voi di solito giurate sulla potenza degli dei questi sogliono giurare sulla maestà dello Stige? Ma dammi quest’anforetta’ e lì per lì gliela prese e tenendola stretta si librò sulle grandi ali remiganti e volteggiò a destra e a sinistra fra le mascelle irte di denti aguzzi e le lingue triforcute dei draghi riuscendo ad attingere di quell’acqua riluttante che gridava anche a lei di fuggir via finché era incolume e alla quale però ella rispondeva che per ordine di Venere sua padrona era venuta ad attingere; per questo le fu più facile avvicinarsi.

Metamorfosi – Libro VI – Brano 16:

Testo originale:

Sic acceptam cum gaudio plenam urnulam Psyche Veneri citata rettulit. Nec tamen nutum deae saevientis vel tunc expiare potuit. Nam sic eam maiora atque peiora flagitia comminans appellat renidens exitiabile: “Iam tu quidem magna videris quaedam mihi et alta prorsus malefica, quae talibus praeceptis meis obtemperasti naviter. Sed adhuc istud, mea pupula ministrare debebis. Sume istam pyxidem”, et dedit; “protinus usque ad inferos et ipsius Orci ferales penates te derige. Tunc conferens pyxidem Proserpinae: “Petit de te Venus” dicito “modicum de tua mittas ei formonsitate vel ad unam saltem dieculam sufficiens. Nam quod habuit, dum filium curat aegrotum, consumpsit atque contrivit omne”. Sed haud immaturius redito, quia me necesse est indidem delitam theatrum deorum frequentare.”

Traduzione:

Psiche con gioia prese l’anforetta colma d’acqua e di corsa la porta a Venere. Ma neppure questa volta ella riuscì a placare la collera della dea crudele che, infatti, minacciando tormenti ancora più terribili, con un sorrisetto velenoso le fece: ‘Credo proprio che tu sia una gran maga, una di quelle stregacce malefiche dal momento che hai eseguito come niente i miei ordini; ora però, carina mia, dovrai farmi anche questo: prendi questa scatola’ e gliela diede ‘e di corsa arriva fino agli Inferi, fino al lugubre palazzo dello stesso Orco e consegna a Proserpina questo cofanetto dicendole che Venere la prega di mandarle un poco della sua bellezza, almeno quanto basti per un sol giorno perché quella che aveva l’ha consumata e sciupata tutta per curare il figlio malato. Però cerca di tornare alla svelta perché io devo proprio farmi una ripassatina prima di andare a una rappresentazione teatrale degli dei.

Metamorfosi – Libro VI – Brano 17:

Testo originale:

 Tunc Psyche vel maxime sensit ultimas fortunas suas et velamento reiecto ad promptum exitium sese compelli manifeste comperit. Quidni? quae suis pedibus ultro ad Tartarum manesque commeare cogeretur. Nec cunctata divitius pergit ad quampiam turrim praealtam, indidem sese datura praecipitem: sic enim rebatur ad inferos recte atque pulcherrime se posse descendere. Sed turris prorumpit in vocem subitam et: “Quid te” inquit “praecipitio, misella, quaeris extinguere? Quidque iam novissimo periculo laborique isto temere succumbis? Nam si spiritus corpore tuo semel fuerit seiugatus, ibis quidem profecto ad imum Tartarum, sed inde nullo pacto redire poteris. Mihi ausculta.

Traduzione:

Allora Psiche comprese che per lei era davvero finita e si rese chiaramente conto che ormai la si voleva mandare a morte sicura. C’era, infatti, da dubitarne dal momento che la si costringeva a recarsi con i suoi piedi al Tartaro, nel mondo dei morti? Senza indugiare oltre salì allora su una altissima torre per gettarsi di lassù a capofitto pensando che questo fosse il modo migliore e più spedito per giungere agli Inferi. Ma la torre improvvisamente parlò: ‘Perché, disgraziata, vuoi ucciderti, buttandoti giù? Perché dinnanzi a quest’ultimo rischio, a quest’ultima prova vuoi darti subito per vinta? Una volta che il tuo spirito sarà separato dal corpo andrai, si, in fondo al Tartaro, certamente, ma di laggiù in alcun modo potrai tornare.

Metamorfosi – Libro VI – Brano 18:

Testo originale:

Lacedaemo Achaiae nobilis civitas non longe sita est: huius conterminam deviis abditam locis quaere Taenarum. Inibi spiraculum Ditis et per portas hiantes monstratur iter invium, cui te limine transmeato simul commiseris iam canale directo perges ad ipsam Orci regiam. Sed non hactenus vacua debebis per illas tenebras incedere, sed offas polentae mulso concretas ambabus gestare manibus at in ipso ore duas ferre stipes. Iamque confecta bona parte mortiferae viae continaberis claudum asinum lignorum gerulum cum agasone simili, qui te rogabit decidentis sarcinae fusticulos aliquos porrigas ei, sed tu nulla voce deprompta tacita praeterito. Nec mora, cum ad flumen mortuum venies, cui praefectus Charon protenus expetens portorium sic ad ripam ulteriorem sutili cumba deducit commeantes. Ergo et inter mortuos avaritia vivit nec Charon ille Ditis exactor tantus deus quicquam gratuito facit: set moriens pauper viaticum debet quaerere, et aes si forte prae manu non fuerit, nemo eum exspirare patietur. Huic squalido seni dabis nauli nomine de stipibus quas feres alteram, sic tamen ut ipse sua manu de tuo sumat ore. Nec setius tibi pigrum fluentum transmeanti quidam supernatans senex mortuus putris adtollens manus orabit ut eum intra navigium trahas, nec tu tamen inclita adflectare pietate.

Traduzione:

‘Ascoltami: poco lontano di qui c’è Sparta, la celebre città della Acaia; cerca il promontorio del Tenaro che non le è distante anche se situato un po’ fuori mano. Lì c’è l’imboccatura che porta all’inferno e attraverso le sue porte spalancate si vede l’inaccessibile strada. Tu varca la soglia e mettiti in cammino seguendo quella burella e arriverai diritto alla reggia di Plutone. Non dovrai tuttavia inoltrarti in quelle tenebre a mani vuote ma recherai due ciambelle d’orzo impastate con vino e miele, una per mano, e due monete in bocca. Percorrerai un buon tratto di quella strada che porta alla morte e incontrerai un asino zoppo carico di legna e un asinaio zoppo anche lui che ti pregherà di raccattargli alcuni rami caduti dal suo fascio; ma tu non ascoltarlo, passa oltre in silenzio. ‘Poco dopo arriverai al fiume dei morti a cui sta a guardia Caronte il quale per traghettare sulla sua barca rattoppata quelli che vanno all’altra riva si fa pagare il pedaggio. Come vedi anche fra i morti esiste l’avidità di denaro e nemmeno il famoso Caronte, né lo stesso padre Dite, un dio così potente, fanno mai nulla gratis e un pover’uomo quando muore deve procurarsi il prezzo del viaggio e se per caso non ha il denaro là pronto nella mano non gli danno neanche il permesso di morire. ‘A quel sordido vecchio darai per il pedaggio una delle monete che hai portato con te, ma lascia che sia egli stesso, con le sue mani, a prenderla dalla tua bocca. Inoltre, mentre traverserai quella pigra corrente un vecchio morto dal pelo dell’acqua solleverà verso di te le putride mani e ti supplicherà di accoglierlo nella barca, ma tu non lasciarti piegare da una pietà che non ti è consentita.

Metamorfosi – Libro VI – Brano 19:

Testo originale:

Transito fluvio modicum te progressam textrices orabunt anus telam struentes manus paulisper accommodes, nec id tamen tibi contingere fas est. Nam haec omnia tibi et multa alia de Veneris insidiis orientur, ut vel unam de manibus omittas offulam. Nec putes futile istud polentacium damnum leve; altera enim perdita lux haec tibi prorsus denegabitur. Canis namque praegrandis teriugo et satis amplo capite praeditus immanis et formidabilis tonantibus oblatrans faucibus mortuos, quibus iam nil mali potest facere, frustra territando ante ipsum limen et atra atria Proserpinae semper excubans servat vacuam Ditis domum. Hunc offrenatum unius offulae praeda facile praeteribis ad ipsamque protinus Proserpinam introibis, quae te comiter excipiet ac benigne, ut et molliter assidere et prandium opipare suadeat sumere. Sed tu et humi reside et panem sordidum petitum esto, deinde nuntiato quid adveneris susceptoque quod offeretur rursus remeans canis saevitiam offula reliqua redime ac deinde avaro navitae data quam reservaveris stipe transitoque eius fluvio recalcans priora vestigia ad istum caelestium siderum redies chorum. Sed inter omnia hoc observandum praecipue tibi censeo, ne velis aperire vel inspicere illam quam feres pyxidem vel omnino divinae formonsitatis abditum curiosius temptare thensaurum.”

Traduzione:

‘Attraversato il fiume, poco più oltre, delle vecchie intente a tessere una tela ti pregheranno di dar loro una mano, ma tu non farlo, non toccare quella tela, perché è un’insidia di Venere, come tutto il resto, per farti cadere dalla mano una delle due ciambelle. Non credere che perdere una focaccia sia cosa da poco conto: basterebbe questo, infatti, per non rivedere mai più la luce. Perché c’è un cane gigantesco, con tre teste enormi, mostro terribile, smisurato, che con le sue fauci spalancate latra contro i morti ai quali però, ormai, non può fare alcun male; egli cerca inutilmente di spaventarli e intanto eternamente veglia davanti alla porta e agli oscuri antri di Proserpina, custode della vuota dimora di Dite. ‘Tu tienilo a bada gettandogli una delle due ciambelle; così potrai facilmente passare e giungere fino a Proserpina che ti accoglierà con cortesia e con benevolenza e ti inviterà a sedere a tuo agio e a consumare un lauto pasto. ‘Tu però siederai per terra e chiederai soltanto un tozzo di pane e mangerai di quello, poi le dirai il motivo della tua venuta e preso quanto ti verrà dato, tornerai indietro, placherai la ferocia del cane con l’altra ciambella, darai all’avaro nocchiero la monetina che avrai conservato e, oltrepassato nuovamente il fiume, ricalcherai le tue orme per rivedere questo nostro cielo con il suo coro di stelle. ‘Ma soprattutto ti raccomando una cosa: non aprire la scatola che porterai con te, non guardare dentro, non essere curiosa, non curarti di quel tesoro di divina bellezza che essa nasconde.’

Metamorfosi – Libro VI – Brano 20:

Testo originale:

Sic turris illa prospicua vaticinationis munus explicuit. Nec morata Psyche pergit Taenarum sumptisque rite stipibus illis et offulis infernum decurrit meatum transitoque per silentium asinario debili et amnica stipe vectori data neglecto supernatantis mortui desiderio et spretis textricum subdolis precibus et offulae cibo sopita canis horrenda rabie domum Proserpinae penetrat. Nec offerentis hospitae sedile delicatum vel cibum beatum amplexa sed ante pedes eius residens humilis cibario pane contenta Veneriam pertulit legationem. Statimque secreto repletam conclusamque pyxidem suscipit et offulae sequentis fraude caninis latratibus obseratis residuaque navitae reddita stipe longe vegetior ab inferis recurrit. Et repetita atque adorata candida ista luce, quanquam festinans obsequium terminare, mentem capitur temeraria curiositate et: “Ecce” inquit “inepta ego divinae formonsitatis gerula, quae nec tantillum quidem indidem mihi delibo vel sic illi amatori meo formonso placitura” et cum dicto reserat pyxidem.

Traduzione:

Così quella torre provvidenziale assolse il suo profetico incarico e Psiche non indugiò, raggiunse il promontorio del Tenaro, prese con sé le monete e le ciambelle secondo le istruzioni ricevute, discese lungo la strada infernale, oltrepassò senza dir parola l’asinaio zoppo, diede al nocchiero la moneta per il traghetto, fu sorda al desiderio del morto che galleggiava, non si curò delle insidiose preghiere delle tessitrici, placò con la ciambella la rabbia spaventosa del cane e, infine, giunse alla dimora di Proserpina. Qui rifiutò il morbido sedile e il cibo squisito che l’ospite le offerse ma sedette umilmente ai suoi piedi si contentò di un pane scuro, poi riferì l’ambasciata di Venere. E senza indugio prese la scatola, in gran segreto riempita e sigillata, fece tacere le bocche latranti del cane con l’inganno della seconda ciambella, consegnò al nocchiero la moneta che le era rimasta e risalì dall’inferno con passo assai più leggero. Ma dopo aver rivista e adorata questa candida luce, benché avesse fretta di portare a buon fine il suo mandato, fu assalita da un’imprudente curiosità: ‘Sono proprio una sciocca’ si disse: ‘porto con me la divina bellezza e non ne prendo nemmeno un poco, non fosse altro per piacere di più al mio bellissimo amante’ e, detto fatto, aprì la scatola.

Metamorfosi – Libro VI – Brano 21:

Testo originale:

Nec quicquam ibi rerum nec formonsitas ulla, sed infernus somnus ac vere Stygius, qui statim coperculo relevatus invadit eam crassaque soporis nebula cunctis eius membris perfunditur et in ipso vestigio ipsaque semita conlapsam possidet. Et iacebat immobilis et nihil aliud quam dormiens cadaver. Sed Cupido iam cicatrice solida revalescens nec diutinam suae Psyches absentiam tolerans per altissimam cubiculi quo cohibebatur elapsus fenestram refectisque pinnis aliquanta quiete longe velocius provolans Psychen accurrit suam detersoque somno curiose et rursum in pristinam pyxidis sedem recondito Psychen innoxio punctulo sagittae suae suscitat et: “Ecce” inquit “rursum perieras, misella, simili curiositate. Sed interim quidem tu provinciam quae tibi matris meae praecepto mandata est exsequere naviter, cetera egomet videro.” His dictis amator levis in pinnas se dedit, Psyche vero confestim Veneri munus reportat Proserpinae.

Traduzione:

Ma dentro non v’era nulla, nessuna bellezza, ma solo del sonno, un letargo di morte che s’impadronì di lei non appena ella sollevò il coperchio e che si diffuse per tutte le sue membra in una pesante nebbia di sopore facendola cadere addormentata proprio dove si trovava, là sul sentiero. E Psiche giacque immobile nel suo sonno profondo, come morta. Intanto, Cupido, guarito ormai dalla ferita che s’era rimarginata, non sopportando più a lungo la lontananza di Psiche, era fuggito da un’altissima finestra della stanza dove lo tenevano rinchiuso e, volando più veloce del solito sulle ali rinvigorite dal lungo riposo, accorse dalla sua Psiche. Premurosamente egli le dissipò il sonno che rinchiuse di nuovo dove era prima nella scatola, poi, appena pungendola con una sua freccia, ma senza farle del male, la svegliò: ‘Oh, tapinella’ le disse ‘ecco che la tua curiosità stava lì lì per perderti un’altra volta, Ma suvvia, sbrigati ora a eseguire l’incarico che ti ha affidato mia madre: al resto penserò io ed il dio innamorato si librò leggero sulle sue ali e Psiche si affrettò a recare a Venere il dono di Proserpina.

Metamorfosi – Libro VI – Brano 22:

Testo originale:

Interea Cupido amore nimio peresus et aegra facie matris suae repentinam sobrietatem pertimescens ad armillum redit alisque pernicibus caeli penetrato vertice magno Iovi supplicat suamque causam probat. Tunc Iuppiter prehensa Cupidinis buccula manuque ad os suum relata consaviat atque sic ad illum: “Licet tu,” inquit “domine fili, numquam mihi concessu deum decretum servaris honorem, sed istud pectus meum quo leges elementorum et vices siderum disponuntur convulneraris assiduis ictibus crebrisque terrenae libidinis foedaveris casibus contraque leges et ipsam Iuliam disciplinamque publicam turpibus adulteriis existimationem famamque meam laeseris in serpentes in ignes in feras in aves et gregalia pecua serenos vultus meos sordide reformando, at tamen modestiae mea memor quodque inter istas meas manus creveris cuncta perficiam, dum tamen scias aemulos tuos cavere, ac si qua nunc in terris puella praepollet pulcritudine, praesentis beneficii vicem per eam mihi repensare te debere.”

Traduzione:

Cupido dal canto suo divorato com’era dalla passione e tutto preoccupato per quell’improvvisa castigatezza di sua madre, che lo angosciava, pensò bene di ricorrere ai suoi espedienti e salito con le sue ali veloci sulla sommità del cielo si mise a supplicare il grande Giove e a esporgli la sua situazione. E Giove prendendogli le guance fra le mani e attirandolo a sé: ‘Signor mio figlio’ gli fece, dopo averlo baciato, ‘benché tu non mi abbia mai portato quel rispetto che m’è dovuto per unanime consenso di tutti gli dei, ma anzi tu abbia continuamente bersagliato con le tue frecce questo mio cuore che regola le leggi della natura e il moto degli astri, impegolandomi in tresche e avventure d’ogni genere e, quindi, macchiando la mia fama e il mio buon nome con vergognosi adulteri, a dispetto delle leggi, ad onta della stessa legge Giulia e della pubblica morale facendo ignobilmente prendere al mio aspetto sereno ora le forme di un serpente, ora quelle di una fiamma, di una belva, di un uccello, di un animale da stalla, io voglio essere clemente con te, tanto più che sei cresciuto fra le mie braccia. Perciò farò tutto quello che mi chiedi, a un patto però: che tu stia in guardia dai tuoi rivali e che se, per caso, sulla terra, ora, c’è qualche bella figliola, ma veramente coi fiocchi, tu mi ripaghi con quella del favore che ti faccio.’

Metamorfosi – Libro VI – Brano 23:

Testo originale:

Sic fatus iubet Mercurium deos omnes ad contionem protinus convocare, ac si qui coetu caelestium defuisset, in poenam decem milium nummum conventum iri pronuntiare. Quo metu statim completo caelesti theatro pro sede sublimi sedens procerus Iuppiter sic enuntiat: “Dei conscripti Musarum albo, adolescentem istum quod manibus meis alumnatus sim profecto scitis omnes. Cuius primae iuventutis caloratos impetus freno quodam coercendos existimavi; sat est cotidianis eum fabulis ob adulteria cunctasque corruptelas infamatum. Tollenda est omnis occasio et luxuria puerilis nuptialibus pedicis alliganda. Puellam elegit et virginitate privavit: teneat, possideat, amplexus Psychen semper suis amoribus perfruatur.” Et ad Venerem conlata facie: “Nec tu,” inquit “filia, quicquam contristere nec prosapiae tantae tuae statuque de matrimonio mortali metuas. Iam faxo nuptias non impares sed legitimas et iure civili congruas”, et ilico per Mercurium arripi Psychen et in caelum perduci iubet. Porrecto ambrosiae poculo: “Sume,” inquit “Psyche, et immortalis esto, nec umquam digredietur a tuo nexu Cupido sed istae vobis erunt perpetuae nuptiae.”

Traduzione:

Ciò detto ordinò a Mercurio di convocare subito tutti gli dei in assemblea e di avvisare che se qualcuno fosse mancato avrebbe pagato una multa di diecimila sesterzi. A tale minaccia il teatro celeste fu subito al completo e Giove, dall’alto del suo seggio, così parlò: ‘O dei, iscritti nell’albo delle Muse, voi tutti certamente sapete che questo ragazzo l’ho cresciuto io stesso con le mie mani. Ora però credo sia giunto il momento di mettere un po’ a freno i suoi ardori giovanili; sono troppe ormai le favolette che corrono in giro sui suoi adulteri e su tutte le sudicerie che combina. Occorre eliminare ogni occasione e contenere la sua giovanile lussuria con i vincoli del matrimonio. La ragazza già ce l’ha, l’ha anche sverginata: che se la tenga, ci vada a letto e si goda per sempre Psiche e il suo amore.’ E volgendosi a Venere: ‘E tu, figlia mia, per questo matrimonio con una mortale non te la prendere, non temere per il tuo casato e la tua condizione. Disporrà che queste nozze siano tra eguali, del tutto legittime quindi e conformi al diritto civile’ e lì per lì ordinò che Mercurio andasse a prendere Psiche e la portasse in cielo: ‘Bevi, Psiche’ le disse offrendole una coppa d’ambrosia ‘e sii immortale; né mai Cupido si scioglierà dal vincolo che lo lega a te e queste saranno per voi nozze eterne.’

Metamorfosi – Libro VI – Brano 24:

Testo originale:

Nec mora, cum cena nuptialis affluens exhibetur. Accumbebat summum torum maritus Psychen gremio suo complexus. Sic et cum sua Iunone Iuppiter ac deinde per ordinem toti dei. Tunc poculum nectaris, quod vinum deorum est, Iovi quidem suus pocillator ille rusticus puer, ceteris vero Liber ministrabat, Vulcanus cenam coquebat; Horae rosis et ceteris floribus purpurabant omnia, Gratiae spargebant balsama, Musae quoque canora personabant. Tunc Apollo cantavit ad citharam, Venus suavi musicae superingressa formonsa saltavit, scaena sibi sic concinnata, ut Musae quidem chorum canerent, tibias inflaret Saturus, et Paniscus ad fistulam diceret. Sic rite Psyche convenit in manum Cupidinis et nascitur illis maturo partu filia, quam Voluptatem nominamus”.

Traduzione:

All’istante fu servito un sontuoso banchetto nuziale: lo sposo era seduto al posto d’onore e teneva fra le braccia Psiche, poi veniva Giove con la sua Giunone e quindi, in ordine d’importanza, tutti gli altri dei. Poi fu la volta del nettare, il vino degli dei; e a Giove lo servì il suo coppiere, il famoso pastorello, agli altri, Bacco. Vulcano faceva da cuoco, le Ore adornavano tutto di rose e d’altri fiori, le Grazie spargevano balsami e le Muse diffondevano intorno le loro soavi armonie. Apollo cominciò a cantare accompagnandosi sulla cetra; Venere, bellissima, si fece innanzi danzando alla soave melodia di un’orchestra ch’ella stessa aveva predisposto e in cui le Muse erano il coro, un Satiro suonava il flauto, un Panisco soffiava nella zampogna. Così Psiche andò sposa a Cupido, secondo giuste nozze e, al tempo esatto, nacque una figlia, che noi chiamiamo Voluttà.”

Brano 25:

Testo originale:

Sic captivae puellae delira et temulenta illa narrabat anicula; sed astans ego non procul dolebam mehercules quod pugillares et stilum non habebam qui tam bellam fabellam praenotarem. Ecce confecto nescio quo gravi proelio latrones adveniunt onusti, non nulli tamen immo promptiores vulneratis domi relictis et plagas recurantibus ipsi ad reliquas occultatas in quadam spelunca sarcinas, ut aiebant, proficisci gestiunt. Prandioque raptim tuburcinato me et equum vectores rerum illarum futuros fustibus exinde tundentes producunt in viam multisque clivis et anfractibus fatigatos prope ipsam vesperam perducunt ad quampiam speluncam, unde multis onustos rebus rursum ne breviculo quidem tempore refectos ociter reducunt. Tantaque trepidatione festinabat ut me plagis multis obtundentes propellentesque super lapidem propter viam positum deicerent, unde crebris aeque ingestis ictibus crure dextero et ungula sinistra me debilitatum aegre ad exurgendum compellunt.

Traduzione:

Questa la storia che la vecchierella svanita e un po’ brilla raccontò alla fanciulla prigioniera, mentre io, lì poco distante, mi rammaricavo, perdio, di non avere tavolette e stilo per annotarmi una favola così bella. Ma ecco che in quel momento fecero ritorno i briganti, carichi di bottino e reduci chissà da qual furioso scontro se alcuni di essi, tra i più forti, erano feriti. Questi rimasero a casa per medicarsi, gli altri s’affrettarono a ripartire per andare a prendere il resto del carico che, come dicevano, avevano nascosto in una caverna. Così, dopo aver mangiato in fretta e furia un boccone, a suon di legnate, ci tirarono fuori, me e il cavallo, perché trasportassimo quel carico e dopo averci costretti a tirare il fiato per una strada tutta curve e saliscendi, verso sera ci fecero fermare a una grotta e di qui, caricatici a più non posso, via di nuovo, dietro front, senza lasciarci riposare nemmeno un istante. E tanta era la fretta e la smania di rientrare che a furia di bastonate e di spinte mi fecero incespicare in un sasso posto lì sulla strada; e allora già un’altra gragnuola di legnate per farmi rialzare, per giunta con la zampa destra e lo zoccolo sinistro malconci.

Metamorfosi – Libro VI

Brano 26:

Testo originale:

Et unus: “Quo usque” inquit “ruptum istum asellum, nunc etiam claudum, frustra pascemus?” Et alius: “Quid quod et pessumo pede domum nostram accessit nec quicquam idonei lucri exinde cepimus sed vulnera et fortissimorum occisiones?” Alius iterum: “Certe ego, cum primum sarcinas istas quanquam invitus pertulerit, protinus eum vulturiis gratissimum pabulum futurum praecipitabo.” Dum secum mitissimi homines altercant de mea nece, iam et domum perveneramus. Nam timor ungulas mihi alas fecerat. Tunc quae ferebamus amoliti properiter nulla salutis nostrae cura ac ne meae quidem necis habita comitibus adscitis, qui vulnerati remanserant dudum, recurrunt reliqua ipsi laturi taedio, ut aiebant, nostrae tarditatis. Nec me tamen mediocris carpebat scrupulus contemplatione comminatae mihi mortis; et ipse mecum: “Quid stas, Luci, vel quid iam novissimum exspectas? Mors et haec acerbissima decreto latronum tibi comparata est. Nec magno conatu res indiget; vides istas rupinas proximas et praeacutas in his prominentes silices, quae te penetrantes antequam decideris membratim dissipabunt. Nam et illa ipsa praeclara magia tua vultum laboresque tibi tantum asini, verum corium non asini crassum sed hirudinis tenue membranulum circumdedit. Quin igitur masculum tandem sumis animum tuaeque saluti, dum licet, consulis? Habes summam opportunitatem fugae, dum latrones absunt. An custodiam anus semimortuae formidabis, quam licet claudi pedis tui calce unica finire poteris? ? Sed quo gentium capessetur fuga vel hospitium quis dabit? Haec quidem inepta et prorsus asinina cogitatio; quis enim viantium vectorem suum non libenter auferat secum?”

Traduzione:

Ma fino a quando dovremo dar da mangiare a quest’asinello striminzito che ora s’è pure azzoppato?” fece uno; e un altro, di rimando: “Di’ pure che da quando ha messo piede da noi non s’è fatto più un colpo buono: le abbiamo soltanto prese e i nostri compagni più validi ci hanno lasciate le penne;” e un terzo, di rincalzo: “Ma appena questo pelandrone ci avrà portato a destinazione il carico, nel burrone io lo scaravento. Sai che bella festa sarà per gli avvoltoi.?”Mentre quei tipi così di buon cuore discutevano della mia morte, eravamo già arrivati a casa, che la paura mi aveva messe le ali agli zoccoli. Ci scaricarono in gran fretta e senza curarsi di noi e tanto meno di farmi fuori, tirandosi dietro i compagni che prima s’erano fermati per curarsi le ferite, ripartirono di corsa per recuperare, essi stessi, il resto del bottino, dal momento che s’erano stufati – dicevano – della nostra lentezza. Dal canto mio non è che non fossi preoccupato pensando alla morte che m’era stata minacciata e fra me stesso m’andavo dicendo: “Ma che stai a fare, Lucio? Che altro aspetti? Ormai questi banditi hanno deciso di spedirti all’altro mondo e con una morte orribile, peraltro senza troppo disturbo: eccoli qui, proprio qui sotto, precipizio e spuntoni di roccia che ti bucheranno e ti ridurranno a brandelli prima che tu arrivi al fondo. Che quella tua famosa magia t’ha dato, è vero l’aspetto e le disgrazie di un asino, non la sua pelle, dura, robusta, che t’è rimasta, invece ma sottile sottile come quella d’una mignatta. Perché, dunque, non ti fai animo e non cerchi di metterti in salvo finché t’é possibile? L’occasione per fuggire è splendida, ora che i banditi son fuori. O forse hai paura di quella vecchia mezza morta che ti fa la guardia e che un sol calcio del tuo piede zoppo potresti toglier di mezzo? Ma fuggire dove? E chi ti darà ospitalità? Ma che preoccupazione stupida è questa, proprio da asino. Infatti chi è quel viandante che trovandosi a sua disposizione una cavalcatura non sarebbe tutto contento di portarsela via?”

Metamorfosi – Libro VI

Brano 27:

Testo originale:

Et alacri statim nisu lorum quo fueram destinatus abrumpo meque quadripedi cursu proripio. Nec tamen astutulae anus milvinos oculos effugere potui. Nam ubi me conspexit absolutum, capta super sexum et aetatem audacia lorum prehendit ac me deducere ac revocare contendit. Nec tamen ego, memor exitiabilis propositi latronum, pietate ulla commoveor, sed incussis in eam posteriorum pedum calcibus protinus adplodo terrae. At illa quamvis humi prostrata loro tamen tenaciter inhaerebat, ut me procurrentem aliquantisper tractu sui sequeretur. Et occipit statim clamosis ululatibus auxilium validioris manus implorare. Sed frustra fletibus cassum tumultum commovebat, quippe cum nullus adforet qui suppetias ei ferre posset nisi sola illa virgo captiva, quae vocis excitu procurrens videt hercules memorandi spectaculi scaenam, non tauro sed asino dependentem Dircen aniculam, sumptaque constantia virili facinus audet pulcherrimum. Extorto etenim loro manibus eius me placidis gannitibus ab impetu revocatum naviter inscendit et sic ad cursum rursum incitat.

Traduzione:

E lì per lì con un forte strattone spezzai la fune con cui ero stato legato e con tutto lo slancio delle mie quattro zampe feci per battermela. Ma non potetti sfuggire a quella vecchia furbastra e ai suoi occhi di sparviero. Infatti, appena s’accorse ch’io m’ero liberato, con un coraggio superiore alla sua età e al suo sesso, quella mi afferrò per la cavezza e cercò di tenermi, di tirarmi indietro. Ma io, ricordando le intenzioni assassine dei banditi non ebbi alcuna pietà e sferrandole una doppietta di calci coi posteriori, immediatamente la stesi. Quella, però, benché a terra, non mollò la presa tanto che io me la trascinai dietro nella corsa per un buon tratto, finché non cominciò a lanciare certi urlacci e a chiedere l’aiuto di chi, più forte di lei, potesse darle una mano. Ma le sue grida però, si persero nel nulla perché soccorso non ne poteva venire in quanto non c’era anima viva lì intorno tranne che la fanciulla prigioniera la quale, infatti, a quel baccano, venne fuori e vide una scena veramente memorabile: una Dirce stagionata attaccata non a un toro ma a un asino. Ma ecco che quella giovane arrischiò un’impresa bellissima, degna del coraggio di un uomo: strappò le briglie dalle mani della vecchia, placò il mio impeto con parole carezzevoli, poi con un balzo mi saltò in groppa e via mi lanciò nuovamente al galoppo.

Metamorfosi – Libro VI

Brano 28:

Testo originale:

Ego simul voluntariae fugae voto et liberandae virginis studio, sed et plagarum suasu quae me saepicule commonebant, equestri celeritate quadripedi cursu solum replaudens virgini delicatas voculas adhinnire temptabam. Sed et scabendi dorsi mei simulatione nonnumquam obliquata cervice pedes decoros puellae basiabam. Tunc illa spirans altius caelumque sollicito vultu petens: “Vos”, inquit “Superi, tamen meis supremis periculis opem facite, et tu, Fortuna durior, iam saevire desiste. Sat tibi miseris istis cruciatibus meis litatum est. Tuque, praesidium meae libertatis meaeque salutis, si me domum pervexeris incolumem parentibusque et formonso proco reddideris, quas tibi gratias perhibebo, quos honores habebo, quos cibos exhibebo! Iam primum iubam istam tuam probe pectinatam meis virginalibus monilibus adornabo, frontem vero crispatam prius decoriter discriminabo caudaeque setas incuria lavacri congestas et horridas prompta diligentia perpolibo bullisque te multis aureis inoculatum veluti stellis sidereis relucentem et gaudiis popularium pomparum ovantem, sinu serico progestans nucleos et edulia mitiora, te meum sospitatorem cotidie saginabo.

Traduzione:

Io poi, tra la voglia di fuggire, il desiderio pure di liberare quella fanciulla e, perché no, le frustate per suasive che ella ogni tanto mi dava, filavo con la velocità di un cavallo facendo rimbombare il terreno col mio quadruplice scalpito e cercando anche di rispondere con qualche raglio alle dolci paroline che ella mi sussurrava. Di quando in quando, anzi, fingendo di grattarmi il dorso giravo la testa e baciavo i bei piedini della fanciulla. Allora lei si metteva a sospirare volgendo al cielo lo sguardo ansioso: O sommi dei, aiutatemi voi in questo estremo pericolo e tu, crudele fortuna, cessa dal perseguitarmi. Queste mie terribili sofferenze dovrebbero averti ampiamente soddisfatta. Quanto a te, difensore della mia libertà e della mia vita, se mi riporterai sana e salva a casa, dai miei genitori, dal mio bel fidanzato, vedrai quanta riconoscenza avrò per te, come ti colmerò di attenzioni, quanti buoni bocconi ti darò. Per prima cosa ti pettinerò ben bene questa tua criniera, vi appenderò tutti i miei gioielli di ragazza, questo ciuffo sulla fronte lo arriccerò e poi, per benino, lo dividerò in due bande e vedrai con che cura farò diventare lucente la tua coda ora tutta arruffata e ispida per la sporcizia; poi ti ornerò di tante borchie d’oro che dovrai sembrare rivestito di stelle e così passerai tra l’esultanza del popolo in festa, mentre io ti porterò in un drappo di seta noccioline e altre ghiottonerie e ti rimpinzerò da mane a sera, o mio salvatore.

Metamorfosi – Libro VI

Brano 29:

Testo originale:

Sed nec inter cibos delicatos et otium profundum vitaeque totius beatitudinem deerit tibi dignitas gloriosa. Nam memoriam praesentis fortunae meae divinaeque providentiae perpetua testatione signabo et depictam in tabula fugae praesentis imaginem meae domus atrio dedicabo. Visetur et in fabulis audietur doctorumque stilis rudis perpetuabitur historia “Asino vectore virgo regia fugiens captivitatem”. Accedes antiquis et ipse miraculis, et iam credemus exemplo tuae veritatis et Phrixum arieti supernatasse et Arionem delphinum gubernasse et Europam tauro supercubasse. Quodsi vere Iupiter mugivit in bove, potest in asino meo latere aliqui vel vultus hominis vel facies deorum.” Dum haec identidem puella replicat votisque crebros intermiscet suspiratus, ad quoddam pervenimus trivium, unde me adrepto capistro dirigere dextrorsum magnopere gestiebat, quod ad parentes eius ea scilicet iretur via. Sed ego gnarus latrones illac ad reliquas commeasse praedas renitebar firmiter atque sic in animo meo tacitus expostulabam: “Quid facis, infelix puella? Quid agis? Cur festinas ad Orcum? Quid meis pedibus facere contendis? Non enim te tantum verum etiam me perditum ibis.” Sic nos diversa tendentes et in causa finali de proprietate soli immo viae herciscundae contendentes rapinis suis onusti coram deprehendunt ipsi latrones et ad lunae splendorem iam inde longius cognitos risu maligno salutant.

Traduzione:

E in mezzo ai cibi delicati, all’ozio assoluto, alla beatitudine più completa non ti mancheranno onori e gloria perché io eternerò il ricordo di questa mia presente avventura e del provvidenziale intervento divino, ponendo nell’atrio della mia casa una tavoletta dipinta raffigurante la scena di questa mia fuga. Tutti verranno a vederla, ovunque se ne sentir? parlare, i letterati nel loro stile tramanderanno l’umile storia di una ‘principessa che ritrova la libertà con l’aiuto di un asino’. E tu entrerai a far parte degli antichi miti e noi, adducendo ad esempio la tua storia realmente vissuta, saremo indotti a credere che Frisso abbia passato il mare sul dorso di un ariete, che Airone abbia guidato un delfino ed Europa si sia sdraiata su un toro. Anzi, se è vero che Giove muggì sotto le spoglie di un toro, può anche darsi che nel mio asino si nasconda o il volto di un uomo o l’immagine di un dio. Mentre la fanciulla continuava a farmi questi di scorsi, mescolando voti e sospiri insieme, giungemmo a un crociccio e qui, tirandomi per le briglie, cercò in tutti i modi di farmi prendere a destra perché da quella parte, si vede, era la casa dei suoi genitori. Io, sapendo bene che i ladri erano andati proprio da quella parte a recuperare il loro bottino, facevo di tutto per resisterle e, intanto, in cuor mio così protestavo: “Ma che fai, disgraziata? Che stai facendo? Hai proprio fretta di morire? E intendi farlo servendoti dei miei piedi? Così non soltanto te ma anche me finirai per mandare in rovina.” E mentre tiravamo l’uno per un verso l’altra da quello opposto, come due litiganti in una causa per la definizione di una proprietà fondiaria o di un diritto di transito, arrivarono i briganti carichi di refurtiva e, al chiaror della luna, riconosciutici da lontano, ci dettero la voce con una sghignazzata.

Metamorfosi – Libro VI

Brano 30:

Testo originale:

Et unus e numero sic appellat: “Quorsum istam festinanti vestigio lucubratis viam nec noctis intempestae Manes Larvasque formidatis? An tu, probissima puella, parentes tuos intervisere properas? Sed nos et solitudini tuae praesidium praebebimus et compendiosum ad tuos iter monstrabimus.” Et verbum manu secutus prehenso loro retrorsum me circumtorquet nec baculi nodosi quod gerebat suetis ictibus temperat. Tunc ingratis ad promptum recurrens exitium reminiscor doloris ungulae et occipio nutanti capite claudicare. Sed: “Ecce,” inquit ille qui me retraxerat “rursum titubas et vacillas, et putres isti tui pedes fugere possunt, ambulare nesciunt? At paulo ante pinnatam Pegasi vincebas celeritatem.” Dum sic mecum fustem quatiens benignus iocatur comes, iam domus eorum extremam loricam perveneramus. Et ecce de quodam ramo procerae cupressus induta laqueum anus illa pendebat. Quam quidem detractam protinus cum suo sibi funiculo devinctam dedere praecipitem puellaque statim distenta vinculis cenam, quam postuma diligentia praeparaverat infelix anicula, ferinis invadunt animis.

Traduzione:

E uno di loro: “Ma dov’è che andate cosi in fretta e a quest’ora? Non avete mica paura con questo buio di spiriti e fantasmi? O forse, tu che sei una brava ragazza, correvi tanto in fretta per rivedere i tuoi genitori? Ma vedrai che ci penseremo noi alla tua solitudine e ti indicheremo la via più diretta per andare dai tuoi. E, facendo seguire a queste parole i fatti mi afferrò per la cavezza e mi fece fare dietro front non senza avermi dato la solita ripassata di botte col nodoso bastone che aveva con sé. Allora, vedendomi nuovamente e, mio malgrado, avviato a morte sicura, mi venne in mente il dolore al piede e cominciai a zoppicare e a ciondolare la testa. “Ma guarda guarda,” fece quello che mi aveva rimesso sui miei passi “eccoti qui che barcolli e zoppichi di nuovo. Ma che? Questi tuoi luridi piedi a scappare ce la fanno, poi quando devono camminare si bloccano? Un attimo fa correvi più veloce dell’alato Pegaso.” E così, nel frattempo che quell’amabile compagno mi prendeva in giro dimenando il suo randello, giungemmo alla cinta esterna della loro casa: appiccata al ramo più alto di un cipresso penzolava la vecchia. I briganti la tirarono giù, senza toglierle nemmeno la corda dal collo e la precipitarono nel burrone, poi Legata la fanciulla, con bestiale ingordigia si gettarono sul pasto che la povera vecchietta aveva loro diligentemente preparato per l’ultima volta.

Metamorfosi – Libro VI

Brano 31:

Testo originale:

Ac dum avida voracitate cuncta contruncant, iam incipiunt de nostra poena suaque vindicta secum considerare. Et utpote in coetu turbulento variae fuere sententiae, ut primus vivam cremari censeret puellam, secundus bestiis obici suaderet, tertius patibulo suffigi iuberet, quartus tormentis excarnificari praeciperet; certe calculo cunctorum utcumque mors ei fuerat destinata. Tunc unus, omnium sedato tumultu, placido sermone sic orsus est: “Nec sectae collegii nec mansuetudini singulorum ac ne meae quidem modestiae congruit pati vos ultra modum delictique saevire terminum nec feras nec cruces nec ignes nec tormenta ac ne mortis quidem maturatae festinas tenebras accersere. Meis itaque consiliis auscultantes vitam puellae, sed quam meretur, largimini. Nec vos memoria deseruit utique quid iam dudum decreveritis de isto asino semper pigro quidem sed manducone summo nunc etiam mendaci fictae debilitatis et virginalis fugae sequestro ministroque. Hunc igitur iugulare crastino placeat totisque vacuefacto praecordiis per mediam alvum nudam virginem, quam praetulit nobis, insuere, ut sola facie praeminente ceterum corpus puellae nexu ferino coerceat, tunc super aliquod saxum scruposum insiciatum et fartilem asinum exponere et solis ardentis vaporibus tradere.

Traduzione:

E mentre s’ingozzavano con voracità di tutto quello che capitava loro sotto i denti, cominciarono a discutere della pena da infliggerci e del modo come vendicarsi di noi. Ma, come capita in una riunione tumultuosa, i pareri erano diversi: uno affermava che la ragazza dovesse essere bruciata viva, un altro riteneva che era meglio gettarla in pasto alle belve, un terzo pretendeva che bisognasse inchiodarla a una croce, un quarto, infine, suggeriva che la si facesse morire fra le torture. Comunque tutti concordarono per la pena di morte. Uno dei briganti, però, fatto cessare tutto quello schiamazzo, con voce tranquilla cominciò: “È contrario ai principi della nostra banda, tanto più alla vostra mitezza d’animo e alla mia personale moderazione infierire oltre i limiti e più di quanto comporti la colpa; quindi niente belve o croce o fuoco o torture e neppure una morte sbrigativa. Se volete darmi retta lasciate vivere la ragazza ma nel modo che si merita. Non vi sarete mica scordati quello che poco fa avevate deciso per quest’asino sempre pigro ma formidabile mangione e anche impostore, per giunta, che finge di non farcela più e intanto fa fuggire la ragazza e diventa suo complice. Dunque, domani s’ha da scannarlo. Lo vuotiamo delle interiora e dentro gli cuciamo, tutta nuda, la ragazza che lui ha preferito a noi, in modo però che soltanto la testa sporga fuori, mentre tutto il resto del corpo resti stretto dentro la bestia come in una prigione. Poi metteremo l’asino così riempito e farcito su un pietrone e lì lo lasceremo arrostire al sole ardente.

Metamorfosi – Libro VI

Brano 32:

Testo originale:

Sic enim cuncta quae recte statuistis ambo sustinebunt, et mortem asinus quam pridem meruit, et illa morsus ferarum, cum vermes membra laniabunt, et ignis flagrantiam, cum sol nimiis caloribus inflammarit uterum, et patibuli cruciatum, cum canes et vultures intima protrahent viscera. Sed et ceteras eius aerumnas et tormenta numerate: mortuae bestiae ipsa vivens ventrem habitabit, tum faetore nimio nares aestuabit, et inediae diutinae letali fame tabescet, nec suis saltem liberis manibus mortem sibi fabricare poterit.” Talibus dictis non pedibus sed totis animis latrones in eius vadunt sententiam. Quam meis tam magnis auribus accipiens quid aliud quam meum crastinum deflebam cadaver?

Traduzione:

In questo modo tutti e due subiranno quelle pene che voi avete giustamente proposto: l’asino la morte che già da un sacco di tempo si merita, la ragazza i morsi delle fiere quando appunto i vermi roderanno le sue membra, e il bruciore del fuoco quando il sole con i suoi raggi ardenti farà diventare un forno il ventre dell’asino, e la tortura della croce quando cani e avvoltoi le strapperanno le viscere. Fate, inoltre, il conto delle altre torture e pene varie: dovrà star viva nel ventre di una bestia morta: il fetore insopportabile le soffocherà il respiro per il lungo digiuno si consumerà lentamente e non avrà nemmeno le mani libere per darsi la morte da sé.” I briganti, all’unanimità, approvarono questa proposta per acclamazione ed io, ascoltando tutto questo con le mie grandi orecchie, che altro potevo fare se non piangere su quel cadavere che sarei stato, l’indomani?

Metamorfosi – Libro VI

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