Di seguito trovi il testo originale (sulla sinistra) e la traduzione (sulla destra) delle Metamorfosi Libro V di Apuleio

Metamorfosi – Libro V – Brano 1:

Testo originale:

Psyche teneris et herbosis locis in ipso toro roscidi graminis suave recubans, tanta mentis perturbatione sedata, dulce conquievit. Iamque sufficienti recreata somno placido resurgit animo. Videt lucum proceris et vastis arboribus consitum, videt fontem vitreo latice perlucidum; medio luci meditullio prope fontis adlapsum domus regia est aedificata non humanis manibus sed divinis artibus. Iam scies ab introitu primo dei cuiuspiam luculentum et amoenum videre te diversorium. Nam summa laquearia citro et ebore curiose cavata subeunt aureae columnae, parietes omnes argenteo caelamine conteguntur bestiis et id genus pecudibus occurrentibus ob os introeuntium. Mirus prorsum [magnae artis] homo immo semideus vel certe deus, qui magnae artis suptilitate tantum efferavit argentum. Enimuero pavimenta ipsa lapide pretioso caesim deminuto in varia picturae genera discriminantur: vehementer iterum ac saepius beatos illos qui super gemmas et monilia calcant! Iam ceterae partes longe lateque dispositae domus sine pretio pretiosae totique parietes solidati massis averis splendore proprio coruscant, ut diem suum sibi domi faciant licet sole nolente: sic cubicula sic porticus sic ipsae valvae fulgurant. Nec setius opes ceterae maiestati domus respondent, ut equidem illud recte videatur ad conversationem humanam magno Iovi fabricatum caeleste palatium.

Traduzione:

Psiche dolcemente adagiata su un morbido prato, in un letto di rugiadosa erbetta sentì l’animo suo liberarsi di tutta l’angoscia e placidamente s’addormentò. Dopo aver riposato abbastanza si levò pi? tranquilla e vide un boschetto fitto di alberi alti e frondosi e una sorgente d’acque cristalline e, proprio in mezzo al bosco, non lontana da quella fonte, vide una reggia, costruita non dalla mano dell’uomo ma per arte divina. Fin dalla soglia ci si accorgeva subito che si trattava della dimora splendida, fastosa di un dio. Il soffitto a cassettoni finemente intarsiati di cedro e d’avorio, era sostenuto da colonne d’oro, le pareti tutte rivestite da bassorilievi d’argento raffiguranti belve e altri animali nell’atto di balzare su chi entrava. Un uomo certamente straordinario, un semidio forse, anzi un dio di sicuro, chi aveva, con un’arte così magistrale, animato tutto quell’argento. Anche i pavimenti di preziosi mosaici spiccavano per la varietà delle composizioni. Beati, oh, sì, veramente beati quelli che avrebbero potuto camminare su quelle gemme e su quei gioielli. D’altronde, anche il resto della casa, in lungo e in largo. era di valore inestimabile: i muri erano formati da blocchi d’oro e brillavano di luce propria, così che quel palazzo risplendeva di per sé anche senza la luce del sole, tanto sfolgoravano le stanze, i porticati, le stesse porte. Tutte le altre cose erano perfettamente intonate alla magnificenza regale di quella casa sì che veramente sembrava che quel divino palazzo fosse stato costruito per il sommo Giove come sua dimora terrena.

Metamorfosi – Libro V – Brano 2:

Testo originale:

Invitata Psyche talium locorum oblectatione propius accessit et paulo fidentior intra limen sese facit, mox prolectante studio pulcherrimae visionis rimatur singula et altrinsecus aedium horrea sublimi fabrica perfecta magnisque congesta gazis conspicit. Nec est quicquam quod ibi non est. Sed praeter ceteram tantarum divitiarum admirationem hoc erat praecipue mirificum, quod nullo vinculo nullo claustro nullo custode totius orbis thensaurus ille muniebatur. Haec ei summa cum voluptate visenti offert sese vox quaedam corporis sui nuda et: “Quid,” inquit “domina, tantis obstupescis opibus? Tua sunt haec omnia. Prohinc cubiculo te refer et lectulo lassitudinem refove et ex arbitrio lavacrum pete. Nos, quarum voces accipis, tuae famulae sedulo tibi praeministrabimus nec corporis curatae tibi regales epulae morabuntur.”

Traduzione:

Attratta dall’incanto del luogo Psiche s’avanzò, poi fattasi coraggio varcò la soglia e, presa dalla curiosità di quella mirabile visione, si mise a osservare attentamente ogni cosa. Vide così, in un’altra ala del palazzo, loggiati dalla linea stupenda, pieni zeppi di tesori: c’era tutto quanto si potesse desiderare e immaginare. Ma la cosa più straordinaria, più ancora di tutte quelle meraviglie, era che nessuna chiave, nessun cancello, nessun custode difendeva quelle ricchezze. Mentre con sommo piacere ella contemplava tutto questo, sentì una voce misteriosa che le disse: ‘Signora, perché stupisci di fronte a tanta ricchezza? Ciò che vedi è tuo. Entra in camera e lasciati andare sul letto e comanda per il bagno, come ti piace Queste voci sono quelle delle tue ancelle, pronte a servirti, e quando avrai terminato di prenderti cura della tua persona, non dovrai attendere per un pranzo regale.’

Metamorfosi – Libro V – Brano 3:

Testo originale:

Sensit Psyche divinae providentiae beatitudinem, monitusque vocis informis audiens et prius somno et mox lavacro fatigationem sui diluit, visoque statim proximo semirotundo suggestu, propter instrumentum cenatorium rata refectui suo commodum libens accumbit. Et ilico vini nectarei eduliumque variorum fercula copiosa nullo serviente sed tantum spiritu quodam impulsa subministrantur. Nec quemquam tamen illa videre poterat, sed verba tantum audiebat excidentia et solas voces famulas habebat. Post opimas dapes quidam introcessit et cantavit invisus et alius citharam pulsavit, quae videbatur nec ipsa. Tunc modulatae multitudinis conserta vox aures eius affertur, ut, quamvis hominum nemo pareret, chorus tamen esse pateret.

Traduzione:

Psiche comprese che tutta quella grazia era un segno della divina provvidenza e seguendo le indicazioni delle voci misteriose prima con il sonno poi con un bagno si liberò della stanchezza. Fu allora che vide, poco discosta, una tavola semicircolare già apparecchiata per il pranzo e pensando si trattasse del suo, volentieri sedette. All’istante, senza che nessuno servisse, ma come spinti da un soffio, le vennero recati vini pregiati, svariate pietanze. Non riusciva a vedere nessuno, sentiva solo un rimbalzar di parole e aveva per ancelle soltanto delle voci. Dopo quel pranzo squisito un essere invisibile entrò e cominciò a cantare e un altro ad accompagnarlo sulla cetra ma Psiche non riuscì a vedere nemmeno questa; poi le giunse all’orecchio un concerto di voci: si trattava di un coro, ma anche questa volta la fanciulla non vide nessuno.

Metamorfosi – Libro V – Brano 4:

Testo originale:

Finitis voluptatibus vespera suadente concedit Psyche cubitum. Iamque provecta nocte clemens quidam sonus aures eius accedit. Tunc virginitati suae pro tanta solitudine metuens et pavet et horrescit et quovis malo plus timet quod ignorat. Iamque aderat ignobilis maritus et torum inscenderat et uxorem sibi Psychen fecerat et ante lucis exortum propere discesserat. Statim voces cubiculo praestolatae novam nuptam interfectae virginitatis curant. Haec diutino tempore sic agebantur. Atque ut est natura redditum, novitas per assiduam consuetudinem delectationem ei commendarat et sonus vocis incertae solitudinis erat solacium. Interea parentes eius indefesso luctu atque maerore consenescebant, latiusque porrecta fama sorores illae maiores cuncta cognorant propereque maestae atque lugubres deserto lare certatim ad parentum suorum conspectum adfatumque perrexerant.

Traduzione:

Quando queste delizie cessarono, l’ora tarda invitò al sonno Psiche. Ma nel cuor della notte un rumore leggero le giunse all’orecchio, Ella era sola col suo pudore di vergine e trasalì, cominciò a tremare di paura, a temere l’ignoto che la circondava più che un pericolo reale. Ma era il suo sposo invisibile che veniva a lei che entrava nel suo letto e la possedeva, e che prima dell’alba s’era già dileguato. Accorsero allora prontamente le voci che vigilavano nella stanza e porsero alla novella sposa le loro cure per la violata verginità. Questo si ripetè per molto tempo e come di solito accade l’abitudine finì col rendere piacevole a Psiche questa sua nuova esistenza e il suono di quelle voci misteriose col consolare la sua solitudine. Nel frattempo i suoi genitori invecchiavano in un dolore e in un lutto inconsolabili. La fama di quanto era accaduto s’era sparsa in lungo e in largo e anche le sorelle maggiori erano venute a sapere ogni cosa. Tristi e angosciate, esse avevano lasciate le loro case e in fretta e furia erano corse a consolare i loro genitori.

Metamorfosi – Libro V – Brano 5:

Testo originale:

Ea nocte ad suam Psychen sic infit maritus ? namque praeter oculos et manibus et auribus ut praesentius nihil sentiebatur: “Psyche dulcissima et cara uxor, exitiabile tibi periculum minatur fortuna saevior, quod observandum pressiore cautela censeo. Sorores iam tuae mortis opinione turbatae tuumque vestigium requirentes scopulum istum protinus aderunt, quarum si quas forte lamentationes acceperis, neque respondeas immo nec prospicias omnino; ceterum mihi quidem gravissimum dolorem tibi vero summum creabis exitium.” Annuit et ex arbitrio mariti se facturam spopondit, sed eo simul cum nocte dilapso diem totum lacrimis ac plangoribus misella consumit, se nunc maxime prorsus perisse iterans, quae beati carceris custodia septa et humanae conversationis colloquio viduata nec sororibus quidem suis de se maerentibus opem salutarem ferre ac ne videre eas quidem omnino posset. Nec lavacro nec cibo nec ulla denique refectione recreata flens ubertim decessit ad somnum.

Traduzione:

Quella notte stessa lo sposo disse alla sua Psiche; – infatti, benché invisibile lei poteva udirlo e toccarlo come un marito in carne e ossa – ‘Psiche, mia dolcissima e amata sposa, il destino crudele ti minaccia di un terribile pericolo, per cui ti prego di essere molto prudente. Le tue sorelle, angosciate dalla notizia della tua morte si sono messe sulle tue tracce e presto verranno a questa rupe; se tu sentissi i loro lamenti, per carità non rispondere, non farti vedere, perché a me daresti un grande dolore ma per te sarebbe addirittura la fine.’ Assentì Psiche e promise che avrebbe fatto come il suo sposo diceva ma quando egli con la notte si dileguò, per tutto il giorno la poverina non fece che struggersi in lacrime: ‘Allora son proprio morta’ si ripeteva tra i lamenti ‘prigioniera in questo carcere d’oro, senza poter corrispondere con esseri umani, senza nemmeno poter consolare le mie sorelle che mi piangono morta, senza neppure poterle vedere.’ E quel giorno non fece il bagno, non toccò cibo, non si concesse alcun ristoro. A sera il sonno la vinse che ancora piangeva disperata.

Metamorfosi – Libro V – Brano 6:

Testo originale:

Nec mora, cum paulo maturius lectum maritus accubans eamque etiam nunc lacrimantem complexus sic expostulat: “Haecine mihi pollicebare, Psyche mea? Quid iam de te tuus maritus exspecto, quid spero? Et perdia et pernox nec inter amplexus coniugales desinis cruciatum. Age iam nunc ut voles, et animo tuo damnosa poscenti pareto! Tantum memineris meae seriae monitionis, cum coeperis sero paenitere.” Tunc illa precibus et dum se morituram comminatur extorquet a marito cupitis adnuat, ut sorores videat, luctus mulceat, ora conferat. Sic ille novae nuptae precibus veniam tribuit et insuper quibuscumque vellet eas auri vel monilium donare concessit, sed identidem monuit ac saepe terruit ne quando sororum pernicioso consilio suasa de forma mariti quaerat neve se sacrilega curiositate de tanto fortunarum suggestu pessum deiciat nec suum postea contingat amplexum. Gratias egit marito iamque laetior animo: “Sed prius” inquit “centies moriar quam tuo isto dulcissimo conubio caream. Amo enim et efflictim te, quicumque es, diligo aeque ut meum spiritum, nec ipsi Cupidini comparo. Sed istud etiam meis precibus, oro, largire et illi tuo famulo Zephyro praecipe simili vectura sorores hic mihi sistat”, et imprimens oscula suasoria et ingerens verba mulcentia et inserens membra cohibentia haec etiam blanditiis astruit: “Mi mellite, mi marite, tuae Psychae dulcis anima.” Vi ac potestate Venerii susurrus invitus succubuit maritus et cuncta se facturum spopondit atque etiam luce proxumante de manibus uxoris evanuit.

Traduzione:

Così quando il suo sposo, più presto del solito, le si distese al fianco e stringendola fra le braccia sentì che piangeva: ‘Sono queste’ le disse ‘le tue promesse, Psiche? Che cosa può aspettarsi da te, che cosa può sperare un marito? Non fai altro che piangere giorno e notte e non smetti di tormentarti neanche quando sei fra le mie braccia. Fa pure quello che vuoi, va pure dietro al tuo cuore e tieniti il danno, ma quando comincerai a pentirtene, e sarà tardi, ricordati che io ti avevo seriamente avvertito.’ Ma ella con mille preghiere, minacciando perfino che si sarebbe data la morte, strappò al suo sposo il permesso di vedere le sorelle, di consolare il loro dolore, di trattenersi un poco a parlare con loro. Ed egli cedette all’insistenza della giovane sposa e le concesse perfino che donasse alle sorelle tutto l’oro e i gioielli che credeva ma, nello stesso tempo, l’avvertì se veramente e con parole che le fecero paura, di non indagare, magari seguendo i cattivi suggerimenti delle sorelle, sull’aspetto di lui, di non cedere a una simile sacrilega curiosità, perché allora, da tanta beatitudine sarebbe precipitata nella rovina più nera e non avrebbe più goduto dei suoi amplessi. Ella ringraziò lo sposo e tutta contenta lo rassicurò che avrebbe preferito cento volte morire piuttosto che non fare più all’amore con lui, che lo amava ardentemente, chiunque fosse, che le era caro come la vita e che lo preferiva perfino allo stesso Cupido: ‘Ma ti prego’ gli diceva tra i baci ‘concedimi ancora questo: comanda al tuo servo Zefiro di portar qui le mie sorelle al modo stesso che lo fui io’ e gli sussurrò mille dolci paroline e si avvinghiò al suo corpo quasi a costringerlo, continuandogli a ripetere fra le carezze: ‘Gioia mia, sposo mio diletto, dolce anima della tua Psiche.’ Suo malgrado lo sposo cedette alla forza e alla seduzione di quei sussurri d’amore e promise che avrebbe fatto quello che lei voleva; poi, appressandosi l’alba, si sciolse dagli amplessi della sposa a svanì.

Metamorfosi – Libro V – Brano 7:

Testo originale:

At illae sorores percontatae scopulum locumque illum quo fuerat Psyche deserta festinanter adveniunt ibique difflebant oculos et plangebant ubera, quoad crebris earum heiulatibus saxa cautesque parilem sonum resultarent. Iamque nomine proprio sororem miseram ciebant, quoad sono penetrabili vocis ululabilis per prona delapso amens et trepida Psyche procurrit e domo et: “Quid” inquit “vos miseris lamentationibus necquicquam effligitis? Quam lugetis, adsum. Lugubres voces desinite et diutinis lacrimis madentes genas siccate tandem, quippe cum iam possitis quam plangebatis amplecti.” Tunc vocatum Zephyrum praecepti maritalis admonet. Nec mora, cum ille parens imperio statim clementissimis flatibus innoxia vectura deportat illas. Iam mutuis amplexibus et festinantibus saviis sese perfruuntur et illae sedatae lacrimae postliminio redeunt prolectante gaudio. “Sed et tectum” inquit “et larem nostrum laetae succedite et afflictas animas cum Psyche vestra recreate.”

Traduzione:

Frattanto le sorelle, saputo il posto in cima alla montagna dov’era stata abbandonata Psiche lo raggiunsero senza indugio e qui cominciarono a piangere e a battersi il petto, tanto che rocce e dirupi echeggiarono presto dei loro gemiti. Poi si misero a chiamare per nome la povera sorella finché Psiche, a quei dolorosi lamenti che si spandevano tutt’intorno giù giù fino a valle, trepidante e fuori di sé si precipitò dal palazzo esclamando: ‘Perché vi disperate? Voi mi piangete ed io sono qui. Smettetela con i lamenti. Asciugate le vostre guance troppo a lungo bagnate di lacrime perché ormai potete abbracciare quella che piangevate morta. Poi chiamò Zefiro, gli riferì il volere dello sposo e quello, subito, ubbidiente al comando, lieve lieve con i suoi dolci soffi le trasportò giù sane e salve. Baci e abbracci a non finire si scambiarono le tre sorelle e le lacrime a stento poco prima represse tornarono a spuntare ma questa volta furono lacrime di gioia. ‘Suvvia, entrate e rallegratevi, è questa la mia casa, bando alle malinconie, ora che siete con la vostra Psiche.’

Metamorfosi – Libro V – Brano 8:

Testo originale:

Sic allocuta summas opes domus aureae vocumque servientium populosam familiam demonstrat auribus earum lavacroque pulcherrimo et inhumanae mensae lautitiis eas opipare reficit, ut illarum prorsus caelestium divitiarum copiis affluentibus satiatae iam praecordiis penitus nutrirent invidam. Denique altera earum satis scrupulose curioseque percontari non desinit, quis illarum caelestium rerum dominus, quisve vel qualis ipsius sit maritus. Nec tamen Psyche coniugale illud praeceptum ullo pacto temerat vel pectoris arcanis exigit, sed e re nata confingit esse iuvenem quendam et speciosum, commodum lanoso barbitio genas inumbrantem, plerumque rurestribus ac montanis venatibus occupatum, et ne qua sermonis procedentis labe consilium tacitum proderetur, auro facto gemmosisque monilibus onustas eas statim vocato Zephyro tradit reportandas.

Traduzione:

E così dicendo mostrò alle sorelle tutti i tesori di quel palazzo dorato e fece sentire anche a loro le innumerevoli voci che la servivano. Poi le ristorò con un magnifico bagno e con un pranzo che fu tutto una delizia, degno degli dei, tanto che dopo essersi rimpinzate di ogni ben di dio le due sorelle cominciarono a covare in cuor loro un senso di invidia. A un certo punto una delle due cominciò a far la curiosa e a chiedere con insistenza chi fosse il padrone di tutte quelle meraviglie, chi era suo marito e che aspetto avesse. Ma Psiche a nessun costo avrebbe tradito il giuramento fatto allo sposo e, infatti, non svelò i suoi segreti. Lì per lì inventò che era un bel giovane con il volto appena ombreggiato dalla prima barba, sempre via a caccia per boschi e per monti, e, anzi, per evitare che, continuando nel discorso ella potesse tradirsi e dire cose che non doveva, chiamò Zefiro e dopo averle caricate di gioielli, di gemme, di pietre preziose, le affidò a lui, perché gliele portasse via. Il che fu subito eseguito.

Metamorfosi – Libro V – Brano 9:

Testo originale:

Quo protenus perpetrato sorores egregiae domum redeuntes iamque gliscentis invidiae felle fraglantes multa secum sermonibus mutuis perstrepebant. Sic denique infit altera: “En orba et saeva et iniqua Fortuna! Hocine tibi complacuit, ut utroque parente prognatae germanae diversam sortem sustineremus? Et nos quidem quae natu maiore sumus maritis advenis ancillae deditae extorres et lare et ipsa patria degamus longe parentum velut exulantes, haec autem novissima, quam fetu satiante postremus partus effudit, tantis opibus et deo marito potita sit, quae nec uti recte tanta bonorum copia novit? Vidisti, soror, quanta in domo iacent et qualia monilia, quae praenitent vestes, quae splendicant gemmae, quantum praeterea passim calcatur aurum. Quodsi maritum etiam tam formonsum tenet ut affirmat, nulla nunc in orbe toto felicior vivit. Fortassis tamen procedente consuetudine et adfectione roborata deam quoque illam deus maritus efficiet. Sic est hercules, sic se gerebat ferebatque. Iam iam sursum respicit et deam spirat mulier, quae voces ancillas habet et ventis ipsis imperat. At ego misera primum patre meo seniorem maritum sortita sum, dein cucurbita calviorem et quovis puero pusilliorem, cunctam domum seris et catenis obditam custodientem.”

Traduzione:

Ma quello che non si dissero, rientrando a casa, le due rispettabili sorelle, divorate com’erano dall’invidia e dalla bile! Una, alla fine, garrì: ‘Fortuna orba, crudele e malvagia. Bel gusto il tuo a farci nascere dagli stessi genitori e poi darci una sorte così diversa. Noi che siamo le più grandi, facciamo le serve a dei mariti stranieri e siamo costrette a vivere come delle esiliate, lontano dalla nostra casa, dalla nostra patria, dai nostri genitori; quella li invece, la più giovane l’ultimo parto di un ventre ormai esausto, ha ricchezze a non finire e un dio per marito e di tutta questa fortuna non sa nemmeno farne buon uso. Ma hai visto, sorella, quanti e quali tesori in quella casa e che splendide vesti e che luccichio di gioielli? Sembra di camminare addirittura sull’oro, se poi ha anche un bel marito, come lei dice, è proprio la donna più fortunata del mondo. E non è detto poi che vivendo insieme e crescendo l’affetto, il marito, che è un dio, non finisca per far diventare dea anche lei. Sta a vedere, perdio, che sarà proprio così: quel suo modo di fare, quel suo comportamento, quella già si vede sul piedistallo, ha per schiave delle voci, dà ordini ai venti, mi sa che nella donna c’è già la dea. Guarda me, invece, disgraziata che sono: m’è capitato un marito più vecchio di mio padre, per giunta più calvo di una zucca, più timido d’un ragazzino e che tiene tutta la casa sotto chiave e catena.

Metamorfosi – Libro V – Brano 10:

Testo originale:

Suscipit alia: “Ego vero maritum articulari etiam morbo complicatum curvatumque ac per hoc rarissimo venerem meam recolente sustineo, plerumque detortos et duratos in lapidem digitos eius perfricans, fomentis olidis et pannis sordidis et faetidis cataplasmatibus manus tam delicatas istas adurens, nec uxoris officiosam faciem sed medicae laboriosam personam sustinens. Et tu quidem soror videris quam patienti vel potius servili ? dicam enim libere quod sentio ? haec perferas animo: enimuero ego nequeo sustinere ulterius tam beatam fortunam allapsam indignae. Recordare enim quam superbe quam adroganter nobiscum egerit et ipsa iactatione immodicae ostentationis tumentem suum prodiderit animum deque tantis divitiis exigua nobis invita proiecerit confestimque praesentiam nostram gravata propelli et efflari exsibilarique nos iusserit. Nec sum mulier nec omnino spiro, nisi eam pessum de tantis opibus deiecero. Ac si tibi etiam, ut par est, inacuit nostra contumelia, consilium validum requiramus ambae. Iamque ista quae ferimus non parentibus nostris ac nec ulli monstremus alii, immo nec omnino quicquam de eius salute norimus. Sat est quod ipsae vidimus quae vidisse paenitet, nedum ut genitoribus et omnibus populis tam beatum eius differamus praeconium. Nec sunt enim beati quorum divitias nemo novit. Sciet se non ancillas sed sorores habere maiores. Et nunc quidem concedamus ad maritos, et lares pauperes nostros sed plane sobrios revisamus, diuque cogitationibus pressioribus instructae ad superbiam poeniendam firmiores redeamus.”

Traduzione:

‘Ed io,’ fece di rimando l’altra ‘che mi devo sopportare un marito tutto rattrappito e sciancato dai reumatismi e che in fatto d’amore, quindi, mi fa fare lunghe astinenze. Devo sempre fargli le frizioni alle dita, contorte e indurite come pietre, irritarmi queste mie mani così delicate tra medicine puzzolenti, luride ben de e schifosi cataplasmi; altro che la moglie premurosa, l’infermiera mi son ridotta a fare. Tu, sorella, lasciatelo dire francamente, mi sembra che sopporti tutto questo con troppa pazienza, se non addirittura con la rassegnazione di una serva; io invece non so rassegnarmi all’idea che una fortuna di quel genere sia dovuta capitare a una che non ne è degna. Prova a ricordarti con quanta superbia e arroganza ci ha trattate e come si vantava davanti a noi e come si compiaceva dentro di sé. In fondo in fondo, poi, che cosa ci ha dato? Poche scarabattole, se si pensa a tutti i tesori che possiede, e a malincuore per giunta; poi su due piedi si è liberata della nostra presenza e a soffi e a fischi ci ha fatto portar via. Ma quant’è vero che sono una donna e che sono viva, io quella la tirerò giù da tutta la sua fortuna. Perciò se anche tu, come dovresti, ti senti bruciare da quest’affronto, vediamo in due di tirar fuori qualche progettino efficace. Per prima cosa silenzio con tutti, genitori compresi, per quanto riguarda i doni che ci siamo portati via; anzi dobbiamo dire di non aver saputo nulla di lei se sia ancora viva o meno.: già troppo quello che abbiamo visto noi e che non avremmo voluto vedere, che non è proprio il caso di andare a rivelare ai quattro venti o anche soltanto ai nostri genitori le sue fortune. Per fare, infatti, meno felice qualcuno è sufficiente che nessuno conosca la sua fortuna. Ora però torniamo dai nostri mariti, alle nostre case, povere quanto vuoi ma ospitali. Ci penseremo su con tutta calma e ponderazione e ritorneremo più risolute e decise a punire tanta superbia.’

Metamorfosi – Libro V – Brano 11:

Testo originale:

Placet pro bono duabus malis malum consilium totisque illis tam pretiosis muneribus absconditis comam trahentes et proinde ut merebantur ora lacerantes simulatos redintegrant fletus. Ac sic parentes quoque redulcerato prorsum dolore raptim deterrentes vesania turgidae domus suas contendunt dolum scelestum immo vero parricidium struentes contra sororem insontem. Interea Psychen maritus ille quem nescit rursum suis illis nocturnis sermonibus sic commonet: “Videsne quantum tibi periculum? Velitatur Fortuna eminus, ac nisi longe firmiter praecaves mox comminus congredietur. Perfidae lupulae magnis conatibus nefarias insidias tibi comparant, quarum summa est ut te suadeant meos explorare vultus, quos, ut tibi saepe praedixi, non videbis si videris. Ergo igitur si posthac pessimae illae lamiae noxiis animis armatae venerint ? venient autem, scio ? neque omnino sermonem conferas, et si id tolerare pro genuina simplicitate proque animi tui teneritudine non potueris, certe de marito nil quicquam vel audias vel respondeas. Nam et familiam nostram iam propagabimus et hic adhuc infantilis uterus gestat nobis infantem alium, si texeris nostra secreta silentio, divinum, si profanaveris, mortalem.”

Traduzione:

Questa malvagia risoluzione parve buona alle perfide sorelle che, nascosti tutti quei doni così preziosi, cominciarono a strapparsi le chiome, a graffiarsi il viso (se lo sarebbero meritato) e a versare false lacrime. Poi, gonfie di rabbia, dopo aver rinnovato il dolore nei loro genitori sbigottiti, di furia, fecero ritorno alle loro case per macchinare un inganno scellerato, anzi un vero e proprio delitto nei riguardi della sorella in nocente. Intanto il misterioso sposo ripeteva a Psiche i soliti avvertimenti nei suoi colloqui notturni: Ma non vedi quale pericolo ti sovrasta? La sventura, per ora, ti minaccia da lontano ma se tu non prendi tutte le precauzioni essa presto ti piomberà addosso Quelle perfide bagasce stanno architettando contro di te una trappola infame, come quella di persuaderti innanzitutto a scoprire il mio aspetto e tu sai, invece, perché te l’ho ripetuto più volte, che se mi vedi poi non potrai più vedermi. Quindi se quelle perfide streghe torneranno da te con cattive intenzioni, e senz’altro torneranno, lo so, non parlare con loro e se questo per il tuo carattere semplice e il tuo buon cuore proprio non ti sarà possibile, almeno non ascoltare e non dire una parola che riguardi tuo marito. ‘Presto non saremo più in due perché questo tuo grembo, fino a ieri ancora di bambina, porta già in sé, per noi, una creatura: un dio se tu saprai custodire il nostro segreto, un essere mortale se, invece, lo violerai.’

Metamorfosi – Libro V – Brano 12:

Testo originale:

Nuntio Psyche laeta florebat et divinae subolis solacio plaudebat et futuri pignoris gloria gestiebat et materni nominis dignitate gaudebat. Crescentes dies et menses exeuntes anxia numerat et sarcinae nesciae rudimento miratur de brevi punctulo tantum incrementulum locupletis uteri. Sed iam pestes illae taeterrimaeque Furiae anhelantes vipereum virus et festinantes impia celeritate navigabant. Tunc sic iterum momentarius maritus suam Psychen admonet: “En dies ultima et casus extremus et! Sexus infestus et sanguis inimicus iam sumpsit arma et castra commovit et aciem direxit et classicum personavit; iam mucrone destricto iugulum tuum nefariae tuae sorores petunt. Heu quantis urguemur cladibus, Psyche dulcissima! Tui nostrique misere religiosaque continentia domum maritum teque et istum parvulum nostrum imminentis ruinae infortunio libera. Nec illas scelestas feminas, quas tibi post internecivum odium et calcata sanguinis foedera sorores appellare non licet, vel videas vel audias, cum in morem Sirenum scopulo prominentes funestis vocibus saxa personabunt.”

Traduzione:

A quella notizia Psiche s’illuminò di gioia; il consolante pensiero di una prole divina la rallegrava, era orgogliosa del futuro rampollo ed esultava della sua nuova dignità di madre. Ansiosa contava i giorni che si succedevano, i mesi che passavano e nella sua innocenza si stupiva di quello strano peso e di quel ventre che, per una piccola trafittura, le era tanto cresciuto. Ma intanto quei flagelli, quelle orribili Furie, gonfie di veleno come vipere, avevano rotto gli indugi e, preso il mare, rapide si appressavano spinte dalla loro stessa malvagità. E allora quello sposo sempre fuggente, ancora una volta ammonì la sua Psiche: ‘È venuto il giorno supremo, il momento decisivo: un nemico del tuo sesso, del tuo stesso sangue, ha preso le armi, ha levato il campo, muove contro di te, dando fiato alle trombe. Sono le tue sciagurate sorelle che hanno impugnato la spada e cercano la tua gola. Ohimè, mia dolce Psiche quali grandi sventure ci sovrastano. Abbi pietà di te, di noi e con il tuo scrupoloso silenzio salva dall’imminente rovina la casa, lo sposo, te stessa, questo nostro piccino. Evita di vederle, di ascoltarle quelle femmine scellerate, che non puoi più chiamare sorelle dopo che ti hanno dichiarato odio mortale e hanno calpestato i vincoli del sangue, quando compariranno su quella rupe e come sirene faranno echeggiare le rocce dei loro funesti richiami.’

Metamorfosi – Libro V – Brano 13:

Testo originale:

Suscipit Psyche singultu lacrimoso sermonem incertans: “Iam dudum, quod sciam, fidei atque parciloquio meo perpendisti documenta, nec eo setius adprobabitur tibi nunc etiam firmitas animi mei. Tu modo Zephyro nostro rursum praecipe fungatur obsequio, et in vicem denegatae sacrosanctae imaginis tuae redde saltem conspectum sororum. Per istos cinnameos et undique pendulos crines tuos per teneras et teretis et mei similes genas per pectus nescio quo calore fervidum sic in hoc saltem parvulo cognoscam faciem tuam: supplicis anxiae piis precibus erogatus germani complexus indulge fructum et tibi devotae dicataeque Psychae animam gaudio recrea. Nec quicquam amplius in tuo vultu requiro, iam nil officiunt mihi nec ipsae nocturnae tenebrae: teneo te, meum lumen.” His verbis et amplexibus mollibus decantatus maritus lacrimasque eius suis crinibus detergens facturum spopondit et praevertit statim lumen nascentis diei.

Traduzione:

Ma Psiche con parole soffocate dai singhiozzi: ‘Da tempo, credo, hai avuto le prove della mia fedeltà e della mia discrezione; tuttavia voglio nuovamente di mostrarti la fermezza del mio animo. Soltanto devi ancora una volta dire al nostro Zefiro che obbedisca ai miei ordini e, in cambio del tuo aspetto divino che mi nascondi, lasciare almeno che io riveda le mie sorelle. Suvvia, ti prego, per questi tuoi capelli profumati e fluenti, per queste tue guance morbide e lisce come le mie, per questo tuo petto che spande non so quale ardore, oh possa un giorno riconoscere almeno nel bimbo il tuo aspetto; ti supplico con le preghiere più ardenti, più umili, lascia ch’io riabbracci le mie sorelle, fa contenta la tua Psiche che ti è fedele e ti ama. Il tuo volto io non lo voglio più conoscere, la notte per me non ha più ombre: ho te e tu sei la mia luce.’ Stregato da queste parole e dalle carezze lascive lo sposo, asciugandole le lacrime con i capelli, promise che l’avrebbe esaudita, poi rapido si dileguò prima che sorgesse il nuovo giorno.

Metamorfosi – Libro V – Brano 14:

Testo originale:

Iugum sororium consponsae factionis ne parentibus quidem visis recta de navibus scopulum petunt illum praecipiti cum velocitate nec venti ferentis oppertae praesentiam licentiosa cum temeritate prosiliunt in altum. Nec immemor Zephyrus regalis edicti, quamvis invitus, susceptas eas gremio spirantis aurae solo reddidit. At illae incunctatae statim conferto vestigio domum penetrant complexaeque praedam suam sorores nomine mentientes thensaurumque penitus abditae fraudis vultu laeto tegentes sic adulant: “Psyche, non ita ut pridem parvula, et ipsa iam mater es. Quantum, putas, boni nobis in ista geris perula! Quantis gaudiis totam domum nostram hilarabis! O nos beatas quas infantis aurei nutrimenta laetabunt! Qui si parentum, ut oportet, pulchritudini responderit, prorsus Cupido nascetur.”

Traduzione:

Le due sorelle, unite nella congiura, senza neppure far visita ai genitori, lasciata la nave, si diressero di filato verso la rupe e non aspettarono nemmeno che il vento si sollevasse a raccoglierle ma con folle temerarietà si precipitarono giù dall’alto. Ma Zefiro che ricordava l’ordine del suo signore, sebbene malvolentieri, le raccolse nel grembo del suo soffio e le depose al suolo. Ed esse senza indugiare, a passi veloci, entrarono nella casa di Psiche, abbracciarono la loro vittima, sorelle soltanto di nome, la blandirono, nascondendo dietro il sorriso tutta la perfidia che covavano in cuore. Psiche, ma tu non sei più la bimba di prima, eccoti già madre. Pensa chissà quale tesoro tu ci porti in questo tuo piccolo grembo. Che gioia darai a tutta la nostra famiglia. Come saremo felici di allevare questo bimbo d’oro. Se poi, com’è naturale, somiglierà in bellezza a sua madre e a suo padre, oh, allora, vedremo nascere proprio un nuovo Cupido.’

Metamorfosi – Libro V – Brano 15:

Testo originale:

Sic adfectione simulata paulatim sororis invadunt animum. Statimque eas lassitudinem viae sedilibus refotas et balnearum vaporosis fontibus curatas pulcherrime triclinio mirisque illis et beatis edulibus atque tuccetis oblectat. Iubet citharam loqui: psallitur; tibias agere: sonatur; choros canere: cantatur. Quae cuncta nullo praesente dulcissimis modulis animos audientium remulcebant. Nec tamen scelestarum feminarum nequitia vel illa mellita cantus dulcedine mollita conquievit, sed ad destinatam fraudium pedicam sermonem conferentes dissimulanter occipiunt sciscitari qualis ei maritus et unde natalium secta cuia proveniret. Tunc illa simplicitate nimia pristini sermonis oblita novum commentum instruit atque maritum suum de provincia proxima magnis pecuniis negotiantem iam medium cursum aetatis agere interspersum rara canitie. Nec in sermone isto tantillum morata rursum opiparis muneribus eas onustas ventoso vehiculo reddidit.

Traduzione:

Così simulando affetto, a poco a poco si cattivarono l’animo della sorella la quale premurosamente le fece sedere perché si riposassero del viaggio, le ristorò con un bel bagno caldo, le intrattenne nel triclinio lasciando che si servissero loro piacere di quelle sue pietanze squisite e raffinate. Ordinò poi che la cetra suonasse e subito s’udì un arpeggio, comandò che i flauti suonassero e così fu, che si cantasse in coro e un coro cantò: non si vedeva nessuno ma queste soavi melodie accarezzavano l’animo di chi le ascoltava. Eppure la malvagità di quelle femmine scellerate non si quietò nemmeno alla dolcezza di quel canto, anzi avviando il discorso in direzione della trappola già predisposta, facendo finta di nulla, cominciarono a chiedere a Psiche com’era quel suo marito, dov’era nato e da quale famiglia discendesse. E quella, ingenua com’era e non ricordando ciò che aveva detto la volta prima, inventò una nuova storia, cioè che il suo sposo era nativo della vicina provincia, che aveva un grosso giro di affari, che era di mezza età e già con qualche capello bianco. Poi, senza indugiare troppo su questo discorso le colmò nuovamente di ricchi doni e le affidò al vento perché le riportasse via.

Metamorfosi – Libro V – Brano 16:

Testo originale:

Sed dum Zephyri tranquillo spiritu sublimatae domum redeunt, sic secum altercantes: “Quid, soror, dicimus de tam monstruoso fatuae illis mendacio? Tunc adolescens modo florenti lanugine barbam instruens, nunc aetate media candenti canitie lucidus. Quis ille quem temporis modici spatium repentina senecta reformavit? Nil aliud reperies, mi soror, quam vel mendacia istam pessimam feminam confingere vel formam mariti sui nescire; quorum utrum verum est, opibus istis quam primum exterminanda est. Quodsi viri sui faciem ignorat, deo profecto denupsit et deum nobis praegnatione ista gerit. Certe si divini puelli ? quod absit ? haec mater audierit, statim me laqueo nexili suspendam. Ergo interim ad parentes nostros redeamus et exordio sermonis huius quam concolores fallacias adtexamus.”

Traduzione:

Ma quelle mentre tornavano a casa sollevate dal soffio tranquillo di Zefiro, così cominciarono a discutere: ‘Che ne pensi sorella, della grossolana menzogna di quella stupida? L’altra volta era un giovanotto che aveva si e no la barba, ora è diventato un uomo maturo con i capelli già brizzolati. Ma chi può essere uno che in così poco tempo diventa vecchio? Sorella mia, c’è poco da capire: o quella svergognata ci racconta un sacco di bugie o non sa nemmeno come è fatto suo marito. Comunque, nell’un caso o nell’altro, l’importante è tirarla giù da tutte le sue ricchezze. Perché se non conosce l’aspetto del marito vuol dire che ha sposato un dio e, dato che è incinta, un dio sarà anche il bambino. Sta certa che se quella lì, non sia mai, passerà per la madre di un fanciullo divino, io mi appenderò a una corda, e subito. Ma per adesso torniamo dai nostri genitori e prendendo lo spunto da questo discorso, continuiamo a tessere inganni, quanto più verosimili.’

Metamorfosi – Libro V – Brano 17:

Testo originale:

Sic inflammatae, parentibus fastidienter appellatis et nocte turbata vigiliis, perditae matutino scopulum pervolant et inde solito venti praesidio vehementer devolant lacrimisque pressura palpebrarum coactis hoc astu puellam appellant: “Tu quidem felix et ipsa tanti mali ignorantia beata sedes incuriosa periculi tui, nos autem, quae pervigili cura rebus tuis excubamus, cladibus tuis misere cruciamur. Pro vero namque comperimus nec te, sociae scilicet doloris casusque tui, celare possumus immanem colubrum multinodis voluminibus serpentem, veneno noxio colla sanguinantem hiantemque ingluvie profunda, tecum noctibus latenter adquiescere. Nunc recordare sortis Pythicae, quae te trucis bestiae nuptiis destinatam esse clamavit. Et multi coloni quique circumsecus venantur et accolae plurimi viderunt eum vespera redeuntem e pastu proximique fluminis vadis innatantem.

Traduzione:

Così, divorate dall’ira, rivolsero appena un saluto sgarbato ai genitori e, dopo una notte insonne, al mattino, tornarono di furia alla rupe e di li si calarono giù con l’aiuto del solito vento. Strofinandosi le palpebre riuscirono a strizzare qualche lacrima e poi si rivolsero alla fanciulla con queste astute parole: Beata te che te ne stai tranquilla, ignara di un fatto terribile, incurante del pericolo che ti sovrasta, ma noi che stiamo sveglie la notte, preoccupate del tuo caso, siamo angosciate al pensiero delle. tue sciagure. Abbiamo saputo, infatti, con tutta certezza, e non possiamo nascondertelo dato che abbiamo fatto nostre le tue sventure e il tuo dolore, che chi viene a letto con te, di nascosto la notte, è un serpente gigantesco, tutto viscide spire dal collo gonfio d’un sangue velenoso e mortale e dalle fauci enormi spalancate. Ora, ricordati dell’oracolo che ti predisse che avresti sposato un’orribile bestia. Molti contadini, e quelli che vengono a caccia da queste parti, e parecchi abitanti dei dintorni lo hanno visto all’imbrunire tornare dalla pastura e nuotare nelle acque del fiume qui vicino.

Metamorfosi – Libro V – Brano 18:

Testo originale:

Nec diu blandis alimoniarum obsequiis te saginaturum omnes adfirmant, sed cum primum praegnationem tuam plenus maturaverit uterus, opimiore fructu praeditam devoraturum. Ad haec iam tua est existimatio, utrum sororibus pro tua cara salute sollicitis adsentiri velis et declinata morte nobiscum secura periculi vivere an saevissimae bestiae sepeliri visceribus. Quodsi te ruris huius vocalis solitudo vel clandestinae veneris faetidi periculosique concubitus et venenati serpentis amplexus delectant, certe piae sorores nostrum fecerimus.” Tunc Psyche misella, utpote simplex et animi tenella, rapitur verborum tam tristium formidine: extra terminum mentis suae posita prorsus omnium mariti monitionum suarumque promissionum memoriam effudit et in profundum calamitatis sese praecipitavit tremensque et exsangui colore lurida tertiata verba semihianti voce substrepens sic ad illas ait:

Traduzione:

E tutti dicono che non ti colmerà per molto tempo di tutte queste delizie ma che appena la tua gravidanza si sarà compiuta ti divorerà insieme con il ricco frutto del tuo ventre. Stando così le cose tu devi decidere: o ascoltare le tue sorelle così sollecite della tua vita e, scampando alla morte, vivere con noi fuori di ogni pericolo, oppure finire nelle viscere di un mostro orrendo. Se poi ti piace questa solitudine risonante di voci, se ti piace giacere con un fetido, furtivo e pericoloso amante, accoppiarti con un velenoso serpente, noi le tue buone sorelle, avremo almeno fatto il nostro dovere.’ La povera Psiche, ingenua e di cuor semplice com’era, a quelle parole così terribili fu assalita dal terrore. Come fuori di sé dimenticò gli avvertimenti dello sposo, tutte le promesse fatte e precipitò se stessa nella rovina più nera. Tremante, sbiancata in volto livida, con un filo di voce, balbettò parole rotte.

Metamorfosi – Libro V – Brano 19:

Testo originale:

“Vos quidem, carissimae sorores, ut par erat, in officio vestrae pietatis permanetis, verum et illi qui talia vobis adfirmant non videntur mihi mendacium fingere. Nec enim umquam viri mei vidi faciem vel omnino cuiatis sit novi, sed tantum nocturnis subaudiens vocibus maritum incerti status et prorsus lucifugam tolero, bestiamque aliquam recte dicentibus vobis merito consentio. Meque magnopere semper a suis terret aspectibus malumque grande de vultus curiositate praeminatur. Nunc si quam salutarem opem periclitanti sorori vestrae potestis adferre, iam nunc subsistite; ceterum incuria sequens prioris providentiae beneficia conrumpet.” Tunc nanctae iam portis patentibus nudatum sororis animum facinerosae mulieres, omissis tectae machinae latibulis, destrictis gladiis fraudium simplicis puellae paventes cogitationes invadunt.

Traduzione:

‘Sorelle carissime, a fare quel che fate vi spinge il vostro affetto verso di me ed è anche giusto che sia così, ma anche quelli che vi han detto queste cose orribili, purtroppo, mi sa che non se le sono inventate. In effetti io non ho mai visto in faccia il mio sposo, né so di dove egli venga. Di lui conosco soltanto la voce per qualche paroletta che mi sussurra la notte e nient’altro, tranne che prima di giorno, è già fuggito. Questo mi fa pensare che voi abbiate proprio ragione e che si tratti di un mostro. Sapete poi come si spaventa se io gli chiedo di volerlo conoscere e di quali disastri mi minaccia se gli dico che sono curiosa di sapere almeno com’è il suo volto. Perciò se voi volete effettivamente soccorrere questa vostra sorella infelice, fatelo subito; qualsiasi indugio renderebbe vano il beneficio che già mi avete recato con il vostro tempestivo intervento.’ Allora quelle due scellerate ebbero via libera nell’animo ormai indifeso della sorella e messa da parte la tattica sottile dell’intrigo sconvolsero i trepidi pensieri dell’ingenua fanciulla con le armi palesi della frode.

Metamorfosi – Libro V – Brano 20:

Testo originale:

Sic denique altera: “Quoniam nos originis nexus pro tua incolumitate ne periculum quidem ullum ante oculos habere compellit, viam quae sola deducit iter ad salutem diu diuque cogitatam monstrabimus tibi. Novaculam praeacutam adpulsu etiam palmulae lenientis exasperatam tori qua parte cubare consuesti latenter absconde, lucernamque concinnem completam oleo claro lumine praemicantem subde aliquo claudentis aululae tegmine, omnique isto apparatu tenacissime dissimulato, postquam sulcatum trahens gressum cubile solitum conscenderit iamque porrectus et exordio somni prementis implicitus altum soporem flare coeperit, toro delapsa nudoque vestigio pensilem gradum paullulatim minuens, caecae tenebrae custodia liberata lucerna, praeclari tui facinoris opportunitatem de luminis consilio mutuare, et ancipiti telo illo audaciter, prius dextera sursum elata, nisu quam valido noxii serpentis nodum cervicis et capitis abscide. Nec nostrum tibi deerit subsidium; sed cum primum illius morte salutem tibi feceris, anxie praestolatae advolabimus cunctisque istis ocius tecum relatis votivis nuptiis hominem te iungemus homini.”

Traduzione:

E così la seconda incalzò: ‘Poiché il vincolo di sangue che ci lega ci induce, pur di salvarti, a non tener conto del pericolo, noi ti indicheremo, dopo averci pensato e ripensato, l’unica via che può portarti a salvamento. Prendi un rasoio molto affilato, anzi rendilo più tagliente che puoi passandolo sul palmo della mano e nascondilo bene nel letto, dalla parte dove ti corichi, poi sotto una pentola ben chiusa poni una lucerna piena d’olio, di quelle che fanno molta luce, e fa bene attenzione che nulla si veda. Quando lui strisciando sulle sue spire, come al solito, sarà salito nel letto e vinto dal primo sonno comincerà ad avere il respiro pesante, tu scivola giù dal letto e pian piano, scalza, in punta di piedi, va a tirar fuori dal suo nascondiglio la lucerna e alla sua luce scegli il momento opportuno per la tua audace impresa, impugna senza esitazione quell’arma a due tagli, alza in alto il braccio e con tutta la tua forza stacca al terribile drago la testa dal collo. Non ti mancherà il nostro aiuto perché appena tu l’avrai ucciso e sarai salva, noi accorreremo prontamente e ti aiuteremo a portar via in fretta tutte queste ricchezze e poi ti faremo sposare secondo il tuo desiderio, ma con un uomo, dal momento che sei una creatura umana.’

Metamorfosi – Libro V – Brano 21:

Testo originale:

Tali verborum incendio flammata viscera sororis prorsus ardentis deserentes ipsae protinus tanti mali confinium sibi etiam eximie metuentes flatus alitis impulsu solito porrectae super scopulum ilico pernici se fuga proripiunt statimque conscensis navibus abeunt. At Psyche relicta sola, nisi quod infestis Furiis agitata sola non est aestu pelagi simile maerendo fluctuat, et quamvis statuto consilio et obstinato animo iam tamen facinori manus admovens adhuc incerta consilii titubat multisque calamitatis suae distrahitur affectibus. Festinat differt, audet trepidat, diffidit irascitur et, quod est ultimum, in eodem corpore odit bestiam, diligit maritum. Vespera tamen iam noctem trahente praecipiti festinatione nefarii sceleris instruit apparatum. Nox aderat et maritus aderat primisque Veneris proeliis velitatus in altum soporem descenderat.

Traduzione:

Con queste parole di fuoco infiammarono l’animo della sorella che già divampava, poi la lasciarono in asso temendo esse stesse di restare più oltre sul luogo di tanto misfatto e fattesi portare in alto fino alla rupe dal solito soffio di vento, via di gran corsa fino alle navi per poi fuggire lontano. Ma Psiche, rimasta sola, anche se sola non era perché tormentata da Furie ostili, si sentiva turbata e sconvolta come un mare in tempesta e benché risoluta e ferma nel suo proposito, benché già sul punto di consumare il misfatto, provava una certa esitazione e nella sua sventura era combattuta da sentimenti diversi. Ora voleva affrettarsi, ora differiva l’azione, voleva osare e aveva paura, disperava e a un tempo ardeva dalla collera, insomma odiava la bestia e amava il marito che erano un essere solo. Tuttavia mentre scendevano le prime ombre della sera, trepidante e in gran fretta ella dispose ogni cosa per il delitto. ‘Venne la notte e giunse anche lo sposo che, dopo essersi un po’ cimentato in qualche schermaglia amorosa, cadde in un sonno profondo.

Metamorfosi – Libro V – Brano 22:

Testo originale:

Tunc Psyche et corporis et animi alioquin infirma fati tamen saevitia subministrante viribus roboratur, et prolata lucerna et adrepta novacula sexum audacia mutatur. Sed cum primum luminis oblatione tori secreta claruerunt, videt omnium ferarum mitissimam dulcissimamque bestiam, ipsum illum Cupidinem formonsum deum formonse cubantem, cuius aspectu lucernae quoque lumen hilaratum increbruit et acuminis sacrilegi novaculam paenitebat. At vero Psyche tanto aspectu deterrita et impos animi marcido pallore defecta tremensque desedit in imos poplites et ferrum quaerit abscondere, sed in suo pectore; quod profecto fecisset, nisi ferrum timore tanti flagitii manibus temerariis delapsum evolasset. Iamque lassa, salute defecta, dum saepius divini vultus intuetur pulchritudinem, recreatur animi. Videt capitis aurei genialem caesariem ambrosia temulentam, cervices lacteas genasque purpureas pererrantes crinium globos decoriter impeditos, alios antependulos, alios retropendulos, quorum splendore nimio fulgurante iam et ipsum lumen lucernae vacillabat; per umeros volatilis dei pinnae roscidae micanti flore candicant et quamvis alis quiescentibus extimae plumulae tenellae ac delicatae tremule resultantes inquieta lasciviunt; ceterum corpus glabellum atque luculentum et quale peperisse Venerem non paeniteret. Ante lectuli pedes iacebat arcus et pharetra et sagittae, magni dei propitia tela.

Traduzione:

Allora a Psiche vennero meno le forze e l’animo; ma a sostenerla, a ridarle vigore fu il suo stesso implacabile destino: andò a prendere la lucerna, afferrò il rasoio e sentì che il coraggio aveva trasformato la sua natura di donna. Ma non appena il lume rischiarì l’intimità del letto nuziale, agli occhi di lei apparve la più dolce e la più mite di tutte le fiere, Cupido in carne e ossa, il bellissimo iddio, che soavemente dormiva e dinanzi al quale la stessa luce della lampada brillò più viva e la lama del sacrilego rasoio dette un barbaglio di luce. A quella visione Psiche, impaurita, fuori di sé sbiancata in viso e tremante, sentì le ginocchia piegarsi e fece per nascondere la lama nel proprio petto, e l’avrebbe certamente fatto se l’arma stessa, quasi inorridendo di un così grave misfatto, sfuggendo a quelle mani temerarie, non fosse andata a cadere lontano. Eppure, benché spossata e priva di sentimento, a contemplare la meraviglia di quel volto divino, ella sentì rianimarsi. Vide la testa bionda e la bella chioma stillante ambrosia e il candido collo e le rosee guance, i bei riccioli sparsi sul petto e sulle spalle, al cui abbagliante splendore il lume stesso della lucerna impallidiva; sulle spalle dell’alato iddio il candore smagliante delle penne umide di rugiada e benché l’ali fossero immote, le ultime piume, le più leggere e morbide, vibravano irrequiete come percorse da un palpito. Tutto il resto del corpo era così liscio e lucente, così bello che Venere non poteva davvero pentirsi d’averlo generato. Ai piedi del letto erano l’arco, la faretra e le frecce, le armi benigne di così grande dio.

Metamorfosi – Libro V – Brano 23:

Testo originale:

Quae dum insatiabili animo Psyche, satis et curiosa, rimatur atque pertrectat et mariti sui miratur arma, depromit unam de pharetra sagittam et punctu pollicis extremam aciem periclitabunda trementis etiam nunc articuli nisu fortiore pupugit altius, ut per summam cutem roraverint parvulae sanguinis rosei guttae. Sic ignara Psyche sponte in Amoris incidit amorem. Tunc magis magisque cupidine fraglans Cupidinis prona in eum efflictim inhians patulis ac petulantibus saviis festinanter ingestis de somni mensura metuebat. Sed dum bono tanto percita saucia mente fluctuat, lucerna illa, sive perfidia pessima sive invidia noxia sive quod tale corpus contingere et quasi basiare et ipsa gestiebat, evomuit de summa luminis sui stillam ferventis olei super umerum dei dexterum. Hem audax et temeraria lucerna et amoris vile ministerium, ipsum ignis totius deum aduris, cum te scilicet amator aliquis, ut diutius cupitis etiam nocte potiretur, primus invenerit. Sic inustus exiluit deus visaque detectae fidei colluvie prorsus ex osculis et manibus infelicissimae coniugis tacitus avolavit.

Traduzione:

Psiche non la smetteva più di guardare le armi dello sposo: con insaziabile curiosità le toccava, le ammirava, tolse perfino una freccia dalla faretra per provarne sul pollice l’acutezza ma per la pressione un pò troppo brusca della mano tremante la punta penetrò in profondità e piccole gocce di roseo sangue apparvero a fior di pelle. Fu così che l’innocente Psiche, senza accorgersene, s’innamorò di Amore. E subito arse di desiderio per lui e gli si abbandonò sopra e con le labbra schiuse per il piacere, di furia, temendo che si destasse, cominciò a baciarlo tutto con baci lunghi e lascivi. Ma mentre l’anima sua innamorata s’abbandonava a quel piacere la lucerna maligna e invidiosa, quasi volesse toccare e baciare anch’essa quel corpo così bello, lasciò cadere dall’orlo del lucignolo sulla spalla destra del dio una goccia d’olio ardente. Ohimè audace e temeraria lucerna indegna intermediaria d’amore, proprio il dio d’ogni fuoco tu osasti bruciare quando fu certo un amante ad inventarti per godersi più a lungo, anche di notte il suo desiderio. Balzò su il dio sentendosi scottare e vedendo oltraggiata e tradita la sua fiducia, senza dire parola, d’un volo si sottrasse ai baci e alle carezze dell’infelicissima sposa.

Brano 24:

Testo originale:

At Psyche statim resurgentis eius crure dextero manibus ambabus adrepto sublimis evectionis adpendix miseranda et per nubilas plagas penduli comitatus extrema consequia tandem fessa delabitur solo. Nec deus amator humi iacentem deserens involavit proximam cupressum deque eius alto cacumine sic eam graviter commotus adfatur: “Ego quidem, simplicissima Psyche, parentis meae Veneris praeceptorum immemor, quae te miseri extremique hominis devinctam cupidine infimo matrimonio addici iusserat, ipse potius amator advolavi tibi. Sed hoc feci leviter, scio, et praeclarus ille sagittarius ipse me telo meo percussi teque coniugem meam feci, ut bestia scilicet tibi viderer et ferro caput excideres meum quod istos amatores tuos oculos gerit. Haec tibi identidem semper cavenda censebam, haec benivole remonebam. Sed illae quidem consiliatrices egregiae tuae tam perniciosi magisterii dabunt actutum mihi poenas, te vero tantum fuga mea punivero.” Et cum termino sermonis pinnis in altum se proripuit.

Traduzione:

Psiche però, nell’attimo in cui egli spiccò il volo, riuscì ad afferrarsi con tutte e due le mani alla sua gamba destra e a restarvi attaccata, inerte peso, compagna del suo altissimo volo fra le nubi, finché, stremata, non si lasciò cadere al suolo. Ma il dio innamorato non ebbe cuore di lasciarla così distesa a terra e volò su un vicino cipresso e dal ramo più alto con voce grave e turbata così le parlò: ‘Oh, troppo ingenua Psiche, mia madre, Venere, mi aveva ordinato di farti innamorare del più abbietto, dell’ultimo degli uomini e a lui darti in isposa; io invece le ho disubbidito e son volato a te per essere io stesso il tuo amante: stata una leggerezza, lo so, e mi sono ferito con il mio stesso dardo, io, famosissimo arciere, e ti ho fatto mia sposa perché tu, pensandomi un mostro, mi troncassi col ferro questo capo che reca due occhi innamorati di te. ‘Eppure quante volte ti ho detto di stare in guardia, con che cuore ti ho sempre ammonita. Ma quelle tue brave consigliere presto faranno i conti con me per i loro suggerimenti funesti; quanto a te, basterà la mia fuga a punirti.’ E con queste parole aperse le ali e si levò nel cielo.

Metamorfosi – Libro V

Brano 25:

Testo originale:

Psyche vero humi prostrata et, quantum visi poterat, volatus mariti prospiciens extremis affligebat lamentationibus animum. Sed ubi remigio plumae raptum maritum proceritas spatii fecerat alienum, per proximi fluminis marginem praecipitem sese dedit. Sed mitis fluvius in honorem dei scilicet qui et ipsas aquas urere consuevit metuens sibi confestim eam innoxio volumine super ripam florentem herbis exposuit. Tunc forte Pan deus rusticus iuxta supercilium amnis sedebat complexus Echo montanam deam eamque voculas omnimodas edocens recinere; proxime ripam vago pastu lasciviunt comam fluvii tondentes capellae. Hircuosus deus sauciam Psychen atque defectam, utcumque casus eius non inscius, clementer ad se vocatam sic permulcet verbis lenientibus: “Puella scitula, sum quidem rusticans et upilio sed senectutis prolixae beneficio multis experimentis instructus. Verum si recte coniecto, quod profecto prudentes viri divinationem autumant, ab isto titubante et saepius vaccillante vestigio deque minio pallore corporis et assiduo suspiritu immo et ipsis marcentibus oculis tuis amore minio laboras. Ergo mihi ausculta nec te rursus praecipitio vel ullo mortis accersitae genere perimas. Luctum desine et pone maerorem precibusque potius Cupidinem deorum maximum percole et utpote adolescentem delicatum luxuriosumque blandis obsequiis promerere.”

Traduzione:

Da terra ove giaceva, Psiche seguì il volo dello sposo finché potè vederlo e, intanto, si sfogava in gemiti angosciosi; ma quando nel suo rapido volo egli si fu sottratto alla vista di lei, perdendosi lontano nello spazio, ella corse alla riva del fiume più vicino e a capofitto vi si gettò; ma il buon fiume, devoto al dio che suole accendere d’amore anche le acque e temendo per sé, senza farle alcun male la sollevò su un’onda e la depose sulla riva fiorita. Per fortuna che Pan, il dio dei campi, se ne stava seduto proprio là, sulla sponda del fiume, con Eco fra le braccia, la dea dei monti e le insegnava a cantare le melodie più varie, mentre le capre, qua e là, lungo la riva saltando, brucavano l’erba che la corrente lambiva. Il dio caprino appena vide Psiche così distrutta e affranta, poiché non era ignaro delle sue sventure, la chiamò dolcemente a sé, confortandola con buone parole: ‘Figliola cara,’ cominciò a dirle ‘io non sono che un villano, un rozzo pastore, però di esperienza ne ho tanta dato che sono vecchio ormai. Quindi se vedo chiaro – in fondo in questo consiste, secondo quelli che se ne intendono, l’essere profeti – dal tuo passo vacillante, dal pallore estremo del tuo viso, da quel sospirare continuamente e soprattutto dai tuoi occhi così tristi, devo arguire che un amore violento ti tormenta. Dammi retta, allora, non provarci più a gettarti nel fiume, né cercare la morte in altro modo. Cessa di piangere, scaccia il dolore e mettiti piuttosto a pregare Cupido, il più potente degli dei: giovane, sensibile e vagheggino com’è, lusingalo con dolci voti.’

Metamorfosi – Libro V

Brano 26:

Testo originale:

Sic locuto deo pastore nulloque sermone reddito sed adorato tantum numine salutari Psyche pergit ire. Sed cum aliquam multum viae laboranti vestigio pererrasset, inscia quodam tramite iam die labente accedit quandam civitatem, in qua regnum maritus unius sororis eius optinebat. Qua re cognita Psyche nuntiari praesentiam suam sorori desiderat; mox inducta mutuis amplexibus alternae salutationis expletis percontanti causas adventus sui sic incipit: “Meministi consilium vestrum, scilicet quo mihi suasistis ut bestiam, quae mariti mentito nomine mecum quiescebat, prius quam ingluvie voraci me misellam hauriret, ancipiti novacula peremerem. Set cum primum, ut aeque placuerat, conscio lumine vultus eius aspexi, video mirum divinumque prorsus spectaculum, ipsum illum deae Veneris filium, ipsum inquam Cupidinem, leni quiete sopitum. Ac dum tanti boni spectaculo percita et nimia voluptatis copia turbata fruendi laborarem inopia, casu scilicet pessumo lucerna fervens oleum rebullivit in eius umerum. Quo dolore statim somno recussus, ubi me ferro et igni conspexit armatam, “Tu quidem” inquit “ob istud tam dirum facinus confestim toro meo divorte tibique res tuas habeto, ego vero sororem tuam” ? et nomen quo tu censeris aiebat ? “iam mihi confarreatis nuptis coniugabo” et statim Zephyro praecipit ultra terminos me domus eius efflaret.”

Traduzione:

Psiche non rispose al dio pastore che le aveva parlato e, riverente al nume soccorritore, si mise in cammino. A lungo errò per strade sconosciute, tra molti stenti, finché giunse con le prime ombre della sera ad una città dove era re il marito di una delle sue sorelle. Appena Psiche lo seppe si fece annunziare e quando fu dinanzi alla sorella, che, dopo reciproci scambi di abbracci e di saluti, le chiese le ragioni della sua venuta, così cominciò a dire: ‘Ricordi i consigli che mi deste quando mi persuadeste ad uccidere con un affilato rasoio il mostro che mi dormiva accanto sotto il mentito nome di marito prima che fosse lui a divorar me, poveretta? ‘Ebbene, quando la complice luce della lampada, come s’era d’accordo, mi rivelò il suo volto, oh, che spettacolo meraviglioso, addirittura divino, videro i miei occhi: il figlio stesso di Venere, Cupido in persona ti dico, era lì che riposava tranquillo. ‘Rimasi come colpita a tale straordinaria visione e mentre tutta sconvolta da un desiderio prepotente che mi faceva soffrire perché non riuscivo ad appagare del tutto, malauguratamente, dalla lucerna cadde una goccia d’olio bollente sulla sua spalla. Per il dolore egli si svegliò di soprassalto e vedendomi armata di ferro e di fuoco: “Tu? Un’assassina?” esclamò. “Infame, via dal mio letto, subito, fa fagotto. Tua sorella” e pronunziò il tuo nome, “io sposerò con legittime nozze” e lì per lì comandò a Zefiro che mi buttasse fuori dalla sua casa.’

Metamorfosi – Libro V

Brano 27:

Testo originale:

Necdum sermonem Psyche finierat, et illa vesanae libidinis et invidiae noxiae stimulis agitata, e re concinnato mendacio fallens maritum, quasi de morte parentum aliquid comperisset, statim navem ascendit et ad illum scopulum protinus pergit et quamvis alio flante vento caeca spe tamen inhians, “Accipe me,” dicens “Cupido, dignam te coniugem et tu, Zephyre, suscipe dominam” saltu se maximo praecipitem dedit. Nec tamen ad illum locum vel satem mortua pervenire potuit. Nam per saxa cautium membris iactatis atque dissipatis et proinde ut merebatur laceratis visceribus suis alitibus bestiisque obvium ferens pabulum interiit. Nec vindictae sequentis poena tardavit. Nam Psyche rursus errabundo gradu pervenit ad civitatem aliam, in qua pari modo soror morabatur alia. Nec setius et ipsa fallacie germanitatis inducta et in sororis sceleratas nuptias aemula festinavit ad scopulum inque simile mortis exitium cecidit.

Traduzione:

Psiche non aveva ancora finito di parlare che quella, eccitata dagli stimoli di una pazza libidine e da una malvagia invidia, così su due piedi, inventò al marito una panzana che facesse al caso, cioè che aveva saputo della morte di uno dei suoi genitori e, di furia, prese la nave e si recò direttamente alla nota rupe. Ma il vento che soffiava, ora era vento diverso, tuttavia, protesa in una folle speranza, quella cominciò a invocare: ‘Cupido prendimi, sono io la sposa degna di te, e tu, Zefiro, accogli la tua padrona’ e con un gran salto si buttò giù. Ma nemmeno morta potè giungere là dove voleva, perché il suo corpo si sfracellò sulle rocce aguzze e per gli uccelli rapaci e le fiere quelle membra straziate furono un pasto abbondante. Era quello che si meritava. Il seguito della vendetta non si fece attendere. Infatti Psiche, nel suo peregrinare, giunse a un’altra città dove abitava la seconda sorella e anche a questa tese la stessa trappola. Costei, bramosa di prendere il posto della sorella con nozze sciagurate, s’affrettò a correre alla rupe e fece la stessa fine dell’altra.

Metamorfosi – Libro V

Brano 28:

Testo originale:

Interim, dum Psyche quaestioni Cupidinis intenta populos circumibat, at ille vulnere lucernae dolens in ipso thalamo matris iacens ingemebat. Tunc avis peralba illa gavia quae super fluctus marinos pinnis natat demergit sese propere ad Oceani profundum gremium. Ibi commodum Venerem lavantem natantemque propter assistens indicat adustum filium eius gravi vulneris dolore maerentem dubium salutis iacere, iamque per cunctorum ora populorum rumoribus conviciisque variis omnem Veneris familiam male audire, quod ille quidem montano scortatu tu vero marino natatu secesseritis, ac per hoc non voluptas ulla non gratia non lepos, sed incompta et agrestia et horrida cuncta sint, non nuptiae coniugales non amicitiae sociales non liberum caritates, sed enormis colluvies et squalentium foederum insuave fastidium. Haec illa verbosa et satis curiosa avis in auribus Veneris fili lacerans existimationem ganniebat. At Venus irata solidum exclamat repente: “Ergo iam ille bonus filius meus habet amicam aliquam? Prome agedum, quae sola mihi servis amanter, nomen eius quae puerum ingenuum et investem sollicitavit, sive illa de Nympharum populo seu de Horarum numero seu de Musarum choro vel de mearum Gratiarum ministerio.” Nec loquax illa conticuit avis, sed: “Nescio,” inquit “domina: puto puellam, si probe memini, Psyches nomine dici: illam dicitur efflicte cupere.” Tunc indignata Venus exclamavit vel maxime: “Psychen ille meae formae succubam mei nominis aemulam vere diligit? Nimirum illud incrementum lenam me putavit cuius monstratu puellam illam cognosceret.”

Traduzione:

Intanto mentre Psiche andava di paese in paese cercando Amore, questi, dolorante ancora per la scottatura della lucerna, s’era rifugiato nello stesso letto della madre e si lagnava. Allora il candido uccello che sfiora con le sue ali le onde del mare, il gabbiano, velocissimo, si tuffò nel profondo grembo dell’Oceano e avvicinatosi a Venere che tranquillamente stava facendo il bagno e nuotava, le riferì che il figlio s’era scottato, che si lamentava per il dolore acuto della piaga, e che giaceva a letto in grave stato; infine che la famiglia di Venere ormai era sulla bocca di tutti e sul suo conto correvano dicerie e malignità a non finire, per esempio che il figlio s’era appartato tra i monti per godersi i favori di una sgualdrina e che lei, la madre, se ne stava sempre in mare a nuotare e che perciò gli uomini non sapevano più cos’era il piacere, la gentilezza, la grazia, e tutto era diventato rozzo, selvaggio, volgare, e non si celebravano più matrimoni, non c’erano più relazioni amichevoli fra gli uomini e anche l’amore per i figli si stava allentando e c’era solo un gran disordine e come un fastidio per ogni sorta di legami del resto sempre meno sentiti. Questo cicalava quell’uccello petulante e pettegolo all’orecchio di Venere, calunniandole il figlio. ‘Ah, così quel mio bravo figliolo ha già l’amica?’ sbottò a un tratto la dea su tutte le furie. ‘E tu che sei l’unico a servirmi con affetto, fuori il nome, voglio sapere chi è questa che ha sedotto un ragazzino ingenuo e indifeso, se è una Ninfa o una delle Ore o una Musa o anche una delle Grazie al mio servizio.’ E l’uccello chiacchierone non tacque: ‘Non lo so mia signora, credo però che egli sia innamorato cotto di una fanciulla mortale; se ben ricordo si chiama Psiche.’ Venere saltò su infuriata e cominciò a gridare: ‘Ah è Psiche che ama! La mia rivale in bellezza, quella che voleva usurpare il mio nome. Sta a vedere che il ragazzo mi avrà presa per una ruffiana e s’? pensato che io gli abbia mostrato la fanciulla perché ci andasse assieme.’

Metamorfosi – Libro V

Brano 29:

Testo originale:

Haec quiritans properiter emergit e mari suumque protinus aureum thalamum petit et reperto, sicut audierat, aegroto puero iam inde a foribus quam maxime boans: “Honesta” inquit “haec et natalibus nostris bonaeque tuae frugi congruentia, ut primum quidem tuae parentis immo dominae praecepta calcares, nec sordidis amoribus inimicam meam cruciares, verum etiam hoc aetatis puer tuis licentiosis et immaturis iungeres amplexibus, ut ego nurum scilicet tolerarem inimicam. Sed utique praesumis nugo et corruptor et inamabilis te solum generosum nec me iam per aetatem posse concipere. Velim ergo scias multo te meliorem filium alium genituram, immo ut contumeliam magis sentias aliquem de meis adoptaturam vernulis, eique donaturam istas pinnas et flammas et arcum et ipsas sagittas et omnem meam supellectilem, quam tibi non ad hos usus dederam: nec enim de patris tui bonis ad instructionem istam quicquam concessum est.

Traduzione:

E uscì dal mare strillando per precipitarsi di furia al suo talamo d’oro dove, come le era stato riferito, trovò il giovanotto infortunato: ‘Belle cose mi fai sentire’ cominciò a tuonargli dal limite della porta. ‘Proprio quello che ci voleva per la tua famiglia e il tuo buon nome. Prima di tutto te ne sei infischiato degli ordini di tua madre, anzi, che dico, della tua padrona, e invece di punire la mia rivale legandola a un uomo spregevole, te la sei presa tu, alla tua età, per i tuoi dissoluti e precoci amori; e io dovrei sopportare per nuora la mia nemica? Ma che credi, buffone, seduttore, essere odioso, che soltanto tu ora sei capace di aver figli eh? Pensi che alla mia età io non ne possa più farei Ebbene sappi che ho deciso di avere un altro figlio, e molto migliore di te; anzi, a tuo maggior dispetto, adotterò qualcuno dei miei schiavetti e gli darà codeste penne, la fiaccola, l’arco e anche le frecce, insomma tutto quest’armamentario che è di mia proprietà e che ti avevo affidato non certo perché tu ne facessi l’uso che ne hai fatto. Roba di tuo padre, infatti, in tutto questo corredo non ce n’è davvero.

Metamorfosi – Libro V

Brano 30:

Testo originale:

Sed male prima a pueritia inductus es et acutas manus habes et maiores tuos irreverenter pulsasti totiens et ipsa matrem tuam, me inquam ipsam, parricida denudas cotidie et percussisti saepius et quasi viduam utique contemnis nec vitricum tuum fortissimum illum maximumque bellatorem metuis. Quidni? cui saepius in angorem mei paelicatus puellas propinare consuesti. Sed iam faxo te lusus huius paeniteat et sentias acidas et amaras istas nuptias. ? Sed nunc inrisui habita quid agam? Quo me conferam? Quibus modis stelionem istum cohibeam? Petamne auxilium ab inimica mea Sobrietate, quam propter huius ipsius luxuriam offendis saepius? At rusticae squalentisque feminae conloquium prorsus [adhibendum est] horresco. Nec tamen vindictae solacium undeunde spernendum est. Illa mihi prorsus adhibenda est nec ulla alia, quae castiget asperrime nugonem istum, pharetram explicet et sagittas dearmet, arcum enodet, taedam deflammet, immo et ipsum corpus eius acrioribus remediis coerceat. Tunc iniuriae meae litatum crediderim cum eius comas quas istis manibus meis subinde aureo nitore perstrinxi deraserit, pinnas quas meo gremio nectarei fontis infeci praetotonderit.”

Traduzione:

La verità è che tu sin da piccolo eri un poco di buono e hai sempre avuto le grinfie lunghe. Quante volte senza alcun rispetto hai messo le mani addosso anche ai tuoi vecchi; perfino di tua madre, dico io, si, proprio, anche di me, assassino, te ne approfitti; spesso mi hai anche picchiata; mi tratti male come se non avessi nessuno al mondo e non hai soggezione nemmeno di quel grande e forte guerriero che è il tuo padrino. E che? forse non è vero che tante volte a dispetto mio gli hai procurate delle ragazze? Ma ti farò pentire io di codesti tuoi scherzi e sentirai come ti diventeranno amare e agre queste tue nozze. Si, ma ora che devo fare dal momento che sono stata beffata? Dove devo andare? E com’è che posso tenere a bada questa tarantola? Possibile che debbo chiedere aiuto alla Temperanza, alla mia nemica, che io ho tante volte offeso proprio per colpa di questo scostumato? D’altro canto mi vengono i brividi al pensiero di dover parlare a quella cafona miserabile; comunque la soddisfazione che dà la vendetta non è cosa da buttar via, da qualunque parte venga, e, quindi, proprio di lei e di nessun’altra mi posso servire per dare a questo pagliaccio una solenne lezione, spaccargli la faretra spuntargli le frecce, allentargli l’arco, spegnergli la fiaccola, insomma adottare rimedi estremi per farlo rigar dritto. Non mi sentirò soddisfatta dell’offesa patita fino a quando quella donna non lo avrà pelato della chioma che io stessa, con le mie mani, ho tante volte pettinato e fatto risplendere come oro, e non gli avrà spuntate le penne che, tenendolo in grembo, io gli ho imbevute di nettare.’

Metamorfosi – Libro V

Brano 31:

Testo originale:

Sic effata foras sese proripit infesta et stomachata biles Venerias. Sed eam protinus Ceres et Iuno continantur visamque vultu tumido quaesiere cur truci supercilio tantam venustatem micantium oculorum coerceret. At illa: “Opportune” inquit ” ardenti prorsus isto meo pectori volentiam scilicet perpetraturae venitis. Sed totis, oro, vestris viribus Psychen illam fugitivam volaticam mihi requirite. Nec enim vos utique domus meae famosa fabula et non dicendi filii mei facta latuerunt.” Tunc illae non ignarae quae gesta sunt palpare Veneris iram saevientem sic adortae: “Quid tale, domina, deliquit tuus filius ut animo pervicaci voluptate illius impugnes et, quam ille diligit, tu quoque perdere gestias? Quod autem, oramus, isti crimen si puellae lepidae libenter adrisit? An ignoras eum masculum et iuvenem esse vel certe iam quot sit annorum oblita es? An, quod aetatem portat bellule, puer tibi semper videtur? Mater autem tu et praeterea cordata mulier filii tui lusus semper explorabis curiose et in eo luxuriem culpabis et amores revinces et tuas artes tuasque delicias in formonso filio reprehendes? Quid autem te deum, qui hominum patietur passim cupidines populis disseminantem, cum tuae domus amores amare coerceas et vitiorum muliebrium publicam praecludas officinam?” Sic illae metu sagittarum patrocinio gratioso Cupidini quamvis absenti blandiebantur. Sed Venus indignata ridicule tractari suas iniurias praeversis illis altrorsus concito gradu pelago viam capessit.

Traduzione:

Così parlò la dea e uscì a precipizio dalla stanza, adirata e furente come sapeva esserlo soltanto lei. Ma ecco che Cerere e Giunone le corsero dietro e vedendola tutta sconvolta le chiesero il perché di quel truce cipiglio che toglieva incanto e fulgore ai suoi occhi. ‘Siete proprio giunte a proposito’ le interruppe: ‘ho la rabbia in corpo e voi mi darete la soddisfazione che cerco. Vi prego, mettetecela tutta, ma trovatemi questa Psiche, sempre in fuga, sempre che scompare. Sapete, no, le favolette che corrono ormai sulla mia famiglia e le prodezze di quel tipo che non voglio più chiamare figlio?’ ‘Quelle, allora, conoscendo i fatti, si misero ad ammansire la dea: ‘Ma che cosa ha poi fatto di tanto male tuo figlio, che gli togli tutti gli spassi e addirittura vuoi a tutti i costi la rovina della fanciulla che ama? Via, non è mica un delitto se ha fatto l’occhietto a una bella ragazza. In fondo è un maschio, ed è un giovanotto! O ti sei dimenticata quanti anni ha? O forse perché li porta bene credi che sia sempre un ragazzino? E tu che sei sua madre e, per di più, una donna piena di buon senso, che fai ora? Ti metti lì a indagare nelle passioncelle di tuo figlio, ad accusarlo che è un donnaiolo, magari a rimproverargli i suoi amori, a biasimare in un ragazzo così avvenente quelle che sono le tue abitudini, i tuoi piaceri? ‘Nessun dio, nessun uomo potrebbe darti ragione se tu continui a spargere il seme del desiderio tra le genti e poi, a causa tua, pretendi che Amore faccia astinenza e chiudi la scuola dove s’insegnano certi vizietti che piacciono alle donne.’ Così quelle due dee, per paura delle sue frecce e per propiziarselo, di loro iniziativa presero le difese di Cupido, benché questi non fosse presente. Ma Venere, indispettita perché le offese che aveva ricevute venivano prese poco sul serio, voltò loro le spalle e tutta risentita, a rapidi passi, prese la via del mare.

Metamorfosi – Libro V

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