Di seguito trovi il testo originale (sulla sinistra) e la traduzione (sulla destra) delle Metamorfosi (Libro IX) di Apuleio. Buona lettura!

Metamorfosi – Libro IX – Brano 1:

Testo originale:

Sic ille nequissimus carnifex contra me manus impias obarmabat. At ego praecipitante consilium periculi tanti praesentia nec exspectata diutina cogitatione lanienam imminentem fuga vitate statui, protinusque vinculo, quo fueram deligatus, abrupto curso me proripio totis pedibus, ad tutelam salutis crebris calcibus velitatus, ilicoque me raptim transcursa proxima porticu triclinio, in quo dominus aedium sacrificales epulas cum sacerdotibus deae cenitabat, incunctanter immitto, nec pauca rerum adparatus cibarii mensas etiam et ignes impetu meo collido atque disturbo. Qua rerum deformi strage paterfamilias commotus ut importunum atque lascivum me cuidam famulo curiose traditum certo aliquo loco clausum (iussit) cohiberi, ne rursum convivium placidum simili petulantia dissiparem. Hoc astutulo commento scitule munitus et mediis lanii manibus ereptus custodela salutaris mihi gaudebam carceris. Sed nimirum nihil Fortuna rennuente licet homini natu dexterum provenire nec consilio prudenti vel remedio sagaci divinae providentiae fatalis dispositio subuerti vel reformari potest. Mihi denique id ipsum commentum, quod momentariam salutem reperisse videbatur, periculum grande immo praesens exitium conflavit aliud.

Traduzione:

Così quell’infame carnefice armava contro di me l’empia sua mano. Ma di fronte a un pericolo simile che non ammetteva esitazioni, senza star là a pensarci due volte, decisi di sfuggire al macello dandomi alla fuga e, spezzata con uno strattone la fune cui ero legato, sparando calci e sgroppando per aprirmi un varco verso la salvezza, schizzai via con tutta la velocità delle mie gambe. Attraversato come un fulmine il portico, piombai nella sala dove il padrone stava celebrando il banchetto rituale insieme con i sacerdoti della dea e nel mio slancio fracassai tutto, buttai all’aria stoviglie, lampade, la stessa mensa già bell’e imbandita. A tutto quel disastro il padrone agitatissimo, gridò a un servo di mettermi al sicuro in modo che non potessi più turbare la serenità del banchetto, dal momento che mi ero rivelato una bestia cos? bizzarra e insolente. Ma intanto io con la mia furba pensata l’avevo fatta franca, ero sfuggito alle mani di quel macellaio e anzi ero tutto contento di finire al chiuso sotto custodia perché questo significava la mia salvezza. Ma è inutile, non c’è niente che vada per il verso giusto a chi è nato sotto cattiva stella, e non c’è saggia decisione, non c’è accorgimento per quanto geniale che possa mutare o spostare d’un filino i disegni della provvidenza divina. Tant’è vero che quella stessa trovata che al momento sembrava avermi ridato la vita, proprio quella, mi cacciò in un nuovo pericolo, anzi addirittura in un guaio ancora pi? grave, a tu per tu con la morte.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 2:

Testo originale:

Nam quidam subito puer mobili ac trepida facile percitus, ut familiares inter se susurrabant, inrumpit tricliniumn suoque annuntia domino de proximo angiportu canem rabidam paulo ante per posticam impetu miro sese direxisse ardentisque prorsus furore venaticos canes invasisse ac dehinc proximum petisse pari saevitia nec postremum saltem ipsis hominibus pepercisse; nam Myrtilum mulionem et Hephaestionem cocum et Hypnophilum cubicularium et Apollonium medicum, immo vero et plures alios ex familia abigere temptantes variis morsibus quemque lacerasse, certe venenatis morsibus contacta non nulla iumenta efferari simili rabie. Quae res omnium statim percussit animos, ratique me etiam eadem peste infectum ferocire arreptis cuiusce modi telis mutuoque ut exitium commune protelarent cohortati, ipsi potius eodem vaesaniae morbo laborantes, persecuntur. Nec dubio me lanceis illis vel venabulis immo vero et bipennibus, quae facile famuli subministraverant, membratim compilassent, ni respecto subiti periculi turbine cubiculum, in quo mei domini devertebant, protinus inrupissem. Tunc clausis obseratisque super me foribus obsidebant locum, quoad sine ullo congressionis suae periculo pestilentiae laetatis pervicaci rabie possessus ac peresus absumerer. Quo facto tandem libertatem nanctus, solitariae fortunae munus amplexus, super constratum lectum abiectus, post multum equidem temporis somnum humanum quievi.

Traduzione:

Infatti, all’improvviso, mentre i commensali se ne stavano pacifici a chiacchierare, si precipitò in sala un ragazzetto con la faccia terrea dallo spavento e annunciò al suo padrone che, pochi momenti prima, da un vicolo vicino, una cagna rabbiosa, tutt’a un tratto, era entrata in casa, come una furia, per la porta di servizio, e s’era prima avventata contro i cani da caccia, poi aveva preso la via della stalla e qui, con la stessa ferocia, aveva assalito parecchi giumenti e, per ultimo, non aveva risparmiato nemmeno gli uomini Mirtilo il mulattiere, il cuoco Efestione, il cameriere Ipatafio, il medico Apollonio e molti altri schiavi, che avevano tentato di scacciarla, s’eran beccati infatti anche loro diverse zannate e molte bestie, si vede contagiate da quei morsi avvelenati, davan segni d’aver presa anch’essi la rabbia. Il fatto spaventò moltissimo tutti, i quali subito arguirono dalle mie bizze di prima che anch’io fossi stato colto dal contagio e così afferrarono ogni sorta di armi ed incoraggiandosi l’un con l’altro ad allontanare il comune pericolo, si misero a corrermi dietro, quando erano proprio loro che sembravano sconvolti dal contagio della pazzia. Con tutte quelle lance, quegli spiedi e quelle scuri finanche, di cui i servi premurosamente li avevano riforniti, mi avrebbero senza dubbio ucciso se, resomi conto della tempesta che mi s’era scaricata addosso, io non mi fossi rifugiato nella camera dove erano stati ospitati i miei padroni. Quelli allora chiusero e sprangarono la porta alle mie spalle e si posero di guardia, tranquillamente aspettando, senza alcun pericolo di contagio per loro, che quel mortale, inesorabile male che mi s’era attaccato addosso; lentamente mi consumasse e m’uccidesse. Così fu ch’io riacquistai la libertà e cogliendo l’occasione propizia d’esser rimasto finalmente solo, mi buttai lungo sul letto già sprimacciato e dopo tanto tempo potetti dormire come un uomo.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 3:

Testo originale:

Iamque clara die mollitie cubilis refota lassitudine vegetus exsurgo atque illos qui meae tutelae pervigiles excubias agitaverant ausculto de meis sic altercare fortunis: “Adhucine miserum istum asinum iugi furore iactari credimus?” “Immo vero iam virus increscente saevitia prorsum extinctum. Sic opinionis variae terminum ad exploratione conferunt ac de rima quadam prospiciunt sanum me atque sobrium otiose consistere. Iamque utro foribus patefactis plenius, an iam sim mansuetus, periclitantur. Sed unus ex his, de caelo scilicet missus mihi sospitator, argumentum explorandae sanitatis meae commonstrat ceteris, ut aquae recentis completam pelvem offerent potui meo, ac si intrepidus et more solito sumens aquis adlibescentem, sanum me atque omni morbo scirent expeditum: contra vero si visum contactumque laticis vitarem ac perhorrescerem, pro conperto noxiam rabiem pertinaciter durare; hoc enim libris pristinis proditum observari solere.

Traduzione:

Mi svegliai ch’era giorno fatto ben riposato della stanchezza grazie a quel morbido letto e rimesso completamente in forze. Tesi le orecchie e sentii che quelli che avevan vegliato a turno tutta la notte per farmi la guardia stavano parlando di me: “Chissà se quel povero asino è ancora in preda ai suoi furori?” “Io credo invece che il veleno giunto al massimo della violenza l’ha già ammazzato.” Finalmente per troncarla con tutte quelle ipotesi decisero di dare una sbirciatina all’interno e così, da una fessura, videro che io ero sano e salvo e che me ne stavo lì pacifico. Allora spalancarono la porta per meglio assicurarsi ch’io mi fossi veramente ammansito e uno di loro, inviato certamente dal cielo in mio soccorso, suggerì agli altri: “Facciamo questa prova, se vogliamo sapere sicuramente come sta: mettiamogli davanti un recipiente colmo d’acqua fresca; se beve tranquillamente come al solito vuol dire che è guarito e non ha più niente, se invece la rifiuta, se se ne allontana e ne ha ripugnanza, allora sicuramente ha ancora la rabbia e di quelle maligne. Questa,” aggiunse; “è la prova che si è soliti fare, riportata anche nei libri degli antichi.”

Metamorfosi – Libro IX – Brano 4:

Testo originale:

Isto placito vas immane confestim atque perlucidae de proximo petitae fonte, cunctantes adhoc, offerunt mihi: at ego sine ulla mora progressum etiam obvio gradu satis sitienter pronus et totum caput immergens salutares vere equidem illas aquas hauriebam. Iamque et plausus manum et aurium flexus et ductum capistri et quiduis aliud periclitantium placide patiebar, quoad contra vesanam eorum praesumptionem modestiam meam liquido cunctis adprobarem. Ad istum modum vitato duplici periculo, die sequenti rursum divinis exuviis onustus cum crotalis et cymbalis circumforaneum mendicabulum producor ad viam. Nec paucis casulis atque castellis oberratis devertimus ad quempiam pagum urbis opulentae quondam, ut memorabant incolae, inter semiruta vestigia conditum et hospitio proxumi stabuli recepti cognoscimus lepidam de adulterio cuiusdam pauperis fabulam, quam vos etiam cognoscatis volo.

Traduzione:

L’idea piacque e, così, corsero subito a riempire a una fontana là vicino una gran tinozza d’acqua fresca e non senza una certa diffidenza me la misero davanti. Io, con tutta quella sete che avevo, senza esitare, mi feci sotto e immergendovi tutto il capo bevvi quell’acqua veramente ristoratrice. Poi cominciarono a darmi delle pacche, a piegarmi le orecchie, a tirarmi per la cavezza, insomma a sottopormi a non so che altre prove che io sopportai docilmente finché convinsi tutti, a dispetto delle loro sciocche supposizioni, che effettivamente ero mansueto. Così fu che io scampai a un doppio pericolo. Il giorno dopo, di nuovo col mio sacro carico sulla schiena, fui risospinto per le strade a far l’accattone ambulante al suono dei crotali e dei cembali. Dopo aver toccati parecchi cascinali e villaggi ci fermammo a un paese venuto su fra le rovine di una città un tempo ricca, come ci dissero i suoi abitanti, e nella locanda dove prendemmo alloggio, ci fu riferita la storiella spassosa di un povero gramo fatto cornuto che ora voglio raccontare anche a voi.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 5:

Testo originale:

Is gracili pauperie laborans fabriles operas praebendo parvis illis mercedibus vitam tenebat. Erat ei tamen uxorcula etiam satis quidem tenuit et ipsa, verum tamen postrema lascivia famigerabilis. Sed die quadam, dum matutino ille ad opus susceptum proficiscitur, statim latenter inrepti eius hospitium temerarius adulter. Ac dum Veneris conluctationibus securius operantur, maritus ignarus rerum ac nihil etiam tum tale suspicans inprovisus hospitium repetit. Iam clausis et obseratis foribus uxoris laudata continentia ianuam pulsat, sibilo etiam praesentiam suam denuntiante. Tunc mulier callida et ad huius modi flagitia perastutula tenacissimis amplexibus expeditum hominem dolio, quod erat in angulo semiobrutum, sed alias vacuum, dissimulanter abscondit, et patefactis aedibus adhuc introeuntem maritum aspero sermone accipit: “Sinice vacuus et otiosus insinuatis manibus ambulabis mihi nec obito consueto labore vitae nostrae prospicies et aliquid cibatui parabis? At ego misera pernox et perdia lanificio nervos meos contorqueo, ut intra cellulam nostram saltem lucerna luceat. Quanto me felicior Daphne vicina, quae mero et prandio matutino saucia cum suis adulteris volutatur!”

Traduzione:

Dunque, quest’uomo che lavorava da fabbro faceva la miseria nera e, con quel che guadagnava, appena appena riusciva a vivere. Anche sua moglie, come lui, non aveva il becco d’un quattrino ma, in compenso, era libidinosa al massimo, e tutti lo sapevano. Un giorno, di buon’ora, appena il marito se ne uscì per andare al lavoro, subito un amante, con estrema sfacciataggine, s’infilò in casa. Ma ecco che mentre i due s’azzuffavano alla bell’e meglio sul letto, l’ignaro marito, senza sospettare di nulla, tornò sui suoi passi e, trovando la porta chiusa e sprangata, fra sé compiacendosi dell’onestà della moglie, picchiò all’uscio e le dette anche un fischio per farsi riconoscere. La moglie, furba e pratica in imbrogli di questo genere, si staccò dall’uomo che teneva stretto fra le braccia e, come se niente fosse, lo nascose in una botte vuota, seminterrata in un angolo; poi, aperta la porta, aggredì il marito che ancora nemmeno era entrato: “Ah, è così? Ora mi vai anche a spasso, con le mani in tasca, come uno sfaccendato, buono a nulla. Perché non sei andato a lavorare? Alla famiglia non ci pensi, no? Cos’è che mangeremo oggi? E io, disgraziata, che me ne sto notte e giorno a rompermi le braccia filando lana perché in questa stanzetta almeno ci sia accesa la lampada. Guarda Dafne, quella qui vicino invece, com’è più fortunata di me: mangia e beve da prima mattina e si rivoltola ora con uno ora con un altro.”

Metamorfosi – Libro IX – Brano 6:

Testo originale:

Sic confutatus maritus: “Et quid istic est?” ait “Nam licet forensi negotio officinator noster attentus ferias nobis fecerit, tamen hodiernae cenulae nostrae propexi. Vide sis ut dolium, quod semper vacuum, frustra locum detinet tantum et re vera praeter impedimentum conversationis nostrae nihil praestat amplius. Istud ego sex denariis cuidam venditavi, et adest ut dato pretio secum rem suam ferat. Quin itaque praecingeris mihique manum tantisper accommodas, ut exobrutum protinus tradatur emptori.? E re nata fallaciosa mulier temerarium tollens cachinnum: “Magnum” inquit “istum virum ac strenuum negotiatorem nacta sum, qui rem, quam ego mulier et intra hospitium contenta iam dudum septem denariis vendidi, minoris distraxit.” Additamento pretii laetus maritus: “Et quis est ille” ait “qui tanto praestinavit?” At illa: “Olim, inepte,” inquit “descendit in dolium sedulo soliditatem eius probaturus.”

Traduzione:

E il marito, dopo una simile strapazzata: “Ma che ti prende?” le fece. “Il padrone aveva una causa in tribunale e ci ha fatto far festa. Però io ci ho pensato lo stesso alla nostra cenetta. La vedi quella botte?: sempre vuota, occupa tanto spazio per nulla, anzi sempre là tra i piedi è più un impiccio che altro in casa. Ebbene, l’ho venduta a un tale per sei denari; tra poco sarà qui con i quattrini e se la porterà via. Perciò dammi una mano a tirarla fuori, così gliela consegneremo subito.” La moglie, pronta anche in una situazione come questa, scoppiò in una risata insolente e: “Ma che gran d’uomo che è mio marito; ha proprio il bernoccolo degli affari: mi va a vendere a un prezzo inferiore della roba che io, povera donna, sempre chiusa in casa, ho già venduto per sette denari.” “E chi te l’ha comprata a così tanto?” fece lui tutto contento di quell’aumento di prezzo. E lei: “Ah scemo! È già da un po’ ch’è là dentro, per vedere se è sana!”

Metamorfosi – Libro IX – Brano 7:

Testo originale:

Nec ille sermoni mulieris defuit, sed exurgens alacriter: “Vis” inquit “verum scire, mater familias? Hoc tibi dolium nimis vetustum est et multifariam rimis hiantibus quassum” ad maritumque eius dissimulanter conversus: “Quin tu, quicumque es, homuncio, lucernam” ait “actutum mihi expedis, ut erasis intrinsecus sordibus diligenter aptumne usui possim dinoscere, nisi nos putas aes de malo habere?” Nec quicquam moratus ac suspicatus acer et egregius ille maritus accensa lucerna: “Discere,” inquit “frater, et otiosus adsiste, donec probe percuratum istud tibi repraesentem”; et cum dicto nudatus ipse delato numine scabiem vetustam cariosae testae occipit exsculpere. At vero adulter bellissimus ille pusio inclinatam dolio pronam uxorem fabri superincurvatus secure dedolabat. Ast illa capite in dolium demisso maritum suum astu meretricio tractabat ludicre; hoc et illud et aliud et rursus aliud purgandum demonstrat digito suo, donec utroque opere perfecto accepit septem denariis calamitosus faber collo suo gerens dolium coactus est ad hospitium adulteri perferre.

Traduzione:

Dal canto suo l’amante non fu da meno della donna e, spuntando fuori: “Vuoi sapere la verità, buona donna?” le fece. “Questa tua botte è troppo vecchia e sgangherata. Ha certe crepe che paiono fessure,” e rivolgendosi come se nulla fosse al marito: “E tu buon uomo, chiunque sia, fammi il favore di darmi una lanterna; voglio toglierci tutto lo sporco per vedere se può ancora servire. Non crederai mica che io li vada a rubare i miei soldi!” E quell’intelligentone, quella perla rara di marito, tutto premuroso senza sospettare di nulla, acceso il lume: “Tirati su di lì, amico mio, e stattene quieto e comodo. Ci penserò io a farlo e te la mostrerò quand’è pulita.” E così dicendo, toltisi gli abiti, si calò dentro con il lume e cominciò a raschiare tutta la gromma che con il tempo s’era formata in quella vecchia giara. Dal canto suo l’amante, un pezzo di ragazzo, si lavorava di gusto, dal di dietro, la moglie del fabbro che se ne stava appoggiata e curva sulla giara e che anzi, da vera puttana, sporgendo il capo all’interno, si prendeva gioco del marito dicendogli: “Pulisci qui, c’è ancora sporco là, e qua e là,? finché portato a termine ciascuno il suo lavoro, e avuti i suoi sette denari, quel disgraziato fabbro fu costretto a caricarsi in spalla la giara e a portarla fino a casa del suo rivale.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 8:

Testo originale:

Pauculis ibi diebus commorati et munificentia publica saginati vaticinationisque crebris mercedibus suffarcinati purissimi illi sacerdotes novum quaestus genus sic sibi comminiscuntur. Sorte unica pro casibus pluribus enotata consulentes de rebus variis plurimos ah hunc modum cavillatum. Sors haec erat: “ideo coniuncti terram proscindunt boves, ut in futurum laeta germinent sata.” Tum si qui matrimonium forte coaptantes interrogarent, rem ipsa responderi aiebant: iungendos conubio et satis liberum procreandis, si possessionem praestinaturus quaereret, merito boves [ut] et iugum et arva sementis florentia pronuntiari; si qui de profectione sollicitus divinum caperet auspicium, iunctos iam paratosque quadripedum cunctorum mansuetissimos et lucrum promitti de glebae germine; si proelium capessiturus vel latronum factionem persecuturus utiles necne processus sciscitaretur, addictam victoriam forti praesagio contendebat, quippe cervices hostium iugo subactum iri et praedam de rapinis uberrimam fructuosaque captum iri. Ad istum modum divinationis astu captioso conraserat non parvas pecunias.

Traduzione:

Quei santissimi sacerdoti si trattennero lì un po’ di giorni e benché fossero ingrassati generosamente dalla pubblica munificenza e ricavassero lauti proventi con le loro profezie, ti escogitarono un nuovo sistema per far quattrini. Inventarono un unico responso che andava bene per un gran numero di casi e così riuscirono a gabbare un sacco di gente che li consultava sulle questioni più svariate. Il responso diceva così: Perché liete domani germoglino le messi arano i buoi la terra al giogo sottomessi. Così, se uno, per caso, voleva combinare un matrimonio e veniva a chiedere il loro responso, quelli dicevano che l’oracolo era chiarissimo: occorreva mettersi sotto il giogo del matrimonio per avere una messe di figlioli; se veniva un tizio che voleva comprare un terreno, i buoi, il giogo; i campi seminati e le messi verdeggianti cadevano proprio a proposito; se poi un altro, preoccupato per un viaggio, veniva a chiedere il parere della dea, ecco che gli si indicavano i buoi, già belli e pronti e aggiogati, i più mansueti fra tutti gli animali, mentre le messi stavano a significare che avrebbe fatto ottimi affari; se infine un tale doveva partire per la guerra o inseguire una banda di briganti e veniva a chiedere se l’impresa si sarebbe favorevolmente conclusa, affermavano che il responso garantiva la vittoria in quanto i nemici avrebbero chinata la testa sotto il giogo e dal saccheggio si sarebbe ricavato un bottino ricco e abbondante. Così, con questo sistema truffaldino della profezia, quelli riuscirono a intascare non pochi quattrini.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 9:

Testo originale:

Sed adsiduis interrogationibus argumenti satietate iam defecti rursum ad viam prodeunt via tota, quam nocte confeceramus, longe peiorem, quidni? lacunosis incilibus voraginosam, partim stagnanti palude fluidam et alibi subluvie caenosa lubricam. Crebris denique offensaculis et assiduis lapsibus iam contusis cruribus meis vix tandem ad campestrem semitas fessus evadere potui. Et ecce nobis repente de tergo manipulus armati supercurrit equitis aegreque cohibita equorum curruli rabie Philebum ceterosque comites eius involant avidi colloque constricto et sacrilegos impurosque compellantes interdum pugnis obverberant nec non manicis etiam cunctos coartant et identidem urgenti sermone comprimunt, promerent potius aureum cantharum, promerent auctoramentum illud sui sceleris, quod simulatione sollemnium, quae in operto factitaverant, ab ipsis pulvinaribus matris deum clanculo furati, prosus quasi possent tanti facinoris evadere supplicium tacita profectione, adhuc luce dubia pomerium pervaserint.

Traduzione:

Ma con tutte quelle continue richieste, a un certo punto, non seppero più trovare argomenti validi e allora, di nuovo, dovettero rimettersi in viaggio, per una strada, però, la peggiore di quante ne avevamo per corse di notte. Certo! tutta buche e crepacci, in certi punti sommersa dall’acqua stagnante, in altri sdrucciolevole per la fanghiglia. Finalmente con le zampe tutte contuse per le continue inciampate e i numerosi scivoloni, stanco morto, riuscii a raggiungere un sentiero di campagna. Ma ecco che, improvvisamente, ci piombò alle spalle una schiera di cavalieri armati che, trattenendo a stento la foga dei loro cavalli, si gettarono su Filebo e soci e afferratili per la collottola, cominciarono a chiamarli spudorati e sacrileghi, prendendoli di quando in quando a pugni e a calci. Alla fine li ammanettarono tutti pretendendo che tirassero fuori una coppa d’oro, il frutto del loro misfatto, dicevano, che avevano rubata proprio dall’altare della madre degli dei, quando avevano finto di celebrare in segreto un rito solenne, per poi svignarsela dalla città alla chetichella che ancora non era giorno, sperando così di farla franca, come se fosse possibile dopo un simile sacrilegio.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 10:

Testo originale:

Nec defuit qui manu super dorsum meum iniecta in ipso deae, quam gerebam, gremio scrutatus reperiret atque incoram omnium aureum depromeret cantharum. nec isto saltem tam nefario scelere impuratissima illa capita confutari terrerive potuere, sed mendoso risu cavillantes: “En” inquiunt “indignae rei scaevitatem! Quam plerumque insontes periclitantur homines! Propter unicum caliculum, quem deum mater sorori suae deae Syriae hospitale munus optulit, ut noxius religionis antistites ad discrimen vocari capitis.” Haec et alias similis afannas frustra blaterantis eos retrorsus abducunt pagani statimque vinctos in Tullianum conpingunt cantharoque et ipso simulacro quod gerebam apud fani donarium redditis ac consecratis altera die productum me rursum voce praeconis venui subiciunt, septemque nummis carius quam prius me comparaverat Philebus quidam pistor de proximo castello praestinavit, protinusque frumento etiam coempto adfatim onustum per inter arduum scrupis et cuiusce modi stirpibus infestum ad pistrinum quod exercebat perducit.

Traduzione:

Uno mi mise le mani addosso e frugando ben bene nella veste della stessa dea, tirò fuori, davanti a tutti, la coppa d’oro. Ma nemmeno dinanzi all’evidenza della loro empietà quegli svergognati si intimorirono o provarono vergogna, anzi con un risolino di circostanza se ne uscirono con una battuta: “Ma guardate che infamia! Succede sempre così: a rimetterci sono le persone per bene. Per un piccolo calicino che la madre degli dei ha offerto a sua sorella Siria come dono d’ospitalità, ecco che si trattano i ministri del culto come dei malfattori e li si accusa di delitto capitale!” Ma inutilmente essi continuarono a ripetere panzane di questo genere: gli abitanti del paese se li trascinarono dietro, e, ben legati, li gettarono in carcere. Poi riconsacrarono la coppa e anche la statua che trasportavo e le restituirono al tesoro del tempio; il giorno dopo mi presero e mi portarono al mercato dove mi vendettero all’asta. Mi comperò il mugnaio del vicino villaggio, pagando sette sesterzi in più di quelli che aveva sborsati Filebo e poiché aveva acquistato anche del grano, quello subito mi caricò a dovere e per una strada tutta sassi e sterpi mi spinse fino al suo mulino.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 11:

Testo originale:

Ibi complurium iumentorum multivii circuitus intorquebant molas ambage varia nec die tantum verum perperi etiam nocte prorsus instabili machinarum vertigine lucubrabant pervigilem farinam. Sed mihi, ne rudimentum servitii perhorrescerem scilicet, novus domitus loca lautia prolixe praebuit. nam et diem primum illum feriatum dedit et cibariis abundanter instruxit praesepium. Nec tamen illa otii saginaeque beatitudo duravit ulterius, sed die sequenti molae quae maxima videbatur matutinus adstituor et illico velata facile propellor ad incurva spatia flexuosi canalis, ut in orbe termini circumfluentis reciproco gressu mea recalcans vestigia vagarer errore certo. Nec tamen sagacitatis ac prudentiae meae prorsus oblitus facilem me tirocinio disciplinae praebui; sed quanquam frequenter, cum inter homines agerem, machinas similiter circumrotari vidissem, tamen ut expertes et ignarus operis stupore mentito defixus haerebam, quod enim rebar ut minus aptum et huius modi ministerio satis inutilem me ad alium quempiam utique leviorem laborem legatum iri vel otiosum certe cibatum iri. Sed frustra sollertiam damnosam exercui. Complures enim protinus baculis armati me circumsteterunt atque, ut eram luminibus obtectis securus etiamnunc, repente signo dato et clamore conserto, plagas ingerentes acervatim, adeo me strepitu turbulentant ut cunctis consiliis abiectis ilico scitissime taeniae spartae totus innixus discursus alacres obirem.

Traduzione:

Là c’erano molti animali da tiro che, girando sempre torno torno, muovevano delle macine di varia grandezza. E non soltanto di giorno ma anche di notte, ininterrottamente, facevano girare quegli ordigni e la loro veglia produceva farina. A me, però, il nuovo padrone, per non farmi spaventare, cosi, subito, all’inizio, di quel genere di lavoro, generosamente mi dette un comodo giaciglio e, anzi, per quel primo giorno, mi fece far vacanza lasciandomi davanti a una mangiatoia stracolma. Ma l’ozio beato e le belle mangiate non durarono a lungo perché il giorno dopo, di prima mattina, m’attaccò a una macina che mi parve enorme e, bendatimi gli occhi, mi spinse lungo un solco circolare in modo che io, camminando sempre dentro quel cerchio, fossi obbligato a passare e a ripassare sui miei stessi passi e a rifare continuamente lo stesso giro. Ma io che non avevo ancora perduto la mia furbizia la mia perspicacia, non mi assoggettai tanto facilmente a un servizio di quel genere e, benché avessi già veduto altre volte girare simili arnesi quand’ero uomo, me ne rimasi lì fermo immobile fingendo di essere confuso e di non saperne nulla di quel lavoro. Credevo, infatti, che mostrandomi incapace o non adatto a quel mestiere, sarei stato impiegato per qualche lavoro più leggero o meglio ancora sarei rimasto lì senza far niente, a mangiare a sbafo. Idea sprecata, anzi a mio discapito quando la misi in pratica perché subito mi piombarono addosso in parecchi, armati di bastoni, e mentre me ne stavo là fiducioso, con gli occhi bendati, a un segnale convenuto e cacciando un urlo tutti insieme, mi dettero tale un fracco di legnate da spaventarmi al punto che io, lasciati perdere tutti i miei calcoli, mi misi a tirare la corda di sparto e a fare molto opportunamente e alla svelta i miei bravi giri. Questo mio repentino ravvedimento fece ridere tutta la compagnia.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 12:

Testo originale:

At subita sectae commutatione risum toto coetu commoveram. Iamque maxima diei parte transacta defunctum alioquin me, helcio sparteo dimoto, nexu machinae liberatum adplicant praesepio. At ego, quanquam eximie fatigatus et reflectione virium vehementer indiguus et prorsus fame perditus, tamen familiare curiositate attonitus et satis anxius, postposito cibo, qui copiosus aderat, inoptabilis officinae disciplinam cum delectatione quadam arbitrabar. Dii boni, quales illic homunculi vibicibus lividis totam cutem depicti dorsumque plagosum scissili centunculo magis inumbrati quam obtecti, nonnulli exiguo tegili tantum modo pubem iniecti, cuncti tamen sic tunicati ut essent per pannulos manifesti, frontes litterati et capillum semirasi et pedes anulati, tum lurore deformes et fumosis tenebris vaporosae caliginis palpebras adesi atque adeo male luminanti et in modum pugilum, qui pulvisculo perspersi dimicant, farinulenta cinere sordide candidati.

Traduzione:

Era trascorsa quasi l’intera giornata ed io ero stanco morto quando quelli mi staccarono dalla macchina e mi legarono alla mangiatoia. Ma benché fossi sfinito e affamato, benché avessi proprio estremo bisogno di mangiare per ritemprare le forze, preso dalla mia solita curiosità che mi rendeva addirittura ansioso, lasciai perdere il cibo, a dir la verità abbondante, e mi misi a osservare con interesse come funzionava quell’odiosa baracca. Santi numi! Com’eran ridotti là dentro quegli uomini: avevano la pelle tutta a chiazze livide, le spalle piagate e, sopra, soltanto l’ombra di un cencio che non le copriva neppure; anzi taluni avevano un pezzo di straccio soltanto all’inguine; insomma tutti, per quei poveri panni che portavano, era come se fossero nudi. Avevano un marchio inciso sulla fronte, i capelli rasati e anelli ai piedi, erano sfigurati dal pallore e con le palpebre bruciate dal nerofumo e dal denso vapore che li aveva resi quasi ciechi; come i pugili che quando combattono si spargono il corpo di sabbia fine, così quelli erano tutti bianchi e sporchi di polvere di farina.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 13:

Testo originale:

 Iam de meo iumentario contubernio quid vel ad quem modum memorem? Quales illi muli senes vel cantherii debiles. Circa praesepium capita demersi contruncabant moles palearum, cervices cariosa vulnerum putredine follicantes, nares languidas adsiduo pulsu tussedinis hiulci, pectora copulae spartae tritura continua exulcerati, costas perpetua castigatione ossium tenus renudati, ungulas multivia circumcursione in enorme vestigium porrecti totumque corium veterno atque scabiosa macie exasperati. Talis familiae funestum mihi etiam metuens exemplum veterisque Lucii fortunam recordatus et ad ultimam salutis metam detrusus summisso capite maerebam. Nec ullum uspiam cruciabilis vitate solacium aderat, nisi quod ingentia mihi curiositate recreabat, dum praesentiam meam parvi facientes libere, quae volunt, omne et agunt et loquuntur. Nec inmerito priscae poeticae divinus auctor apud Graios summae prudentiae virum monstrare cupiens multarum civitatium obitu et variorum populorum cognito summas adeptum virtutes cecinit. Nam et ipse gratas gratias asino meo memini, quod me suo celatum tegmine variisque fortunis exercitatum, etsi minus prudentem, multiscium reddidit.

Traduzione:

E che dire poi degli animali, dei miei compagni? Che muli decrepiti e che ronzini cadenti! Eran tutti là con il muso affondato nella mangiatoia a masticare montagne di paglia, il collo pieno di piaghe infette, le narici cascanti e fiaccate da incessanti colpi di tosse, il petto ulcerato per il continuo sfregare della corda di sparto, le costole messe a nudo dalle molte bastonature, gli zoccoli larghi e piatti per l’ininterrotto girare, la pelle, infine, rinsecchita e coperta di croste. Allo spettacolo miserando di quei miei compagni temetti proprio per me e ripensando alla fortuna di quand’ero Lucio, ora che mi vedevo precipitato nel fondo della sventura, chinai il capo e piansi. Nessun conforto in questa vita di tormenti se non quello di poter soddisfare la mia innata curiosità dal momento che, non dando alcun peso alla mia presenza, ognuno parlava e agiva liberamente. Aveva, infatti, ragione il divino creatore dell’antica poesia greca quando volendo descrivere un uomo di somma saggezza cantò che costui aveva acquistato tutte le virtù visitando città e conoscendo i costumi di molte genti.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 14:

Testo originale:

Fabulam denique bonam prae ceteris, suave comptam ad arvis vestras adferre decrevi, et en occipio. Pistor ille, qui me pretio suum fecerat, bonus alioquin vir et adprime modestus, pessimam et ante cunctas mulieres longe deterrimam sortitus coniugam poenas extremas tori larisque sustinebat, ut hercules eius vicem ego quoque tacitus frequenter ingemescerem. Nec enim vel unum vitium nequissimae illi feminae deerat, sed omnia prorsus ut in quandam caenosam latrinam in eius animum flagitia confluxerant: saeva scaeva viriosa ebriosa pervicax pertinax, in rapinis turpibus avara, in sumptibus foedis profusa, inimica fidei, hostis pudicitiae. Tunc spretis atque calcatis divinis numinibus in viceram certae religionis mentita sacrilega praesumptione dei, quem praedicaret unicum, confictis observationibus vacuis fallens omnis homines et miserum maritum decipiens matutino mero et continuo corpus manciparat.

Traduzione:

Anch’io, del resto, conservo un ricordo riconoscente dell’asino che fui perché, nascosto sotto quelle spoglie, affrontai le situazioni più diverse e, se non più saggio, divenni almeno esperto delle cose del mondo. Ma via, ora ho deciso di raccontarvi una storiella proprio graziosa, la più simpatica e divertente di tutte. Il mugnaio che mi aveva comprato e che era, in fondo, un brav’uomo, una persona veramente a modo, guarda caso aveva sposato una pessima donna, la peggiore di tutte e, quindi, a casa sua, c’erano sempre guai a non finire, al punto che perfino io, tra me stesso, lo compiangevo. Non c’era un vizio che non avesse quella detestabile donna, era come una sporca latrina che raccoglieva tutte le peggiori sozzure: perfida e stupida, sporcacciona e ubriacona, tarda e testarda, desiderosa di possedere la roba d’altri, pronta a spendere per cose turpi, nemica di ogni fede e di ogni pudore. Disprezzava e offendeva le sante divinità e invece della vera religione fingeva di seguire il culto sacrilego di un dio che ella proclamava unico e con riti senza costrutto, che si inventava, ingannava tutti e si faceva beffe del povero marito, ubriaca com’era fin dal mattino, disposta a cedere a tutti il suo corpo.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 15:

Testo originale:

Talis illa mulier miro me persequebatur odio. Nam et antelucio, recubans adhuc, subiungi machinae novicium clamabat asinum et statim, ut cubiculo primum processerat, insistens iubebat incoram sui plagas mihi quam plurima irrogari, et cum tempestivo prandio laxarentur iumenta cetera, longe tardius applicari praesagio iubebat. Quae saevitia multo mihi magis genuinam curiositatem in suos mores ampliaverat. Nam et assiduo plane commeantem in eius cubiculum quendam sentiebam iuvenem, cuius et faciem videre cupiebam ex summo studio, si tamen velamentum capitis libertatem tribuisset meis aliquando luminibus. Nec enim sollertia defuisset ad detergenda quoquo modo pessimae feminae flagitia. Sed anus quaedam stuprorum sequestra et adulterorum internuntia de die cotidie inseparabilis aderat. Cum qua protinus ientaculo ac dehinc vino mero mutuis vicibus velitata scaenas fraudulentas in exitium miserrimi mariti subdolis ambagibus construebat. At ego, quanquam graviter suscensens errori Photidis, quae me, dum avem fabricat, perfecit asinum, isto tamen vel unico solacio aerumnabilis deformitatis meae recreabar, quod auribus grandissimis praedibus cuncta longule etiam dissita facillime sentiebam.

Traduzione:

Ebbene costei mi odiava ed era la mia persecuzione. Infatti cominciava a gridare che mettessero alla macina l’asino novizio, fin dal letto, che non era ancora spuntato il sole e appena usciva dalla stanza mi si piantava davanti e ordinava che mi si desse una buona dose di legnate; quando poi per l’ora del pasto gli altri animali venivano staccati, disponeva che io fossi portato alla greppia molto pi? tardi. Questa sua malvagità aveva accresciuto la mia naturale curiosità di indagare un po’ nelle sue abitudini. Io già m’ero accorto che un giovanotto, spesso e volentieri, s’infilava nella sua camera, ma ora ero proprio curioso di vedere che aspetto avesse: bastava che la benda stretta attorno al capo mi avesse lasciati almeno per un attimo liberi gli occhi, dal momento che non mi mancava davvero l’accortezza di scoprire le infamie di quella detestabile femmina. Intanto c’era una vecchia che le stava tutto il giorno appresso, una che le procurava i clienti e le portava le ambasciate. Era con questa che quella femmina, fin dal mattino, a colazione, cominciava a bere, di quello schietto e, giù il primo, giù il secondo, finivano col macchinare con un’astuzia feroce, i loro perfidi imbrogli ai danni del povero marito. C’è da premettere che io, quantunque ce l’avessi con Fotide perché invece di farmi diventare uccello mi aveva fatto asino, pur tuttavia in questa mia disgraziata metamorfosi una consolazione almeno ce l’avevo: quella cioè d’avere delle orecchie grandissime, grazie alle quali potevo facilmente udire tutto anche a una certa distanza.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 16:

Testo originale:

Denique die quadam timidae illius amiculae sermo talis meas adfertur auris: “De isto quidem, mi erilis tecum ipsa videris, quem sine meo consilio pigrum et formidolosum familiarem istum sortita es, qui insuavis et odiosi mariti tui caperratum supercilium ignaviter perhorrescit ac per hoc amoris languidi desidia tuos volentes amplexus discruciat. Quanto melior Philesitherus adulescens et formosus et liberalis et strenuus et contra maritorum inefficaces diligentias constantissimus! Dignus hercules solus omnium matronarum deliciis perfrui, dignus solus coronam nuper in quendam zelotypum maritum eximio studio commento est. Audi denique amatorum diversus ingenium compara.

Traduzione:

E così un bel giorno, finalmente, arrivò alle mie orecchie questo discorsetto: “Padrona mia,” diceva quella brava vecchina, “vedi un pò tu come metterla con questo che ti sei voluto prendere senza sentire il mio parere. È un cascamorto, tutto timido timido, che se quell’odioso antipatico di tuo marito aggrotta appena le sopracciglia, lui si mette tutto a tremare; e poi, moscio moscio com’è, quando fa all’amore, per te è un vero supplizio, che invece sei tutta un fuoco. Filesitero è molto meglio, giovane, bello, sempre disponibile, un fusto, che mica si tira in dietro di fronte alle ingenue precauzioni dei mariti, l’unico, perdio, a meritarsi i favori di tutte le donne, il solo degno di portare una corona d’oro, non fosse altro per il tiro che ha giocato a un marito geloso, un tiro da maestro, più unico che raro. Sta’ a sentire e poi fa il paragone e di’ se anche tra gli amanti non è tutta questione di stile.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 17:

Testo originale:

Nostri quendam Barbarum nostrae civitatis decurionem, quam Scorpionem prae morum acritudine vulgus appellat. Hic uxorem generosam et eximia formositate praeditam mira custodela munitam domi suae quam cautissime cohibebat.” Ad haec ultima pistoris illa uxor subiciens: “Quidni?” inquit “Novi diligenter. Areten meam condiscipulam memoras.” “Ergo” inquit anus “nostri totam Philesitheri et ipsius fabulam?” “Minime gentium,” inquit “sed nosse valde cupio et oro, ordine mihi singula retexe.” Nec commorata illa sermocinatrix immodica sic anus incipit: “Barbarus iste cum necessariam profectionem pararet pudicitiamque carae coniugis conservare summa diligentia cuperet, servulum suum Myrmecem fidelitate praecipua cognitum secreto commonet suaque dominae custodelam omnem permittit, carcerem et perpetua iuncula, mortem denique illam lentam de fame comminatur, si quisquam hominum vel in transitu digito tenus eam contigisset, idque deierans etiam confirmat per omnia divina numina. Ergo igitur summo pavore perculsum Myrmecem acerrimum relinquens uxori secutorem securam dirigit profectionem. Tunc obstinato animo vehementer anxius Myrmex nec usquam dominam suam progredi sinebat et lanificio domestico districtam inseparabilis adsidebat ac tantum necessario vespertini lavacri progressu adfixus atque conglutinatus, extremas manu prendes lacinias, mira sagacitate commissae provinciae fidem tuebatur.

Traduzione:

“Conosci, no? Barbaro, il decurione della nostra città che tutti chiamano Scorpione per il suo carattere scontroso; ebbene, costui teneva sua moglie sotto chiave, addirittura guardata a vista, una donna bellissima e anche di buona famiglia.” “Si che la conosco, e anche bene,” fece la moglie del mugnaio. “Parli di Arete, no? È stata mia compagna di scuola.” “Allora,” riprese la vecchia, “conoscerai anche tutta la sua storia con Filesitero?” “Assolutamente no. Ma racconta, ti prego. Dai, vecchia mia, che voglio sapere tutto per filo e per segno.” E allora quella vecchia chiacchierona e incorreggibile, senza aspettare oltre cominciò: “Dunque, Barbaro dovendo assolutamente partire e volendo garantirsi, al cento per cento, che la cara moglie si mantenesse onesta, chiamò a quattr’occhi un suo giovane schiavo di nome Mirmece, fidatissimo, e gli dette l’incarico di sorvegliare col massimo scrupolo la moglie, minacciandolo di chiuderlo in carcere e di lasciarvelo per tutta la vita, di farlo lentamente morire di fame, soltanto che un uomo, anche solo passandole accanto, l’avesse sfiorata con un dito e confermò queste minacce giurando su tutti gli dei. “E così lasciando Mirmece spaventatissimo e perciò zelantissimo guardiano della moglie, Barbaro partì tranquillo. “Da allora il povero Mirmece visse sempre sul chi va là, non lasciava mai uscir la sua padrona, le stava sempre seduto accanto, anche quando ella filava e quando, la sera, doveva uscire per forza per recarsi al bagno, lui le si attaccava al fianco, addirittura le si incollava addosso prendendole con una mano il lembo della veste ed espletando, così, con uno zelo più unico che raro l’incarico che gli era stato affidato.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 18:

Testo originale:

Sed ardentem Philesitheri vigilantiam matronae nobilis pulchritudo latere non potuit. Atque hac ipsa potissimum famosa castitate et insignis tutelae nimietate instinctus atque inflammatus, quiduis facere, quiduis pati paratus, ad expugnandam tenacem domus disciplinam totis accingitur viribus, certusque fragilitatis humanae fidei et quod pecuniae cunctae sint difficultates perviae auroque soleant adamantinae etiam perfringi fores, opportune nanctus Myrmecis solitatem, ei amorem suum aperit et supplex eum medellam cruciatui deprecatur: nam sibi statutam decretamque mortem proximae, ni maturis cupido potiatur; nec eum tamen quicquam in re facili formidare debere, quippe cum vespera solus fide tenebrarum contectus atque absconditus introrepere et intra momentum temporis remeare posset, his et huiusce modi suadelis validum addens ad (postremum) cuneum, qui rigentem prorsus servi tenacitatem violenter diffinderet; porrecta enim manu sua demonstrat ei novitate nimia candentes solidos aureos, quorum viginti quidem puellae destinasset, ipsi vero decem libenter offerret.

Traduzione:

Ma la venustà della signora non poteva passare inosservata all’occhio sempre vigile di Filesitero; anzi fu proprio la castità per la quale lei era tanto celebrata e la stretta sorveglianza cui era sottoposta, che infiammarono ed eccitarono il giovanotto il quale, risoluto a tutto osare e ad affrontare qualsiasi rischio, si accinse con tutte le sue forze ad allentare la rigorosa consegna che vigeva in quella casa. Ben sapendo come fragile sia la fede umana e come con il denaro si superano tutte le difficoltà, che perfino le porte d’acciaio crollano davanti alla potenza dell’oro, Filesitero scelse il momento in cui Mirmece era solo per confidargli la sua passione amorosa e implorarlo che si sarebbe data la morte, di sicuro, se quella donna non fosse stata sua, e anche subito. Aggiunse che non c’era nulla da temere per una cosetta così facile, perché egli sarebbe venuto solo, di sera, e ben protetto e nascosto dalle tenebre, sarebbe scivolato dentro in camera per uscirne dopo un po’, garantito. A questi e ad altri argomenti, già validi di per sé, ne aggiunse un altro, il più persuasivo, che avrebbe fatto a pezzi l’ostinata intransigenza del servo: fece balenare nella sua mano tesa alcune monete d’oro zecchino, nuove fiammanti, venti delle quali, disse, per la signora e dieci, di tutto cuore, per lui.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 19:

Testo originale:

Exhorruit Myrmex inauditum facinus et occlusis auribus effugit protinus. Nec auri tamen splendor flammeus oculos ipsius exire potuit, sed quam procul semotus et domum celeri gradu pervectus, videbat tamen decora illa monetae lumina et opulentam praedam iam tenebat animo miroque mentis salo et cogitationum dissentione misellus in diversas sententias carpebatur ac distrahebatur: illic fides, hic lucrum, illic cruciatus, hic voluptas. Ad postremum tamen formidinem mortis vicit aurum. Nec saltem spatio cupido formonsae pecuniae leniebatur, sed nocturnas etiam curas invaserat pestilens avaritia, ut quamvis erilis eum comminatio domi cohiberet, aurum tamen foras evocaret. Tunc, devorato pudore et dimota cunctatione, sic ad aures dominae mandatum perfert. Nec a genuina levitate descivit mulier, sed exsecrando metallo pudicitiam suam protinus auctorata est. Ita gaudio perfusus advolat ad suae fidei praecipitium Myrmex, non modo capere verum saltem contigere quam exitio suo viderat pecuniam cupiens, et magnis suis laboribus perfectum desiderium Philesithero laetitia percitus nuntiat statimque destinatum praemium reposcit, et tenet nummos aureos manus Myrmecis, quae nec aereos norat.

Traduzione:

Mirmece inorridì di fronte a una simile inaudita scelleratezza e fuggì tappandosi le orecchie. Ma egli non poteva cancellare dai suoi occhi lo splendore di quelle monete fiammanti e per quanto fosse ormai lontano da Filesitero e, a passo svelto, fosse già rientrato in casa, vedeva sempre il luccichio di quelle belle monete, già gli sembrava di stringere nella mano quel ricco tesoro. L’animo di quel poveretto ondeggiava fra contrastanti pensieri ed era combattuto e diviso da differenti considerazioni: da una parte la parola data, dall’altra il guadagno; di qui la minaccia del supplizio, di là tutto quell’oro. E l’oro alla fine vinse la paura della morte. Il desiderio di avere quelle belle monete non gli dava tregua, la bramosia, come una febbre, tormentava perfino le sue notti e se le minacce del padrone lo trattenevano in casa, la tentazione dell’oro lo invitava ad uscire. Alla fine, scacciato ogni senso di pudore e rotti gli indugi, portò l’ambasciata alla padrona. La donna, da parte sua, non smentì la naturale frivolezza del suo sesso e di fronte all’esecrando metallo non esitò a vendere il suo onore. Così Mirmece, che per la gioia non stava più nella pelle, si precipitò a mandare del tutto in malora la sua onestà, bramoso non dico di avere quel denaro che per sua disgrazia aveva intravisto, ma almeno di toccarlo, e tutto raggiante, annunziò a Filesitero che grazie alle proprie pressanti insistenze il suo desiderio era stato accolto e, quindi, chiese il compenso pattuito. E così la mano di Mirmece, che non aveva mai toccato nemmeno un soldino di rame, ora strinse le belle monete d’oro.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 20:

Testo originale:

Iamque nocte promota solum perducit ad domum probeque capite contectum amatorem strenuum infert adusque dominae cubiculum. Commodum novis amplexibus Amore rudi litabant, commodum prima stipendia Veneri militabant nudi milites: et contra omnium opinionem captata noctis opportunitate inprovisus maritus adsistit suae domus ianuam. Iam pulsat, iam clamat, iam saxo fores verberat et ipsa tarditate magis magisque suspectus dira comminatur Myrmeci supplicia. At ille repentino malo perturbatus et misera trepidatione ad inopiam consilii deductus, quod solum poterat, nocturnas tenebras sibi causabatur obsistere quin clavem curiose absconditam reperiret. Interdum Philesitherus cognito strepitu raptim tunicam iniectus sed plane prae turbatione pedibus intectis procurrit cubiculo. Tunc Myrmex tandem clave pessulis subiecta repandit fores et recepit etiam tunc fidem deum boantem dominum eoque propere cubiculum petente clandestino transcursu dimittit Philesitherum. Quo iam pro limite liberato securus sui clausa domo rursum se reddidit quieti.

Traduzione:

Venuta la notte il servo guidò fino alla casa l’audace spasimante, tutto solo e col volto ben nascosto, e lo introdusse nella camera della padrona. Stavano appunto godendosi la novità dei primi amplessi, bruciando le prime offerte a quell’amore appena sbocciato e, nudi, come bravi soldati di Venere, erano alle prime schermaglie, quando, all’improvviso, senza che nessuno se l’aspettasse, il marito, approfittando della notte per ritornare, si present? alla porta di casa. Cominciò a bussare, a chiamare, a gettar sassi e, sempre più insospettito di quel ritardo, a minacciare Mirmece delle più atroci torture. Costui, tutto sconvolto da quel disastro improvviso e non sapendo più che fare nella sua angoscia, tirò in ballo il buio – ed era la sola scusa che potesse inventare – e che perciò – diceva – non riusciva a trovare la chiave che aveva così bene nascosta. Frattanto Filesitero a sentire tutto quel baccano, in un baleno, si buttò addosso la tunica ma per la furia si precipitò fuori della camera scalzo. Allora, finalmente, Mirmece infilò la chiave nella serratura, aprì la porta e fece entrare il padrone che urlando e sacramentando, corse difilato nella camera della moglie, poi, di soppiatto, lasciò uscire Filesitero e appena questi varcò la soglia e fu salvo, richiuse la porta e se ne tornò a dormire.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 21:

Testo originale:

Sed dum prima luce Barbarus procedit cubiculo, videt sub lectulo soleas incognitas, quibus inductus Philesitherus inrepserat, suspectisque a re nata quae gesta sunt, non uxori non ulli familiarum cordolio patefacto, sublatis iis et in sinum furtim absconditis, iusso tantum Myrmece per conservos vincto forum versus adtrahi, tacitos secum mugitus iterans rapidum dirigit gressum, certum solearum indicio vestigium adulteri posse se perfacile indipisci. Sed ecce per plateam dum Barbarus vultu turgido subductisque superciliis incedit iratus ac pone eum Myrmex vinculis obrutus, non quidem coram noxae prehensus, conscientia tamen pessima permixtus lacrimis uberibus ac postremis lamentationibus inefficacem commovet miserationem, opportune Philesitherus occurrens, quanquam diverso quodam negotio destinatus, repentina tamen facie permotus, non enim deterritus, recolens festinationis suae delictum et cetera consequenter suspicatus sagaciter extemplo sumpta familiari constantia, dimotis invadit cum summo clamore Myrmecem pugnisque malas eius clementer obtundens: “At te,” inquit “nequissimum et periurum caput, dominus iste tuus et cuncta caeli numina, quae deierando temere devocasti, pessimum pessime perduit, qui de balneis soleas hesterna die mihi furatus es: dignus hercules, dignus, qui et ista vincula conteras et insuper carceris etiam tenebras perferas.” Hac opportuna fallacia vigorati iuvenis inductus immo sublatus et ad credulitatem delapsus Barbarus, postliminio domum regressus, vocato Myrmece, soleas illas offerens et ignovit ex animo et, uti domino redderet, cui surripuerat, suasit.”

Traduzione:

Ma al mattino Barbaro, ciabattando per la camera, vide sotto il letto un paio di sandali che non aveva mai visti, quelli, appunto, che aveva Filesitero quando s’era intrufolato dentro. La cosa gli fece subito sospettare quel ch’era successo, ma senza mostrare ad alcuno il suo cruccio, né alla moglie, né ai servi, prese quei sandali e se li nascose in seno, limitandosi a ordinare agli altri servi di prendere Mirmece e trascinarlo in catene sulla pubblica piazza. Lui stesso vi si diresse a rapidi passi, ruggendo in cuor suo, sicuro che con l’indizio dei sandali gli sarebbe stato facile pescare l’adultero. E così Barbaro avanti, rosso in viso per la rabbia, la fronte aggrottata, Mirmece dietro, carico di catene, giunsero in piazza. Quest’ultimo, benché non fosse stato colto sul fatto, per la coscienza sporca, era lì che piangeva come una fontana, suscitando coi suoi lamenti disperati l’inutile pietà della gente. Ma eccoti lì Filesitero, proprio nel momento giusto, che pur dovendo sbrigare tutt’altra faccenda, colpito da quella scena ma non certo intimorito, ricordando quale imperdonabile distrazione la fretta gli avesse fatto commettere e immaginando tutte le conseguenze che ne erano derivate, con quella presenza di spirito e quella risolutezza che gli erano proprie, fattosi largo tra i servi, si gettò urlando su Mirmece, riempiendogli la faccia di pugni, non troppo forti però: ‘Ehi, tu, furfante e spergiuro,’ gli gridava, ‘che ti possano far crepare come meriti, il tuo padrone e tutti gli dei del cielo che tiri sempre in ballo nei tuoi falsi giuramenti. Sei tu che ieri al bagno mi hai rubato i sandali. Te le meriti proprio queste catene, perdio, che ti si possano consumare addosso e tu finire sprofondato in un carcere.’ Una trovata migliore di questa l’intraprendente giovanotto non poteva inventarla. Infatti Barbaro si sentì subito sollevato e ci credette ciecamente. Tornò subito a casa, chiamò Mirmece, gli diede i sandali, lo perdonò con tutto il cuore e lo esortò a restituirli a chi li aveva rubati.”

Metamorfosi – Libro IX – Brano 22:

Testo originale:

Hactenus adhuc anicula garriente suscipit mulier: “Beatam illam, quae tam constantis sodalis libertate fruitur! At ego misella molae etiam sonum et ecce illius scabiosi asini faciem timentem familiarem incidi.” Ad haec anus: “Iam tibi ego prope suasum et confirmatum animi amatorem illum alacrem vadimonium sistam” et insuper condicta vespertina regressione cubiculo facessit. At pudica uxor statim cenas saliares comparat, vina pretiosa defaecat, pulmenta recentia tuccetis temperat. Mensam largiter instruit; denique, ut dei cuiusdam adventus, sic exspectatur adulteri. Nam et opportune maritus fortis apud naccam proximum cenitabat. Ergo igitur metis die propinquante helcio tandem absolutus refectuique secure redditus non tam hercules laboris libertaten gratulabar quam quod revelatis luminibus libere iam cunctas facinorosae mulieris artes prospectare poteram. Sol ipsum quidem delapsus Oceanum subterrenas orbis plagas inluminabat, et ecce nequissimae anus adhaerens lateri temerarius adulter adventat, puer admodum et adhuc lubrico genarum splendore conspicuus, adhuc adulteros ipse delectans. Hunc multis admodum saviis exceptum mulier cenam iubet paratam adcumbere.

Traduzione:

La vecchia stava continuando a parlare, che la moglie del mugnaio intervenne: “Beata lei che si gode liberamente un amico che sa il fatto suo. A me, invece, poveretta, è capitato uno che ha paura anche del rumore della macina e perfino del muso di quell’asino rognoso.” “Non ci pensare,” la consolò la vecchia, “a quell’amante focoso ci parlerò io e lo convincerò e vedrai che te lo porto qui.” E promessole che sarebbe tornata la sera, se ne andò. Intanto quella sposa vereconda si mise a preparare un pranzetto degno dei Salii, spillò vini pregiati, fece un intingoletto di carni fresche e insaccate, imbandì sontuosamente la tavola e aspettò l’amante come se dovesse venire un dio. Manco a farlo apposta, poi, il marito, quella sera era a cena fuori da un vicino che faceva il tintore. Quando alla sera io fui staccato dalla macina e posto alla greppia per riprendere le forze, non tanto mi rallegrai di aver chiuso per quel giorno con il lavoro, quanto di poter comodamente osservare, a occhi aperti, tutti i traffici di quella donnaccia. E quando il sole sprofondò nell’oceano a illuminare le opposte regioni della terra, ecco venire la vecchia megera e al suo fianco il temerario amante, un ragazzo dalle guance ancora lisce, che poteva egli stesso ancora piacere agli uomini. La donna lo accolse e se lo baciò a lungo, poi lo invitò a sedersi alla mensa imbandita.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 23:

Testo originale:

Sed ut primum occursoriam potionem et inchoatum gustum extremis labiis contingebat adulescens, multo celerius opinione rediens maritus adventat. Tunc uxor egregia diras devotiones in eum deprecata et crurum ei fragium amborum ominata, exsangui formidine trepidantem adulterum alveo ligneo, quo frumenta contusa purgari consuerant, temere propter iacenti suppositum abscondit, ingenitaque astutia dissimulato tanto flagitio, intrepidum mentita vultum, percontatur de marito cur utique contubernalis artissimi deserta cenula praematurus adforet. At ille dolenti prorsum animo suspirans adsidue: “Nefarium” inquit “et extremum facinus perditae feminae tolerare nequiens fuga me proripui. Hem qualis, dii boni, matrona, quam fida quamque sobria turpissimo se dedecore foedavit! Iuro per istam ego sanctam Cererem me nunc etiam meis oculis de tali muliere minus credere.” Hic instincta verbis mariti audacissima uxor noscendae rei cupiens non cessat optundere, totam prorsus a principio fabulam promeret. Nec destitit, donec eius voluntati succubuit maritus et sic, ignarus suorum, domus alienae percenset infortunium:

Traduzione:

Ma il ragazzo aveva appena assaggiato in punta di labbra il vino che rientrò il marito molto prima del previsto. La buona moglie sacramentando e mandandogli le peggiori maledizioni, nonché l’augurio di fracassarsi le gambe, corse a nascondere il giovane, tutto tremante e morto di paura, sotto un recipiente di legno nel quale venivano conservate le granaglie prima della cernita e che per caso si trovava a portata di mano poi, dissimulando quell’infamia con l’astuzia che le era propria e assumendo un atteggiamento disinvolto, chiese al marito come mai avesse rinunziato alla cena di quel suo caro amico e perché fosse ritornato a casa così presto. “Son venuto via di corsa,” le fece lui sospirando e con un’espressione desolata, “perché non ne potevo più della condotta sfacciata di quella scellerata di sua moglie. Santi numi, come è possibile! Una madre di famiglia come lei, così onesta e virtuosa, andarsi a cacciare tanto in basso! Ti giuro su questa sacrosanta Cerere che io non riesco ancora a credere ai miei occhi.” Incuriosita dalle parole del marito, quella sfacciata, desiderosa di sapere il fatto, cominciò a tormentarlo perché le rivelasse tutta la storia, dal principio, e non la smise fino a quando quel poveretto non cedette alla sua volontà e, ignaro dei propri guai, non prese a raccontarle quelli degli altri.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 24:

Testo originale:

Contubernalis mei fullonis uxor, alioquin servati pudoris ut videbatur femina, quae semper secundo rumore gloriosa larem mariti pudice gubernabat, occulta libidine prorupit in adulterum quempiam. Cumque furtivos amplexus obiret adsidue, ipso illo denique momento quo nos lauti cenam petebamus, cum eodem illo iuvene miscebatur in venerem. Ergo nostra repente turbata praesentia, subitario ducta consilio, eundem illum subiectum contegit viminea cavea, quae fustium flexu tereti in rectum aggerata cumulum lacinias circumdatas suffusa candido fumo sulpuris inalbabat, eoque iam ut sibi videbatur tutissime celato mensam nobiscum secura participat. Interdum acerrimo gravique odore sulpuris iuvenis inescatus atque obnubilatus intercluso spiritu diffluebat, utque est ingenium vivacis metalli, crebras ei sternutationes commovebat.

Traduzione:

La moglie del mio amico tintore pareva una brava donna, virtuosa, e che, almeno da quel che si diceva, aveva sempre mandato avanti la casa. Eppure a un certo punto vennero anche a lei i suoi calori e si mise con un tizio col quale andava regolarmente a letto tutti i giorni. Pensa che anche nel momento in cui noi, dopo il bagno, stavamo mettendoci a tavola, lei era l? che si godeva il giovinotto. Sorpresa dalla nostra improvvisa apparizione, su due piedi pensò di nascondere l’amante sotto una cesta di vimini, di quelle circolari che finiscono a punta e dove si distendono i panni per farli diventare bianchi ai vapori di zolfo; poi venne a sedersi tranquilla a tavola con noi, pensando che quello era proprio un nascondiglio sicuro. Ma il giovanotto avvolto e preso alla gola dall’odore acre e penetrante dello zolfo, dopo un po’ si sentì soffocare e, come succede quando si manipola questa sostanza, cominciò a starnutire.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 25:

Testo originale:

Atque ut primum e regione mulieris pone tergum eius maritus acceperat sonum sternutationis ? quod enim putaret ab ea profectum ? solito sermone salutem ei fuerat imprecatus et iterato rursum et frequentato saepius, donec rei nimietate commotus quod res erat tandem suspicatur. Et impulsa mensa protenus remotaque cavea producit hominem crebros anhelitus aegre reflantem inflammatusque indignatione contumeliae, gladium flagitans, iugulare moriturum gestiebat, ni respecto communi periculo vix eum ab impetu furioso cohibuissem adseverans brevi absque noxa nostri suapte inimicum eius violentia sulpuris periturum. Nec suadela mea, sed ipsius rei necessitate lenitus, quippe iam semivivum, illum in proximum deportat angiportum. Tum uxorem eius tacite suasi ac denique persuasi, secederet paululum atque ultra limen tabernae ad quampiam tantisper (deverteret) familiarem sibi mulierem, quoad spatio fervens mariti sedaretur animus, qui tanto calore tantaque rabie perculsus non erat dubius aliquid etiam de re suaque coniuge tristius profecto cogitare. Talium contubernalis epularum taedio fugatus larem reveni meum.”

Traduzione:

Quando il marito sentì il primo starnuto, siccome veniva dalla parte della moglie, dalle sue spalle, credette che fosse stata lei e così le rivolse il solito ‘salve’; ma quando ce ne fu un secondo, un terzo e poi altri ancora, sorpreso che la cosa si ripetesse con tanta frequenza, finì per sospettare quel che c’era sotto e dato uno spintone alla tavola, sollevò la cesta e ti scoprì un uomo boccheggiante e semiasfissiato. Furente per l’ingiuria patita cominciò a gridare che gli dessero una spada, a scalmanarsi che voleva scannarlo, quando quel poveretto stava per conto suo tirando le cuoia. Allora io, vedendo che le cose si mettevano male per tutti, cercai un po’ di calmargli quella furia omicida facendogli osservare che il suo rivale, di lì a poco, sarebbe morto lo stesso, avvelenato dallo zolfo, e che perciò non valeva la pena andarci di mezzo anche noi. Infatti si calmò ma più che per il mio consiglio per l’evidenza della situazione: quel poveretto, effettivamente, era più morto che vivo e così lo andò a buttare nel vicolo accanto. Nel frattempo io suggerii a sua moglie in un orecchio di sparire per un po’ e la persuasi di andare ad alloggiare da qualche sua amica, almeno fino a quando suo marito non si fosse calmato: infuriato e stravolto com’era, non escludevo affatto che potesse commettere qualche grosso sproposito contro se stesso e sua moglie. Però che nausea quella cena e così me la sono svignata e sono tornato a casa.”

Metamorfosi – Libro IX – Brano 26:

Testo originale:

Haec recensete pistore iam dudum procax et temeraria mulier exsecrantibus fullonis illius detestabatur uxorem: illam perfidam, illam impudicam, denique universi sexus grande dedecus, quae suo pudore postposito torique genialis calcato foedere larem mariti lupanari maculasset infamia iamque perdita nuptae dignitate prostitutae sibi nomen adsciverit; addebat et talis oportere vivas exuri feminas. Et tamen taciti vulneris et suae sordidae conscientiae commonita, quo maturius stupratorem suum tegminis cruciatu liberaret, identidem suadebat maritum temperius quieti decedere. At ille utpote intercepta cena, profugus et prorsus ieiunus, mensam potius comiter postulabat. Adponebat ei propere, quamvis invita, mulier quippini destinatam alii. Sed mihi penita carpebantur praecordia et praecedens facinus et praesentem deterrimae feminae constantiam cogitanti mecumque sedulo deliberabam, si quo modo possem detectis ac revelatis fraudibus auxilium meo perhibere domino illumque, qui ad instar testudinis alveum succubabat, depulso tegmine cunctis palam facere.

Traduzione:

Mentre il mugnaio raccontava questa storia quella svergognata e impudente di sua moglie rifilava all’altra gli epiteti più ingiuriosi: quella perfida, commentava, quella scostumata, veramente la vergogna del sesso femminile, che se n’era infischiata del suo onore e s’era messa sotto i piedi la santità del matrimonio, che aveva trasformato la casa del marito in un bordello indegna ormai del nome di sposa ma piuttosto di quello di prostituta e aggiunse: “certe donne bruciarle vive bisognerebbe!” Però anche lei era agitata dall’interno rodio della sua coscienza sporca e, per liberare al più presto l’amante da sotto lo scomodo nascondiglio, cercava di indurre il marito ad andare presto a dormire. Ma quello, con una cena interrotta a metà e quindi digiuno come se ne era venuto via, le chiedeva invece candidamente di dargli da mangiare e così lei, di malavoglia, dovette servirgli il pranzo che aveva destinato all’altro. Quanto a me mi sentivo rodere il cuore riflettendo all’azionaccia che quella donna spregevole aveva compiuto poc’anzi e alla indifferenza che ora mostrava e fra me almanaccavo come poter smascherare tutto quell’inganno, venire in aiuto al mio padrone, insomma ribaltare il cassone e scoprire a tutti quello là che se ne stava lì sotto accucciato come una tartaruga.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 27:

Testo originale:

Sic erili contumelia me cruciatum tandem caelesti respexit providentia. Nam senex claudus, cui nostra tutela permissa fuerat, universa nos iumenta, id hora iam postulante, ad lacum proximum bibendi causa gregatim prominabat. Quae res optatissimam mihi vindictae subministravit occasionem. Namque praetergrediens observatos extremos adulteri digitos, qui per angustias cavi tegminis prominebant, obliquata atque infesta ungula compressos usque ad summam minutiem contero, donec intolerabili dolore commotus, sublato flebili clamore repulsoque et abiecto alveo, conspectui profano redditus scaenam propudiosae mulieris patefecit. Nec tamen pistor damno pudicitiae magnopere commotus exsangui pallore trepidantem puerum serena fronte et propitiata facie commulcens incipit: “Nihil triste de me tibi, fili, metuas. Non sum barbarus nec agresti morum squalore praeditus nec ad exemplum naccinae truculentiae sulpuris te letali fumo necabo ac ne iuris quidem severitate lege de adulteris ad discrimen vocabo capitis tam venustum tamque pulchellum puellum, sed plane cum uxore mea partiario tractabo. Nec herciscundae familiae sed communi dividundo formula dimicabo, ut sine ulla controversia vel dissensione tribus nobis in uno conueniat lectulo. Nam et ipse semper cum mea coniugem tam concorditer vixi ut ex secta prudentium eadem nobis ambobus placerent. Sed nec aequitas ipsa patitur habere plus auctoritatis uxorem quam maritum.”

Traduzione:

Mentre mi dolevo per il mio padrone così umiliato la celeste provvidenza mi venne in aiuto. A quell’ora il vecchio zoppo che aveva la sorveglianza di tutti i giumenti, ci portava in gruppo all’abbeverata a uno stagno là vicino. Fu un’occasione magnifica per la mia vendetta perché io, passando là davanti, vidi che le punte delle dita di quell’adultero sporgevano dal di sotto della cassa troppo angusta e così, posto un piede un po’ di traverso, gli detti proprio una bella schiacciata, tanto che quello, non potendo sopportare il dolore, lanciò un urlo soffocato e buttando all’aria il cassone si mostrò a chi nulla ancora sospettava rivelando così tutto l’imbroglio di quella moglie svergognata. Ma il mugnaio non sembrò troppo scomporsi per l’offesa fatta al suo onore, anzi, con un’espressione pacata e un fare rassicurante, fece animo a quel giovane che tremava tutto ed era livida come un morto: “Non temere, figliolo, non ti farò nulla di male; non sono mica un barbaro io e neanche uso i modi rozzi della campagna; non ti ucciderò come ha fatto quella furia di tintore con i vapori di zolfo e non mi varrò della legge contro l’adulterio, che è molto severa, per far condannare a morte un ragazzino così carino e avvenente, ma invece mi metterò d’accordo con mia moglie per spartirti a metà con lei: non voglio mica dividere il patrimonio familiare, anzi reclamo solo la comunanza dei beni perché senza controversie e dissensi tutti e tre si goda il letto in comune. Vedi, tra me e mia moglie c’è stata sempre un’armonia così perfetta per cui, come dicono i saggi, ciò che piace a lei piace anche a me. D’altronde neanche la giustizia permette che la moglie abbia più diritti del marito.”

Metamorfosi – Libro IX – Brano 28:

Testo originale:

Tali sermonis blanditie cavillatum deducebat ad torum nolentem puerum, sequentem tamen; et pudicissima illa uxore alterorsus disclusa solus ipse cum puero cubans gratissima corruptarum nuptiarum vindicta perfruebatur. Sed cum primum rota solis lucida diem peperit, vocatis duobus e familia validissimis, quam altissime sublato puero, ferula nates eius obverberans: “Tu autem,” inquit “tam mollis ac tener admodum puer, defraudatis amatoribus aetatis tuae flore, mulieres adpetis atque eas liberas et conubia lege sociata conrumpis et intempestivum tibi nomen adulteri vindicas?” His et pluribus verbis compellatum et insuper adfatim plagis castigatum forinsecus abicit. At ille adulterorum omnium fortissimus, insperata potitus salute, tamen nates candidas illas noctu diuque dirruptus, maerens profugit. Nec setius pistor ille nuntium remisit uxori eamque protinus de sua proturbavit domo.

Traduzione:

E intanto, motteggiandolo bonariamente con frasi simili, se lo tirò verso il letto e il ragazzo, sebbene riluttante, dovette rassegnarsi. Conclusione: lasciata fuori la sua castissima moglie egli se la spassò per tutta la notte con quel figliuolo prendendosi proprio una bella vendetta del tradimento subito. Ma non appena il disco risplendente del sole ebbe riportato la luce egli chiamò due servi molto robusti, fece sollevare in alto il ragazzo e cominciò a frustargli le natiche: “Ma perché,” intanto gli diceva, “tu che sei ancora un fanciullo così morbidetto e delicato, perché vuoi privare gli uomini del fiore della tua giovinezza e metterti con le donne e per di più con quelle di condizione libera o già sposate e aspirare prima del tempo al nome di adultero?” Dopo avergliene dette queste ed altre e in aggiunta averlo frustato a dovere, lo fece buttar fuori, e quello là, il più in gamba di tutti i seduttori, ritrovatosi sano e salvo senza saper nemmeno lui come, se la diede a gambe piagnucolando per quelle sue bianche chiappe così strapazzate di notte e di giorno. Dopo di che il mugnaio mandò a dire alla moglie che sloggiasse anche lei dalla sua casa.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 29:

Testo originale:

At illa praeter genuinam nequitiam contumelia etiam, quamvis iusta, tamen altius commota atque exasperata ad armillum revertit et ad familiares feminarum artes accenditur magnaque cura requisitam veteratricem quandam feminam, quae devotionibus ac maleficiis quiduis efficere posse credebatur, multis exorat precibus multisque suffarcinat muneribus, alterum de duobus postulans, vel rursum mitigato conciliari marito vel, si id nequiverit, certe larva vel aliquo diro numine immisso violenter eius expugnari spiritum. Tunc saga illa et divini potens primis adhuc armis facinerosae disciplinae suae velitatur et vehementer offensum mariti flectere atque in amorem impellere conatur animum. Quae res cum ei sequius ac rata fuerat proveniret, indignata numinibus et praeter praemii destinatum compendium contemptione etiam stimulata ipsi iam miserrimi mariti incipit imminere capiti umbramque violenter peremptae mulieris ad exitium eius instigare.

Traduzione:

Quella donna, però, oltre che per l’innata malvagità, sentendosi terribilmente provocata ed esasperata da quella punizione per quanto giusta, ricorse alle sue frodi e ai soliti artifici delle donne. Si mise con molta pazienza alla ricerca di una vecchia strega di cui si diceva che con i suoi scongiuri e i suoi incantesimi era capace di far tutto quello che voleva e, pregandola in tutti i modi, colmandola di doni, le chiese o di rabbonire il marito e farlo riconciliare con lei o, se non le fosse stato possibile, di suscitargli contro uno spettro o qualche altro demone maligno per farlo morire. La maga, che aveva poteri soprannaturali, tentò subito con i mezzi più semplici della sua arte scellerata e cercò di piegare l’animo offeso del marito e ridurlo nuovamente all’amore, ma quando s’accorse che la cosa non le riusciva come aveva previsto, indispettita contro i suoi dei e sollecitata oltre che dalla perdita del premio promessole, dal discredito che gliene sarebbe derivato, si mise ad attentare alla vita del povero marito suscitandogli contro lo spirito di una donna assassinata.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 30:

Testo originale:

Sed forsitan lector scrupulosum reprehendes narratum meum sic argumentaberis: “Vnde autem tu, astutule asine, intra terminos pistrini contentus, quid secreto, ut adfirmas, mulieres gesserint scire potuisti?”. Accipe igitur quem ad modum homo curiosus iumenti faciem sustinens cuncta quae in perniciem pistoris mei gesta sunt cognovi. Diem ferme circa mediam repente intra pistrinum mulier reatu miraque tristitie deformis apparuit, flebili centunculo semiamicta, nudis et intectis pedibus, lurore buxeo macieque foedata, et discerptae comae semicanae sordentes inspersu cineris pleramque eius anteventulae contegebant faciem. Haec talis manu pistori clementer iniecta, quasi quippiam secreto conlocutura, in suum sibi cubiculum deducit eum et abducta fore quam diutissime demoratur. Sed cum esset iam confectum omne frumentum, quod inter manus opifices tractaverant, necessarioque peti deberet aliud, servuli cubiculum propter adstantes dominum vocabant operique supplementum postulabant. Atque ut illis (iterum et) saepicule [et inter] vocaliter clamantibus nullus respondit dominus, iam forem pulsare validius, et, quod diligentissime fuerat oppessulata, maius peiusque aliquid opinantes, nisu valido reducto vel diffracto cardine, tandem patefaciunt aditum. Nec uspiam reperta illa muliere vident e quodam tigillo constrictum iamque exanimem pendere dominum, eumque nodo cervicis absolutum detractumque summis plangoribus summisque lamentationibus atque ultimo lavacro procurant, peractisque feralibus officiis, frequenti prosequente comitatu, tradunt sepulturae.

Traduzione:

A questo punto un lettore pignolo potrebbe interrompermi e chiedermi: “Ma com’è, furbacchione d’un asino che sei, com’è che tu, chiuso nel recinto del mulino, hai potuto sapere quello che le donne macchinavano in segreto fra loro” Stammi ancora a sentire in che modo io, pur sempre un uomo e curioso per giunta, anche se sotto le spoglie di un asino, ho saputo tutte le macchinazioni che si tramavano ai danni del mugnaio: era circa mezzogiorno quando a un tratto comparve nel mulino una donna con un’espressione sfigurata dall’angoscia, da condannata a morte, un mantelluccio liso che si e no la copriva: era scalza, il viso pallido come uno stecco, i capelli grigi, scarmigliati e sporchi di cenere le coprivano parte del volto. Questa donna prendendo confidenzialmente per mano il mugnaio, come se volesse dirgli qualcosa in segreto, lo condusse in camera da letto, chiuse la porta e vi rimase a lungo. Nel frattempo essendo stato macinato tutto il grano che i lavoranti avevano in consegna e dovendosene, quindi, richiedere dell’altro, alcuni servi si accostarono alla porta della camera da letto e, a gran voce, cominciarono a chiamare il padrone chiedendogli altro lavoro. Ma benché chiamassero più volte e tutti insieme, non ebbero risposta alcuna e così, dopo aver bussato con forza alla porta, quando si accorsero che questa era accuratamente sprangata, sospettando che qualcosa di grave doveva essere accaduto, con una forte spallata, tutti insieme, scardinarono la porta e la aprirono. Ebbene di quella donna nemmeno l’ombra, quanto al padrone se lo trovarono davanti appiccato con una corda a una trave, già morto. Fra lamenti e pianti a non finire gli liberarono il collo dal cappio e lo tirarono già, lo lavarono per l’ultima volta, gli resero le estreme onoranze e, fra un gran concorso di popolo, lo seppellirono.

Metamorfosi – Libro IX – Brano 31:

Testo originale:

Die sequenti filia eius accurrit e proxumo castello, in quod quidem denupserat, maesta atque crines pendulos quatiens et interdum pugnis obtundens ubera, quae nullo quidem domus infortunium nuntiante cuncta cognorat, sed ei per quietem obtulit sese flebilis patris sui facies adhuc nodo revincta cevice, eique totum novercae scelus aperuit de adulterio, de maleficio, et quem ad modum larvatus ad inferos demeasset. Ea cum se diutino plangore cruciasset, concursu familiarum cohibita tandem pausam luctui fecit. Iamque nono die rite completis apud tumulum sollemnibus familiam supellectilemque et omnia iumenta ad hereditariam deducit auctionem. Tunc unum larem varie dispergit venditionis incertae licentiosa fortuna. Me denique ipsum pauperculus quidam hortulanus comparat quinquaginta nummis, magno, ut aiebat, sed ut communi labore victum sibi quaereret.

Traduzione:

Il giorno dopo dalla borgata vicina, dove da tempo aveva preso marito, accorse la figlia del mugnaio, sconvolta, coi capelli scarmigliati e percuotendosi il petto. Senza che nessuno l’avesse avvertita della disgrazia era venuta a sapere ogni cosa perché in sogno le era apparsa l’ombra miserevole del padre ancora con il laccio stretto al collo e le aveva rivelato tutti i misfatti della matrigna, l’adulterio, l’incantesimo, il modo com’egli era stato ucciso dopo essere stato stregato. Per molti giorni ella non fece che piangere e disperarsi e soltanto quando i familiari, tutti insieme, intervennero, la poverina pose tregua al dolore. Al nono giorno, conclusi i riti funebri sulla tomba dell’estinto, ella fece vendere all’asta tutti i beni dell’eredità, gli schiavi, le suppellettili e tutte le bestie. La capricciosa fortuna così disperse qua e là con una vendita in blocco il patrimonio di una famiglia. Io fui comprato da un povero ortolano per cinquanta sesterzi, una gran somma a sentir lui, ma almeno, così, mettendo insieme la nostra fatica, egli avrebbe avuto di che campare.

Brano 32:

Testo originale:

Res ipsa mihi poscere videtur ut huius quoque serviti mei disciplinam exponam. Matutino me multis holeribus onustum proxumam civitatem deducere consuerat dominus atque ibi venditoribus tradita merce, dorsum insidens meum, sic hortum redire. Ac dum fodiens, dum irrigans, ceterosque incurvus labore deservit, ego tantisper otiosus placita quiete recreabar. Sed ecce siderum ordinatis ambagibus per numeros dierum ac mensuum remeans annus post mustulentas autumni delicias ad hibernas Capricorni pruinas deflexerat, et adsiduis pluviis nocturnisque rorationibus sub dio et intecto conclusus stabulo continuo discruciabar frigore, quippe cum meus dominus prae nimia paupertate ne sibi quidem nedum mihi posset stramen aliquod vel exiguum tegimen parare, sed frondoso casulae contentus umbraculo degeret. Ad hoc matutino lutum nimis frigidum gelusque praeacuta frusta nudis invadens pedibus enicabar ac ne suetis saltem cibariis ventrem meum replere poteram. Namque et mihi et ipso domino cena par ac similis oppido tamen tenuis aderat, lactucae veteres et insuaves illae, quae seminis enormi senecta ad instar scoparum in amaram caenosi sucus cariem exolescunt.

Traduzione:

Ma penso che valga la pena raccontarvi in che cosa consisteva il mio servizio. Al mattino il mio padrone mi menava in città carico di verdura e, consegnata la merce ai rivenditori, mi montava in groppa e se ne tornava al suo orto. Mentre lui zappava, innaffiava, se ne stava curvo sul suo lavoro, io me ne rimanevo parecchio tempo a spasso e mi godevo il dolce far niente. Con il passare dei giorni e dei mesi, però, secondo il prescritto giro degli astri, l’anno si lasciò dietro le dolci vendemmie dell’autunno e si volse alle brine invernali del Capricorno ed io, in una stalla aperta a tutte le inclemenze del tempo, che aveva il cielo per tetto esposta alle continue piogge e all’umidità della notte, patii un freddo terribile, dal momento che il mio padrone, nella sua estrema indigenza, non poteva procurarsi nemmeno per sé, e figuriamoci poi per me, un po’ di strame e un benché minimo riparo, e doveva, quindi, accontentarsi di una capannetta di frasche. E con tutto questo al mattino mi toccava camminare nel fango gelato e fra i ghiaccioli appuntiti che mi perforavano i piedi; inoltre non potevo nemmeno riempirmi il ventre con i soliti cibi, infatti, se io ed il mio padrone mangiavamo la medesima cena, questa era un ben misero pasto: foglie di lattuga vecchia e amara, già spigata, che sembrava scopa, con un sapore amaro e terroso.

Metamorfosi -Libro IX

Brano 33:

Testo originale:

Nocte quadam paterfamilias quidam e pago proximo tenebris inluniae caliginis impeditus et imbre nimio madefactus atque ob id ab itinere directo cohibitus ad hortulum nostrum iam fesso equo deverterat, receptusque comiter pro tempore licet non delicato necessario tamen quietis subsidio, remunerari benignum hospitem cupiens, promittit ei de praediis suis sese daturum et frumenti et olivi aliquid et amplius duos vini cados. Nec moratus meus sacculo et utribus vacuis secum adportatis nudae spinae meae residens ad sexagesimum stadium profectionem comparat. Eo iam confecto viae spatio pervenimus ad praedictos agros ibique statim meum dominum comis hospes opipari prandio participat. Iamque iis poculis mutuis altercantibus mirabile prorsus evenit ostentum. Vna de cetera cohorte gallina per mediam cursitans aream clangore genuino velut ovum parere gestiens personabat. Eam suus dominus intuens: “O bona” inquit “ancilla et satis fecunda, quae multo iam tempore cotidianis nos partubus saginasti. Nunc etiam cogitas, ut video, gustulum nobis praeparare.” Et “heus”, inquit “puer calathum fetui gallinaceo destinatum angulo solito collocato.” Ita, uti fuerat iussum, procurante puero gallina consuetae lecticulae spreto cubili ante ipsius pedes domini praematurum sed magno prorsus futurum scrupulo partum. Non enim ovum, quod scimus, illud; sed pinnis et unguibus et oculis et voce etiam perfectum edidit pullum, qui matrem suam coepit continuo comitari.

Traduzione:

In una notte senza luna, un signore del vicino villaggio, non potendo proseguire il cammino per la fitta oscurità e inzuppato fradicio dalla pioggia che cadeva già a torrenti e che lo aveva allontanato dalla strada maestra fiaccandogli completamente il cavallo, capitò nel nostro orto. Fu ricevuto premurosamente, date le particolari circostanze, e potè riposare, se non comodamente, almeno quel tanto che gli era necessario, si che per ricompensare la benevola ospitalità, egli promise alcuni prodotti delle sue terre: frumento, olio, due anfore di vino. Il mio padrone non se lo fece ripetere due volte, prese la bisaccia, due otri vuoti, si sistemò sulla mia schiena e s’avviò per quel viaggio di sessanta stadi. Quando, dopo aver fatto tutta quella strada, finalmente giungemmo ai poderi del suddetto signore, l’ospite cortese ci imbandì un lauto pranzetto. Ma ecco che proprio quando i due s’eran messi con tutto l’impegno a darci sotto col vino, accadde un fatto straordinario: una gallina del pollaio cominciò a correre qua e là per l’aia, schiamazzando col suo caratteristico verso come se dovesse far l’uovo. “Ma che brava la mia servetta feconda,” le fece il suo padrone seguendola con lo sguardo. “È da tempo che tu ci nutri con il tuo ovetto giornaliero e ora, come vedo, vuoi offrircene uno come antipasto.” Poi aggiunse: “Ehi, tu, ragazzo, mettile nel solito angolo il cestello per le uova.” Il servo eseguì l’ordine ricevuto ma la gallina, rifiutando quel cestello che le era abituale, andò a deporre proprio ai piedi del suo padrone un frutto portentoso che sarebbe stato motivo di non poche preoccupazioni. Non si trattava, infatti, di un comune uovo ma di un pulcino vero e proprio già con le sue penne, le sue zampine, gli occhi, la voce, che si mise subito a correre dietro la madre.

Metamorfosi -Libro IX

Brano 34:

Testo originale:

Nec eo setius longe maius ostentum et quod omnes merito perhorrescerent exoritur. sub ipsa enim mensa, quae reliquias prandii gerebat, terra dehiscens imitus largissimum emicuit sanguinis fontem; hic resultantes uberrimae guttae mensam cruore perspergunt. Ipsoque illo momento quod stupore defixi mirantur ac trepidant divina praesagia, concurrit unus e cella vinaria nuntians omne vinum, quod olim diffusum fuerat, in omnibus doliis ferventi calore et prorsus ut igne copioso subdito rebullire. Visa est interea mustela etiam mortuum serpentem forinsecus mordicus adtrahens, et de ore pastoricii canis virens exsiluit ranula, ipsumque canes qui proximus consistebat aries adpetitum unico morsu strangulavit. Haec tot ac talia ingenti pavore domini illius et familiae totius ad extremum stupore deiecerant animos, quid prius quidve posterius, quid magis quid minus numinum caelestium leniendis minis quid et qualibus procuraretur hostiis.

Traduzione:

Ed ecco un altro portento ancora più sorprendente che giustamente spaventò un po’ tutti. Proprio sotto la tavola sulla quale v’erano ancora gli avanzi del banchetto, la terra si spalancò e dalla fenditura zampillò un getto violento di sangue tanto che la mensa ne fu tutta spruzzata e lordata. In quello stesso momento, mentre tutti eran lì sbigottiti dallo stupore e annichiliti per quei divini presagi, uno dei servi corse su dalla cantina per avvertire che il vino, già da un pezzo sigillato nelle anfore, stava tutto bollendo come se gli avessero messo il fuoco sotto. E poi si vide una donnola tirar fuori dalla tana un serpente morto e serrarlo tra i denti, e ancora, dalla bocca di un cane pastore saltar fuori un ranocchio vivo e un montone che era nei paraggi assalire quel cane e strangolarlo con una sola zannata. Tutti questi prodigi misero nell’animo di quel signore e in tutta la sua casa una gran paura e una profonda costernazione. Nessuno sapeva come regolarsi, che cosa fare o non fare per placare quelle celesti minacce e quante e quali vittime sacrificare.

Metamorfosi -Libro IX

Brano 35:

Testo originale:

Adhuc omnibus exspectatione taeterrimae formidinis torpidis accurrit quidam servulus magnas et postremas domino illi fundorum clades adnuntians. Namque is adultis iam tribus liberis doctrina instructis et verecundia praeditis vivebat gloriosus. His adulescentibus erat cum quodam paupere modicae casulae domino vetus familiaritas. At enim casulae parvulae conterminos magnos et beatos agros possidebat vicinus potens et dives et iuvenis (splendidae) prosapiae (sed) maiorum gloria male utens pollensque factionibus et cuncta facile faciens in civitate; (hic) hostili modo vicini tenuis incursabat pauperiem pecua trucidando, boves abigendo, fruges adhuc immaturas obterendo. Iamque tota frugalitate spoliatum ipsis etiam glebulis exterminare gestiebat finiumque inani commota questione terram totam sibi vindicabat. Tunc agrestis, verecundus alioquin, avaritia divitis iam spoliatus, ut suo saltem sepulchro paternum retineret solum, amicos plurimos ad demonstrationem finium trepidans eximie corrogarat. Aderant inter alios tres illi fratres cladibus amici quantulum quantulum ferentes auxilium.

Traduzione:

Come se non bastasse, mentre tutti se ne stavan lì come inebetiti in attesa di qualche spaventosa sventura, sopraggiunse un servo ad annunziare al padrone di quelle terre l’ultima e più terribile disgrazia. Costui aveva tre figli, già grandi, istruiti e virtuosi, che erano il suo orgoglio, legati da una vecchia amicizia con un modesto proprietario di una piccola cascina. Quel povero podere confinava con i ricchi e fertili campi di un potente signore, giovane e facoltoso, che, abusando del nome glorioso del suo casato e spalleggiato da alcuni gruppetti di faziosi, spadroneggiava in tutta la zona. Costui faceva vere e proprie spedizioni sulle povere terre del vicino, trucidandogli il gregge, rubandogli i buoi, calpestandogli il grano ancora verde; per di più dopo avergli tolto quel poco che aveva, ora minacciava addirittura di scacciarlo da quelle poche zolle e intentandogli causa su un’assurda questione di confini, rivendicava per sé tutta la terra. Quel povero paesano, un timido per giunta, ridotto ormai in miseria dall’avidità del ricco vicino, per conservare almeno un pezzetto della sua terra avita, quel tanto per esservi seppellito, col cuore in gola pregò parecchi amici perché intervenissero in merito a quei confini. Tra gli altri vi erano anche quei tre fratelli, lieti di dare, come potevano, una mano all’amico disgraziato.

Metamorfosi -Libro IX

Brano 36:

Testo originale:

Nec tamen ille vaesanus tantillum praesentia multorum civium territus vel confusus, licet non rapinis, saltem verbis temperare voluit, sed illis clementer expostulantibus fervidosque eius mores blanditiis permulcentibus repente suam suorumque carorum salutem quam sanctissime adiurans adseverat parvi se pendere tot mediatorum praesentiam, denique vicinum illum auriculis per suos servulos sublatum de casula longissime statimque proiectum iri. Quo dicto insignis indignatio totos audientium pertemptavit animos. Tunc unus et tribus fratribus incunctanter et paulo liberius respondit frustra eum suis opibus confisum tyrannica superbia comminari, cum alioquin pauperes etiam liberali legum praesidio de insolentia locupletium consueverint vindicari. Quod oleum flammae, quod sulpur incendio, quod flagellum Furiae, hoc et iste sermo truculentiae hominis nutrimento fuit. Iamque ad extremam insaniam vecors, suspendium sese et totis illis et ipsis legibus mandare proclamans, canes pastoricios, villaticos feros atque immanes, adsuetos abiecta per agros essitare cadavera, praeterea etiam transeuntium viatorum passivis morsibus alumnatos, laxari atque in eorum exitium inhortatos immitti praecepit. Qui simul signo solito pastorum incensi atque inflammati sunt, furiosa rabie conciti et latratibus etiam absonis horribiles eunt in homines eosque variis adgressi vulneribus distrahunt ac lacerant nec fugientibus saltem compercunt, sed eo magis inritatiores secuntur.

Traduzione:

Ma quel pazzo, per nulla intimidito dalla presenza di tutti quei cittadini e tanto meno turbato, non solo non intese recedere dalle sue piratesche pretese, ma non volle nemmeno moderare le parole e, a quanti lo pregavano cortesemente e, con atteggiamento conciliante, cercavano di calmare la sua irruenza, egli per tutta risposta, giurò sulla sua vita e su quella dei suoi cari che se ne infischiava della presenza di tanti intermediari e che avrebbe ordinato ai suoi servi di prendere il suo vicino per le orecchie e di buttarlo fuori, il più lontano possibile, dalla sua catapecchia. Queste parole suscitarono lo sdegno violento di quanti fra i presenti le udirono e uno dei tre fratelli gli rispose subito per le rime dicendogli che invano egli, facendosi forte delle sue ricchezze, minacciava e tiranneggiava, perché c’erano le buone leggi a garantire e proteggere i poveri dall’insolenza dei ricchi. Ci voleva questo discorso per far esplodere la furia di quell’uomo: infatti fu come se su una fiamma fosse caduto dell’olio, o in un incendio dello zolfo, o nella mano di una Furia fosse stata messa una frusta. Completamente fuori di sé, cominciò a inveire che avrebbe messo sulla forca tutti i presenti e le leggi comprese. E subito fece sguinzagliare e aizzare i suoi enormi e feroci cani da pastore, quelli che divorano i cadaveri abbandonati nelle campagne, allevati apposta per avventarsi, senza distinzione, su tutti i viandanti che transitavano da quelle parti. Quelle bestiacce, eccitate e provocate dai noti richiami dei pastori, fra latrati assordanti, si lanciarono contro quegli uomini con tutta la loro furia e la loro ferocia, li assalirono, li straziarono a furia di morsi, li fecero a pezzi, non risparmiando nemmeno quelli che cercavano di fuggire e sui quali, anzi, si avventarono con maggior rabbia.

Metamorfosi -Libro IX

Brano 37:

Testo originale:

Tunc inter confertam trepidae multitudinis stragem e tribus iunior offenso lapide atque obtunsis digitis terrae prosternitur saevisque illis et ferocissimis canibus instruit nefariam dapem; protenus enim nancti praedam iacentem miserum illum adolescentem frustatim discerpunt. Atque ut eius letalem ululatum cognovere ceteri fratres, accurrunt maesti suppetias obvolutisque lacinia laevis manibus lapidum crebris iactibus propugnare fratri atque abigere canes adgrediuntur. Nec tamen eorum ferociam vel conterere vel expugnare potuere, quippe cum miserrimus adulescens ultima voce prolata, vindicarent de pollutissimo divite mortem fratris iunioris, ilico laniatus interisset. Tunc reliqui fratres non tam hercules desperata quam ultro neglecta sua salute contendunt ad divitem atque ardentibus animis impetuque vaesano lapidibus crebris in eum velitantur. At ille cruentus et multis ante flagitiis similibus exercitatus percussor iniecta lancea duorum alterum per pectus medium transadegit. Nec tamen peremptus ac prorsus exanimatus adulescens ille terrae concidit; nam telum transvectum atque ex maxima parte pone tergum elapsum soloque nisus violentia defixum rigore librato suspenderat corpus. Sed et quidam de servulis procerus et validus sicario ille ferens auxilium lapide contorto tertii illius iuvenis dexterum brachium longo iactu petierat, sed impetu casso per extremos digitos transcurrens lapis contra omnium opinionem deciderat innoxius.

Traduzione:

Durante quella carneficina di gente terrorizzata il più giovane dei tre fratelli inciampò in un sasso e cadde ferito a un piede; subito i cani inferociti gli furono addosso e orrendamente dilaniarono le sue membra. Alle sue grida strazianti gli altri due accorsero in suo aiuto e, raccolto il mantello sul braccio sinistro, cercarono di allontanare i cani e di difendere il fratello con una fitta sassaiola. Ma non riuscirono né a domare né a respingere la ferocia di quelle belve e così quel povero giovane, le cui ultime parole implorarono vendetta contro quell’infame riccone, fatto a brani, spirò. I fratelli superstiti, allora, non tanto perché disperavano ormai di salvarsi ma perché non tenevano più in alcun conto la vita, si gettarono sul ricco e con un impeto furibondo lo assalirono a sassate. Ma quel sanguinario, già da tempo addestrato a imprese del genere, trafisse con un colpo di lancia proprio in pieno petto uno dei due. Il giovane, colpito a morte, benché morisse subito, non cadde a terra in quanto la lancia trapassandolo da parte a parte, per la violenza del colpo, era rispuntata alle sue spalle quasi in tutta la sua lunghezza e s’era conficcata nel terreno sostenendo così quel corpo che vi rimase come appoggiato. Nel medesimo tempo un servo, alto e corpulento, correndo a prestar man forte a quell’assassino, da lontano, scagliò un sasso contro il terzo fratello, mirando al suo braccio destro, ma fallì il colpo e la pietra, sfiorando la punta delle dita, andò a cadere per terra, lasciandolo illeso anche se parve il contrario.

Metamorfosi -Libro IX

Brano 38:

Testo originale:

Non nullam tamen sagacissimo iuveni proventus humanior vindictae speculam subministravit. Ficta namque manus usae debilitate sic crudelissimum iuvenem compellat: Fruere exitio totius nostrae familiae et sanguine trium fratrum insatiabilem tuam crudelitatem pasce et de prostratis tuis civibus gloriose triumpha, dum scias, licet privato suis possessionibus paupere fines usque et usque proterminaveris, habiturum te tamen vicinum aliquem. Nam haec etiam dextera, quae tuum prorsus amputasset caput, iniquitate fati contusa decidit.” Quo sermone, alioquin exasperatus, furiosus latro rapto gladio sua miserrimum iuvenem manu perempturus invadit avidus. Nec tamen sui molliorem provocat; quippe insperato et longe contra eius opinionem resistens iuvenis complexu fortissimo arripit eius dexteram magnoque nisu ferro librato multis et crebris ictibus impuram elidit divitis animam et, ut accurrentium etiam familiarium manu se liberaret, confestim adhuc inimici sanguine delibuto mucrone gulam sibi prorsus exsecuit. Haec erant quae prodigiosa praesagaverant ostenta, haec quae miserrimo domino fuerant nuntiata. Nec ullum verbum ac ne tacitum quidem fletum tot malis circumventus senex quivit emittere, sed adrepto ferro, quo commodum inter suos epulones caseum atque alias prandii partes diviserat, ipse quoque ad instar infelicissimi sui filii iugulum sibi multis ictibus contrucidat, quoad super mensam cernulus corruens portentosi cruoris maculas novi sanguinis fluvio proluit.

Traduzione:

Questa fortunata circostanza offrì al giovane, che era assai perspicace, l’occasione della vendetta. Infatti, fingendo che la mano gli fosse stata stroncata, così apostrofò lo spietato signore: “Godi ora che hai distrutto la nostra famiglia, pasci la tua insaziabile crudeltà con il sangue di tre fratelli e sii orgoglioso di tanti concittadini massacrati; però sappi che per quanto tu abbia potuto estendere i tuoi confini, privando un poveretto delle sue terre, avrai pur sempre un vicino. Purtroppo anche questa mia destra che avrebbe dovuto troncarti il capo, per un destino avverso ora è spezzata.” Queste parole resero ancor più furioso quel brigante che si avventò sul povero giovane con la spada sguainata, smanioso di ucciderlo con le sue mani. Ma si trovò di fronte a un avversario non meno forte di lui che, con sua grande sorpresa, gli resistì validamente, anzi gli afferrò in una stretta tenacissima la destra e con uno sforzo sovrumano, rivoltandogli la spada contro, lo subissò di colpi, finché quel riccone non esalò la sua sporca animaccia. Ma poi per non cadere nelle mani dei servi che accorrevano, con il pugnale ancora sporco del sangue del suo nemico, con un gesto fulmineo, si tagliò la gola. Quegli straordinari prodigi avevano preannunciato questi fatti, gli stessi che ora venivano riferiti allo sventurato signore. Il vecchio, in tanta tragedia, non riuscì ad articolare una parola, a emettere un lamento, n? a versare una lacrima: afferrò un coltello, quello con cui, qualche momento prima, aveva tagliato il formaggio e le altre vivande per i suoi commensali e anch’egli, come il suo infelicissimo figlio, si trafisse più volte la gola, finché non cadde riverso sulla mensa cancellando col suo sangue le macchie di quell’altro sangue prodigiosamente zampillato.

Metamorfosi -Libro IX

Brano 39:

Testo originale:

Ad istum modum puncto brevissimo dilapsae domus fortunam hortulanus ille miseratus suosque casus graviter ingemescens, depensis pro prandio lacrimis vacuasque manus complodens saepicule, protinus inscenso me retro quam veneramus viam capessit. Nec innoxius ei saltem regressus evenit. Nam quidam procerus et, ut indicabat habitus atque habitudo, miles e legione, factus nobis obvius, superbo atque adroganti sermone percontatur, quorsum vacuum duceret asinum? At meus, adhuc maerore permixtus et alias Latini sermonis ignarus, tacitus praeteribat. Nec miles ille familiarem cohibere quivit insolentiam, sed indignatus silentio eius ut convicio, viti quam tenebat obtundens eum dorso meo proturbat. Tunc hortulanus subplicue respondit sermonis ignorantia se quid ille disceret scire non posse. Ergo igitur Graece subiciens miles: “Vbi” inquit “ducis asinum istum?”. Respondit hortulanus petere se civitatem proximam. “Sed mihi” inquit “opera eius opus est; nam de proximo castello sarcinas praesidis nostri cum ceteris iumentis debet advehere”; et iniecta statim manu loro me, quo ducebar, arreptum incipit trahere. Sed hortulanus prioris plagae vulnere prolapsum capite sanguinem detergens rursus deprecatur civilius atque mansuetius versari commilitonem idque per spes prosperas eius orabat adiurans. “Nam et hic ipse” aiebat “iners asellus et nihilo minus (mordax) morboque detestabili caducus vix etiam paucos holerum maniculos de proximo hortulo solet anhelitu languido fatigatus subvehere, nedum ut rebus amplioribus idoneus videatur gerulus.”

Traduzione:

Fu così che in pochi istanti andò distrutta un’intera famiglia. Il mio ortolano rimase molto impressionato e lamentandosi amaramente anche della propria sfortuna, che aveva richiesto per quel pranzo un suo tributo di lacrime, battendosi le mani purtroppo rimaste vuote, mi salì in groppa e rifece la strada per cui eravamo venuti. Ma nemmeno il ritorno doveva andar liscio. Infatti, un tipo, alto di statura, che dall’uniforme e dalle sue maniere doveva essere un legionario di guarnigione, ci si piazzò davanti e con un fare tronfio e arrogante chiese all’ortolano dove portasse quell’asino senza carico. Il mio padrone era ancora tutto sconvolto dal dolore e per di più, non capendo una parola di latino, non gli badò e tirò avanti. Il soldato, indispettito da quel silenzio preso come un insulto, non seppe frenare l’insolenza che gli era abituale e così lo colpì col suo bastone di vite rovesciandolo dalla mia schiena. L’ortolano, allora, gli fece umilmente capire che non conosceva la sua lingua e che perciò non sapeva ciò che egli gli avesse chiesto. “Dov’è che porti quest’asino?” gli ripetè allora in greco il soldato e, quando l’ortolano gli disse ch’era diretto alla vicina città: “Ora serve a me,” lo interruppe. “Deve portare con gli altri quadrupedi i bagagli del comandante della vicina fortezza” e allungata la mano alla cavezza cominciò a trascinarmi via. Ma l’ortolano, asciugandosi il sangue che gli colava dal capo per il colpo di prima, tornò a pregare e a scongiurare il soldato di usare modi più urbani e gentili, augurandogli le migliori fortune. “E poi” aggiunse, “questo qui è un asinello pigro che però ha il vizio di mordere ed è lì lì che mi crolla per un brutto male che ha, tanto che a mala pena, tirando il fiato, riesce a portarmi qualche mazzetto di verdura dall’orto qui vicino e non può assolutamente farcela a trasportare carichi più pesanti.”

Metamorfosi -Libro IX

Brano 40:

Testo originale:

Sed ubi nullis precibus mitigari militem magisque in suam perniciem advertit efferari iamque inversa vite de vastiore nodulo cerebrum suum diffindere, currit ad extrema subsidia simulansque sese ad commovendam miserationem genua evis velle contigere, summissus atque incurvatus, arreptis eius utrisque pedibus sublimem terrae graviter adplodit et statim qua pugnis qua cubitis qua morsibus, etiam de via lapide correpto, totam faciem manusque eius et latera converberat. Nec ille, ut primum humi supinatus est, vel repugnare vel omnino munire se potuit, sed plane identidem comminabatur, si surrexisset, sese concisurum eum machaera sua frustatim. Quo sermone eius commonefactus hortulanus eripit ei spatham eaque longissime abiecta rursum saevioribus eum plagis adgreditur. Nec ille prostratus et praeventus vulneribus reperire saluti quiens subsidium, quod solum restabat, simulat sese mortuum. Tunc spatham illam secum asportans hortulanus inscenso me concito gradu recta festinat ad civitatem nec hortulum suum saltem curans invisere ad quempiam sibi devertit familiarem. Cunctisque narratis deprecatur, periclitanti sibi ferret auxilium seque cum suo sibi asino tantisper occultaret, quoad celatus spatio bidui triduive capitalem causam evaderet. Nec oblitus ille veteris amicitiae prompte suscipit, meque per scalas complicitis pedibus in superius cenaculum adtracto hortulanus deorsus in ipsa tabernula derepit in quandam cistulam et supergesto delitiscit orificio.

Traduzione:

Ma quando s’accorse che le sue preghiere anziché convincere il soldato lo irritavano di più, al punto che questi, girato il bastone dalla parte più grossa stava lì lì per spaccargli la testa, ricorse a un estremo rimedio: fingendo di allacciargli le ginocchia per implorare pietà, si chinò in avanti, lo afferrò per le gambe e sollevatolo di peso, lo sbatté pesantemente a terra; poi con pugni, gomitate, morsi, perfino con una pietra che riuscì ad afferrare dalla strada, gli pestò ben bene la faccia, i fianchi, le mani. L’altro, riverso per terra, non riusciva a difendersi né a reagire, eppure continuava a minacciare che lo avrebbe fatto a pezzi con la spada appena si fosse rialzato. L’ortolano, allora, a scanso di un simile rischio, via la spada il più lontano possibile e già a infittire i colpi! Completamente distrutto, coperto di ferite, non trovando altro scampo, il soldato ricorse all’unico mezzo che gli restava: fece finta di essere morto. Allora l’ortolano, prendendo con sé la spada, mi saltò in groppa e mi fece trottare lesto lesto verso la città e, senza nemmeno fermarsi un momento nel suo orticello, corse difilato da un suo amico, e dopo avergli raccontato tutto l’accaduto, lo pregò di aiutarlo in un simile frangente, di tenerlo nascosto, insieme con l’asino, per qualche tempo, per due o tre giorni almeno, il tanto che bastasse per evitargli un processo e una condanna capitale. E l’amico, memore dell’antica amicizia, senza esitare, gli dette asilo: con le zampe strette nelle pastoie, io fui issato su per una scala in una stanza al piano superiore, l’ortolano scomparve dentro una cesta già in bottega e si tirò sul capo il coperchio.

Metamorfosi -Libro IX

Brano 41:

Testo originale:

At miles ille, ut postea didici, tandem velut emersus gravi crapula, nutabundus tamen et tot plagarum dolore saucius baculoque se vix sustinens, civitatem adventat confususque de impotentia deque inertia sua quicquam ad quemquam referre popularium, sed tacitus iniuriam devorans quosdam commilitones nanctus is tantum clades enarrat suas. Placuit ut ipse quidem contubernio se tantisper absconderet ? nam praeter propriam contumeliam militaris etiam sacramenti genium ob amissam spatham verebatur ?, ipsi autem signis enotatis investigationi vindictaeque sedulam darent operam. Nec defuit vicinus perfidus, qui nos ilico occultari nuntiaret. Tunc commilitones accersitis magistratibus mentiuntur sese multi pretii vasculum argenteum praesidis in via perdidisse idque hortulanum quendam reperisse nec velle restituere, sed apud familiarem quendam sibi delitescere. Tunc magistratus et damno et praesidis nomine cognito veniunt ad deversori nostri fores claraque voce denuntiant hospiti nostro nos, quos occultaret apud se certo certius, dedere potius quam discrimen proprii subiret capitis. Nec ille tantillum conterritus salutique studens eius, quem in suam receperat fidem, quicquam de nobis fatetur ac diebus plusculis nec vidisse quidem illum hortulanum contendit. Contra commilitones ibi nec uspiam illum delitescere adiurantes genium principis contendebant. Postremum magistratibus placuit obstinate denegantem scrutinio detegere. Immissis itaque lictoribus ceterisque publicis ministeriis angulatim cuncta sedulo perlustrari iubent, nec quisquam mortalium ac ne ipse quidem asinus intra comparere nuntiatur.

Traduzione:

Ma quel soldato, lo venni a sapere più tardi, riscuotendosi come da una solenne sbornia, barcollando e tutto dolorante per le ferite, a stento reggendosi sul suo bastone, raggiunse la città. Ai cittadini non disse nulla di quel che gli era capitato, vergognandosi di passare per un pusillanime e un inetto, ma rodendosi dentro per lo smacco patito, si sfogò con i suoi commilitoni e ad essi raccontò tutta la sua disavventura. Fu deciso che rimanesse nascosto per un po’ sotto la tenda per non incappare nei rigori del regolamento militare che puniva chi avesse perduto la spada; gli altri, invece, conosciuti i nostri connotati, si sarebbero messi alla nostra ricerca e lo avrebbero vendicato. Immancabilmente, ci fu un disgraziato di vicino che fece la spia indicando il luogo dove eravamo nascosti. I soldati allora ricorsero ai magistrati e raccontarono, quei gran bugiardi, che durante il viaggio avevano perduto un vaso d’argento del loro comandante, di gran valore, che un ortolano l’aveva trovato ma si rifiutava di restituirlo e anzi si era andato a nascondere in casa di un amico. I magistrati, valutato il danno e l’importanza del comandante che l’aveva subito, si presentarono alla porta del nostro rifugio e ad alta voce intimarono al nostro ospite di consegnarci nelle loro mani, se non voleva mettere a repentaglio la sua testa, dal momento che sicuramente egli ci teneva nascosti presso di sé. Ma quello, per nulla intimorito e volendo a tutti i costi salvare colui che aveva confidato nella sua lealtà, non rivelò nulla sul nostro conto, anzi dichiarò che non aveva visto l’ortolano ormai da parecchi giorni, anche se i soldati continuavano a insistere, giurando sull’imperatore che egli era nascosto là e in nessun altro luogo. Così i magistrati per smascherare quell’uomo che si accaniva a negare, decisero un sopralluogo e, chiamati i littori e gli altri pubblici ufficiali, ordinarono che procedessero a un’accurata e minuziosa perquisizione della casa. Ma quelli, alla fine, riferirono che non v’era traccia d’anima viva là dentro e tanto meno di un asino.

Metamorfosi -Libro IX

Brano 42:

Testo originale:

Tunc gliscit violentior utrimquesecus contentio, militum pro comperto de nobis adseverantium fidemque Caesaris identidem implorantium, at illius negantis adsidueque deum numen obtestantis. Qua contentione et clamoso strepitu cognito, curiosus alioquin et inquieti procacitate praeditus asinus, dum obliquata cervice per quandam fenestrulam quidquam sibi vellet tumultus ille prospicere gestio, unus e commilitonibus casu fortuito conlimatis oculis ad umbram meam cunctos testatur incoram. Magnus denique continuo clamor exortus est et emensis protinus scalis iniecta manu quidam me velut captivum detrahunt. Iamque omni sublata cunctatione scrupulosius contemplantes singula, cista etiam illa revelata, repertum productumque et oblatum magistratibus miserum hortulanum poenas scilicet capite pensurum in publicum deducunt carcerem summoque risu meum prospectum cavillari non desinunt. Vnde etiam de prospectu et umbra asini natum est frequens proverbium.

Traduzione:

La contesa fra le due parti si riaccese allora più violenta: i soldati confermavano che noi eravamo là e lo giuravano sull’imperatore, l’altro continuava a negare e a chiamare a testimoni gli dei. A sentir quella lite e quel baccano, io, curioso per natura, e asino irrequieto, per sapere il perché di tutto quel tumulto, sporsi la testa a sghembo da una finestrina, ed ecco che un soldato, volgendo per caso lo sguardo nella mia direzione, vide la mia sagoma e si mise a chiamare tutti a testimoni. Si levò un grido improvviso, si precipitarono su per le scale, mi abbrancarono e mi trascinarono già come un prigioniero Ormai nessuno aveva più dubbi e così tutti si misero a frugare in ogni angolo, finché non trovarono la cesta e, dentro, il povero ortolano che, consegnato ai magistrati, fu portato in carcere in attesa della condanna a morte. Quanto a me e alla mia apparizione si continuò a ridere proprio di gusto e a scherzarci sopra e anche di qui nacque il noto proverbio dell’asino che s’affaccia alla finestra e della sua ombra.

Metamorfosi -Libro IX

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