Di seguito trovi il testo originale, e la traduzione, di tutti i brani del Libro IV delle Metamorfosi di Apuleio.

Metamorfosi – Libro IV – Brano 1:

Testo originale:

Diem ferme circa medium, cum iam flagrantia solis caleretur, in pago quodam apud notos ac familiares latronibus senes devertimus. Sic enim primus aditus et sermo prolixus et oscula mutua quamvis asino sentire praestabant. Nam et rebus eos quibusdam dorso meo depromptis munerabantur et secretis gannitibus quod essent latrocinio partae videbantur indicare. Iamque nos omni sarcina levatos in pratum proximum passim libero pastui tradidere. Nec me cum asino vel equo meo conpascuus coetus attinere potuit adhuc insolitum alioquin prandere faenum, sed plane pone stabulum prospectum hortulum iam fame perditus fidenter invado, et quamvis crudis holeribus adfatim tamen ventrem sagino, deosque comprecatus omnes cuncta prospectabam loca, sicubi forte conterminis in hortulis candens reperirem rosarium. Nam et ipsa solitudo iam mihi bonam fiduciam tribuebat, si devius et frutectis absconditus sumpto remedio de iumenti quadripedis incurvo gradu rursum erectus in hominem inspectante nullo resurgerem.

Traduzione:

Doveva essere all’incirca mezzogiorno e il sole ormai cominciava a picchiare, quando facemmo sosta a un casolare, da certi vecchi che i briganti conoscevano e di cui erano amici, come riuscii a capire, per quanto asino, dall’accoglienza che ci fecero, dai lunghi discorsi, dai baci e abbracci che si scambiarono. Anzi i briganti cominciarono a togliermi di dosso alcuni degli oggetti che regalarono a quei vecchi, facendo loro capire, a mezze parole, che era tutta roba rubata. Poi, liberatici completamente del carico, ci menarono a pascolare in un prato là vicino. Ma a me pascolare con un asino e con un cavallo non mi andava proprio, tanto pi? che non ero ancora abituato a mangiar fieno. Vidi per fortuna dietro la stalla, un orticello e, morto di fame com’ero, non ci pensai due volte a buttarmici dentro e a riempirmi la pancia di cavoli sebbene fossero crudi; intanto, guardando a destra e a manca, pregavo tutti gli dei che mi facessero trovare nei giardini lì intorno qualche bel rosaio fiorito. D’altronde il luogo solitario mi dava una certa fiducia in quanto, una volta presa la medicina, nascosto tra il verde, io avrei potuto abbandonare l’andatura curva del quadrupede e, non visto da alcuno, tornare nella posizione eretta di un uomo.

Metamorfosi – Libro IV – Brano 2:

Testo originale:

Ergo igitur cum in isto cogitationis salo fluctuarem aliquanto longius frondosi nemoris convallem umbrosam, cuius inter varias herbulas et laetissima virecta fungentium rosarum mineus color renidebat. Iamque apud mea usquequaque ferina praecordia Veneris et Gratiarum lucum illum arbitrabar, cuius inter opaca secreta floris genialis regius nitor relucebat. Tunc invocato hilaro atque prospero Eventu cursu me concito proripio, ut hercule ipse sentirem non asinum me verum etiam equum currulem nimio velocitatis effectum. Sed agilis atque praeclarus ille conatus fortunae meae scaevitatem anteire non potuit. Iam enim loco proximus non illas rosas teneras et amoenas, madidas divini roris et nectaris, quas rubi felices beatae spinae generant, ac ne convallem quidem usquam nisi tantum ripae fluvialis marginem densis arboribus septam video. Hae arbores in lauri faciem prolixe foliatae pariunt in odor) modum floris [inodori] porrectos caliculos modice punicantes, quos equidem flagrantis minime rurestri vocabulo vulgus indoctum rosas laureas appellant quarumque cuncto pecori cibus letalis est.

Traduzione:

Mentre, dunque, mi lasciavo andare a un mare di pensieri, allungando lo sguardo vidi poco lontano, una valletta ombreggiata da un fitto bosco dove fra molte erbe e la densa vegetazione brillavano ciuffi di rose di un color rosso fiammante. Fra me, non ancora diventato tutto bestia, pensai si trattasse del bosco di Venere e delle Grazie se, appunto, nei suoi angoli più nascosti, splendeva, il regale fulgore di quel fiore divino. E così, invocato il dio Evento perché mi fosse propizio, mi precipitai già di volata tanto che per la velocità mi pareva di essere un cavallo da corsa, perdio, altro che un asino. Ma quello scatto in grande stile non potè superare l’avversità della mia sorte. Infatti giunto sul posto non vidi rose belle e delicate, stillanti nettare e divina rugiada, quelle che nascono dai rovi felici e dalle spine feconde, e nemmeno più la valletta ma solo il greto di un fiume chiuso da fitti alberi. Erano di quegli alberi che per le lunghe foglie somigliano all’alloro e che producono piccoli calici di un color rosso pallido che hanno tutto l’aspetto di fiori profumati e che invece profumo non hanno. La gente ignorante, con un termine campagnolo, li chiama rose d’alloro e qualunque animale che le mangia ci resta secco.

Metamorfosi – Libro IV – Brano 3:

Testo originale:

Talibus fatis implicitus etiam ipsam salutem recusans sponte illud venenum rosarium sumere gestiebam. Sed dum cunctanter accedo decerpere, iuvenis quidam, ut mihi videbatur, hortulanus, cuius omni prorsus holera vastaveram, tanto damno cognito cum grandi baculo furens decurrit adreptumque me totum plagis obtundit adusque vitae ipsius periculum, nisi tandem sapienter alioquin ipse mihi tulissem auxilium. Nam lumbis elevatis in altum, pedum posteriorum calcibus iactatis in eum crebriter, iam mulcato graviter atque iacente contra proclive montis attigui fuga me liberavi. Sed ilico mulier quaepiam, uxor eius scilicet, simul eum prostratum et semianimem ex edito despexit, ululabili cum plangore ad eum statim prosilit, ut sui videlicet miseratione mihi praesens crearet exitium. Cuncti enim pagani fletibus eius exciti statim conclamant canes atque ad me laniandum rabie perciti ferrent impetum passim cohortatur. Tunc igitur procul dubio iam morti proximus, cum viderem canes et modo magnos et numero multos et ursis ac leonibus ad compugnandum idoneos in me convocatos exasperari, e re nata capto consilio fugam desino ac me retrorsus celeri gradu rursum in stabulum quo deverteramus recipio. At illi canibus iam aegre cohibitis adreptum me loro quam valido ad ansulam quandam destinatum rursum caedendo confecissent profecto, nisi dolore plagarum alvus artata crudisque illis oleribus abundans et lubrico fluxu saucia fimo fistulatim excusso quosdam extremi liquoris aspergine alios putore nidoris faetidi a meis iam quassis scapulis abegisset.

Traduzione:

Vedendomi perseguitato in tal modo dalla malasorte mi passò anche la voglia di vivere e così decisi di farla finita col veleno di quelle rose. Ma mentre, esitante, mi accingevo ad addentarle, un giovanotto, l’ortolano credo, al quale poco prima avevo saccheggiato il campo di cavoli, accortosi della rovina che gli avevo procurato, tutto infuriato, agitando un grosso bastone, mi piombò addosso e afferratomi, me ne diede tante e poi tante che mi avrebbe ammazzato se alla fine non fossi riuscito a cavarmela da me e con un pò di giudizio: con grandi sgroppate, infatti, cominciai a tempestarlo di calci da sbatterlo contro la scarpata del monte lasciandolo malconcio. Poi me la diedi a gambe. Ma ecco che una donna, evidentemente sua moglie, appena lo vide dall’alto mezzo morto a terra si mise a correre verso di lui urlando e strepitando a bella posta per suscitare compassione di sé e farmela pagare. Infatti tutti i contadini dei dintorni alle urla di quella donna diedero la voce ai cani e me li aizzarono contro inferociti perché mi facessero a brani. Quando vidi venirmi addosso tanti cani e tutti enormi, che avrebbero potuto affrontare benissimo orsi e leoni, allora pensai che la mia ultima ora era suonata e presi l’unica risoluzione che le circostanze mi suggerivano: smisi di fuggire e arretrando a tutta velocità rientrai nella stalla dove avevamo fatto sosta. I cani, sebbene a fatica tornarono buoni alla catena ma i contadini legarono anche me con una solida correggia a un’anello fissato nel muro e già di nuovo a darmene così forte che certamente mi avrebbero finito se il mio ventre, gonfio com’era per quella mangiata di cavoli crudi e disturbato dalla diarrea, non avesse sprizzato come uno zampillo un pò di quella sciolta così da insozzarne alcuni mentre il fetore faceva fuggire gli altri dalla mia povera schiena mezza fracassata.

Metamorfosi – Libro IV – Brano 4:

Testo originale:

Nec mora, cum iam in meridiem prono iubare rursum nos ac praecipue me longe gravius onustum producunt illi latrones stabulo. Iamque confecta bona parte itineris et viae spatio defectus et sarcinae pondere depressus ictibusque fustium fatigatus atque etiam ungulis extritis iam claudus et titubans rivulum quendam serpentis leniter aquae propter insistens subtilem occasionem feliciter nactus cogitabam totum memet flexis scite cruribus pronum abicere, certus atque obstinatus nullis verberibus ad ingrediundum exsurgere, immo etiam paratus non fusti tantum (percussus) sed machaera perfossus occumbere. Rebar enim iam me prorsus exanimatum ac debilem mereri causariam missionem, certe latrones partim inpatientia morae partim studio festinatae fugae dorsi mei sarcinam duobus ceteris iumentis distributuros meque in altioris vindictae vicem lupis et vulturiis praedam relicturos.

Traduzione:

Senza un attimo di respiro, sotto il sole del primo pomeriggio, quei briganti ci tirarono fuori dalla stalla e ci caricarono ben bene più di prima, me soprattutto. S’era già fatto un bel pezzo di strada ed io, sfinito da quel pò di miglia, schiacciato sotto il mio carico, dolorante per tutte le legnate che avevo preso, con gli zoccoli ormai tutti consumati, zoppo e traballante, mi fermai presso un ruscello che scorreva dolcemente fra l’erba pensando che quello era proprio il momento buono per piegare le ginocchia, stendermi a terra e non muovermi più a costo d’essere finito a furia di legnate o addirittura con una coltellata. Credevo che, ridotto com’ero, mezzo morto ormai, mi sarebbe proprio spettato il congedo d’invalidità e che quei briganti, vuoi per non star là a perdere tempo, vuoi per la preoccupazione di fuggire più presto che potevano, avrebbero diviso il mio carico fra gli altri due giumenti e per maggior vendetta mi avrebbero lasciato l? in pasto ai lupi e agli avvoltoi.

Metamorfosi – Libro IV – Brano 5:

Testo originale:

Sed tam bellum consilium meum praevertit sors deterrima. Namque ille alius asinus divinato et antecapto meo cogitatu statim se mentita lassitudine cum rebus totis offudit, iacensque in modum mortui non fustibus non stimulis ac ne cauda et auribus cruribusque undique versum elevatis temptavit exurgere, quoad tandem postumae spei fatigati secumque conlocuti, ne tam diu mortuo immo vero lapideo asino servientes fugam morarentur, sarcinis eius mihi equoque distributis destricto gladio poplites eius totos amputant, ac paululum a via retractum per altissimum praeceps in vallem proximam etiam nunc spirantem praecipitant. Tunc ego miseri commilitonis fortunam cogitans statui iam dolis abiectis et fraudibus asinum me bonae frugi dominis exhibere. Nam et secum eos animadverteram conloquentes quod in proximo nobis esset habenda mansio et totius viae finis quieta eorumque esset sedes illa et habitatio. Clementi denique transmisso clivulo pervenimus ad locum destinatum, ubi rebus totis exsolutis atque intus conditis iam pondere liberatus lassitudinem vice lavacri pulvereis volutatibus digerebam.

Traduzione:

Ma un destino infame mandò a monte un’idea così brillante: infatti l’altro asino, leggendomi nel pensiero, mi precedette e, lì per lì, fingendo una gran stanchezza, si buttò per terra con tutto il carico, lungo disteso come fosse morto e non ci fu verso, né con le frustate, né con le spunzonate, nemmeno tirandolo per la coda, per le orecchie, per le gambe, di farlo rialzare, fino a che i briganti, persa la pazienza e la speranza, dopo aver confabulato un pò fra loro, per non ritardare più oltre la fuga con lo star dietro a un asino ormai morto e immobile come un sasso, divisero il suo carico fra me e il cavallo, poi presa la spada gli troncarono i garretti e tiratolo in parte sul ciglio della strada lo precipitarono già a capofitto, ancora vivo, nella scarpata sottostante. Allora io, riflettendo sulla sorte di quel mio infelice compagno, decisi di piantarla con tutti i sotterfugi e le furbizie e di essere piuttosto un asino come si deve, obbediente e servizievole verso i miei padroni, tanto più che, almeno così avevo capito dai loro discorsi, presto ci saremmo fermati, giacché eravamo finalmente giunti alla meta, là dove era la loro casa e il loro rifugio sicuro. Infatti, dopo aver superato un lieve pendio giungemmo a destinazione. Qui i briganti ci tolsero di dosso i bagagli che nascosero all’interno ed io liberato dal peso cominciai a rivoltolarmi nella polvere come in un bagno per smaltire la stanchezza.

Metamorfosi – Libro IV – Brano 6:

Testo originale:

Res ac tempus ipsum locorum speluncaeque quam illi latrones inhabitabant descriptionem exponere flagitat. Nam et meum simul periclitabor ingenium, et faxo vos quoque an mente etiam sensuque fuerim asinus sedulo sentiatis. Mons horridus silvestribusque frondibus umbrosus et in primis altus fuit. Huius per obliqua devexa, qua saxis asperrimis et ob id inaccessis cingitur, convalles lacunosae cavaeque nimium spinetis aggeratae et quaquaversus repositae naturalem tutelam praebentes ambiebant. De summo vertice fons affluens bullis ingentibus scaturribat perque prona delapsus evomebat undas argenteas iamque rivulis pluribus dispersus ac valles illas agminibus stagnantibus inrigans in mondum stipati maris vel ignavi fluminis cuncta cohibebat. Insurgit speluncae, qua margines montanae desinunt, turris ardua; caulae firmae solidis cratibus, ovili stabulationi commodae, porrectis undique lateribus ante fores exigui tramitis vice structis parietis attenduntur. Ea tu bono certe meo periculo latronum dixeris atria. Nec iuxta quicquam quam parva casula cannulis temere contecta, qua speculatores e numero latronum, ut postea comperi, sorte ducti noctibus excubabant.

Traduzione:

Ora, però, mi sembra il caso di descrivere quei luoghi e la spelonca abitata da quei ladroni. Così metterò alla prova il mio talento e darò a voi l’occasione di giudicare se anche in fatto di cervello e di sentimenti io fossi proprio un asino. Noi eravamo proprio sotto una montagna, altissima, paurosa, tutta coperta da boschi fittissimi, lungo i suoi fianchi dirupati, tutti rocciosi, puntuti e, perciò inaccessibili, si aprivano anfratti profondi coperti di rovi e disposti in ogni senso, tali da formare intorno intorno come una difesa naturale. Dalla vetta sgorgava a grandi getti una sorgente le cui acque argentate precipitando a valle si rompevano in tante cascatelle che poi, raccogliendosi nel fondo di quegli anfratti vi ristagnavano formando come una sorta di recinto, quasi uno stretto di mare o un fiume che s’impaluda. Sopra la caverna, proprio sul ciglio di un dirupo, si ergeva un’alta torre. Solide staccionate di robusti graticci per rinchiudervi le pecore si stendevano da una parte e dall’altra e davanti all’ingresso formavano uno stretto passaggio come fra due alte pareti. Parola mia che a vederla tu l’avresti detta proprio una casa di briganti. Eppure tutt’intorno non c’era altro che una capannuccia tirata su alla meglio con delle frasche dove la notte, come venni a sapere in seguito, montavano la guardia taluni briganti estratti a sorte.

Metamorfosi – Libro IV – Brano 7:

Testo originale:

Ibi cum singuli derepsissent stipatis artubus, nobis ante ipsas fores loro valido destinatis anum quandam curvatam gravi senio, cui soli salus atque tutela tot numero iuvenum commissa videbatur, sic infesti compellant: “Etiamne tu, busti cadaver extremum et vitae dedecus primum et Orci fastidium solum, sic nobis otiosa domi residens lusitabis nec nostris tam magnis tamque periculosis laboribus solacium de tam sera refectione tribues? Quae diebus ac noctibus nil quicquam rei quam merum saevienti ventri tuo soles aviditer ingurgitare.” Tremens ad haec et stridenti vocula pavida sic anus: “At vobis, fortissimi fidelissimeque mei sospitatores iuvenes, adfatim cuncta suavi sapore percocta pulmenta praesto sunt, panis numerosus vinum probe calicibus ecfricatis affluenter immissum et ex more calida tumultuario lavacro vestro praeparata.” In fine sermonis huius statim sese devestiunt nudatique et flammae largissimae vapore recreati calidaque perfusi et oleo peruncti mensas dapibus largiter instructas accumbunt.

Traduzione:

Dopo averci legati con una robusta correggia davanti all’ingresso i briganti, uno per volta, carponi, si calarono giù nella caverna e qui cominciarono a prendersela con una vecchia curva e rinsecchita dagli anni che evidentemente doveva essere la persona addetta alle cure e al servizio di tutti quei giovinastri: “Brutta carogna putrida, sgorbio della natura, schifato anche dall’inferno, ti sei sistemata in questa casa a far niente? Mica ti sogni di farci trovare, dopo tante fatiche e tanti pericoli, qualcosa da mettere sotto i denti. Tu, però, giorno e notte, te la riempi a garganella quel la tua pancia, di vino.” E quella, tutta tremante e con un filo di voce stridula: “Tutto pronto, miei bravi giovanotti, miei coraggiosi protettori: pietanze abbondanti e saporite, cotte a puntino, pane in quantità, vino già bell’e versato nei calici scintillanti e, come al solito, c’è anche l’acqua calda per una lavatina alla svelta.” Appena sentirono questo quei giovani, in un batter d’occhio, si spogliarono e tutti nudi si riscaldarono intorno a un gran fuoco, poi si lavarono con l’acqua calda, si unsero con l’olio e, alla fine, si sistemarono intorno a una mensa stracolma di vivande.

Metamorfosi – Libro IV – Brano 8:

Testo originale:

Commodum cubuerant et ecce quidam longe plures numero iuvenes adveniunt alii, quos incunctanter adaeque latrones arbitrarere. Nam et ipsi praedas aureorum argentariorumque nummorum ac vasculorum vestisque sericae et intextae filis aureis invehebant. Hi simili lavacro refoti inter toros sociorum sese reponunt, tunc sorte ducti ministerium faciunt. Estur ac potatur incondite, pulmentis acervatim, panibus aggeratim, poculis agminatim ingestis. Clamore ludunt, strepitu cantilant, conviciis iocantur, ac iam cetera semiferis Lapithis [tebcinibus] Centaurisque semihominibus similia. Tunc inter eos unus, qui robore ceteros antistabat: “Nos quidem,” inquit “qui Milonis Hypatini domum fortiter expugnavimus, praeter tantam fortunae copiam, quam nostra virtute nacti sumus, et incolumi numero castra nostra petivimus et, si quid ad rem facit, octo pedibus auctiores remeavimus. At vos, qui Boeotias urbes adpetistis, ipso duce vestro fortissimo Lamacho deminuti debilem numerum reduxistis, cuius salutem merito sarcinis istis quas advexistis omnibus antetulerim. Sed illum quidem utcumque nimia virtus sua peremit; inter inclitos reges ac duces proeliorum tanti viri memoria celebrabitur. Enim vos bonae frugi latrones inter furta parva atque servilia timidule per balneas et aniles cellulas reptantes scrutariam facitis.”

Traduzione:

Avevano appena preso posto che altri ne arrivarono, molto più numerosi e non mi ci volle gran che a capire che anche questi erano dei briganti e della stessa risma. Anch’essi, infatti, se ne vennero con il loro bottino: monete d’oro e d’argento, vasi preziosi, stoffe di seta e broccati. Anch’essi si ritemprarono con un bagno caldo, poi sedettero a mensa fra i compagni. Alcuni, estratti a sorte, cominciarono a servirli. Mangiarono e bevvero a più non posso, divorarono montagne di carne, intere infornate di pane, uno dietro l’altro tracannarono file di bicchieri; fecero un baccano d’inferno, cantarono a squarciagola, si scambiarono lazzi ingiuriosi, sembravano tanti Lapiti e Centauri ubriachi, a metà bestia e a metà uomini. A un tratto, uno di loro, il più grosso di tutti, prese la parola: “Noi abbiamo espugnato Ia casa di Milone di Ipata e, a parte il ricco bottino che abbiamo fatto su, grazie al nostro coraggio, siamo ritornati alla base quanti n’eravamo, senza nemmeno un graffio; voi invece che siete andati a scorrazzare per le città della Beozia siete tornati in pochini e avete perduto perfino il vostro capo, il fortissimo Lamaco. Per riaverlo qui vivo e vegeto io sarei pronto a dare tutta questa roba che vi siete portata dietro. Comunque egli è ormai morto, il suo troppo coraggio l’ha perduto, ma la sua memoria sarà celebrata insieme con quella dei re più famosi e dei guerrieri più valorosi. Quanto a voialtri non siete che dei volgari ladruncoli, buoni solo per furtarelli da servi, per sgraffignare cenci ai bagni pubblici o nelle casupole delle vecchie.” “Si vede che tu sei l’unico a non sapere che le case dei signori sono le più facili da svaligiare” rimbeccò a questo punto uno degli ultimi venuti. “Si, è vero, perché se anche in quelle grandi case c’è un sacco di servitù che va e che viene, in effetti ciascuno bada più a salvare la propria pelle che le ricchezze del padrone. La gente modesta, invece, che non ha tanti servitori, cerca di custodirselo per benino quello che ha, poco o molto che sia, di nasconderselo con la massima cura e non lo molla, a rischio, magari, del proprio sangue.”

Metamorfosi – Libro IV – Brano 9:

Testo originale:

Suscipit unus ex illo posteriore numero: “Tune solus ignoras longe faciliores ad expugnandum domus esse maiores? Quippe quod, licet numerosa familia latis deversetur aedibus, tamen quisque magis suae saluti quam domini consulat opibus. Frugi autem et solitarii homines fortunam parvam vel certe satis amplam dissimulanter obtectam protegunt acrius et sanguinis sui periculo muniunt. Res ipsa denique fidem sermoni meo dabit. Vix enim Thebas heptapylos accessimus: quod est huic disciplinae primarium studium, [sed dum] sedulo fortunas inquirebamus popularium; nec nos denique latuit Chryseros quidam nummularius copiosae pecuniae dominus, qui metu officiorum ac munerum publicorum magnis artibus magnam dissimulabat opulentiam. Denique solus ac solitarius parva sed satis munita domuncula contentus, pannosus alioquin ac sordidus, aureos folles incubabat. Ergo placuit ad hunc primum ferremus aditum, ut contempta pugna manus unicae nullo negotio cunctis opibus otione potiremur.

Traduzione:

Se non ci credete state a sentire: “Eravamo appena giunti a Tebe, la città dalle sette porte e, secondo le regole più elementari del mestiere, ci mettemmo subito a fare le nostre indagini sulle sostanze di questo e di quello. Arrivammo così a sapere che un certo Crisero, un banchiere, aveva denari a palate, ma che per paura delle tasse e delle pubbliche elargizioni, da furbo fingeva di non essere poi così ricco, e così se ne viveva come un eremita in una casupola modestissima ma ben difesa e qui, cencioso e sordido, covava i suoi sacchi d’oro. Così decidemmo di visitarlo per primo, pensando che non sarebbe poi stata una gran cosa affrontare un uomo solo e che senza alcuna fatica ci saremmo impossessati di tutti i suoi tesori.

Metamorfosi – Libro IV – Brano 10:

Testo originale:

Nec mora, cum noctis initio foribus eius praestolamur, quas neque sublevare neque dimovere ac ne perfringere quidem nobis videbatur, ne valvarum sonus cunctam viciniam nostro suscitaret exitio. Tunc itaque sublimis ille vexillarius noster Lamachus spectatae virtutis suae fiducia, qua clavis immittendae foramen patebat, sensim inmissa manu claustrum evellere gestiebat. Sed dudum scilicet omnium bipedum nequissimus Chryseros vigilans et singula rerum sentiens lenem gradum et obnixum silentium tolerans paulatim adrepit, grandique clavo manum ducis nostri repente nisu fortissimo ad ostii tabulam officit et exitiabili nexu patibulatum relinquens gurgustioli sui tectum ascendit, atque inde contentissima voce clamitans rogansque vicinos et unum quemque proprio nomine ciens et salutis communis admonens diffamat incendio repentino domum suam possideri. Sic unus quisque proximi periculi confinio territus suppetiatum decurrunt anxii.

Traduzione:

Senza perder tempo, scesa la notte, ci trovammo tutti pronti davanti alla porta di Crisero e fummo subito dell’avviso che non era il caso di forzarla, di scardinarla e tanto meno di abbatterla perché il rumore che avremmo fatto avrebbe svegliato tutto il vicinato e noi ci saremmo trovati a mal partito. Fu così che Lamaco, il nostro valorosissimo capo, col suo coraggio di sempre introdusse una mano nel buco della serratura e cercò, dall’interno di far saltare il chiavistello. Ma quel Crisero, certamente il più infame di tutti gli esseri con due gambe, che stava all’erta e che aveva sentito tutto, si avvicinò in punta di piedi, senza il minimo rumore e, all’improvviso, con tutta la forza che aveva inchiodò con un grosso ferro la mano del nostro capo al legno della porta, poi lasciandolo così atrocemente crocifisso, corse sul tetto di casa e di là, gridando a squarciagola, si mise a invocare aiuto, chiamando ad uno ad uno per nome tutti i vicini e facendo credere che la sua casa aveva improvvisamente preso fuoco e che, quindi, ne andava di mezzo la vita di tutti. Naturalmente i vicini si precipitarono a dargli una mano, atterriti da un pericolo che minacciava anche loro.

Metamorfosi – Libro IV – Brano 11:

Testo originale:

Tunc nos in ancipiti periculo constituti vel opprimendi nostri vel deserendi socii remedium e re nata validum eo volente comminiscimus. Antesignani nostri partem, qua manus umerum subit, ictu per articulum medium temperato prorsus abscidimus, atque ibi brachio relicto, multis laciniis offulto vulnere ne stillae sanguinis vestigium proderent, ceterum Lamachum raptim reportamus. Ac dum trepidi religionis urguemur gravi tumultu et instantis periculi metu terremur ad fugam nec vel sequi propere vel remanere tuto potest vir sublimis animi virtutisque praecipuus, multis nos adfantibus multique precibus querens adhortatur per dexteram Martis per fidem sacramenti bonum commilitonem cruciatu simul et captivitate liberaremus. Cur enim manui, quae rapere et iugulare sola posset, fortem latronem supervivere? Sat se beatum qui manu socia volens occumberet. Cumque nulli nostrum spontale parricidium suadens persuadere posset, manu reliqua sumptum gladium suum diuque deosculatum per medium pectus ictu fortissimo transadigit. Tunc nos magnanimi ducis vigore venerato corpus reliquum veste lintea diligenter convolutum mari celandum commisimus. Et nunc iacet noster Lamachus elemento toto sepultus.

Traduzione:

Eravamo proprio in un bel pasticcio: o lasciarci ammazzare tutti o piantare là il compagno. Trovammo una soluzione, la migliore, date le circostanze, condivisa anche da lui: con un colpo netto tagliammo al nostro capitano il braccio all’altezza del gomito e, lasciato là l’avambraccio, gli avvolgemmo la ferita con molte bende perché il sangue che colava non rivelasse le nostre tracce e ce la filammo con quel che restava di Lamaco. Da una parte noi ci sentivamo impegnati verso di lui da un sacro giuramento, ma dall’altra vedendoci inseguiti da una folla vociante e atterriti dal pericolo imminente accelerammo la fuga. Così quell’eroe sublime quel valoroso, non potendo correre altrettanto in fretta, né rimanere indietro senza danno, con mille preghiere ci supplicò e ci scongiurò per la destra di Marte e per la fede giurata, di liberare un buon compagno come lui da ulteriori sofferenze e dalla cattura. Come avrebbe potuto, un brigante degno di questo nome, sopravvivere alla perdita della mano, la sola cioè che gli consentiva di rubare e di uccidere Fortunato, invece, se fosse stato ucciso, come voleva, dai suoi compagni. Quando però vide che nessuno di noi se la sentiva di commettere un omicidio volontario, con la mano che gli restava afferrò la spada la baciò lungamente e con un colpo tremendo si trapassò il petto. Onore noi rendemmo al coraggio del nostro magnanimo capo; avvolgemmo con cura in un lenzuolo di lino i resti di quel corpo e li affidammo al mare perché li custodisse. Il nostro Lamaco ora è sepolto là nelle profondità degli abissi.

Metamorfosi – Libro IV – Brano 12:

Testo originale:

Et ille quidem dignum virtutibus suis vitae terminum posuit. Enim vero Alcimus sollertibus coeptis eo saevum Fortunae nutum non potuit adducere. Qui cum dormientis anus perfracto tuguriolo conscendisset cubiculum superius iamque protinus oblisis faucibus interstinguere eam debuisset, prius maluit rerum singula per latiorem fenestram forinsecus nobis scilicet rapienda dispergere. Cumque iam cuncta rerum naviter emolitus nec toro quidem aniculae quiescentis parcere vellet eaque lectulo suo devoluta vestem stragulam subductam scilicet iactare similiter destinaret, genibus eius profusa sic nequissima illa deprecatur: “Quid, oro, fili, paupertinas pannosasque resculas miserrimae anus donas vicinis divitibus, quorum haec fenestra domum prospicit?” Quo sermone callido deceptus astu et vera quae dicta sunt credens Alcimus, verens scilicet ne et ea quae prius miserat quaeque postea missurus foret non sociis suis sed in alienos lares iam certus erroris abiceret, suspendit se fenestra sagaciter perspecturus omnia, praesertim domus attiguae, quam dixerat illa, fortunas arbitraturus. Quod eum strenue quidem set satis inprovide conantem senile illud facinus quamquam invalido repentino tamen et inopinato pulsu nutantem ac pendulum et in prospectu alioquin attonitum praeceps inegit. Qui praeter altitudinem miniam super quendam etiam vastissimum lapidem propter iacentem decidens perfracta diffisaque crate costarum rivos sanguinis vomens imitus narratisque nobis quae gesta sunt non diu cruciatus vitam evasit. Quem prioris exemplo sepulturae traditum bonum secutorem Lamacho dedimus.

Traduzione:

Così egli è degnamente morto, da valoroso, come visse. Alcimo, invece, nonostante ce l’avesse messa anch’egli tutta in quanto a coraggio, non potè sfuggire a una sorte crudele. Penetrato nel misero tugurio di una vecchia, salì nella stanza di sopra, dove quella dormiva, ma invece di sbarazzarsene subito, strangolandola, come avrebbe dovuto, preferì prima gettare da una larga finestra tutto quello che c’era da rubare perché noi lo portassimo via. In un battibaleno fece piazza pulita di ogni cosa e non volendo risparmiare nemmeno il letto sul quale quella vecchiaccia dormiva, con uno scossone la scaraventò per terra e afferrò il pagliericcio per buttarcelo giù come aveva fatto con tutto il resto. Ma quella megera gettandosi alle sue ginocchia così lo supplicò: “Ma perché ragazzo mio vuoi regalare i poveri oggetti e gli stracci di una povera vecchia ai ricchi vicini sulla cui casa sporge questa finestra?” Ingannato da queste parole astute e prendendole per vere, temendo, per giunta, che tutto quello che finora aveva mandato giù e il resto che stava per gettare potesse andare a finire non più nelle braccia dei suoi compagni ma in casa d’altri, per sincerarsi della cosa, si sporse dalla finestra aguzzando ben bene lo sguardo all’intorno, ma soprattutto per valutare le ricchezze della casa vicina di cui la vecchia gli aveva parlato. Atto certamente coraggioso ma imprudente perché proprio mentre egli era penzoloni tutto intento a guardare altrove, quell’assassina, con una spinta da nulla ma improvvisa, lo fece precipitare giù a capofitto. A parte l’altezza rispettabile, egli andò a cadere proprio sopra un grosso macigno ch’era là sotto fracassandosi le costole. Patì poco però perché mentre ci stava raccontando come erano andate le cose, cominciò a vomitare sangue e spirò. Degno compagno di Lamaco noi gli demmo la stessa sepoltura.

Metamorfosi – Libro IV – Brano 13:

Testo originale:

Tunc orbitatis duplici plaga petiti iamque Thebanis conatibus abnuentes Plataeas proximan conscendimus civitatem. Ibi famam celebrem super quodam Demochare munus edituro gladiatorium deprehendimus. Nam vir et genere primarius et opibus plurimus et liberalitate praecipuus digno fortunae suae splendore publicas voluptates instruebat. Quis tantus ingenii, quis facundiae, qui singulas species apparatus multiiugi verbis idoneis posset explicare? Gladiatores isti famosae manus, venatores illi probatae pernicitatis, alibi noxii perdita securitate suis epulis bestiarum saginas instruentes; confixilis machinae sublicae, turres structae tabularum nexibus ad instar circumforaneae domus, florida pictura decora futurae venationis receptacula. Qui praeterea numerus, quae facies ferarum! Nam praecipuo studio foris etiam advexerat generosa illa damnatorum capitum funera. Sed praeter ceteram speciosi muneris supellectilem totis utcumque patrimonii viribus immanis ursae comparabat numerum copiosum. Nam praeter domesticis venationibus captas, praeter largis emptionibus partas, amicorum etiam donationibus variis certatim oblatas tutela sumptuosa sollicite nutriebat.

Traduzione:

Colpiti da questa duplice perdita la piantammo lì con Tebe e raggiungemmo la vicina Platea. Qui venimmo a sapere, per il gran parlare che se ne faceva, che un certo Democare stava allestendo uno spettacolo di gladiatori. Era un uomo tra i più ragguardevoli, fornito di molti mezzi e generoso per giunta, che organizzava quei pubblici divertimenti con una magnificenza pari alle sue possibilità. Difficile sarebbe trovare un uomo di ingegno, un oratore tanto abile da saper descrivere con parole adeguate tutti i particolari di quei preparativi: gladiatori dalla forza eccezionale, cacciatori dall’occhio infallibile, malfattori che non avevano più nulla da perdere, si preparavano con le loro carni a ingrassare le belve, macchine montate su telai fissi, torri di tavole snodabili a guisa di case mobili, vivaci pitture, palchi riccamente addobbati per assistere al previsto spettacolo venatorio. E che gran quantità di bestie feroci, di tutte le specie, perché Democare ce l’aveva messa tutta e s’era fatti venire dall’estero quei magnifici esemplari, vero sterminio di condannati a morte. Ma oltre a tutte queste attrazioni, che, peraltro, erano già costate un patrimonio, egli, spendendo quattrini a palate, s’era procurato un gran numero di gigantesche orse. senza contare quelle che aveva catturato egli stesso o che aveva comprato pagandole assai salate, si aggiungevano tutte le altre che gli amici, a gara, gli avevano regalato; ed egli le manteneva tutte queste bestie con ogni cura e a fior di quattrini.

Metamorfosi – Libro IV – Brano 14:

Testo originale:

Nec ille tam clarus tamque splendidus publicae voluptatis apparatus Invidiae noxios effugit oculos. Nam diutina captivitate fatigatae simul et aestiva flagrantia maceratae, pigra etiam sessione languidae, repentina correptae pestilentia paene ad nullum redivere numerum. Passim per plateas plurimas cerneres iacere semivivorum corporum ferina naufragia. Tunc vulgus ignobile, quos inculta pauperies sine dilectu ciborum tenuato ventri cogit sordentia supplementa et dapes gratuitas conquirere, passim iacentes epulas accurrunt. Tunc e re nata suptile consilium ego et iste Eubulus tale comminiscimur. Vnam, quae ceteris sarcina corporis praevalebat, quasi cibo parandam portamus ad nostrum receptaculum, eiusque probe nudatum carnibus corium servatis sollerter totis unguibus, ipso etiam bestiae capite adusque confinium cervicis solido relicto, tergus omne rasura studiosa tenuamus et minuto cinere perspersum soli siccandum tradimus. Ac dum caelestis vaporis flammis examurgatur, nos interdum pulpis eius valenter sanguinantes sic instanti militiae disponimus sacramentum, ut unus e numero nostro, non qui corporis adeo sed animi robore ceteris antistaret, atque si in primis voluntarius, pelle illa contectus ursae subiret effigiem domumque Democharis inlatus per opportuna noctis silentia nobis ianuae faciles praestaret aditus.

Traduzione:

Naturalmente tutto quel magnifico e grandioso apparato allestito per la gioia del pubblico non sfuggì agli occhi gelosi dell’Invidia. Tutte quelle bestie, infatti, indebolite dalla lunga cattività, estenuate dal caldo eccessivo dell’estate, infiacchite dalla mancanza di movimento, furono colpite da un’improvvisa pestilenza e morirono quasi tutte. Ce n’erano un po’ dappertutto, riverse qua e là nelle piazze, agonizzanti, simili a relitti di un naufragio. La plebe più miserabile che per la sua squallida povertà è costretta a non andar troppo per il sottile in fatto di cibo e, per riempirsi il ventre vuoto, a ricorrere a supplementi schifosi e a qualche razione gratis, si gettò di furia su quelle vivande già bell’e servite. Quella circostanza suggerì a me e al qui presente Babulo, un’idea geniale. Avevamo visto un’orsa di parecchio più grande delle altre, la prendemmo e facendo finta di volercela mangiare la portammo nel nostro nascondiglio. Qui la scuoiammo per benino lasciandole tutti gli artigli e la testa fino all’altezza del collo; poi raschiammo accuratamente la pelle dalla parte interna per assottigliarla e dopo averla cosparsa di cenere finissima la mettemmo a essiccare al sole. Nell’attesa che il calore del sole l’asciugasse, con la carne di quella bestia facemmo una gran mangiata e, in vista dell’imminente impresa, stringemmo il seguente patto, cioè, che uno di noi, non tanto il più forte, quanto il più coraggioso, purché si offrisse volontario, entrasse in quella pelle e assumendo l’aspetto di un’orsa penetrasse nel palazzo di Democare; poi approfittando del silenzio della notte, al momento opportuno, aprisse le porte e facesse entrare anche noi.

Metamorfosi – Libro IV – Brano 15:

Testo originale:

Nec paucos fortissimi collegii sollers species ad munus obeundum adrexerat. Quorum prae ceteris Thrasyleon factionis optione delectus ancipitis machinae subivit aleam, iamque habili corio et mollitie tractabili vultu sereno sese recondit. Tunc tenui sarcimine summas, oras eius adaequamus et iuncturae rimam, licet gracilem, setae circumfluentis densitate saepimus. Ad ipsum confinium gulae, qua cervix bestiae fuerat exsecta, Thrasyleonis caput subire cogimus, parvisque respiratui et obtutui circa nares et oculos datis foraminibus fortissimum socium nostrum prorsus bestiam factum inmittimus caveae modico praestinatae pretio, quam constanti vigore festinus inrepsit ipse. Ad hunc modum prioribus inchoatis sic ad reliqua fallaciae pergimus.

Traduzione:

L’impresa era affascinante e non pochi della nostra banda si fecero avanti. Ma fra tutti fu scelto, all’unanimità, Trasileone il quale accettò il rischio di una simile trappola a doppio taglio e, tranquillamente, si fece chiudere nella pelle che, divenuta morbida e pieghevole, gli si adattò perfettamente. Con una cucitura accurata accostammo gli orli della pelle e mascherammo la sutura, del resto quasi impercettibile, con il folto pelame che era ai lati. Poi infilammo, non senza difficoltà, il capo di Trasileone alla radice della gola nel punto dove era stata tagliata la testa della belva, praticammo dei piccoli fori accanto alle narici perché potesse respirare e, in corrispondenza degli occhi perché potesse vedere, infine, facemmo entrare il nostro coraggiosissimo compagno, ormai diventato una bestia perfetta, in una gabbia che ci eravamo procurata per pochi spiccioli, anzi fu lui stesso a saltarvi dentro con un balzo risoluto e disinvolto.

Metamorfosi – Libro IV – Brano 16:

Testo originale:

Sciscitati nomen cuiusdam Nicanoris, qui genere Thracio proditur ius amicitiae summum cum illo Demochare colebat, litteras adfingimus, ut venationis suae primitias bonus amicus videretur ornando muneri dedicasse. Iamque provecta vespera abusi praesidio tenebrarum Thrasyleonis caveam Demochari cum litteris illis adulterinis offerimus; qui miratus bestiae magnitudinem suique contubernalis opportuna liberalitate laetatus iubet nobis protinus gaudii sui ut ipse habebat gerulis decem aureos [ut ipse habebat] e suis loculis adnumerari. Tunc, ut novitas consuevit ad repentinas visiones animos hominum pellicere, multi numero mirabundi bestiam confluebant, quorum satis callenter curiosos aspectus Thrasyleon noster impetu minaci frequenter inhibebat; consonaque civium voce satis felix ac beatus Demochares ille saepe celebratus, quod post tantam cladem ferarum novo proventu quoquo modo fortunae resisteret, iubet novalibus suis confestim bestiam [iret iubet] summa cum diligentia reportari. Sed suscipiens ego:

Traduzione:

Dopo questi preliminari ecco come procedemmo per far scattare la nostra trappola. Eravamo venuti a sapere che un certo Nicanore, di origine tracia, era legato a Democare da profondi vincoli di amicizia. Così scrivemmo una lettera nella quale fingemmo che quell’amico inviava un esemplare di una sua battuta di caccia per concorrere alla splendida riuscita dei giuochi. Così a sera inoltrata ci recammo da Democare con la gabbia nella quale c’era Trasileone e con la falsa lettera. Quello stupito della grande mole della bestia e tutto contento di quel dono così generoso e così opportuno dell’amico, ordinò che all’istante ci fossero contati dai suoi forzieri, dieci monete d’oro per ciascuno, portatori come eravamo di tanta gioia. Succede sempre che la gente, ad ogni novità, si precipita per vedere; così intorno a quella belva, si radunò subito una gran folla d’ammiratori che il nostro Trasileone, astutamente immedesimandosi nella parte, teneva a bada con grandi salti minacciosi, per cui tutti non facevano altro che complimentarsi della gran fortuna di Democare che dopo aver perduto tante bestie poteva in qualche modo rifarsi della disgrazia con questo nuovo arrivo. Frattanto egli ordinò che la belva fosse subito portata, con ogni precauzione nei suoi allevamenti. Ma allora dovetti farmi avanti io.

Metamorfosi – Libro IV – Brano 17:

Testo originale:

“Caveas,” inquam “domine, fraglantia solis et itineris spatio fatigatam coetui multarum et, ut audio, non recte valentium committere ferarum. Quin potius domus tuae patulum ac perflabilem locum immo et lacu aliquoi conterminum refrigerantemque prospicis? An ignoras hoc genus bestiae lucos consitos et specus roridos et fontes amoenos semper incubare?” Talibus monitis Demochares perterritus numerumque perditarum secum recenses non difficulter adsensus ut ex arbitrio nostro caveam locaremus facile permisit. “Sed et nos” inquam “ipsi parati sumus hic ibidem pro cavea ista excubare noctes, ut aestus et vexationis incommodo bestiae fatigatae et cibum tempestivum et potum solitum accuratius offeramus.” “Nihil indigemus labore isto vestro,” respondit ille “iam paene tota familia per diutinam consuetudinem nutriendis ursis exercitata est.”

Traduzione:

“Signore, per carità, questa bestia è stremata dal gran caldo e dal lungo viaggio; non metterla insieme con le altre, tanto più che sono parecchie, come ho sentito dire, e non godono buona salute. Perché non le trovi un posticino qui, a casa tua, spazioso e ben arieggiato magari vicino a uno specchio d’acqua, che le dia un pò di refrigerio. Lo sai, no, che queste bestie vivono nei boschi fitti, in caverne umide e vicino a limpide sorgenti.” A queste considerazioni Democare rimase colpito e ripensando fra sé al gran numero di bestie perdute non fece obiezione alcuna, anzi ci autorizzò subito a mettere la gabbia dove volevamo. “Anzi,” ripresi “noi siamo anche disposti a dormire qui, questa notte, accanto alla gabbia; la bestia è troppo malandata per il caldo e per il viaggio e così possiamo darle noi cibo e acqua al momento giusto e con ogni premura.” “Non c’è bisogno che vi prendiate questo disturbo,” ci rispose. “Quasi tutta la mia gente ha una lunga pratica ormai e sa benissimo come governare gli orsi.”

Metamorfosi – Libro IV – Brano 18:

Testo originale:

Post haec valefacto discessimus et portam civitatis egressi monumentum quoddam conspicamur procul a via remoto et abdito loco positum. Ibi capulos carie et vetustate semitectos, quis inhabitabant puluerei et iam cinerosi mortui, passim ad futurae praedae receptacula reseramus, et ex disciplina sectae servato noctis inlunio tempore, quo somnus obvius impetu primo corda mortalium validius invadit ac premit, cohortem nostram gladiis armatam ante ipsas fores Democharis velut expilationis vadimonium sistimus. Nec setius Thrasyleon examussim capto noctis latrocinali momento prorepit cavea statimque custodes, qui propter sopiti quiescebant, omnes ad unum mox etiam ianitorem ipsum gladio conficit, clavique subtracta fores ianuae repandit nobisque prompte convolantibus et domus alveo receptis demonstrat horreum, ubi vespera sagaciter argentum copiosum recondi viderat. Quo protinus perfracto confertae manus violentia, iubeo singulos commilitonum asportare quantum quisque poterat auri vel agenti et in illis aedibus fidelissimorum mortuorum occultare propere rursumque concito gradu recurrentis sarcinas iterare; quod enim ex usu foret omnium, me solum resistentem pro domus limine cuncta rerum exploraturum sollicite, dum redirent. Nam et facies ursae mediis aedibus discurrentis ad proterrendos, siqui de familia forte evigilassent, videbatur opportuna. Quis enim, quamvis fortis et intrepidus, immani forma tantae bestiae noctu praesertim visitata non se ad fugam statim concitaret, non obdito cellae pessulo pavens et trepidus sese cohiberet?

Traduzione:

Dopo di che gli augurammo la buona notte e ce ne andammo. Usciti di città scorgemmo in un luogo appartato e fuori mano, un sepolcreto, dove trovammo molte casse da morto ormai corrose e sconquassate dal tempo con i cadaveri già polvere e cenere, ne aprimmo alcune pensando di nascondervi il futuro bottino. Poi con il solito sistema della nostra banda, attendemmo che la luna tramontasse, cioè quando il primo sonno diventa irresistibile e assale e afferra più forte i sensi degli uomini, e ci appostammo tutti al completo con le spade in pugno davanti alle porte di Democare, puntuali come se fossimo stati citati in giudizio. Dal canto suo Trasileone, colto il momento più propizio della notte, per dare il via al colpo, uscì dalla gabbia e in un attimo passò a fil di spada, uno dopo l’altro, i guardiani che dormivano lì accanto; lo stesso fece col portinaio e, sfilatagli la chiave, corse ad aprirci le porte. Noi ci precipitammo dentro e, in un baleno, ci radunammo al centro della casa. Allora egli ci indicò il magazzino nel quale la sera prima aveva visto accortamente nascondere una gran quantità di argenteria. In un attimo, facendo forza tutti insieme, scardinammo le porte e io ordinai a ciascuno dei miei compagni di arraffare quanto più oro e argento potevano e di andarlo a nascondere in quelle casse dei morti, di cui ci si poteva fidare, e, di volata, poi, ritornare per raccogliere altro bottino. Io solo nell’interesse di tutti, sarei rimasto a vigilare davanti alla porta finché non fossero ritornati. Del resto la stessa presenza di un’orsa che scorazzava libera per la casa mi pareva sufficiente a spaventare quei servi che, eventualmente, si fossero svegliati. Chi, infatti, per quanto forte e coraggioso, vedendosi davanti una simile bestiaccia, di notte per giunta, non se la sarebbe data a gambe, non avrebbe cercato scampo in camera sua, spaventatissimo, sprangandosi dentro?

Metamorfosi – Libro IV – Brano 19:

Testo originale:

His omnibus salubri consilio recte dispositis occurrit scaevus eventus. Namque dum reduces socios nostros suspensus opperior, quidam servulus strepitu scilicet vel certe divinitus inquietus proserpit leniter visaque bestia, quae libere discurrens totis aedibus commeabat, premens obnixum silentium vestigium suum replicat et utcumque cunctis in domo visa pronuntiat. Nec mora, cum numerosae familiae frequentia domus tota completur. Taedis lucernis cereis sebaciis et ceteris nocturni luminis instrumentis clarescunt tenebrae. Nec inermis quisquam de tanta copia processit, sed singuli fustibus lanceis destrictis denique gladiis armati muniunt aditus. Nec secum canes etiam venaticos auritos illos et horricomes ad comprimendam bestiam cohortantur.

Traduzione:

Avevamo, dunque, organizzata ogni cosa a puntino e prese tutte le precauzioni, quando capitò un maledetto contrattempo. Infatti, mentre aspettavo ansioso il ritorno dei compagni, un servitorello, reso inquieto per il rumore o chissà ispirato da qualche dio, si avanzò quatto quatto e vista la fiera che andava liberamente su e già per tutte le stanze, tornò adagio sui suoi passi e riferì a tutti quelli di casa ciò che aveva visto. In un attimo tutta la casa si riempì di servi: fiaccole, lucerne, candele di cera e di sego, ogni altro oggetto buono a far luce rischiarì le tenebre; di tutta quella gente nessuno era senza un’arma, chi con un bastone, chi con una lancia, chi con la spada in pugno, tutti corsero a bloccare le uscite. Come se non bastasse sciolsero anche i cani da caccia per avventarli contro l’orsa, quelli con le orecchie a punta e il pelo ritto.

Metamorfosi – Libro IV – Brano 20:

Testo originale:

Tunc ego sensim gliscente adhuc illo tumultu retrogradi fuga domo facesso, sed plane Thrasyleonem mire canibus repugnantem latens pone ianuam ipse prospicio. Quamquam enim vitae metas ultimas obiret, non tamen sui nostrique vel pristinae virtutis oblitus iam faucibus ipsis hiantis Cerberi reluctabat. Scaenam denique quam sponte sumpserat cum anima retinens, nunc fugiens, nunc resistens variis corporis sui schemis ac motibus tandem domo prolapsus est. Nec tamen, quamvis publica potitus libertate, salutem fuga quaerere potuit. Quippe cuncti canes de proximo angiportu satis feri satisque copiosi venaticis illis, qui commodum domo similiter insequentes processerant, se commiscent agminatim. Miserum funestumque spectamen aspexi, Thrasyleonem nostrum catervis canum saevientium cinctum atque obsessum multisque numero morsibus laniatum. Denique tanti doloris impatiens populi circumfluentis turbelis immisceor et, in quo solo poteram celatum auxilium bono ferre commilitoni, sic indaginis principes dehortabar: “O grande” inquam “et extremum flagitium, magnam et vere pretiosam perdimus bestiam.”

Traduzione:

Allora io, vedendo la tempesta che si addensava feci dietro front e me la svignai da quella casa non prima però di aver lanciato uno sguardo, dalla soglia della porta dove m’ero acquattato, a Trasileone che, intanto, aveva iniziato contro i cani una bellissima resistenza. Benché sapesse che era giunta ormai l’ultima sua ora, non dimenticando chi era, chi eravamo noi e il suo coraggio di sempre, egli non si arrese dinanzi alle fauci già aperte di Cerbero. Sostenendo, infatti, fino all’ultimo, la parte che s’era volontariamente assunto, ora arretrava, ora attaccava, finché con finte e aggiramenti non riuscì a scivolar fuori di quella casa. Purtroppo, benché fosse all’aperto e avesse via libera, non riuscì a fuggire e a salvarsi: tutti i cani del quartiere, che erano tanti e feroci, si unirono in un’unica muta ai segugi che erano usciti dalla casa all’inseguimento. Che orribile e funesto spettacolo vedere il nostro Trasileone circondato e assalito da una muta di cani inferociti e dilaniato da mille morsi. Io non riuscii a sopportare la vista di tanto strazio e così mi confusi tra la gente che correva da tutte le parti e nel tentativo di soccorrere il buon camerata nell’unico modo che potevo senza scoprirmi cominciai a dissuadere i battitori di quella caccia all’orso: ‘È un vero peccato,” gridavo, “è un delitto perdere una così gran bella bestia che deve valere un tesoro.”

Metamorfosi – Libro IV – Brano 21:

Testo originale:

Nec tamen nostri sermonis artes infelicissimo profuerunt iuveni; quippe quidam procurrens e domo procerus et validus incunctanter lanceam mediis iniecit ursae praecordiis nec secus alius et ecce plurimi, iam timore discusso, certatim gladios etiam de proximo congerunt. Enimuero Thrasyleon egregium decus nostrae factionis tandem immortalitate digno illo spiritu expugnato magis quam patientia neque clamore ac ne ululatu quidem fidem sacramenti prodidit, sed iam morsibus laceratus ferroque laniatus obnixo mugitu et ferino fremitu praesentem casum generoso vigore tolerans gloriam sibi reservavit, vitam fato reddidit. Tanto tamen terrore tantaque formidine coetum illum turbaverat, ut usque diluculum immo et in multum diem nemo quisquam fuerit ausus quamvis iacentem bestiam vel digito contigere, nisi tandem pigre ac timide quidam lanius paulo fidentior utero bestiae resecto ursae magnificum despoliavit latronem. Sic etiam Thrasyleon nobis perivit, sed a gloria non peribit. Confestim itaque constrictis sarcinis illis, quas nobis servaverant fideles mortui, Plataeae terminos concito gradu deserentes istud apud nostros animos identidem reputabamus merito nullam fidem in vita nostra reperiri, quod ad manis iam et mortuos odio perfidiae nostrae demigrarit. Sic onere vecturae simul et asperitate viae toti fatigati tribus comitum desideratis istas quas videtis praedas adveximus.”

Traduzione:

Ma il trucco non funzionò e a quel povero diavolo non portò alcun bene perché nel frattempo un omaccione grande e grosso, sbucando da una casa, s’avventì contro l’orsa e gli conficcò la lancia nel petto. Dopo di lui un altro fece altrettanto e poi altri ancora gli si fecero sotto quasi a gara a colpirlo con la spada. E così Trasileone, veramente gloria e vanto della nostra banda, degno dell’immortalità invece che di tanto strazio, alla fine fu sopraffatto; ma non un grido, non un gemito tradirono la fede giurata: per quanto egli fosse ormai tutto dilaniato dai morsi e trafitto dai colpi continuò a fare la belva muggendo e ringhiando e sopportando con una forza d’animo nobilissima la sua sventura, finché non rese la vita al fato riservando per sé gloria immortale. Eppure fu tanta l’impressione, tanta la paura che egli aveva messo in quella folla che fino al sorgere del sole, anzi fino a giorno alto, nessuno osò toccare la belva neanche con un dito sebbene giacesse morta là a terra. Fu un macellaio, prima con molta titubanza, via via con più coraggio, a sventrare la bestia e a mettere allo scoperto l’eroico brigante. Così anche Trasileone ci morì ma la sua gloria non morirà. In fretta e furia raccogliemmo i bagagli che i fedeli morti ci avevano custodito e di gran carriera ci lasciammo alle spalle il territorio di Platea, giustamente pensando in cuor nostro che se la lealtà non è più di questo mondo, vuol dire che essa, in odio alla nostra perfidia, se n’è andata a stare fra i Mani e coi morti. E così, eccoci qua, stanchi morti per il peso del carico e per la strada pessima, con tre compagni di meno, e questa, come vedete, è la roba che abbiamo portato.”

Metamorfosi – Libro IV – Brano 22:

Testo originale:

Post istum sermonis terminum poculis aureis memoriae defunctorum commilitonum vino mero libant, dehinc canticis quibusdam Marti deo blanditi paululum conquiescunt. Enim nobis anus illa recens ordeum adfatim et sine ulla mensura largita est, ut equus quidem meus tanta copia solus potitus saliares se cenas cenare crederet. Ego vero, numquam alias hordeum crudum sed tunsum minutatim et diutina coquitatione iurulentum semper solitus esse, [rim] rimatus angulum, quo panes reliquiae totius multitudinis congestae fuerant, fauces diutina fame saucias et araneantes valenter exerceo. Et ecce nocte promota latrones expergiti castra commovent instructique varie, partim gladiis armati, partim in Lemures reformati, concito se gradu proripiunt. Nec me tamen instanter fortiter manducantem vel somnus imminens impedire potuit. Et quamquam prius, cum essem Lucius, unico vel secundo pane contentus mensa decederem, tunc ventri tam profundo serviens iam ferme tertium qualum rumigabam. Huic me operi attonitum clara lux oppressit.

Traduzione:

Quando smisero di raccontare brindarono con vino schietto in calici d’oro alla memoria dei compagni caduti, cantarono per un pò qualche strofetta in onore di Marte, poi se ne andarono a riposare. A noi invece la vecchia di cui ho detto prima, somministrò orzo fresco in grande abbondanza e per il mio cavallo, l’unico che potesse godersela in tanto scialo, fu proprio come trovarsi a un banchetto dei Salii. Io invece che non avevo mai mangiato orzo se non ben brillato e cotto a puntino, adocchiai un angolino dove erano stati raccolti i pani avanzati da tutta la compagnia e mi misi alacremente a lavorar di ganasce che per il lungo digiuno s’erano anchilosate e avevan fatto la muffa. A notte inoltrata i banditi si destarono e, variamente equipaggiati, levarono il campo, alcuni armati di spade, altri travestiti da fantasmi e scomparvero a passi veloci. Quanto a me, sebbene morissi dal sonno, continuai a mangiare imperturbabile e di buona lena. E pensare che quand’ero Lucio mi bastavano sì e no un paio di pani per alzarmi già sazio da tavola mentre ora, per riempire un ventre così vasto, m’ero già attaccato alla terza cesta. Così la luce del giorno mi colse di sorpresa ancora tutto intento in quest’opera.

Metamorfosi – Libro IV – Brano 23:

Testo originale:

Tandem itaque asinali verecundia ductus, aegerrime tamen digrediens rivulo proximo sitim lenio. Nec mora, cum latrones ultra modum anxii atque solliciti remeant, nullam quidem prorsus sarcinam vel omnino licet vilem laciniam ferentes, sed tantum gladiis totis totis manibus immo factionis suae cunctis viribus munitam unicam virginem filo liberalem et, ut matronatus eius indicabat, summatem regionis, puellam mehercules et asino tali concupiscendam, maerentem et crines cum veste sua lacerantem advehebant. Eam simul intra speluncam ducunt verbisque quae dolebat minora facientes sic adloquuntur: “Tu quidem salutis et pudicitiae secura brevem patientiam nostro compendio tribue, quos ad istam sectam paupertatis necessitas adegit. Parentes autem tui de tanto suarum divitiarum cumulo, quamquam satis cupidi, tamen sine mora parabunt scilicet idoneam sui sanguinis redemptionem.”

Traduzione:

Ebbi un pò di vergogna, vergogna asinina s’intende, e così, benché a malincuore, mi staccai di là e andai a dissetarmi in un vicino ruscello. Poco dopo rientrarono i briganti, tutti trafelati e nervosi: erano tornati a mani vuote senza neanche un misero mantello. Spade in pugno, ranghi serrati, banda al completo, si tiravano dietro, però, una fanciulla dai lineamenti delicati che doveva appartenere a una delle famiglie più nobili della regione, come indicava il suo aspetto signorile, una fanciulla perbacco che faceva voglia anche a un asino pari mio, e che piangeva e che per la disperazione si strappava i capelli e si lacerava le vesti. La fecero entrare nella caverna e con queste parole cercarono di calmarla: “Sta sicura, la tua vita e il tuo onore qui non corrono alcun pericolo; soltanto devi portare un po’ di pazienza e darci una mano in un nostro affaretto, perché è la povertà che ci spinge a far questo. I tuoi genitori, con tutti quei quattrini che hanno, per quanto taccagni, di certo saranno disposti a pagare un adeguato riscatto, trattandosi del loro stesso sangue.”

Metamorfosi – Libro IV – Brano 24:

Testo originale:

His et his similibus blateratis necquicquam dolor sedatur puellae. Quidni? quae inter genua sua deposito capite sine modo flebat. At illi intro vocatae anui praecipiunt adsidens eam blando quantum posset solaretur alloquio, seque ad sectae sueta conferunt. Nec tamen puella quivit ullis aniculae sermonibus ab inceptis fletibus avocari, sed altius eiulans sese et assiduis singultibus illa quatiens mihi etiam lacrimas excussit. Ac sic: “A ego” inquit “misera tali domo tanta familia tam caris vernulis tam sanctis parentibus desolata et infelicis rapinae praeda et mancipium effecta inque isto saxeo carcere et carnificinae laniena serviliter clausa et omnibus deliciis, quis innata atque innutrita sum, privata sub incerta salutis spe et carnificinae laniena inter tot ac tales latrones et horrendum gladiatorum populum vel fletum desinere vel omnino vivere potero? Lamentata sic et animi dolore et faucium tendore et corporis lassitudine iam fatigata marcentes oculos demisit ad soporem.

Traduzione:

Ma la fanciulla non si calmò a queste parole né ad altre simili che le vennero dette. Come poteva in effetti? Se ne stava con la testa fra le ginocchia e piangeva dirottamente. Quelli allora chiamarono la vecchia e le ordinarono di sederle accanto e di dirle parole gentili, per quanto potesse; poi se ne andarono per i loro soliti affari. Ma nemmeno alle parole della vecchia la fanciulla smise di piangere, anzi cominciò a lamentarsi ancora più forte e con certi singhiozzi che la scuotevano tutta e che strapparono le lacrime perfino a me: “Oh, povera me” diceva “privata di una casa come la mia, di tutti i miei servi, di tutti i miei affezionati domestici, dei miei amati genitori, vittima di un infame rapimento, diventata merce di scambio, chiusa come una schiava in questa prigione fra le rocce, senza più nessuno di quegli agi in cui sono nata e cresciuta, con la vita in forse, in questo antro di carnefici, fra tutti questi briganti, in mezzo a una simile razza di assassini. Come faccio a non piangere, come faccio a vivere?” Così si lamentava, finché sfinita dall’angoscia, la gola gonfia, le membra stremate, non chiuse gli occhi stanchi al sonno.

Metamorfosi – Libro IV – Brano 25:

Testo originale:

At commodum coniverat nec diu, cum repente lymphatico ritu somno recussa longe longeque vehementius adflictare sese et pectus etiam palmis infestis tundere et faciem illam luculentam verberare incipit et aniculae, quamquam instantissime causas novi et instaurati maeroris requirenti, sic adsuspirans altius infit: “Em nunc certe nunc maxime funditus perii, nunc spei salutiferae renuntiavi. Laqueus aut gladius aut certe praecipitium procul dubio capessendum est. Ad haec anus iratior dicere eam saeviore iam vultu iubebat quid, malum, fleret vel quid repente postliminio pressae quietis lamentationes licentiosas refricaret. “Nimirum” inquit “tanto compendio tuae redemptionis defraudare iuvenes meos destinas? Quod si pergis ulterius, iam faxo lacrimis istis, quas parvi pendere latrones consuerunt, insuper habitis viva exurare.”

Traduzione:

Aveva appena socchiuse le palpebre che improvvisamente si riscosse come una pazza e ricominciò a smaniare più di prima, a battersi il petto e a straziarsi con le mani il bel viso. “Ora sì che è finita per me, ora sì che non c’è più speranza” diceva tra i sospiri mentre la vecchia le chiedeva il perché di quel rinnovato dolore. “Non mi resta che appendermi a una corda o trapassarmi con una spada o precipitarmi in un burrone.” A queste parole la vecchia perse la pazienza e con un’espressione dura pretese che le dicesse il perché di quel pianto improvviso, di quell’insopportabile lagna, dopo che finalmente era riuscita a prendere sonno: “Non vorrai mica impedire che i miei ragazzi guadagnino un po’ di soldi col tuo riscatto? Bada che se la fai tanto lunga con tutte queste lacrime che, sta sicura, non impressionano mica dei briganti, io ti farò bruciare viva.”

Metamorfosi – Libro IV – Brano 26:

Testo originale:

Tali puella sermone deterrita manusque eius exosculata: “Parce,” inquit “mi parens, et durissimo casui meo pietatis humanae memor subsiste paululum. Nec enim, ut reor, aevo longiore maturae tibi in ista sancta canitie miseratio prorsus exarvit. Specta denique scaenam meae calamitatis. Speciosus adulescens inter suos principalis, quem filium publicum omnis sibi civitas cooptavit, meus alioquin consobrinus, tantulo triennio maior in aetate, qui mecum primis ab annis nutritus et adultus individuo contubernio domusculae immo vero cubiculi torique sanctae caritatis adfectione mutua mihi pigneratus votisque nuptialibus pacto iugali pridem destinatus, consensu parentum tabulis etiam maritus nuncupatus, ad nuptias officio frequenti cognatorum et adfinium stipatus templis et aedibus publicis victimas immolabat; domus tota lauris obsita taedis lucida constrepebat hymenaeum; tunc me gremio suo mater infelix tolerans mundo nuptiali decenter ornabat mellitisque saviis crebiter ingestis iam spem futuram liberorum votis anxiis propagabat, cum irruptionis subitae gladiatorum fit impetus ad belli faciem saeviens, nudis et infestis mucronibus coruscans: non caedi non rapinae manus adferunt, sed denso conglobatoque cuneo cubiculum nostrum invadunt protinus. Nec ullo de familiaribus nostris repugnante ac ne tantillum quidem resistente misera formidine exanimem, saevo pavore trepidam, de medio matris gremio rapuere. Sic ad instar Attidis vel Protesilai dispectae disturbataeque nuptiae.

Traduzione:

Atterrita da questo discorso la fanciulla prese a baciarle le mani e a implorare: “Perdonami, madre mia, perdonami, ma abbi un pò di compassione per la mia infelicissima sorte. Io lo so, ne sono sicura che l’età ormai avanzata, questa tua veneranda canizie non ha inaridito in te il sentimento della pietà. Considera un pò che sventura è la mia: un bel giovane il più in vista fra tutti quelli della sua condizione, che tutta la città aveva riconosciuto come suo figliuolo, per giunta mio cugino, si era legato a me con un sentimento d’amore purissimo, che io ricambiavo. Aveva soltanto tre anni più di me, eravamo cresciuti insieme fin dall’infanzia, compagno inseparabile della mia camera e del mio letto. Da tempo eravamo fidanzati, anzi, con il consenso dei genitori e dai documenti ufficiali egli poteva già considerarsi mio sposo. In vista delle nozze, tra uno stuolo numeroso di parenti e di amici egli già faceva sacrifici propiziatori nei templi e nei santuari; la mia casa era tutta adorna di lauri e risplendeva di luci e risuonava di canti nuziali; la mia povera madre, tenendomi sulle ginocchia, già mi faceva bella nell’abito nuziale e mi copriva di teneri baci, trepidante, facendo voti e sperando in cuor suo nella prole futura. Proprio in quel momento all’improvviso, irruppero i briganti, tutti con le spade sguainate che mandavano lampi, come in una violenta scena di guerra. Non erano venuti per uccidere né per saccheggiare, ma in schiera serrata entrarono direttamente nella nostra stanza. Nessuno dei servi tentò di ricacciarli, tanto meno di resistere, ed io, infelice, morta di paura e tutta tremante fui strappata dalle braccia materne. Così le mie nozze furono tragicamente interrotte e sconvolte, come quelle di Attide e di Protesilao.

Brano 27:

Testo originale:

Sed ecce saevissimo somnio mihi nunc etiam redintegratur immo vero cumulatur infortunium meum; nam visa sum mihi de domo de thalamo de cubiculo de toro denique ipso violenter extracta per solitudines avias infortunatissimi mariti nomen invocare, eumque, ut primum meis amplexibus viduatus est, adhuc ungentis madidum coronis floridum consequi vestigio me pedibus fugientem alienis. Vtque clamore percito formonsae raptum uxoris conquerens populi testatur auxilium, quidam de latronibus importunae persecutionis indignatione permotus saxo grandi pro pedibus adrepto misellum iuvenem maritum meum percussum interemit. Talis aspectus atrocitate perterrita somno funesto pavens excussa sum.” Tunc fletibus eius adsuspirans anus sic incipit: “Bono animo esto, mi erilis, nec vanis somniorum figmentis terreare. Nam praeter quod diurnae quietis imagines falsae perhibentur, tunc etiam nocturnae visiones contrarios eventus nonnumquam pronuntiant. Denique flere et vapulare et nonnumquam iugulari lucrosum prosperumque proventum nuntiant, contra ridere et mellitis dulciolis ventrem saginare vel in voluptatem veneriam convenire tristitie animi languore corporis damnisque ceteris vexatum iri praedicabunt. Sed ego te narrationibus lepidis anilibusque fabulis protinus avocabo”, et incipit:

Traduzione:

Ed ora l’orribile sogno che ho fatto ha rinnovato la mia sventura, anzi l’ha raddoppiata. Mi sembrava di essere stata strappata di forza dalla mia casa, dalla mia camera, dal mio stesso letto e trascinata per strade deserte. Invocavo per nome il mio infelicissimo sposo e lui, privato dei miei amplessi, ancora tutto profumato d’unguenti com’era e cinto di corone, cercava di raggiungermi, ed io che gli fuggivo davanti portata da piedi non miei. E siccome lui gridava che gli rapivano la bella sposa e chiamava in suo soccorso il popolo, uno dei briganti irritato da quel molesto inseguimento raccolse una grossa pietra che si trovò fra i piedi e con quella colpì il mio povero e giovane marito uccidendolo. Tale fu l’orrore di questa terribile scena che piena di paura io mi riscossi da quel sonno funesto. Ai pianti della fanciulla si aggiunsero allora i sospiri della vecchia: “Suvvia, padroncina, fatti coraggio” le diceva “non lasciarti spaventare da queste false visioni notturne, perché non solo i sogni del mattino risultano falsi ma anche quelli che si fanno a notte alta non corrispondono per niente a quello che poi accade realmente. Pensa un pò che sognare di piangere, di venir malmenati o addirittura di morire ammazzati vuol dire che guadagnerai un sacco di soldi e che, vice versa, sognare di ridere, di riempirsi la pancia di dolci o di fare all’amore significa che avrai dispiaceri, malattie e guai. Ma ora è meglio straviarti: ti racconterò una bella storia, una di quelle favole che sanno le vecchie.” E cominciò:

Metamorfosi – Libro IV

Brano 28:

Testo originale:

Erant in quadam civitate rex et regina. Hi tres numero filias forma conspicuas habuere, sed maiores quidem natu, quamvis gratissima specie, idonee tamen celebrari posse laudibus humanis credebantur, at vero puellae iunioris tam praecipua tam praeclara pulchritudo nec exprimi ac ne sufficienter quidem laudari sermonis humani penuria poterat. Multi denique civium et advenae copiosi, quos eximii spectaculi rumor studiosa celebritate congregabat, inaccessae formonsitatis admiratione stupidi et admoventes oribus suis dexteram primore digito in erectum pollicem residente ut ipsam prorsus deam Venerem religiosis adorationibus. Iamque proximas civitates et attiguas regiones fama pervaserat deam quam caerulum profundum pelagi peperit et ros spumantium fluctuum educavit iam numinis sui passim tributa venia in mediis conversari populi coetibus, vel certe rursum novo caelestium stillarum germine non maria sed terras Venerem aliam virginali flore praeditam pullulasse.

Traduzione:

Un tempo, in una città, vivevano un re e una regina che avevano tre bellissime figlie, le due più grandi, per quanto molto belle, potevano essere degnamente celebrate con lodi umane, ma la bellezza della più giovane era così straordinaria e così incomparabile che qualsiasi parola umana si rivelava insufficiente a descriverla e tanto meno a esaltarla. Insomma sia quelli della città che i forestieri, attratti in gran numero dalla fama di tanto prodigio, restavano attoniti dinanzi a un simile miracolo di bellezza: portavano la mano destra alle labbra, accostavano l’indice al pollice e la adoravano con religioso rispetto come se fosse stata Venere in persona. Anzi nelle vicine città e nelle terre confinanti si era sparsa la voce che la dea nata dai profondi abissi del mare e allevata dalla spuma dei flutti, volendo elargire la grazia della sua divina presenza, era discesa fra gli uomini o anche che da un nuovo seme di stille celesti non il mare ma la terra aveva sbocciato un’altra Venere, anch’essa bellissima, nella sua grazia virginale.

Metamorfosi – Libro IV

Brano 29:

Testo originale:

Sic immensum procedit in dies opinio, sic insulas iam proxumas et terrae plusculum provinciasque plurimas fama porrecta pervagatur. Iam multi mortalium longis itineribus atque altissimis maris meatibus ad saeculi specimen gloriosum confluebant. Paphon nemo Cnidon nemo ac ne ipsa quidem Cythera ad conspectum deae Veneris navigabant; sacra differuntur, templa deformantur, pulvinaria proteruntur, caerimoniae negleguntur; incoronata simulacra et arae viduae frigido cinere foedatae. Puellae supplicatur et in humanis vultibus deae tantae numina placantur, et in matutino progressu virginis, victimis et epulis Veneris absentis nomen propitiatur, iamque per plateas commeantem populi frequentes floribus sertis et solutis adprecantur. Haec honorum caelestium ad puellae mortalis cultum inmodica translatio verae Veneris vehementer incendit animos, et impatiens indignationis capite quassanti fremens altius sic secum disserit:

Traduzione:

Di giorno in giorno una simile credenza si rafforzava sempre più e la voce cominciò a diffondersi nelle isole vicine e poi più lontano in molte regioni del continente. Folle di pellegrini sempre più numerose facevano lunghi viaggi, attraversavano mari profondi per vedere quella straordinaria meraviglia del secolo. Nessuno andava più a Pafo o a Cnido o a Citera per visitare i santuari di Venere; alla dea non si facevano più sacrifici, i suoi templi erano lasciati nell’abbandono, i suoi sacri cuscini calpestati, le cerimonie trascurate, le sue statue restavano disadorne, vuoti i suoi altari e ingombri di cenere spenta. Alla fanciulla si innalzavano preghiere, e si placava il nume di una dea potente come Venere adorando un volto umano. Al mattino, quando la vergine usciva, a lei si apprestavano vittime e banchetti invocando il nome di Venere assente e, quando passava per via, il popolo le si affollava supplice intorno con fiori e ghirlande. Questo eccessivo tributo di onori divini a una fanciulla mortale suscitò lo sdegno violento della Venere vera che, scuotendo fieramente il capo e malcelando la collera, così cominciò a ragionare:

Metamorfosi – Libro IV

Brano 30:

Testo originale:

“En rerum naturae prisca parens, en elementorum origo initialis, en orbis totius alma Venus, quae cum mortali puella partiario maiestatis honore tractor et nomen meum caelo conditum terrenis sordibus profanatur! Nimirum communi numinis piamento vicariae venerationis incertum sustinebo et imaginem meam circumferet puella moritura. Frustra me pastor ille, cuius iustitiam fidemque magnus comprobavit luppiter, ob eximiam speciem tantis praetulit deabus. Sed non adeo gaudens ista, quaecumque est, meos honores usurpabit: iam faxo eam huius etiam ipsius inlicitae formonsitatis paeniteat”. Et vocat confestim puerum suum pinnatum illum et satis temerarium, qui malis suis moribus contempta disciplina publica, flammis et sagittis armatus, per alienas domos nocte discurrens et omnium matrimonia corrumpens impune committit tanta flagitia et nihil prorsus boni facit. Hunc, quanquam genuina licentia procacem, verbis quoque insuper stimulat et perducit ad illam civitatem et Psychen – hoc enim nomine puella nuncupabatur – coram ostendit et tota illa perlata de formonsitatis aemulatione fabula gemens ac fremens indignatione:

Traduzione:

“Ecco che io, l’antica madre della natura, l’origine prima degli elementi, la Venere che dà vita all’intero universo, sono ridotta a dividere con una fanciulla mortale gli onori dovuti alla mia maestà e a veder profanato dalle miserie terrene il mio nome celebrato nei cieli. Nessuna meraviglia, allora, se durante i riti espiatori dovrò sopportare un culto equivoco, diviso a metà e se una fanciulla che non potrà sfuggire alla morte ostenterà le mie sembianze. A nulla è valso allora che quel pastore la cui giustizia e lealtà fu dallo stesso Giove riconosciuta, per la straordinaria bellezza prescelse me fra dee tanto più illustri. Ma non se li godrà a lungo costei, chiunque sia, gli onori che mi usurpa: la farò pentire io della sua bellezza che non le spetta.” “E lì per lì chiamò il suo alato figliuolo, quel cattivo soggetto che, infischiandosene della pubblica morale, ha la pessima abitudine di andarsene in giro armato di torce e di frecce, di entrare di notte nelle case della gente e profanare i letti nuziali insomma di provocare impunemente un sacco di guai, senza far mai nulla di buono. E sebbene fosse un briccone e sfacciato per natura, lei questa volta con le sue parole lo incoraggiò e lo aizzò, lo condusse fino a quella città, gli indicò Psiche – così si chiamava la fanciulla – e gli raccontò gemendo e fremendo d’indignazione tutta la storia della bellezza contesa.

Metamorfosi – Libro IV

Brano 31:

Testo originale:

“Per ego te” inquit “maternae caritatis foedere deprecor per tuae sagittae dulcia vulnera per flammae istius mellitas uredines vindictam tuae parenti sed plenam tribue et in pulchritudinem contumacem severiter vindica idque unum et pro omnibus unicum volens effice: virgo ista amore fraglantissimo teneatur hominis extremi, quem et dignitatis et patrimonii simul et incolumitatis ipsius Fortuna damnavit, tamque infimi ut per totum orbem non inveniat miseriae suae comparem.” Sic effata et osculis hiantibus filium diu ac pressule saviata proximas oras reflui litoris petit, plantisque roseis vibrantium fluctuum summo rore calcato ecce iam profundi maris sudo resedit vertice, et ipsum quod incipit velle, set statim, quasi pridem praeceperit, non moratur marinum obsequium: adsunt Nerei filiae chorum canentes et Portunus caerulis barbis hispidus et gravis piscoso sinu Salacia et auriga parvulus delphinis Palaemon; iam passim maria persultantes Tritonum catervae hic concha sonaci leniter bucinat, ille serico tegmine flagrantiae solis obsistit inimici, alius sub oculis dominae speculum progerit, curru biiuges alii subnatant. Talis ad Oceanum pergentem Venerem comitatus exercitus.

Traduzione:

‘Ti prego’ gli diceva ‘in nome dell’affetto che mi porti, per le dolci ferite delle tue frecce, per le soavi scottature delle tue torce, fa che tua madre abbia piena vendetta, punisci senza pietà questa bellezza insolente. Se tu vuoi puoi davvero farmelo questo piacere, soltanto questo: che la ragazza si innamori pazzamente dell’ultimo degli uomini, di quello che la sfortuna ha particolarmente colpito nella posizione sociale, nel patrimonio, nella stessa salute, caduto così in basso che sulla faccia della terra non se né trovi nessuno come lui disgraziato. Così gli parlò stringendosi forte al seno quel suo figliuolo e baciandoselo a lungo. Poi si diresse alla spiaggia vicina, là dove batte l’onda, e sfiorando con i rosei piedi le creste spumose dei fervidi flutti, ristette alfine sulla calma superficie del mare; e il mare le rese omaggio, a un suo cenno, com’ella desiderava, come se tutto da tempo fosse già stato voluto: le danzarono intorno le figlie di Nereo cantando in coro, e Portuno con l’ispida barba azzurra e Solacia col grembo colmo di pesci e il piccolo Palemone che cavalcava un delfino. Qua e là fra le onde esultavano a schiera i Tritoni, l’uno soffiava dolcemente nella conchiglia sonora, un altro con un velo di seta faceva schermo all’ardore molesto del sole, un terzo sosteneva uno specchio dinanzi agli occhi della dea, gli altri nuotavano a coppie aggiogati al suo cocchio. Un tal seguito scortava il viaggio di Venere verso l’oceano.

Metamorfosi – Libro IV

Brano 32:

Testo originale:

Interea Psyche cum sua sibi perspicua pulchritudine nullum decoris sui fructum percipit. Spectatur ab omnibus, laudatur ad omnibus, nec quisquam, non rex non regius nec de plebe saltem cupiens eius nuptiarum petitor accedit. Mirantur quidem divinam speciem, sed ut simulacrum fabre politum mirantur omnes. Olim duae maiores sorores, quarum temperatam formositatem nulli diffamarant populi, procis regibus desponsae iam beatas nuptias adeptae, sed Psyche virgo vidua domi residens deflet desertam suam solitudinem aegra corporis animi saucia, et quamvis gentibus totis complacitam odit in se suam formositatem. Sic infortunatissimae filiae miserrimus pater suspectatis caelestibus odiis et irae superum metuens dei Milesii vetustissimum percontatur oraculum, et a tanto numine precibus et victimis ingratae virgini petit nuptias et maritum. Sed Apollo, quamquam Graecus et Ionicus, propter Milesiae conditorem sic Latina sorte respondit:

Traduzione:

Ma intanto Psiche, bellissima com’era, non ricavava alcun frutto dalla sua grazia. Tutti la ammiravano, la lodavano, e pure non un re, non un principe, nemmeno un plebeo veniva a chiederla in sposa. Restavano lì a contemplare quelle divine sembianze come si ammira una statua di suprema fattura. Un giorno le due sorelle più grandi, la cui bellezza, modesta, era passata inosservata al gran pubblico, si fidanzarono con principi del sangue e celebrarono nozze felici mentre Psiche, rimasta vergine, sola nella vuota casa, piangeva il suo triste abbandono e sofferente e intristita finì per odiare la sua stessa bellezza che pure tutti ammiravano. E così l’infelice padre della sventurata fanciulla, temendo una maledizione celeste e la collera degli dei, interrogò l’antichissimo oracolo del dio Milesio e con preghiere e con vittime chiese a questa potente divinità per la vergine negletta nozze e marito. E Apollo, benché greco e ionico, per compiacere l’autore di questo romanzo, gli rispose in latino così:

Metamorfosi – Libro IV

Brano 33:

Testo originale:

“Montis in excelsi scopulo, rex siste puellam ornatam mundo funerei thalami. Nec speres generum mortali stirpe creatum, sed saevum atque ferum vipereumque malum, quod pinnis volitans super aethera cuncta fatigat flammaque et ferro singula debilitat, quod tremit ipse Iovis quo numina terrificantur, fluminaque horrescunt et Stygiae tenebrae.” Rex olim beatus affatus sanctae vaticinationis accepto pigens tristisque retro domum pergit suaeque coniugi praecepta soris enodat infaustae. Maeretur, fletur, lamentatur diebus plusculis. Sed dirae sortis iam urget taeter effectus. Iam feralium nuptiarum miserrimae virgini choragium struitur, iam taede lumen atrae fuliginis cinere marcescit, et sonus tibiae zygiae mutatur in querulum Ludii modum cantusque laetus hymenaei lugubri finitur ululatu et puella nuptura deterget lacrimas ipso suo flammeo. Sic adfectae domus triste fatum cuncta etiam civitas congemebat luctuque publico confestim congruens edicitur iustitium.

Traduzione:

“Come a nozze di morte vesti la tua fanciulla ed esponila o re su un’alta cima brulla non aspettarti un genero da umana stirpe nato ma un feroce, terribile, malvagio drago alato che volando per l’aria ogni cosa funesta e col ferro e col fuoco ogni essere molesta. Giove stesso lo teme, tremano gli dei di lui, orrore ne hanno i fiumi d’Averno e i regni bui.” Il re che un tempo era stato felice, sentito il sacro responso, fece ritorno a casa coll’animo colmo di tristezza e riferì alla moglie i comandi del funesto oracolo. Per più giorni non fecero che piangere, gemere, lamentarsi. Ma ormai era giunto il tempo di adempiere a quanto aveva prescritto il crudele vaticinio e per la sventurata fanciulla venne l’ora di prepararsi a quelle funebri nozze. Già il lume delle fiaccole si oscurava di nera fuliggine spegnendosi sotto la cenere, il suono del flauto nuziale si mutava in una triste nenia lidia, il canto lieto dell’imeneo in un lamento lugubre e la sposa novella si asciugava le lacrime con il velo nuziale. Tutta la città si dolse del triste destino che aveva colpito quella casa e in segno di generale cordoglio fu decisa la sospensione di ogni pubblica attività.

Metamorfosi – Libro IV

Brano 34:

Testo originale:

Sed monitis caelestibus parendi necessitas misellam Psychen ad destinatam poenam efflagitabat. Perfectis igitur feralis thalami cum summo maerore sollemnibus toto prosequente populo vivum producitur funus, et lacrimosa Psyche comitatur non nuptias sed exsequias suas. Ac dum maesti parentes et tanto malo perciti nefarium facinus perficere cunctatur, ipsa illa filia talibus eos adhortatur vocibus: “Quid infelicem senectam fletu diutino cruciatis? Quid spiritum vestrum, qui magis meus est, crebris eiulatibus fatigatis? Quid lacrimis inefficacibus ora mihi veneranda foedatis? Quid laceratis in vestris oculis mea lumina? Quid canities scinditis? Quid pectora, quid ubera sancta tunditis? Haec erunt vobis egregiae formonsitatis meae praeclara praemia. Invidiae nefariae letali plaga percussi sero sentitis. Cum gentes et populi celebrarent nos divinis honoribus, cum novam me Venerem ore consono nuncuparent, tunc dolere, tunc flere, tunc me iam quasi peremptam lugere debuistis. Iam sentio iam video solo me nomine Veneris perisse. Ducite me et cui sors addixit scopulo sistite. Festino felices istas nuptias obire, festino generosum illum maritum meum videre. Quid differo quid detrecto venientem, qui totius orbis exitio natus est?”

Traduzione:

Ormai alla povera Psiche non restava che obbedire al volere celeste e sottomettersi al supplizio cui era stata destinata. Terminati nella più profonda tristezza tutti i solenni preparativi di quel funesto matrimonio una gran folla di popolo seguì le esequie di un vivo e Psiche in lacrime fu accompagnata non a nozze ma al suo funerale. I poveri genitori colpiti da una sventura così grande, esitavano a compiere un così orribile crimine ma era la stessa figliola ad esortarli: ‘Perché’ diceva ‘volete angustiare ancor più la vostra infelice vecchiaia? Perché affannate il vostro cuore, che è anche il mio, in continui lamenti? Perché sciupate con lacrime inutili quei vostri visi adorati? Straziando i vostri occhi è come se straziaste i miei. E perché vi strappate i capelli, perché vi battete il petto, e tu, madre, perché colpisci quel santo seno che mi nutrì? Ecco per voi il premio della mia famosa, straordinaria bellezza. L’invidia funesta ha inferto il colpo mortale e voi tardi lo avete capito. Quando folle intere, intere città mi tributavano onori divini e tutti, a una voce, mi proclamavano la nuova Venere, oh, allora avreste dovuto dolervi e piangere e indossare il lutto come se fossi già morta. Ne sono sicura, lo sento, la mia rovina è stata soltanto per quel nome di Venere. Conducetemi dunque in cima alla rupe che la sorte mi ha destinata e lasciatemi lì. Desidero ormai celebrare presto queste nozze felici, voglio vederlo subito questo mio nobile sposo. Perché indugiare, perché differire l’incontro con costui che è nato per la rovina dell’intero universo?’

Metamorfosi – Libro IV

Brano 35:

Testo originale:

Sic profata virgo conticuit ingressuque iam valido pompae populi prosequentis sese miscuit. Itur ad constitutum scopulom montis ardui, cuius in summo cacumine statutam puellam cuncti deserunt, taedasque nuptiales, quibus praeluxerant, ibidem lacrimis suis extinctas relinquentes deiectis capitibus domuitionem parant. Et miseri quidem parentes eius tanta clade defessi, clausae domus abstrusi tenebris, perpetuae nocti sese dedidere. Psychen autem paventem ac trepidam et in ipso scopuli vertice deflentem mitis aura molliter spirantis Zephyri vibratis hinc inde laciniis et reflato sinu sensim levatam suo tranquillo spiritu vehens paulatim per devexa rupis excelsae vallis subditae florentis cespitis gremio leniter delapsam reclinat.

Traduzione:

Così disse la vergine e poi tacque e con passo deciso s’avviò tra la folla che la seguì in corteo. Giunsero così alla rupe destinata, su in alto, in cima a un monte a strapiombo, e lì lasciarono la fanciulla, sola, lì lasciarono le fiaccole, spente con le loro lacrime, con cui s’eran fatti lume e a capo chino rientrarono alle loro case. I poveri genitori, distrutti da tanta sciagura, si chiusero nell’ombra più fitta delle loro stanze votandosi a una notte senza fine. Psiche intanto, spaurita e tremante, lì in cima alla rupe, si struggeva in lacrime, quand’ecco l’alito mite di Zefiro che mollemente spirava e in un vortice lieve le ventilava le vesti, dolcemente la sollevò da terra e sostenendola col suo soffio leggero, giù giù lungo il pendio del monte, la depose nel cavo di una valle in grembo all’erbe e ai fiori.

Metamorfosi – Libro IV

Se ti piacciono. i contenuti ce trovi sulla biblioteca digitale. diFree Attitude, aiutaci a crescere seguendo la nostra pagina Facebook!