Di seguito trovi il testo originale, e la traduzione, di tutti i brani del Libro III delle Metamorfosi di Apuleio.

Metamorfosi – Libro III – Brano 1:

Testo originale:

Commodum poenicantibus phaleris Aurora roseum quatiens lacertum caelum inequitabat, et me securae quieti revulsum nox diei reddidit. Aestus invadit animum vespertini recordatione facinoris; complicitis denique pedibus ac palmulis in alternas digitorum vicissitudines super genua conexis sic grabattum cossim insidens ubertim flebam, iam forum et iudicia, iam sententiam, ipsum denique carnificem imaginabundus. “An mihi quisquam tam mitis tamque benivolus iudex obtinget, qui me trinae caedis cruore perlitum et tot civium sanguine delibutum innocentem pronuntiare poterit? Hanc illam mihi gloriosam peregrinationem fore Chaldaeus Diophanes obstinate praedicabat.” Haec identidem mecum replicans fortunas meas heiulabam. Quati fores interdum et frequenti clamore ianuae nostrae perstrepi.

Traduzione:

Non appena l’Aurora dalle rosee braccia scosse le briglie d’oro ai suoi cavalli e s’avanzò nel cielo, la notte mi strappò dal sonno profondo per consegnarmi al giorno. Al ricordo di quanto era accaduto la sera prima un turbamento angoscioso prese l’animo mio. Seduto sul letto a gambe incrociate, con le mani intrecciate sui ginocchi, piangevo a calde lacrime, immaginandomi già il tribunale, il processo, la sentenza e lo stesso carnefice. “Vallo a trovare un giudice” dicevo fra me “tanto indulgente e comprensivo da assolvere un uomo reo di triplice omicidio, macchiatosi del sangue di cittadini! Ecco la gloria che, a sentire Diofane il Caldeo, questo viaggio sicuramente mi avrebbe procurato!” Così gemevo fra me, ripensando alla mia sventura.

Metamorfosi – Libro III – Brano 2:

Testo originale:

Nec mora, cum magna inruptione patefactis aedibus magistratibus eorumque ministris et turbae miscellaneae cuncta completa statimque lictores duo de iussu magistratuum immissa manu trahere me sane non renitentem occipiunt. Ac dum primum angiportum insistimus, statim civitas omnis in publicum effusa mira densitate nos insequitur. Et quamquam capite in terram immo ad ipsos inferos iam deiecto maestus incederem, obliquato tamen aspectu rem admirationis maximae conspicio: nam inter tot milia populi circum fluentis nemo prorsum qui non risu dirumperetur aderat. Tandem pererratis plateis omnibus et in modum eorum quibus lustralibus piamentis minas portentorum hostiis circumforaneis expiant circumductus angulatim forum eiusque tribunal adstituo. Iamque sublimo suggestu magistratibus residentibus, iam praecone publico silentium clamante, repente cuncti consona voce flagitant propter coetus multitudinem, quae pressurae nimia densitate periclitaretur, iudicium tantum theatro redderetur. Nec mora, cum passim populus procurrens caveae conseptum mira celeritate complevit; aditus etiam et tectum omne fartim stipaverant, plerique columnis implexi, alii statuis dependuli, nonnulli per fenestras et lacunaria semiconspicui, miro tamen omnes studio visendi pericula salutis neclegebant. Tunc me per proscaenium medium velut quandam victimam publica ministeria producunt et orchestrae mediae sistunt.

Traduzione:

A un tratto sentii battere con forza al portone e un confuso vocio di più persone. Spalancate le porte tutta la casa fu piena di magistrati, di guardie, di un codazzo di gente; seduta stante, a un cenno, due littori mi agguantarono e senza ch’io facessi resistenza, mi trascinarono via. Avevamo appena messi i piedi in istrada che una gran folla sbucata da ogni parte, quasi l’intera città, ci venne dietro. Io procedevo affranto, col capo all’ingiù, penzoloni, a dir meglio rivolto già all’inferno, eppure a un’occhiata che diedi di traverso, mi colpì una cosa stranissima: non c’era una persona, una soltanto fra le tante migliaia che mi si affollavano intorno che non si sbellicasse dalle risa. Mi fecero percorrere tutte le strade, fermarmi ad ogni cantonata, come quando si portano in processione le vittime per scongiurare la minaccia di funesti portenti; alla fine mi menarono nel foro, davanti al tribunale. I magistrati erano già seduti sui loro alti scranni e il banditore chiedeva che si facesse silenzio, quando a un tratto da parte del pubblico si gridò all’unisono che un processo così importante fosse celebrato in teatro, perché troppa era la calca e c’era il rischio di rimanere schiacciati. In un lampo la folla si riversò nella platea e riempì ogni ordine di posti, premette ai cancelli, straboccò per fino sui tetti: alcuni rimasero abbracciati alle colonne, altri aggrappati alle statue, altri ancora s’accontentarono di allungare il collo da finestre e abbaini, senza minimamente preoccuparsi per la gran smania di vedere del rischio che correvano. Le guardie intanto mi avevano condotto sul proscenio come una vittima e piazzato proprio in mezzo all’orchestra.

Metamorfosi – Libro III – Brano 3:

Testo originale:

Sic rursum praeconis amplo boatu citatus accusator quidam senior exsurgit et ad dicendi spatium vasculo quoidam in vicem coli graciliter fistulato ac per hoc guttatim defluo infusa aqua populum sic adorat: “Neque parva res ac praecipue pacem civitatis cunctae respiciens et exemplo serio profutura tractatur, Quirites sanctissimi. Quare magis congruit sedulo singulos atque universos vos pro dignitate publica providere ne nefarius homicida tot caedium lanienam, quam cruenter exercuit, inpune commiserit. Nec me putetis privatis simultatibus instinctum odio proprio saevire. Sum namque custodiae nocturnae praefectus nec in hodiernum credo quemquam pervigilem diligentiam meam culpare posse. Rem denique ipsam et quae nocte gesta sunt cum fide proferam. Nam cum fere iam tertia vigilia scrupulosa diligentia cunctae civitatis ostiatim singula considerans circumirem, conspicio istum crudelissimum iuvenem mucrone destricto passim caedibus operantem iamque tris numero saevitia eius interemptos ante pedes ipsius spirantibus adhuc corporibus in multo sanguine palpitantes. Et ipse quidem conscientia tanti facinoris merito permotus statim profugit et in domum quandam praesidio tenebrarum elapsus perpetem noctem delituit. Sed providentia deum, quae nihil impunitum nocentibus permittit, priusquam iste clandestinis itineribus elaberetur, mane praestolatus ad gravissimum iudicii vestri sacramentum eum curavi perducere. Constanter itaque in hominem alienum ferte sententias de eo crimine quod etiam in vestrum civem severiter vindicaretis.”

Traduzione:

E così per la seconda volta l’usciere a gran voce dette la parola all’accusatore. Si alzò un vecchio che dopo aver riempito, per controllare il tempo del suo discorso, un vasetto a forma di imbuto sottilissimo terminante in un forellino, attraverso cui l’acqua passava goccia a goccia, così parlò al popolo: “Onorevoli cittadini, non è una causa da poco questa che dobbiamo trattare, soprattutto perché riguarda la sicurezza dell’intera città e perché dovrà essere un esempio di severità per tutti. Per questo è più che mai necessario che voi, come singoli e come collettività, in nome della pubblica pietà, facciate in modo che non resti impunito uno scellerato omicida che ha compiuto a sangue freddo così orribile strage. Non crediate che io voglia infierire contro di lui spinto da personale risentimento o da rancori privati. Sono il comandante delle guardie notturne e nessuno può fino ad oggi muovere qualche addebito al mio scrupoloso servizio. Ma vengo subito al fatto. Vi esporrò per filo e per segno quanto è accaduto questa notte: era circa mezza notte ed io col solito zelo faceva il giro della città controllando una per una ogni porta, quando a un tratto vidi questo sanguinario che con la spada in pugno seminava strage. Ne aveva già fatti fuori tre: erano stesi ai suoi piedi, vittime della sua ferocia, e stavano esalando l’ultimo respiro, le membra ancora palpitanti, in un lago di sangue. Consapevole egli stesso di aver compiuto un delitto così efferato e ben a ragione stravolto, costui si dette subito alla fuga e favorito dalle tenebre riuscì a riparare in una casa dove rimase nascosto per tutta la notte. Ma la provvidenza divina non consente ai malfattori di restare impuniti e, così, prima che costui potesse diventare uccel di bosco, allo spuntar del sole, io gli fui addosso, ed ora eccolo qui, davanti al vostro autorevole inappellabile giudizio. Nelle vostre mani c’è un uomo reo di tanti delitti, colto in flagrante e per giunta forestiero. Con fermezza pronunciate dunque la vostra sentenza contro questo straniero per un crimine che voi severamente punireste, anche se fosse stato commesso da un vostro concittadino.”

Metamorfosi – Libro III – Brano 4:

Testo originale:

Sic profatus accusatos acerrimus immanem vocem repressit. Ac me statim praeco, si quid ad ea respondere vellem, iubebat incipere. At ego nihil tunc temporis amplius quam flere poteram, non tam hercules truculentam accusationem intuens quam meam miseram conscientiam. Sed tandem oborta divinitus audacia sic ad illa: “Nec ipse ignoro quam sit arduum trinis civium corporibus expositis eum qui caedis arguatur, quamvis vera dicat et de facto confiteatur ultro, tamen tantae multitudini quod sit innocens persuadere. Sed si paulisper audientiam publica mihi tribuerit humanitas, facile vos edocebo me discrimen capitis non meo merito sed rationabilis indignationis eventu fortuito tantam criminis frustra sustinere.

Traduzione:

Questo disse, con un vocione enorme, il terribile accusatore. Quando tacque l’usciere mi chiese se volessi replicare e m’incitò a farlo; ma io, in quel frangente non potevo far altro che piangere, non tanto per l’orribile accusa, quanto, perdio, per il mio rimorso cocente. Tuttavia, fatto audace da un’improvvisa ispirazione, così cominciai. “Mi rendo conto quanto sia difficile, di fronte a tre cadaveri, per chi sia accusato di strage, persuadere un così gran pubblico della propria innocenza anche se costui dice la verità e spontaneamente riconosce le sue responsabilità. Tuttavia se la pubblica benevolenza vorrà concedermi un po’ d’attenzione, facilmente vi dimostrerò che oggi io rischio la pena di morte non per mia colpa, e che soltanto per un casuale evento, che ha suscitato in me un comprensibile sdegno io sopporto ingiustamente l’infamia di tale accusa.

Metamorfosi – Libro III – Brano 5:

Testo originale:

Nam cum a cena me serius aliquanto reciperem, potulentus alioquin, quod plane verum crimen meum non diffitebor, ante ipsas fores hospitii ad bonum autem Milonem civem vestrum devorto video quosdam saevissimos latrones aditum temptantes et domus ianuas cardinibus obtortis evellere gestientes claustrisque omnibus, quae accuratissime adfixa fuerant, violenter evulsis secum iam de inhabitantium exitio deliberantes. Unus denique et manu promptior et corpore vastior his adfatibus et ceteros incitabat: “Heus pueri, quam maribus animis et viribus alacribus dormientes adgrediamur. Omnis cunctatio ignavia omnis facessat e pectore; stricto mucrone per totam domum caedes ambulet. Qui sopitus iacebit, trucidetur; qui repugnare temptaverit, feriatur. Sic salvi recedemus, si salvum in domo neminem reliquerimus.” Fateor, Quirites, extremos latrones boni civis officium arbitratus, simul et eximie metuens et hospitibus meis et mihi gladiolo, qui me propter huius modi pericula comitabatur, armatus fugare atque proterrere eos adgressus sum. At illi barbari prorsus et immanes homines neque fugam capessunt et, cum me vident in ferro, tamen audaciter resistunt.

Traduzione:

Rincasavo dunque a tarda ora da una cena e, per la verità, ero un pò brillo; come vedete non voglio nascondervi le mie colpe, quando, proprio davanti all’uscio di casa – sono ospite del buon Milone, vostro concittadino – vidi dei terribili briganti che cercavano di entrare forzando i cardini della porta Erano già riusciti a far saltare tutti i paletti, che pure erano solidamente piantati, e stavano concordando fra loro di far fuori tutta la gente che vi abitava. Uno di essi, il più deciso, il più grosso, così veniva dicendo agli altri: “Coraggio, ragazzi, mettiamocela tutta e facciamoli fuori mentre dormono, nessuna esitazione e niente paura, mettete mano ai coltelli e fate un bel massacro dappertutto: chi dorme scannatelo, chi tenterà di difendersi fatelo a pezzi; la faremo franca a patto di non lasciare vivo nessuno.” Così, cittadini, ve lo confesso, temendo per me e per i miei ospiti e pensando che questo fosse il dovere di un buon cittadino, col pugnale che porto sempre appresso per evenienze del genere, io cercai di spaventarli e metterli in fuga quei banditi decisi a tutto. Ma barbari com’erano, mostri addirittura, quelli si guardarono bene dal fuggire e benché mi vedessero col pugnale in mano, si disposero ad affrontarmi a piè fermo.

Metamorfosi – Libro III – Brano 6:

Testo originale:

Dirigitur proeliaris acies. Ipse denique dux et signifer ceterorum validis me viribus adgressus ilico manibus ambabus capillo adreptum ac retro reflexum effligere lapide gestit. Quem dum sibi porrigi flagitat, certa manu percussum feliciter prosterno. Ac mox alium pedibus meis mordicus inhaerentem per scapulas ictu temperato tertiumque inprovide occurrentem pectore offenso peremo. Sic pace vindicata domoque hospitum ac salute communi protecta non tam impunem me verun etiam laudabilem publice credebam fore, qui ne tantillo quidem umquam crimine postulatus sed probe spectatus apud meos semper innocentiam commodis cunctis antetuleram. Nec possum reperire cur iustae ultionis qua contra latrones deterrimos commotus sum nunc istum reatum sustineam, cum nemo possit monstrare vel proprias inter nos inimicitias praecessisse ac ne omnino mihi notos illos latrones usquam fuisse, vel certe ulla praeda monstretur cuius cupidine tantum flagitium credatur admissum.

Traduzione:

Ingaggiammo una battaglia in piena regola e il capobanda, l’alfiere della combriccola, con tutta la sua forza mi venne addosso e afferratomi con tutte e due le mani per i capelli mi rovesciò all’indietro con l’intenzione di massacrarmi a colpi di pietra; ma mentre gridava che gliene dessero una, io con mano ferma gli assestai un colpo così preciso che lo stesi a terra. Poi toccò a un altro che mi s’era afferrato ai polpacci e ferocemente me li mordeva; a questo gli vibrai un colpo proprio in mezzo alle scapole. Il terzo che mi veniva imprudentemente attaccando di fronte, lo inchiodai con un colpo in pieno petto. Così, ristabilita la pace, salvata la casa dei miei ospiti e l’incolumità loro e mia, io credevo di aver ottenuto non soltanto l’impunità ma anche la pubblica lode dal momento, poi, che non ho avuto mai nulla da spartire con la giustizia, che sono stato sempre stimato dai miei come un uomo d’onore e che nella vita, ai miei interessi, ho sempre anteposto l’onestà. Né io riesco a capacitarmi perché si considera reato la giusta punizione che ho inflitto a quei pericolosissimi delinquenti, tanto più che nessuno può dimostrare che fra me e loro esistessero rancori personali o che quegli uomini io li avessi mai visti e conosciuti o ancora che io abbia commesso un crimine così orrendo, spinto dalla cupidigia: in tal caso mi si mostri la refurtiva.”

Metamorfosi – Libro III – Brano 7:

Testo originale:

Haec profatus rursum lacrimis obortis porrectisque in preces manibus per publicam misericordiam per pignorum caritate maestus tunc hos tunc illos deprecabar. Cumque iam humanitate commotos misericordia fletuum adfectos omnis satis crederem, Solis et Iustitiae testatus oculos casumque praesentem meum commendans deum providentiae paulo altius aspectu relato conspicio prorsum totum populum risu cachinnabili diffluebant nec secus illum bonum hospitem parentemque meum Milonem risu maximo dissolutum. At tunc sic tacitus mecum: “En fides,” inquam “en conscientia! Ego quidem pro hospitis salute et homicida sum et reus capitis inducor, at ille, non contentus quod mihi nec adsistendi solacium perhibuit, insuper exitium meum cachinnat.”

Traduzione:

Questo dissi e di nuovo scoppiai in lacrime e a mani giunte, in nome della pubblica misericordia, di quanto avessero di più caro, mi misi a scongiurare ora l’uno ora l’altro. E benché mi sembrasse d’aver suscitato in loro un sentimento di umanità, di averli mossi a compassione con i miei pianti, chiamai a testimone l’occhio del sole e della giustizia e affidai la mia sorte alla provvidenza divina. Ma ecco che levando in alto lo sguardo, m’accorsi che tutta quella folla di gente se la rideva a crepapelle e che perfino Milone, il mio ospite paterno, non si teneva più dal ridere. “Ma che razza di vigliacco, che coscienza” pensai allora tra me. “Per avergli salvato la pelle a quel mio ospite, sono preso per un assassino e mi si sta condannando a morte e lui, oltre a non avermi dato neppure il conforto di un’assistenza, è là che se la sghignazza sulla mia rovina.”

Metamorfosi – Libro III – Brano 8:

Testo originale:

Inter haec quaedam mulier per medium theatrum lacrimosa et flebilis atra veste contecta parvulum quendam sinu tolerans decurrit ac pone eam anus alia pannis horridis obsita paribusque maesta fletibus, ramos oleagineos utraeque quatientes, quae circumfusae lectulum, quo peremptorum cadavera contecta fuerant, plangore sublato se lugubriter eiulantes: “Per publicam misericordiam per commune ius humanitatis” aiunt “miseremini indigne caesorum iuvenum nostraeque viduitati ac solitudini de vindicta solacium date. Certe parvuli huius in primis annis destituti fortunis succurrite et de latronis huius sanguine legibus vestris et disciplinae publicae litate.” Post haec magistratus qui nutu maior adsurgit et ad populum talia: “De scelere quidem, quod serio vindicandum est, nec ipse qui commisit potest diffiteri; sed una tantum subsiciva sollicitudo nobis relicta est, ut ceteros socios tanti facinoris requiramus. Nec enim veri simile est hominem solitarium tres tam validos evitasse iuvenes. Prohinc tormentis veritas eruenda. Nam et qui comitabatur eum puer clanculo profugit et res ad hoc deducta est ut per quaestionem sceleris sui participes indicet, ut tam dirae factionis funditus formido perematur.”

Traduzione:

In quel mentre, fra lacrime e gemiti, una donna in gramaglie e con un bambino in braccio, si precipitò in mezzo al teatro, seguita da una vecchia cenciosa, anch’essa piangente. Agitando rami d’ulivo si posero attorno al catafalco, dove giacevano, coperti da un telo i corpi degli uccisi e cominciarono a dare in alte grida e in lugubri lamenti. “Per la pubblica pietà,” dicevano “per il comune diritto di umanità, abbiate pietà di questi giovani ingiustamente uccisi e a noi, vedove e sole, date il conforto della vendetta. Aiutate almeno questa creaturina rimasta orfana in così tenera età e soddisfate le nostre leggi e la pubblica morale con il sangue di questo assassino.” A queste parole il magistrato più anziano si levò in piedi e rivolto al popolo disse: “Questo crimine, che occorre punire severamente, non può essere negato nemmeno da colui che lo commise, tuttavia ci resta soltanto un ultimo punto da chiarire, anche se secondario: cioè i complici di tanto misfatto. Non è verosimile, infatti che uno, da solo, abbia fatto fuori giovani così gagliardi. Quindi dobbiamo scoprire la verità con la tortura. Infatti lo schiavo che lo accompagnava è sparito e quindi, non ci resta che costringere l’accusato stesso a rivelarci i suoi complici, perché sia stroncato alle radici il terrore che semina questa banda di delinquenti.”

Metamorfosi – Libro III – Brano 9:

Testo originale:

Nec mora, cum ritu Graeciensi ignis et rota, tum omne flagrorum genus inferuntur. Augetur oppido immo duplicatur mihi maestitia, quod integro saltim mori non licuerit. Sed anus illa quae fletibus cuncta turbaverat: “Prius,” inquit “optimi cives, quam latronem istum miserorum pignorum meorum peremptorem cruci affigatis, permittite corpora necatorum revelari, ut et formae simul et aetatis contemplatione magis magisque ad iustam indignationem arrecti pro modo facinoris saeviatis.” His dictis adplauditur et ilico me magistratus ipsum iubet corpora, quae lectulo fuerant posita, mea manu detegere. Reluctantem me ac diu rennuentem praecedens facinus instaurare nova ostensione lictores iussu magistratuum quam instantissime compellunt, manum denique ipsam de regione lateris trudentes in exitium suum super ipsa cadavera porrigunt. Evictus tandem necessitate succumbo, et ingratis licet abrepto pallio retexi corpora. Dii boni, quae facies rei? Quod monstrum? Quae fortunarum mearum repentina mutatio? Quamquam enim iam in peculio Proserpinae et Orci familia numeratus, subito in contrariam faciem obstupefactus haesi, nec possum novae illius imaginis rationem idoneis verbis expedire. Nam cadavera illa iugulatorum hominum erant tres utres inflati variisque secti foraminibus et, ut vespertinum proelium meum recordabar, his locis hiantes quibus latrones illos vulneraveram.

Traduzione:

In un battibaleno vennero portati il fuoco, la ruota e staffili d’ogni genere, secondo l’usanza greca. Naturalmente in me crebbe, anzi si moltiplicò, l’angoscia, dal momento che non mi si consentiva di morire senza prima avermi fatto a pezzi, e intanto quella vecchia, che un attimo prima aveva turbato l’animo di tutti con le sue lacrime incalzava: “Pietosi cittadini, prima di torturare l’assassino dei miei poveri figli, lasciate che siano scoperti i volti delle vittime, perché alla vista della loro bellezza e della loro giovane età, voi possiate ancor più accendervi di giusta collera e commisurare la punizione alla gravità del crimine.” A queste parole seguì un applauso generale e subito il magistrato impose che fossi io stesso a scoprire quei corpi giacenti sul catafalco. Invano mi schermii, tentai di rifiutarmi per non rinnovare lo spettacolo atroce della sera prima: i littori per ordine dei magistrati mi ci costrinsero senza tanti complimenti e, afferratomi il braccio che penzolava al fianco, me lo stesero, per mia rovina, sopra i cadaveri. Dovetti arrendermi all’ineluttabile e, quindi, mio malgrado, sollevare il lenzuolo e scoprire quelle salme. Santi numi, che cosa vidi! Quale prodigio! E come la mia sorte si capovolse! Mi vedevo già in potere di Proserpina e tra gli schiavi dell’Orco, quando a un tratto rimasi di stucco, strabiliato dinanzi all’improvviso colpo di scena e, anche adesso, non ho parole adatte per esprimere la sorpresa ch’io provai al nuovo spettacolo. Infatti i corpi degli uccisi altro non erano che tre otri gonfi, bucati qua e là proprio in quei punti dove, almeno per quel che ricordavo della battaglia della sera prima, avevo colpito quei briganti.

Metamorfosi – Libro III – Brano 10:

Testo originale:

Tunc ille quorundam astu paulisper cohibitus risus libere iam exarsit in plebem. Hi gaudii nimietate graculari, illi dolorem ventris manuum compressione sedare. Et certe laetitia delibuti meque respectantes cuncti theatro facessunt. At ego, ut primum illam laciniam prenderam, fixus in lapidem steti gelidus nihil secus quam una de ceteris theatri statuis vel columnis. Nec prius ab inferis demersi quam Milon hospes accessit et iniecta manu me renitentem lacrimisque rursum promicantibus crebra singultientem clementi violentia secum adtraxit, et observatis viae solitudinibus per quosdam amfractus domum suam perduxit, maestumque me atque etiam tunc trepidum variis solatur affatibus. Nec tamen indignationem iniuriae, quae inhaeserat altius meo pectori, ullo modo permulcere quivit.

Traduzione:

Allora le risate che alcuni, maliziosamente, erano riusciti a trattenere si propagarono senza più freno tra la folla; alcuni parevano impazziti per la gioia, altri si tenevano con le mani la pancia dolente per il gran ridere e tutti, divertiti e contenti, nel lasciare il teatro, continuavano a voltarsi verso di me. Io invece, da quando avevo toccato quel lenzuolo, ero rimasto impietrito, agghiacciato come una statua, una colonna del teatro e non ritornai in me se non quando il mio ospite, Milone, avvicinandosi e posandomi una mano sulla spalla, malgrado io tentassi di resistergli e tornassi a singhiozzare e a piangere angosciosamente, con dolce violenza, mi trascinò via con sé e, per vie traverse e deserte, mi condusse a casa sua cercando di consolarmi con vari discorsi, affranto e avvilito com’ero. Non riuscii, tuttavia, in alcun modo a placare lo sdegno per la beffa patita e che mi bruciava dentro.

Metamorfosi – Libro III – Brano 11:

Testo originale:

Ecce ilico etiam ipsi magistratus cum suis insignibus domum nostram ingressi talibus me monitis delenire gestiunt: “Neque tuae dignitatis vel etiam prosapiae tuorum ignari sumus, Luci domine; nam et provinciam totam inclitae vestrae familiae nobilitas conplectitur. Ac ne istud quod vehementer ingemescis contumeliae causa perpessus es. Omnem itaque de tuo pectore praesentem tristitudinem mitte et angorem animi depelle. Nam lusus iste, quem publice gratissimo deo Risui per annua reverticula sollemniter celebramus, semper commenti novitate florescit. Iste deus auctorem et actorem suum propitius ubique comitabitur amanter nec umquam patietur ut ex animo doleas sed frontem tuam serena venustate laetabit adsidue. At tibi civitas omnis pro ista gratia honores egregios obtulit; nam et patronum scripsit et ut in aere staret imago tua decrevit.” Ad haec dicta sermonis refero: “Tibi quidem,” inquam “splendidissima et unica Thessaliae civitas, honorum talium parem gratiam memini, verum statuas et imagines dignioribus meique maioribus reservare suadeo.”

Traduzione:

Poco dopo i magistrati in persona, in pompa magna, si presentarono a casa e con queste parole cercarono di rabbonirmi: “Signor Lucio, noi non ignoriamo né i tuoi meriti, né le tue origini; la nobiltà della tua famiglia è infatti nota in tutta la regione e, quindi, credi, tutto quello che ti è capitato e di cui sei profondamente offeso, non è stato fatto per mancarti di riguardo; perciò sgombra dall’animo tuo ogni tristezza, ogni angoscia dal tuo cuore. Questa festa che ogni anno ricorre e che noi, con pubbliche solennità, celebriamo in onore dell’amabile dio Riso, si ravviva ogni volta di qualche nuova trovata. Questa divinità accompagnerà sempre, propizia e benevola, l’autore dello scherzo e chi vi si è prestato e non consentirà mai che il dolore affligga l’animo tuo ma sempre spianerà la tua fronte di una gioia serena. Nel frattempo tutta la città in segno di gratitudine vuole tributarti onori particolari; infatti ti considera ormai come suo patrono e ha deciso che la tua immagine resti scolpita nel bronzo.” “A questo meraviglioso, straordinario popolo della Tessaglia” risposi “io porgo il mio grazie per gli onori che ha deciso di tributarmi, ma quanto alla statua e ai busti, vi consiglio di riservarli a persona più degna e più illustre di me.”

Metamorfosi – Libro III – Brano 12:

Testo originale:

Sic pudenter allocutus et paulisper hilaro vultu renidens quantumque poteram laetiorem me refingens comiter abeuntes magistratus appello. Et ecce quidam intro currens famulus: “Rogat te” ait “tua parens Byrrhena et convivii, cui te sero desponderas, iam adpropinquantis admonet.” Ad haec ego formidans et procul perhorrescens etiam ipsam domum eius: “Quam vellem” inquam “parens, iussis tuis obsequium commodare, si per fidem liceret id facere. Hospes enim meus Milon per hodierni diei praesentissimum numen adiurans effecit ut eius hodiernae cenae pignerarer, nec ipse discedit nec me digredi patitur. Prohinc epulare vadimonium differamus.” Haec adhuc me loquente manu firmiter iniecta Milon iussis balnearibus adsequi producit ad lavacrum proximum. At ego vitans oculos omnium et quem ipse fabricaveram risum obviorum declinans lateri eius adambulabam obtectus. Nec qui laverim, qui terserim, qui domum rursum reverterim, prae rubore memini; sic omnium oculis nutibus ac denique manibus denotatus inpos animi stupebam.

Traduzione:

Furono parole piene di modestia, le mie, mentre cercavo di assumere un’espressione serena e, per quanto potevo, anche di sorridere; così quando i magistrati se ne andarono li salutai cordialmente. Ed ecco entrare di corsa uno schiavo: “Birrena,” mi fece “tua madre, ti ricorda che tra poco è l’ora del pranzo e tu, ieri sera, hai promesso di andarci.” Rabbrividii, perché quella casa mi ripugnava ormai anche da lontano. “Come sei cara, Birrena” risposi “e come vorrei accettare il tuo invito se lo potessi, senza rimangiarmi la parola data; infatti, Milone, il mio ospite, si è fatto giurare sul potente dio che si venera oggi, che io stasera sarei rimasto a cena da lui e non intende mollarmi né permettermi che io me la svigni, perciò la promessa valga per la prossima volta.” Stavo ancora parlando che Milone mi prese decisamente per un braccio e ordinando che ci seguissero con tutto l’occorrente per il bagno, mi condusse alle terme vicine. Io camminavo tutto accostato a lui, evitando gli sguardi della gente e non volendo suscitare il riso che io stesso avevo provocato; ne mi ricordo come feci, per la vergogna, a lavarmi, ad asciugarmi e a tornare a casa, dal momento che gli occhi di tutti m’erano addosso e quei cenni, quelle mani che mi mostravano a dito mi avevano del tutto frastornato e istupidito.

Metamorfosi – Libro III – Brano 13:

Testo originale:

Raptim denique paupertina Milonis cenula perfunctus, causatusque capitis acrem dolorem quem mihi lacrimarum adsiduitas incusserat, concedo venia facile tributa cubitum et abiectus in lectulo meo quae gesta fuerant singula maestus recordabar, quoad tandem Photis mea dominae meae cubito procurato sui longe dissimilis advenit; non enim laeta facie nec sermone dicaculo, sed vultuosam frontem rugis insurgentibus adseverabat. Cunctanter ac timide denique sermone prolato: “Ego” inquit “ipsa, confiteor ultro, ego tibi huius molestiae fui”, et cum dicto lorum quempiam sinu suo depromit mihique porrigens: “Cape,” inquit “oro te, et perfidia mulieri vindictam immo vero licet maius quodvis supplicium sume. Nec tamen me putes, oro, sponte angorem istum tibi concinnasse. Dii mihi melius, quam ut mei causa vel tantillum scrupulum patiare. Ac si quid adversi tuum caput respicit, id omne protinus meo luatur sanguine. Sed quod alterius rei causa facere iussa sum mala quadam mea sorte in tuam reccidit iniuriam.”

Traduzione:

Consumai in fretta la magra cenetta di Milone e, dicendo che avevo un gran mal di capo, che in effetti mi era venuto con tutto quel piangere, ottenni facilmente il permesso di andarmene a letto. M’ero già coricato e stavo ricordando con amarezza ad uno ad uno, tutti i fatti della giornata, quando la mia Fotide, messa a dormire la padrona, entrò in camera mia; ma come diversa dal solito! Non più il suo volto ridente, non più quella cascatella di parole sulle sue labbra, ma tutta seria e corrucciata. “Sono stata io” esclamò, dopo qualche momento di esitazione. “Sì, devo confessartelo, sono stata io la causa dei tuoi guai di oggi” e trasse di sotto il vestito una frusta poi mi fece, porgendomela “Tieni: vendicati, ti prego, di una donna perfida, anzi dammi tu la punizione che credi. Però, non pensare che io ti abbia procurato una simile angoscia di mia volontà. Non permettano mai gli dei, che per causa mia, tu debba soffrire il benché minimo male: sono pronta a versare il mio sangue pur di allontanare dal tuo capo ogni sventura. Ma quello che mi era stato ordinato di fare, e per tutt’altro scopo, per mia disgrazia s’è volto a tuo danno.”

Metamorfosi – Libro III – Brano 14:

Testo originale:

Tunc ego familiaris curiositatis admonitus factique causam delitiscentem nudari gestiens suscipio: “Omnium quidem nequissimus audacissimusque lorus iste, quem tibi verberandae destinasti, prius a me concisus atque laceratus interibit ipse quam tuam plumeam lacteamque contingat cutem. Sed mihi cum fide memora: quod tuum fatum scaevitas consecuta in meum convertit exitium? Adiuro enim tuum mihi carissimum caput nulli me prorsus ac ne tibi quidem ipsi adseveranti posse credere quod tu quicquam in meam cogitaveris perniciem. Porro meditatus innoxios casus incertus vel etiam adversus culpae non potest addicere.” Cum isto fine sermonis oculos Photidis meae udos ac tremulos et prona libidine marcidos iamiamque semiadopertulos adnixis et sorbillantibus saviis sitienter hauriebam.

Traduzione:

Allora sentii risvegliarsi in me l’abituale curiosità e volendo vederci chiaro in tutto quello che m’era accaduto, le feci: “Questa frusta odiosa e crudele che hai messo nelle mie mani perché ti picchiassi, la butterò via lontano, la farà in mille pezzi prima che sfiori la tua morbida, candida pelle, ma tu sii sincera, dimmi qual’è stata questa tua azione che la sorte malvagia ha poi rivoltato a mio danno. Ti giuro, sulla tua testa, a me così cara, che se qualcuno, fossi anche tu stessa, mi venisse a raccontare che tu hai tramato qualcosa ai miei danni, io non gli crederei. Un’azione ambigua o anche malvagia non può essere giudicata tale se pensata con buone intenzioni.” Il risultato di questo discorso fu che gli occhi tremuli e lustri della mia Fotide si socchiusero, si fecero languidi di desiderio ed io mi chinai assetato a baciarli, avidamente e lungamente.

Metamorfosi – Libro III – Brano 15:

Testo originale:

Sic illa laetitia recreata: “Patere,” inquit “oro, prius fores cubiculi diligenter obcludam, ne sermonis elapsi profana petulantia committam grande flagitium”, et cum dicto pessulis iniectis et uncino firmiter immisso sic ad me reversa colloque meo manibus ambabus inplexa voce tenui et admodum minuta: “Paveo” inquit “et formido solide domus huius operta detegere et arcana dominae meae revelare secreta. Sed melius de te doctrinaque tua praesumo, qui praeter generosam natalium dignitatem praeter sublime ingenium sacris pluribus initiatus profecto nosti sanctam silentii fidem. Quaecumque itaque commisero huius religiosi pectoris tui penetralibus, semper haec intra conseptum clausa custodias oro, et simplicitatem relationis meae tenacitate taciturnitatis tuae remunerare. Nam me, quae sola mortalium novi, amor is quo tibi teneor indicare compellit. Iam scies omnem domus nostrae statum, iam scies erae meae miranda secreta, quibus obaudiunt manes, turbantur sidera, coguntur numina, serviunt elementa. Nec umquam magis artis huius violentia nititur quam cum scitulae formulae iuvenem quempiam libenter aspexit, quod quidem ei solet crebriter evenire.

Traduzione:

Allora ella tutta racconsolata mi disse: “Ti prego lasciami prima chiudere per benino la porta della camera perché se trapelasse qualcosa del mio discorso non vorrei che questo fosse cagione di un guaio ancora più grosso” e così dicendo andò a fissare i chiavistelli e a mettere la spranga nei suoi anelli, poi mi ritornò accanto e, gettandomi le braccia al collo, riprese a bassa voce: “Ho paura, tanta paura di scoprirti i misteri di questa casa, di rivelarti i segreti della mia padrona, ma io mi fido molto di te, perché sei saggio, appartieni a una nobile famiglia, hai un ingegno non comune e per di più sei stato iniziato a parecchi riti e, quindi, conosci la sacra legge del silenzio. Quindi tutto quello che io affiderò all’inviolabile scrigno del tuo buon cuore, ti prego di custodirlo gelosamente e di ricompensare la sincerità delle mie parole con un silenzio di tomba. Si tratta di cose che soltanto io conosco e che mi son decisa rivelarti solo per l’amore che a te mi lega. Tu così saprai che casa è questa e saprai per quali misteriosi tramiti la mia padrona evochi i morti, muta il corpo degli astri, piega al suo volere gli dei, rende docili a sé gli elementi. E mai ella fa maggior uso di quest’arte sua come quando t’ha adocchiato un bel giovane, e questo le capita spesso e volentieri.

Metamorfosi – Libro III – Brano 16:

Testo originale:

Nunc etiam adulescentem quendam Boeotium summe decorum efflictim deperit totasque artis manus machinas omnes ardenter exercet. Audivi vesperi, meis his, inquam, auribus audivi, quod non celerius sol caelo ruisset noctique ad exercendas inlecebras magiae maturius cessisset, ipsi soli nubilam caliginem et perpetuas tenebras comminantem. Hunc iuvenem, cum e balneis rediret ipsa, tonstrinae residentem hesterna die forte conspexit ac me capillos eius, qui iam caede cultorum desecti humi iacebant, clanculo praecipit auferre. Quos me sedulo furtimque colligentem tonsor invenit, et quod alioquin publicitus maleficae disciplinae perinfames sumus, adreptam inclementer increpat: “Tune, ultima, non cessas subinde lectorum iuvenum capillamenta surripere? Quod scelus nisi tandem desines, magistratibus te constanter obiciam.” Et verbum facto secutus immissa manu scrutatus e mediis papillis meis iam capillos absconditos iratus abripit. Quo gesto graviter adfecta mecumque reputans dominae meae mores, quod huius modi repulsa satis acriter commoveri meque verberare saevissime consuevit, iam de fuga consilium tenebam, sed istud quidem tui contemplatione abieci statim.

Traduzione:

Ora, per esempio, è pazzamente innamorata di un bellissimo giovane della Beozia ed è là tutta presa a trafficare con le sue arti e le sue trappole. Pensa che ieri sera, proprio con queste orecchie, io l’ho sentita che minacciava il sole di avvolgerlo in una nuvola nera e nelle tenebre eterne se non si fosse sbrigato a tramontare per cedere il posto alla notte, e questo perché lei potesse fare i suoi incantesimi. “Ieri, mentre tornava dalle terme scorse per caso questo giovane nella bottega di un barbiere che si stava facendo tagliare i capelli. Ce n’erano già molti ciuffi per terra, caduti sotto i colpi delle forbici, e lei subito mi ordinò di andarli a raccogliere, senza farmi vedere. Ma il barbiere mi sorprese proprio sul fatto e poiché noi siamo malviste un pò da tutti per le nostre pratiche malefiche, mi investì malamente: “Ehi, tu, strega della malora, la vuoi smettere di venire a rubare i capelli dei giovinotti per bene? Se non la pianti con questa infamia, di sicuro ti consegno ai magistrati” e detto fatto mi cacciò una mano in petto e dopo avermi frugata, tutto arrabbiato, tirò fuori i capelli che io vi avevo nascosti.” Ci restai molto male pensando che la padrona, la quale per contrattempi del genere se la prende moltissimo, mi avrebbe frustata a sangue e quindi ero già decisa a fuggire, ma poi, pensando a te, cambiai subito idea.

Metamorfosi – Libro III – Brano 17:

Testo originale:

Verum cum tristis inde discederem ne prorsus vacuis manibus redirem, conspicor quendam forficulis attondentem caprinos utres; quos cum probe constrictos inflatosque et iam pendentis cernerem, capillos eorum humi iacentes flavos ac per hoc illi Boeotio iuveni consimiles plusculos aufero eosque dominae meae dissimulata veritate trado. Sic noctis initio, priusquam cena te reciperes, Pamphile mea iam vecors animi tectum scandulare conscendit, quod altrinsecus aedium patore perflabili nudatum, ad omnes orientales ceterosque aspectus pervium, maxime his artibus suis commodatum secreto colit. Priusque apparatu solito instruit feralem officinam, omne genus aromatis et ignorabiliter lamminis litteratis et infelicium navium durantibus damnis , defletorum, sepultorum etiam, cadaverum expositis multis admodum membris; hic nares et digiti, illic carnosi clavi pendentium, alibi trucidatorum servatus cruor et extorta dentibus ferarum trunca calvaria.

Traduzione:

Ma mentre me ne venivo via mogia mogia, notai un tale che stava tosando degli otri di capro che poi appendeva in alto ben legati e rigonfi. Vidi anche che per terra erano rimasti dei peli, biondi come quelli del giovane beota, e così per non tornarmene a mani vuote, ne raccolsi parecchi e li portai alla mia padrona, naturalmente facendo finta di niente. Sul far della notte, prima che tu rientrassi da quella cena, Panfile, la mia padrona, già tutta invasata, se ne salì in un abbaino che sta dall’altra parte della casa, aperto a tutti i venti, con la vista ad oriente e agli altri punti cardinali, fatto apposta per quelle sue: arti, e che ella, quindi, usa in tutta segretezza, e qui, per prima cosa, preparò con i soliti ingredienti i suoi infernali marchingegni, aromi d’ogni sorta, piastre di metallo con su incisi segni misteriosi, frammenti di navi naufragate, una ricca collezione di pezzi di cadaveri già pianti e sepolti, come nasi, dita da una parte, chiodi con su ancora attaccati pezzi di carne da un’altra, altrove il sangue rappreso di persone assassinate, perfino teste mozze sottratte alle zanne delle belve.

Metamorfosi – Libro III – Brano 18:

Testo originale:

Tunc decantatis spirantibus fibris libat vario latice, nunc rore fontano, nunc lacte vaccino, nunc melle montano, libat et mulsa. Sic illos capillos in mutuos nexus obditos atque nodatos cum multis odoribus dat vivis carbonibus adolendos. Tunc protinus inexpugnabili magicae disciplinae potestate et caeca numinum coactorum violentia illa corpora, quorum fumabant stridentes capilli, spiritum mutuantur humanum et sentiunt et audiunt et ambulant et, qua nidor suarum ducebat exuviarum, veniunt et pro illo iuvene Boeotio aditum gestientes fores insiliunt: cum ecce crapula madens et improvidae noctis deceptus caligine audacter mucrone destricto in insani modum Aiacis armatus, non ut ille vivis pecoribus infestus tota laniavit armenta, sed longe fortius qui tres inflatos caprinos utres exanimasti, ut ego te prostratis hostibus sine macula sanguinis non homicidam nunc sed utricidam amplecterer.”

Traduzione:

Poi si mise a recitare scongiuri su delle viscere ancora calde, cospargendole di liquidi vari: acqua di fonte, latte di mucca, miele di monte e perfino idromele. Poi intrecciò e annodò quei peli, li profumò e li gettò sui tizzoni ardenti. Ed ecco che per l’irresistibile potere della sua arte magica e per la forza occulta degli spiriti da lei evocati, i corpi ai quali quei peli che stavano bruciando appartenevano, cominciarono ad animarsi, a sentire, a udire, a camminare e, richiamati dall’odore, là dove le loro spoglie bruciavano, arrivarono essi, al posto del giovane beota, e volendo entrare, si dettero a forzare la porta. “In quel momento giungesti tu, ubriaco fradicio e, ingannato dalla fitta oscurità della notte, mettesti coraggiosamente mano al pugnale, un pò come il folle Aiace, solo che lui si gettò su animali vivi e ne fece strage, tu, molto più audace, bucasti invece tre otre di capro. Così, proprio perché tu hai ammazzato molti nemici senza spargere una goccia di sangue, io ora me ne sto fra le braccia di otricida, non di un omicida.”

Metamorfosi – Libro III – Brano 19:

Testo originale:

Adrisi lepido sermoni Photidis et in vicem cavillatus: “Ergo igitur iam et ipse possum” inquam “mihi primam virtutis adoriam ad exemplum duodeni laboris Herculei numerare vel trigemino corpori Geryonis vel triplici formae Cerberi totidem peremptos utres coaequando. Sed ut ex animo tibi volens omne delictum quo me tantis angoribus inplicasti remittam, praesta quod summis votis expostulo, et dominam tuam, cum aliquid huius divinae disciplinae molitur, ostende. Cum deos invocat, certe cum reformatur, videam; sum namque coram magicae noscendae ardentissimus cupitor. Quamquam mihi nec ipsa tu videare rerum rudis vel expers. Scio istud et plane sentio, cum semper alioquin spretorem matronalium amplexuum sic tuis istis micantibus oculis et rubentibus bucculis et renidentibus crinibus et hiantibus osculis et flagrantibus papillis in servilem modum addictum atque mancipatum teneas volentem. Iam denique nec larem requiro nec domuitionem paro et nocte ista nihil antepono.”

Traduzione:

Risi al divertente racconto di Fotide e, scherzando a mia volta: “Anch’io,” dissi, “posso considerare questo mio primo atto di valore come una delle dodici fatiche di Ercole paragonando i tre otri che ho bucato con i tre corpi di Gerione o con Cerbero triforme. Ma se vuoi ch’io ti perdoni completamente della tua colpa che mi ha procurato tanti guai, devi farmi un favore, te lo chiedo a mani giunte: mostrami la tua padrona quando fa qualcuna delle sue magie, quando invoca gli spiriti o, addirittura, quando muta aspetto. Ho una voglia matta di conoscerla da vicino quest’arte della magia, sebbene mi dà l’idea che anche tu ne debba sapere qualcosa e non poco. Per esempio io so, e lo sento, che se finora non mi sono mai troppo sprecato ad andare a letto con le signore, con te, invece, è tutta un’altra cosa e questi tuoi occhi ardenti, queste due guance rosa, i tuoi splendidi capelli, i tuoi baci libidinosi, i tuoi capezzoli odorosi, mi hanno fatto tuo schiavo, e tale che non desidero essere altro. Ormai alla famiglia non ci penso più e non mi passa nemmeno per la testa di ritornarvi: una soltanto delle nostre notti non la cambierei con nessun’altra cosa al mondo.”

Metamorfosi – Libro III – Brano 20:

Testo originale:

“Quam vellem” [inquit] respondit illa “praestare tibi, Luci, quod cupis, sed praeter invidos mores in solitudinem semper abstrusa et omnium praesentia viduata solet huius modi secreta perficere. Sed tuum postulatum praeponam periculo meo idque observatis opportunis temporibus sedulo perficiam, modo, ut initio praefata sum, rei tantae fidem silentiumque tribue.” Sic nobis garrientibus libido mutua et animos simul et membra suscitat. Omnibus abiectis amiculis hactenus denique intecti atque nudati bacchamur in Venerem, cum quidem mihi iam fatigato de propria liberalitate Photis puerile obtulit corollarium; iamque luminibus nostris vigilia marcidis infusus sopor etiam in altum diem nos attinuit.

Traduzione:

“Come vorrei accontentarti, Lucio mio,” rispose “in ciò che mi chiedi; ma quella sospetta di tutto e i suoi riti misteriosi li compie nella più completa solitudine, lontana da ogni sguardo. Il tuo desiderio, però, viene prima del rischio che io potrei correre e, quindi, troverò il momento opportuno per accontentarti, basta però che tu, come ti ho raccomandato all’inizio, mantenga il più assoluto silenzio su questa faccenda.” Tra una chiacchiera e l’altra, venne però a tutti e due, una voglia matta di fare all’amore: buttammo via alla svelta, ogni indumento e, liberi e nudi, folleggiammo nelle braccia di Venere. Quando io non ne potevo più Fotide, generosa com’era, volle metterci un’aggiunta: e darmi il piacere che di solito Si prendono i ragazzini. Poi sui nostri occhi intorbiditi dalla stanchezza di quella veglia cadde un sonno profondo che ci tenne fino a giorno alto.

Metamorfosi – Libro III – Brano 21:

Testo originale:

Ad hunc modum transactis voluptarie paucis noctibus quadam die percita Photis ac satis trepida me accurrit indicatque dominam suam, quod nihil etiam tunc in suos amores ceteris artibus promoveret, nocte proxima in avem sese plumaturam atque ad suum cupitum sic devolaturam; proin memet ad rei tantae speculam caute praepararem. Iamque circa primam noctis vigiliam ad illud superius cubiculum suspenso et insono vestigio me perducit ipsa perque rimam ostiorum quampiam iubet arbitrari, quae sic gesta sunt. Iam primum omnibus laciniis se devestit Pamphile et arcula quadam reclusa pyxides plusculas inde depromit, de quis unius operculo remoto atque indidem egesta unguedine diuque palmulis suis adfricta ab imis unguibus sese totam adusque summos capillos perlinit multumque cum lucerna secreto conlocuta membra tremulo succussu quatit. Quis leniter fluctuantibus promicant molles plumulae, crescunt et fortes pinnulae, duratur nasus incurvus, coguntur ungues adunci. Fit bubo Pamphile. Sic edito stridore querulo iam sui periclitabunda paulatim terra resultat, mox in altum sublimata forinsecus totis alis evolat.

Traduzione:

Ci godevamo così le notti quando, un bel giorno, Fotide si precipitò da me tutta agitata dicendomi che la sua padrona, poiché con le pratiche usate finora, in fatto d’amore, non era riuscita a concludere nulla, la notte seguente si sarebbe trasformata in uccello e sarebbe volata dal suo desiderio. Così alle prime ore di notte mi condusse ella stessa, con ogni circospezione, in punta di piedi, fino a quella stanzetta lì in alto e mi disse di guardare attraverso una fessura dell’uscio che cosa stava succedendo lì dentro. Panfile si era spogliata di tutte le vesti, poi, aperto uno scrigno cominciò a estrarne parecchi vasetti; tolse il coperchio ad uno di essi, prese dell’unguento e stropicciandolo a lungo nelle mani se lo spalmò su tutto il corpo, dalla cima dei capelli alle unghie dei piedi. Dopo che ebbe sommessamente parlato con la lucerna, le sue membra cominciarono ad essere scosse da un tremito, poi a ondeggiare lievemente e a coprirsi d’una fitta peluria. Nacquero, infine, delle robuste penne, il naso s’incurvò e s’irrigidì, le unghie si mutarono in artigli adunchi. Panfile era diventata un gufo. Emise un querulo strido, provò a saltellare ancora incerta delle sue possibilità, infine, levatasi in alto se ne volò via ad ali spiegate.

Brano 22:

Testo originale:

Et illa quidem magicis suis artibus volens reformatur, at ego nullo decantatus carmine praesentis tantum facti stupore defixus quidvis aliud magis videbar esse quam Lucius: sic exterminatus animi attonitus in amentiam vigilans somniabar; defrictis adeo diu pupulis an vigilarem scire quaerebam. Tandem denique reversus ad sensum praesentium adrepta manu Photidis et admota meis luminibus: “Patere, oro te,” inquam “dum dictat occasio, magno et singulari me adfectionis tuae fructu perfrui et impertire nobis unctulum indidem per istas tuas pupillas, mea mellitula, tuumque mancipium inremunerabili beneficio sic tibi perpetuo pignera ac iam perfice ut meae Veneri Cupido pinnatus adsistam tibi.” “Ain?” inquit “Vulpinaris, amasio, meque sponte asceam cruribus meis inlidere compellis? Sic inermem vix a lupulis conservo Thessalis; hunc alitem factum ubi quaeram, videbo quando?”

Traduzione:

Panfile si era trasformata, grazie alle sue arti magiche e di sua volontà. Io, di fronte a un simile prodigio, ero come impietrito per lo stupore e senza bisogno di scongiuri mi sentivo di essere tutto tranne che Lucio: ero fuori di me, imbambolato come uno che abbia perso la ragione, sognavo ad occhi aperti e me li venivo stropicciando continuamente per vedere se ero davvero sveglio. Finalmente tornai alla realtà e afferrata la mano di Fotide e portatamela agli occhi: “Ti supplico” esclamai “ora che si presenta l’occasione, dammi la prova suprema, unica, dell’amor tuo, dammi solo un filino di quell’unguento, te ne scongiuro, dolcezza mia, per queste tue mammelline tutto miele, che sono mie, incatenami per sempre a te con questo favore eccezionale, fa che diventi un Cupido alato per volare in braccio alla mia Venere.” “E bravo il mio furbacchione innamorato. Vorresti, eh, che io mi dessi da me la zappa sui piedi. Faccio già fatica, così come sei, a sottrarli a queste bagasce di Tessaglia, figuriamoci poi dove andrei a cercarti e quando ti rivedrei se diventassi un uccello!”

Metamorfosi – Libro III

Brano 23:

Testo originale:

“At mihi scelus istud depellant caelites” inquam “ut ego, quamvis ipsius aquilae sublimis volatibus toto caelo pervius et supremi Iovis nuntius vel laetus armiger, tamen non ad meum nidulum post illam pinnarum dignitatem subinde devolem. Adiuro per dulcem istum capilli tui nodulum, quo meum vinxisti spiritum, me nullam aliam meae Photidi malle. Tunc etiam istud meis cogitationibus occurrit, cum semel avem talem perunctus induero, domus omnis procul me vitare debere. Quam pulchro enim quamque festivo matronae perfruentur amatore bubone. Quid quod istas nocturnas aves, cum penetraverint larem quempiam, solliciter prehensas foribus videmus adfigi, ut, quod infaustis volatibus familiae minantur exitium, suis luant cruciatibus? Sed, quod sciscitari praene praeterivi, quo dicto factove rursum exutis pinnulis illis ad meum redibo Lucium?” “Bono animo es, quod ad huius rei curam pertinet” ait. “Nam mihi domina singula monstravit, quae possunt rursus in facies hominum tales figuras reformare. Nec istud factum putes ulla benivolentia, sed ut ei redeunti medela salubri possem subsistere. Specta denique quam parvis quamque futtilibus tanta res procuretur herbusculis; anethi modicum cum lauri foliis immissum rori fontano datur lavacrum et poculum.”

Traduzione:

“Che il cielo mi liberi da una simile carognata. Anche se io potessi volare in alto, dappertutto nel cielo, come l’aquila, e diventare il fidato messaggero di Giove e il suo augurale scudiero, dopo tanta gloria di voli, non tornerei sempre al mio piccolo nido. Ti giuro per queste deliziose trecce dei tuoi capelli con cui mi hai incatenato il cuore, che io non preferirò mai nessun’altra alla mia Fotide. E poi, adesso che ci penso, una volta che sarò tutto bello spalmato d’unguento e trasformato in un uccello simile, dovrò starmene alla larga dalle case. Che allegria, infatti, e come potranno goderselo, le signore, un amante gufo. La sappiamo, no? la fine che fanno questi uccelli notturni quando entrano in qualche casa: li prendono e li inchiodano alle porte perché con la loro morte atroce facciano penitenza delle disgrazie che il loro volo infausto reca alle famiglie. Ma quasi quasi mi dimenticavo di chiederti qual’è la formula, il gesto magico con cui potrà togliermi quelle penne di dosso e tornare di nuovo il Lucio di prima?” “Non ti preoccupare riguardo a questo” mi assicurò. “La mia padrona mi ha mostrato tutto quanto occorre per restituire l’aspetto umano a quelli che hanno preso altra forma. Non credo però che l’abbia fatto per bontà d’animo ma solo perché, così, quand’ella torna io possa apprestarle i rimedi efficaci. Inoltre devi sapere che bastano erbette da nulla per ottenere un simile prodigio: un po’ di semi di aneto, delle foglie di lauro mescolate in acqua di fonte ed ecco bell’e pronto il bagno e la bevanda.”

Metamorfosi – Libro III

Brano 24:

Testo originale:

Haec identidem adseverans summa cum trepidatione inrepit cubiculum et pyxidem depromit arcula. Quam ego amplexus ac deosculatus prius utque mihi prosperis faveret volatibus deprecatus abiectis propere laciniis totis avide manus immersi et haurito plusculo uncto corporis mei membra perfricui. Iamque alternis conatibus libratis brachiis in avem similis gestiebam; nec ullae plumulae nec usquam pinnulae, sed plane pili mei crassantur in setas et cutis tenella duratur in corium et in extimis palmulis perdito numero toti digiti coguntur in singulas ungulas et de spinae meae termino grandis cauda procedit. Iam facies enormis et os prolixum et nares hiantes et labiae pendulae; sic et aures inmodicis horripilant auctibus. Nec ullum miserae reformationis video solacium, nisi quod mihi iam nequeunti tenere Photidem natura crescebat.

Traduzione:

Dopo avermi ripetuto più volte tali assicurazioni, entrò tutta emozionata in quella stanzetta e prese dallo scrigno il vasetto. Come io l’ebbi fra le mani me lo strinsi al petto e cominciai a baciarlo pregando che mi facesse fare voli felici, poi, liberatomi in fretta di tutti i vestiti, immersi avidamente le dita nel barattolo e preso un bel pò di unguento me lo spalmai su tutto il corpo. Poi, agitando le braccia su e giù mi misi a fare l’uccello, ma niente: penne non ne spuntavano e nemmeno piume; piuttosto i peli cominciarono a diventare ispidi come setole, la pelle, delicata com’era, a farsi dura come il cuoio, alle estremità degli arti le dita si confusero, riunendosi in una sola unghia e in fondo alla colonna vertebrale spuntò una gran coda. Poi eccomi con una faccia enorme, una bocca allungata, le narici spalancate, le labbra penzoloni, mentre smisuratamente pelose mi erano cresciute le orecchie. Nulla in quell’orribile metamorfosi di cui potessi per qualche verso compiacermi, se non per il mio arnese diventato grossissimo, ma proprio quando, ormai, non potevo più tener Fotide tra le mie braccia.

Metamorfosi – Libro III

Brano 25:

Testo originale:

Ac dum salutis inopia cuncta corporis mei considerans non avem me sed asinum video, querens de facto Photidis sed iam humano gestu simul et voce privatus, quod solum poteram, postrema deiecta labia umidis tamen oculis oblicum respiciens ad illam tacitus expostulabam. Quae ubi primum me talem aspexit, percussit faciem suam manibus infestis et: “Occisa sum misera:” clamavit “me trepidatio simul et festinatio fefellit et pyxidum similitudo decepit. Sed bene, quod facilior reformationis huius medela suppeditat. Nam rosis tantum demorsicatis exibis asinum statimque in meum Lucium postliminio redibis. Atque utinam vesperi de more nobis parassem corollas aliquas, ne moram talem patereris vel noctis unius. Sed primo diluculo remedium festinabitur tibi.”

Traduzione:

Guardandomi tutte le parti del corpo e vedendomi diventato asino e non uccello sentii d’essere rovinato. Mi venne voglia di prendermela con Fotide per questo bel guaio, ma privo ormai del gesto e della voce, feci quel che potevo: chinai il muso e guardandola di traverso con gli occhi umidi mi raccomandai a lei in silenzio. Quand’ella, intanto, mi vide in quello stato, cominciò a picchiarsi il viso e: “Disgraziata che sono” cominciò a gridare “l’emozione e la fretta mi hanno tradita e mi ha ingannata la somiglianza dei vasetti. Meno male che per questa trasformazione è presto trovato il rimedio. Basta che tu mastichi delle rose e subito ti toglierai di dosso questo aspetto d’asino e tornerai il mio Lucio. Peccato che ieri sera non ho preparato per noi le solite coroncine di rose perché allora non avresti dovuto aspettare nemmeno una notte. Appena spunta l’alba, però avrai subito la medicina.”

Metamorfosi – Libro III

Brano 26:

Testo originale:

Sic illa maerebat, ego vero quamquam perfectus asinus et pro Lucio iumentum sensum tamen retinebam humanum. Diu denique ac multum mecum ipse deliberavi, an nequissimam facinerosissimamque illam feminam spissis calcibus feriens et mordicus adpetens necare deberem. Sed ab incepto temerario melior me sententia revocavit, ne morte multata Photide salutares mihi suppetias rursus extinguerem. Deiecto itaque et quassanti capite ac demussata temporali contumelia durissimo casui meo serviens ad equum illum vectorem meum probissimum in stabulum concedo, ubi alium etiam Milonis quondam hospitis mei asinum stabulantem inveni. Atque ego rebar, si quod inesset mutis animalibus tacitum ac naturale sacramentum, agnitione ac miseratione quadam inductum equum illum meum hospitium ac loca lautia mihi praebiturum. Sed pro Iuppiter hospitalis et Fidei secreta numina! Praeclarus ille vector meus cum asino capita conferunt in meamque perniciem ilico consentiunt et verentes scilicet cibariis suis vix me praesepio videre proximantem: deiectis auribus iam furentes infestis calcibus insecuntur. Et abigor quam procul ab ordeo, quod adposueram vesperi meis manibus illi gratissimo famulo.

Traduzione:

Così ella si disperava ed io benché asino perfetto, un quadrupede al posto di Lucio, conservavo la sensibilità umana. Così stetti a lungo a chiedermi se avessi dovuto uccidere a furia di calci e di morsi quella disgraziata e malvagia femmina; ma da questo proposito avventato mi distolse una considerazione più sensata e cioè che se avessi punito Fotide con la morte, mi sarei tolta da me ogni possibilità di aiuto. Così a testa bassa e ciondoloni e mandando già la momentanea umiliazione, nonché rassegnandomi a quel tristissimo accidente, me ne andai vicino al mio cavallo che così zelantemente mi aveva portato fin là, nella stalla, dove trovai anche un altro asino, appartenente a Milone, un tempo mio ospite. Intanto io pensavo che se tra gli animali, privi come sono di parola, esiste un tacito e istintivo senso di solidarietà, quel mio cavallo, riconoscendomi e avendo pietà di me, mi avrebbe dato ospitalità e lasciato ch’io occupassi il posto migliore. E, invece, per Giove ospitale, per le segrete divinità della Fede, quella mia illustre cavalcatura e quell’asino, annusandosi, si misero subito d’accordo ai miei danni e, appena videro che io mi avvicinavo alla greppia, preoccupati per il cibo, a orecchie basse, infuriati, mi accolsero con una tempesta di calci. Così fui tenuto bene alla larga da quell’orzo che io stesso, la sera prima, con le mie mani, avevo posto davanti a quel mio riconoscente servitore.

Metamorfosi – Libro III

Brano 27:

Testo originale:

Sic adfectus atque in solitudinem relegatus angulo stabuli concesseram. Dumque de insolentia collegarum meorum mecum cogito atque in alterum diem auxilio rosario Lucius denuo futurus equi perfidi vindictam meditor, respicio pilae mediae, quae stabuli trabes sustinebat, in ipso fere meditullio Eponae deae simulacrum residens aediculae, quod accurate corollis roseis equidem recentibus fuerat ornatum. Denique adgnito salutari praesidio pronus spei, quantum extensis prioribus pedibus adniti poteram, insurgo valide et cervice prolixa nimiumque porrectis labiis, quanto maxime nisu poteram, corollas adpetebam. Quod me pessima scilicet sorte conantem servulus meus, cui semper equi cura mandata fuerat, repente conspiciens indignatus exsurgit et: “Quo usque tandem” inquit “cantherium patiemur istum paulo ante cibariis iumentorum,nunc etiam simulacris deorum infestum? Quin iam ego istum sacrilegum debilem claudumque reddam”; et statim telum aliquod quaeritans temere fascem lignorum positum offendit, rimatusque frondosum fustem cunctis vastiorem non prius miserum me tundere desiit quam sonitu vehementi et largo strepitu percussis ianuis trepido etiam rumore viciniae conclamatis latronibus profugit territus.

Traduzione:

Trattato in questo modo e messo al bando mi ritirai in un cantuccio della stalla e mentre pensavo all’insolenza di quei miei colleghi e progettavo di vendicarmi di quel perfido cavallo non appena con l’aiuto delle rose sarei tornato Lucio, vidi appesa a metà del pilastro centrale che sosteneva le travi della stalla un’immagine della dea Epona incassata in una piccola nicchia e circondata da una ghirlandetta di rose fresche. Scorto l’aiuto provvidenziale mi tornò la speranza e tese in alto le zampe anteriori, mi detti da fare come potevo ad allungare il collo e a protendere le labbra, insomma a tentare con tutte le mie forze di afferrare quelle ghirlande. Ma per il colmo della disgrazia il mio servo al quale era stata affidata la cura del mio cavallo, vedendomi fare tutti quegli sforzi, mi saltò su infuriato: “Ma fino a quando devo sopportare questo castrone?” disse “Un momento fa si stava fregando la biada delle altre bestie, ora se la prende anche con le immagini degli dei. Quasi quasi lo cionco, questo sacrilego!” e messosi alla ricerca di un’arma, gli venne sotto, per caso, una fascina dalla quale sfilò il ramo più robusto e più frondoso e così, povero me, già a darmele più che poteva. Smise quando s’udirono un grande strepito e colpi violenti alla porta e i vicini che gridavano: “i briganti, i briganti”; allora, impaurito, se la diede a gambe.

Metamorfosi – Libro III

Brano 28:

Testo originale:

Nec mora, cum vi patefactis aedibus globus latronum invadit omnia et singula domus membra cingit armata factio et auxiliis hinc inde convolantibus obsistit discursus hostilis. Cuncti gladiis et facibus instructi noctem illuminant, coruscat in modum ortivi solis ignis et mucro. Tunc horreum quoddam satis validis claustris obsaeptum obseratumque, quod mediis aedibus constitutum gazis Milonis fuerat refertus, securibus validis adgressi diffindunt. Quo passim recluso totas opes vehunt raptimque constrictis sarcinis singuli partiuntur. Tunc opulentiae nimiae nimio ad extremas incitas deducti nos duos asinos et equum meum productos e stabulo, quantum potest, gravioribus sarcinis onerant et domo iam vacua minantes baculis exigunt unoque de sociis ad spectaculum, qui de facinoris inquisitione nuntiaret, relicto nos crebra tundentes per avia montium ducunt concitos.

Traduzione:

Un attimo dopo la porta si spalancò violentemente e un gruppo di briganti fece irruzione mentre una seconda schiera armata circondava la casa e, con continui spostamenti, teneva a bada la gente che accorreva da ogni parte. Tutti erano armati di spade e di torce e illuminavano le tenebre; il fuoco e il ferro brillavano come un sole sorgente. Al centro della casa c’era un ripostiglio chiuso e sigillato da catenacci solidissimi dove Milone ammucchiava i suoi tesori. Quelli a gran colpi di scure spaccarono tutto, entrarono, portarono fuori ogni cosa e in fretta la chiusero in sacchi che poi si divisero. Ma i portatori non erano in numero sufficiente per un bottino simile; così, messi in difficoltà per la troppa abbondanza, presero noi, due asini e un cavallo, ci tirarono fuori della stalla, ci seppellirono quanto poterono sotto i fardelli più pesanti e minacciandoci con i bastoni ci spinsero fuori della casa ormai svuotata di tutto. Uno della banda rimase sul posto per raccogliere notizie e riferire poi dell’inchiesta che si sarebbe aperta su quel fattaccio; quanto a noi, invece, a suon di legnate ci spinsero tra le montagne per viottoli impraticabili.

Metamorfosi – Libro III

Brano 29:

Testo originale:

Iamque rerum tantarum pondere et montis ardui vertice et prolixo satis itinere nihil a mortuo differebam. Sed mihi sero quidem serio tamen subvenit ad auxilium civile decurrere et interposito venerabili principis nomine tot aerumnis me liberare. Cum denique iam luce clarissima vicum quempiam frequentem et nundinis celebrem praeteriremus, inter ipsas turbelas Graecorum [Romanorum] genuino sermone nomen augustum Caesaris invocare temptavi; et “O” quidem tantum disertum ac validum clamitavi, reliquum autem Caesaris nomen enuntiare non potui. Aspernati latrones clamorem absonum meum caedentes hinc inde miserum corium nec cribris iam idoneum relinquunt. Sed tandem mihi inopinatam salutem Iuppiter ille tribuit. Nam cum multas villulas et casas amplas praeterimus, hortulum quendam prospexi satis amoenum, in quo praeter ceteras gratas herbulas rosae virgines matutino rore florebant. His inhians et spe salutis alacer ac laetus propius accessi, dumque iam labiis undantibus adfecto, consilium me subit longe salubrius, ne, si rursum asino remoto prodirem in Lucium, evidens exitium inter manus latronum offenderem vel artis magicae suspectione vel indicii futuri criminatione. Tunc igitur a rosis et quidem necessario temperavi et casum praesentem tolerans in asini faciem faena rodebam.

Traduzione:

Intanto un pò per tutto quel carico, un pò per la ripidezza di quei viottoli di montagna, un pò per la molta strada già fatta, tra me e un morto c’era ormai poca differenza. Eppure, anche se in ritardo, mi venne un’idea di quelle fini, cioè di fare appello alla legge, sperando che tirando in ballo il nome dell’augusto imperatore, mi sarei liberato di tutti i miei guai. E così a giorno fatto, mentre, finalmente, attraversavamo un villaggio popoloso e pieno di gente accorsa per il mercato, giunto nel bel mezzo di un gruppo di greci, tentai di invocare nella loro lingua, il nome augusto di Cesare, ma non mi riuscì di gridare che un “O” forte e chiaro, che il resto del nome Cesare non potetti articolarlo. Urtati assai da quel mio raglio sgradevole i briganti cominciarono a darmene un fracco da spianarmi la pellaccia fino a ridurmela peggio di uno straccio. Finalmente il gran Giove volle porgermi una via di salvezza. Infatti, mentre sorpassavamo casette di campagna e grosse cascine, io vidi un giardinetto grazioso nel quale oltre a diverse piante leggiadre c’erano delle rose ancora in boccio e stillanti di rugiada. Tutto lieto e arzillo per la speranza della salvezza mi ci accostai e con le labbra avide già stavo per afferrarle quando feci una considerazione che fu davvero assai saggia e cioè che se io mi fossi ritrovato non più asino ma Lucio, quei briganti, di sicuro, mi avrebbero fatto fuori o perché sospettato di magia o per la paura che un domani li avrei denunciati. E così, anche questa volta, per forza maggiore, dovetti rinunziare alle rose e, rassegnandomi alla mia temporanea sventura, proprio come un asino mi misi a masticare fieno.

Metamorfosi – Libro III

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