Di seguito trovi il testo originale, e la traduzione, di tutti i brani del Libro II delle Metamorfosi di Apuleio.

Metamorfosi – Libro II – Brano 1:

Testo originale:

Ut primum nocte discussa sol novus diem fecit, et somno simul emersus et lectulo, anxius alioquin et nimis cupidus cognoscendi quae rara miraque sunt, reputansque me media Thessaliae loca tenere qua artis magicae nativa cantamina totius orbis consono orbe celebrentur fabulamque illam optimi comitis Aristomenis de situ civitatis huius exortam, suspensus alioquin et voto simul et studio, curiose singula considerabam. Nec fuit in illa civitate quod aspiciens id esse crederem quod esset, sed omnia prorsus ferali murmure in aliam effigiem translata, ut et lapides quos offenderem de homine duratos et aves quas audirem indidem plumatas et arbores quae pomerium ambirent similiter foliatas et fontanos latices de corporibus humanis fluxos crederem; iam statuas et imagines incessuras, parietes locuturos, boves et id genus pecua dicturas praesagium, de ipso vero caelo et iubaris orbe subito venturum oraculum.

Traduzione:

Appena il sole fugò le tenebre e riportò sulla terra la luce, io mi destai e subito saltai fuori dal letto desideroso e impaziente di conoscere tutte le cose bellissime e rare del luogo, tanto più, pensai, che mi trovavo proprio nel cuore della Tessaglia, la terra degli incantesimi, la culla della magia, famosa per questo in tutto il mondo e, per giunta, proprio dove era accaduto il fatto straordinario raccontato da quell’ottimo compagno di viaggio che era stato Aristomene. Mi misi così a osservare attentamente ogni cosa con uno stato d’animo misto di curiosità e insieme d’ansia. Ma in quella città tutto mi sembrava strano, irreale, ovunque posassi lo sguardo, come se un qualche funesto incantesimo avesse stregato ogni cosa: i sassi in cui inciampavo mi pareva fossero uomini pietrificati, gli uccelli che sentivo cantare esseri umani diventati pennuti, gli alberi che cingevano le mura uomini anch’essi mutati in creature arboree, perfino l’acqua mi sembrava sgorgasse da corpi umani. Mi aspettavo, da un momento all’altro, che le statue e le figure degli affreschi si mettessero a camminare, le pietre delle mura a discorrere fra loro, che i buoi o, che so io, animali simili a predire il futuro e che dal cielo stesso e dal disco del sole sarebbe, a un tratto, venuto già un qualche oracolo.

Metamorfosi – Libro II -Brano 2:

Testo originale:

Sic attonitus, immo vero cruciabili desiderio stupidus, nullo quidem initio vel omnino vestigio cupidinis meae reperto cuncta circumibam tamen. Dum in luxum nepotalem similis ostiatim singula pererro, repente me nescius forum cupidinis intuli, et ecce mulierem quampiam frequenti stipatam famulitione ibidem gradientem adcelerato vestigio comprehendo; aurum in gemmis et in tunicis, ibi inflexum, hic intextum, matronam profecto confitebatur. Huius adhaerebat lateri senex iam gravis in annis, qui ut primum me conspexit: “Est,” inquit “hercules, est Lucius”, et offert osculum et statim incertum quidnam in aurem mulieris obganniit; “Quin” inquit “etiam ipse parentem tuam accedis et salutas?” “Vereor” inquam “ignotae mihi feminae” et statim rubore suffusus deiecto capite restiti. At illa optutum in me conversa: “En” inquit “sanctissimae Salvae matris generosa probitas, sed et cetera corporis exsecrabiliter ad [regulam qua diligenter aliquid adfingunt] sim congruentia: inenormis proceritas, suculenta gracilitas, rubor temperatus, flavum et inadfectatum capillitium, oculi caesii quidem, sed vigiles et in aspectu micantes, prorsus aquilini, os quoquoversum floridum, speciosus et immeditatus incessus.”

Traduzione:

Così me ne andavo a zonzo qua e là tutto frastornato e eccitato da una curiosità tormentosa senza tuttavia riuscire a trovare un benché minimo indizio di quanto mi stava a cuore. Bighellonavo di porta in porta come uno sfaccendato che ha quattrini da spendere e senza accorgermene mi trovai al mercato. Qui affrettai il passo per dare una sbirciatina a una donna che passava di là circondata da un codazzo di schiavi. I monili d’oro scolpiti e l’abito trapunto in oro anch’esso mi mostravano chiaramente che si trattava di una vera signora. Era al suo fianco un vecchio molto avanti negli anni il quale appena mi vide: “Ma sì, è proprio lui, Lucio” esclamò stampandomi un bacio e bisbigliando poi qualcosa che non compresi all’orecchio della donna. “Perché non ti fai avanti a salutare questa tua parente?” mi fece poi. Ed io vergognoso: “Non conosco la signora” risposi arrossendo e rimasi lì fermo impalato, a capo chino. “Ma guardalo, lo stesso ritegno signorile di sua madre Salvia, santa donna,” commentava quella, intanto, guardandomi. “Straordinario, anche nel fisico le somiglia, tale e quale; statura regolare, forte e slanciato, colorito roseo, capelli biondi, ondulati di natura, occhi azzurri ma vivi e lampeggianti come quelli di un aquilotto, e i lineamenti del volto di una bellezza, e poi, elegante e disinvolto nel portamento.”

Metamorfosi – Libro II -Brano 3:

Testo originale:

Et adiecit: “Ego te, o Luci, meis istis manibus educavi, quidni? parentis tuae non modo sanguinis, verum alimoniarum etiam socia. Nam et familia Plutarchi ambae prognatae sumus et eandem nutricem simul bibimus et in nexu germanitatis una coalvimus. Nec aliud nos quam dignitas discernit, quod illa clarissimas ego privatas nuptias fecerimus. Ego sum Byrrhena illa, cuius forte saepicule nomen inter tuos educatores frequentatum retines. Accede itaque hospitium fiducia, immo vero iam tuum proprium larem.” Ad haec ego, iam sermonis ipsius mora rubore digesto: “Absit,” inquam parens, ut Milonem hospitem sine ulla querela deseram; sed plane, quod officiis integris potest effici, curabo sedulo. Quotiens itineris huius ratio nascetur, numquam erit ut non apud te devertar.” Dum hunc et huius modi sermonem altercamur, paucis admodum confectis passibus ad domum Byrrhenae pervenimus.

Traduzione:

“Sai, Lucio” continuò “ti ho allevato io, con queste mani, come no? Fra me e tua madre non c’è soltanto un vincolo di sangue ma siamo state allevate insieme. Tutte e due discendiamo dalla famiglia di Plutarco e siamo state allattate dalla stessa balia e insieme siamo cresciute, come due sorelle; solo la posizione sociale ci divide perché lei ha sposato un uomo importante, io un semplice borghese: sono Birrena e forse hai già sentito fare il mio nome fra quelli che ti hanno educato. Non fare complimenti, quindi, e accetta la mia ospitalità, anzi considerati a casa tua.” Sentendola parlare così io vinsi ogni impaccio e le risposi: “Madre, non è assolutamente il caso che io senza motivo, ora pianti là Milone che mi ha dato ospitalità; comunque, appena possibile, con le dovute convenienze, saprò regolarmi altrimenti e tutte le volte che mi capiterà di passare di qui non mancherò di fermarmi da te.” Così, tra una chiacchiera e l’altra, in pochi passi fummo a casa sua.

Metamorfosi – Libro II -Brano 4:

Testo originale:

Atria longe pulcherrima columnis quadrifariam per singulos angulos stantibus attolerabant statuas, palmaris deae facies, quae pinnis explicitis sine gressu pilae volubilis instabile vestigium plantis roscidis delibantes nec ut maneant inhaerent et iam volare creduntur. Ecce lapis Parius in Dianam factus tenet libratam totius loci medietatem, signum perfecte luculentum, veste reflatum, procursu vegetum, introeuntibus obvium et maiestate numinis venerabile; canes utrimquesecus deae latera muniunt, qui canes et ipsi lapis erant; his oculi minantur, aures rigent, nares hiant, ora saeviunt, et sicunde de proximo latratus ingruerit, eum putabis de faucibus lapidis exire, et in quo summum specimen operae fabrilis egregius ille signifex prodidit, sublatis canibus in pectus arduis pedes imi resistunt, currunt priores. Pone tergum deae saxum insurgit in speluncae modum muscis et herbis et foliis et virgultis et sicubi pampinis et arbusculis alibi de lapide florentibus. Splendet intus umbra signi de nitore lapidis. Sub extrema saxi margine poma et uvae faberrime politae dependent, quas ars aemula naturae veritati similes explicuit. Putes ad cibum inde quaedam, cum mustulentus autumnus maturum colorem adflaverit, posse decerpi, et si fontem, qui deae vestigio discurrens in lenem vibratur undam, pronus aspexeris, credes illos ut rure pendentes racemos inter cetera veritatis nec agitationis officio carere. Inter medias frondes lapidis Actaeon simulacrum curioso optutu in deam [sum] proiectus iam in cervum ferinus et in saxo simul et in fronte loturam Dianam opperiens visitur.

Traduzione:

L’atrio era bellissimo, colonne ai quattro angoli reggevano Vittorie palmate che, ferme, ad ali aperte sembravano sfiorare con le agili piante il mobile sostegno di una sfera nell’atto di spiccare il volo non di sostare. Al centro, stupendo capo d’opera, una Diana in marmo pario, con la veste gonfia di vento sembrava protendersi leggera verso chi entrava, eppure veneranda nella sua divina maestà. Ai lati della dea, a suo presidio, stavano due molossi, anch’essi in marmo pario: erano i loro occhi minacciosi, ritte le orecchie, dilatate le narici, le fauci avidamente spalancate. Se fosse risuonato là intorno un latrato, certo lo avresti creduto uscito da quelle gole di marmo. Qui, appunto, quell’insigne artista aveva dato la prova più alta della sua arte, raffigurando quei cani con il petto proteso, le zampe posteriori ben ferme a terra e quelle anteriori nell’atto della corsa. Aveva anche scolpito un macigno alle spalle della dea in foggia di spelonca e muschio, morbide foglie, ramoscelli, pampini e arbusti sembravano fiorire dalla pietra. All’interno, nel nitore del marmo, risplendeva l’immagine divina. Dagli orli alti del sasso frutti ed uve pendevano, di squisita fattura, simili in tutto al vero, l’arte avendo emulato la natura. Certo avresti pensato di coglierli e mangiarli quando l’autunno che porta il mosto avesse in essi infuso i bei colori maturi. Se, poi, chinandoti a guardare il ruscello che ai piedi della dea scorreva in onde lievi, quei grappoli riflessi tu li avresti creduti non solo naturali ma persino oscillanti come quelli sospesi ai tralci veri. Tra le fronde si distingueva l’immagine marmorea di Atteone cupidamente proteso a spiare la dea che si bagnasse in quella fonte, nuda; ma già mutato in cervo.

Metamorfosi – Libro II -Brano 5:

Testo originale:

Dum haec identidem rimabundus eximie delector, “Tua sunt” ait Byrrhena “cuncta quae vides”, et cum dicto ceteros omnes sermone secreto decedere praecipit. Quibus dispulsis omnibus: “Per hanc” inquit, “deam, o Luci carissime, ut anxie tibi metuo et ut pote pignori meo longe provisum cupio, cave tibi, sed cave fortiter a malis artibus et facinorosis illecebris Pamphiles illius, quae cum Milone isto, quem dicis hospitem, nupta est. Maga primi nominis et omnis carminis sepulcralis magistra creditur, quae surculis et lapillis et id genus frivolis inhalatis omnem istam lucem mundi sideralis imis Tartari et in vetustum chaos submergere novit. Nam simul quemque conspexerit speciosae formae iuvenem, venustate eius sumitur et ilico in eum et oculum et animum detorquet. Serit blanditias, invadit spiritum, amoris profundi pedicis aeternis alligat. Tunc minus morigeros et vilis fastidio in saxa et in pecua et quodvis animal puncto reformat, alios vero prorsus extinguit. Haec tibi trepido et cavenda censeo. Nam et illa uritur perpetuum et tu per aetatem et pulchritudinem capax eius es.” Haec mecum Byrrhena satis anxia.

Traduzione:

Mentre io guardavo ogni cosa con gran piacere e interesse, Birrena mi fece: “Tutto questo è tuo” e, così dicendo, invitò gli altri, con un cenno discreto ad allontanarsi. Rimasti soli, continuò: “Sapessi, Lucio, come sono in ansia per te, come vorrei proteggerti, più che se fossi mio figlio. In nome di questa idea, guardati, per carità, guardati dalle male arti e dalle pericolose lusinghe di Panfile, la moglie di quel Milone di cui mi hai detto che sei ospite: è una maga famosa, nessuna, a quanto dicono, è più esperta di lei a evocare gli spiriti maligni: soffiando su dei rametti, su delle pietruzze e cose del genere, quella è capace di sprofondare sole e stelle giù nel Tartaro e nel vecchio Caos. Per di più quando vede un bel giovane ne resta subito presa e non lo molla più, lo lusinga, gli si insinua nell’animo, lo lega indissolubilmente a sé. I meno compiacenti o quelli che le son venuti a noia li trasforma invece in sassi o in caproni o in altri animali o addirittura li uccide. Ecco perché io sono in pena per te e ti supplico di stare attento: quella è una che è sempre in calore e tu, per età e per avvenenza, fai proprio al caso suo.” Questo mi disse tutta preoccupata Birrena.

Metamorfosi – Libro II -Brano 6:

Testo originale:

At ego curiosus alioquin, ut primum artis magicae semper optatum nomen audivi, tantum a cautela Pamphiles afui ut etiam ultro gestirem tali magisterio me volens ampla cum mercede tradere et prorsus in ipsum barathrum saltu concito praecipitare. Festinus denique et vecors animi manu eius velut catena quadam memet expedio et “Salve” propere addito ad Milonis hospitium perniciter evolo. Ac dum amenti similis celero vestigium, “Age,” inquam, “o Luci, evigila et tecum esto. Habes exoptatam occasionem, et voto diutino poteris fabulis miris explere pectus. Aufer formidines pueriles, comminus cum re ipsa naviter congredere, et a nexu quidem venerio hospitis tuae tempera et probi Milonis genialem torum religiosus suspice, verum enimvero Photis famula petatur enixe. Nam et forma scitula et moribus ludicra et prorsus argutula est. Vesperi quoque cum somno concederes, et in cubiculo te deduxit comiter et blande lectulo collocavit et satis amanter cooperuit et osculato tuo capite quam invita discederet vultu prodidit, denique saepe retrorsa respiciens substitit. Quod bonum felix et faustum itaque, licet salutare non erit, Photis illa temptetur.”

Traduzione:

Ma io che sono curioso per natura, appena sentii la parola magia, che sempre mi aveva sedotto, a tutt’altro pensai che a guardarmi da Panfile, anzi mi venne tanta voglia d’essere iniziato anch’io nell’arte magica e di gettarmici a capofitto, costasse quel che costasse, che, tutto eccitato, mi liberai di Birrena, come da una catena, e gettandole un “salve” in tutta fretta, mi precipitai a casa di Milone. Intanto, correndo come un pazzo, mi dicevo: “Coraggio, Lucio, apri gli occhi e bada a te. Questa è la volta buona, finalmente potrai appagare il tuo desiderio e saziarti di storie meravigliose. Bando alle paure da ragazzini, prendi di petto la cosa, ma soprattutto astinenza con la tua ospite, e guardalo da lontano e con rispetto il letto del buon Milone; datti da fare, piuttosto, con Fotide, la servotta: è appetitosa e ci sta e poi è simpatica. Ieri sera, quando sei andato in camera, lei è venuta con te, ti ha messo a letto con un sacco di moine, ti ha rimboccato le coperte in modo piuttosto provocante e baciandoti in fronte ti ha fatto capire che le dispiaceva andarsene; infatti s’è voltata indietro più volte, a guardarti. Questo è di buon augurio; può darsi effettivamente che tutta la faccenda non finisca bene, almeno cerca di portarti a letto questa Fotide.”

Metamorfosi – Libro II -Brano 7:

Testo originale:

Haec mecum ipse disputans fores Milonis accedo et, quod aiunt, pedibus in sententiam meam vado. Nec tamen domi Milonem vel uxorem eius offendo, sed tantum caram meam Photidem: suis parabat isicium fartim concisum et pulpam frustatim consectam ambacupascuae iurulenta et quod naribus iam inde ariolabar, tuccetum perquam sapidissimum. Ipsa linea tunica mundule amicta et russea fasceola praenitente altiuscule sub ipsas papillas succinctula illud cibarium vasculum floridis palmulis rotabat in circulum, et in orbis flexibus crebra succutiens et simul membra sua leniter inlubricans, lumbis sensim vibrantibus, spinam mobilem quatiens placide decenter undabat. Isto aspectu defixus obstupui et mirabundus steti, steterunt et membra quae iacebant ante. Et tandem ad illam: “Quam pulchre quamque festive,” inquam “Photis mea, ollulam istam cum natibus intorques! Quam mellitum pulmentum apparas! Felix et certius beatus cui permiseris illuc digitum intingere.” Tunc illa lepida alioquin et dicacula puella: “Discede,” inquit “miselle, quam procul a meo foculo, discede. Nam si te vel modice meus igniculus afflaverit, ureris intime nec ullus extinguet ardorem tuum nisi ego, quae dulce condiens et ollam et lectulum suave quatere novi.”

Traduzione:

Così ragionando arrivai alla porta di Milone e vidi che tutto funzionava, come suol dirsi, a pennello. A casa, infatti, non c’era né Milone né sua moglie ma solo la mia cara Fotide che stava preparando per i suoi padroni un ripieno di trippa e polpa di carne tritata, una cosetta veramente squisita a giudicar dall’odore. Indossava una linda tunichetta di lino con una cinturina rosso vivo che le stringeva la vita, proprio sotto i seni. Con le sue manine tondette rimestava il cibo nel tegame, che scuoteva continuamente, di modo che quel movimento le si comunicava a tutto il corpo e cos? dondolava mollemente la schiena e ancheggiava ch’era uno spettacolo. A quella vista rimasi là fermo incantato, in estasi, e mi si rizzò anche un certo arnese che prima era penzoloni. “Che bellezza!” riuscii alla fine a esclamare, “Fotide mia, come sai muovere bene quei tuoi fianchi e quel tegamino. Chissà che intingoletto squisito stai preparando. Beato, eh, sì, proprio beato chi, col tuo permesso, potrà metterci il dito.” Ma lei, civetta e spiritosa com’era: “Sta’ lontano, sbarbatello, sta’ lontano dal mio fornello, quanto più puoi, che se appena ti tocca questo mio focherello, ti sentirai bruciare fin le midolla e nessuno potrà estinguerti l’incendio se non io che, con lo stesso piacere, ci so fare assai bene sia coi sughetti e le pentole sia a letto.”

Metamorfosi – Libro II -Brano 8:

Testo originale:

Haec dicens in me respexit et risit. Nec tamen ego prius inde discessi quam diligenter omnem eius explorassem habitudinem. Vel quid ego de ceteris aio, cum semper mihi unica cura fuerit caput capillumque sedulo et puplice prius intueri et domi postea perfrui sitque iudicii huius apud me certa et statuta ratio, vel vel quod praecipua pars ista corporis in aperto et in perspicuo posita prima nostris luminibus occurrit et quod in ceteris membris floridae vestis hilaris color, hoc in capite nitor nativus operatur; denique pleraeque indolem gratiamque suam probaturae lacinias omnes exuunt, amicula dimovent, nudam pulchritudinem suam praebere se gestiunt magis de cutis roseo rubore quam de vestis aureo colore placiturae. At vero ?? quod nefas dicere, nec quod sit ullum huius rei tam dirum exemplum! ?? si cuiuslibet eximiae pulcherrimaeque feminae caput capillo spoliaveris et faciem nativa specie nudaveris, licet illa caelo deiecta, mari edita, fluctibus educata, licet inquam ipsa Venus fuerit, licet omni Gratiarum choro stipata et toto Cupidinum populo comitata et balteo suo cincta, cinnama flagrans et balsama rorans, calva processerit, placere non poterit nec Vulcano suo.

Traduzione:

Così dicendo si voltò a guardarmi e rise mentre io restai lì a mangiarmela con gli occhi. Ma, in effetti, perché mettermi a parlare degli altri particolari quando delle donne la mia unica passione sono sempre stati il viso e i capelli, che prima ammiro in pubblico e poi me li godo in privato. La ragione di questa mia debolezza sta, forse, nel fatto che questa importante parte del corpo, così in evidenza e così esposta, è la prima a colpirci; e poi, anche perché se per le altre parti, gli abiti e i bei colori delle vesti fanno molto, per questa è solo la bellezza naturale che conta. Del resto un pò tutte le donne, quando vogliono farsi ammirare per la loro bellezza e per le grazie che hanno, si spogliano, buttano via i veli e, tutte compiaciute, mettono in mostra le loro nudità sapendo che è un dolce incarnato a far colpo più che l’oro di una veste. Ma se – dico per assurdo, e non voglia mai che succeda una cosa del genere – se a una donna, fosse anche la più bella, tu le tagliassi via i capelli, la privassi di quel naturale ornamento del viso, venisse pure dal cielo o sorgesse dal mare, figlia dell’onda, fosse pure Venere in persona circondata dalle sue Grazie e accompagnata da tutto lo stuolo dei suoi Amorini, ornata del suo cinto fragrante di profumi e stillante balsami, se si mostrasse calva non potrebbe piacere nemmeno al suo Vulcano.

Metamorfosi – Libro II -Brano 9:

Testo originale:

Quid cum capillis color gratus et nitor splendidus inlucet et contra solis aciem vegetus fulgurat vel placidus renitet aut in contrariam gratiam variat aspectum et nunc aurum coruscans in lenem mellis deprimitur umbram, nunc corvina nigredine caerulus columbarum colli flosculos aemulatur, vel cum guttis Arabicis obunctus et pectinis arguti dente tenui discriminatus et pone versum coactus amatoris oculis occurrens ad instar speculi reddit imaginem gratiorem? Quid cum frequenti subole spissus cumulat verticem vel prolixa serie porrectus dorsa permanat? Tanta denique est capillamenti dignitas ut quamvis auro veste gemmis omnique cetero mundo exornata mulier incedat, tamen, nisi capillum distinxerit, ornata non possit audire. Sed in mea Photide non operosus sed inordinatus ornatus addebat gratiam. Uberes enim crines leniter remissos et cervice dependulos ac dein per colla dispositos sensimque sinuatos patagio residentes paulisper ad finem conglobatos in summum verticem nodus adstrinxerat.

Traduzione:

Vuoi mettere, invece, il fascino di una bella chioma quando fiammeggia viva ai raggi del sole o, morbida, ne raccoglie la luce o, mutevole, appare nei suoi cangianti riflessi? O quando il fulgore dell’oro sfuma nel biondo del miele, o il nero corvino ha iridescenze azzurre come il collo delle colombe o, ancora, quando densa di balsami orientali e ravviata dai denti sottili del pettine, raccolta a nodo dietro la nuca, si offre agli occhi dell’amante, come a uno specchio, porgendo di sé l’immagine più gradita? E vuoi mettere ancora quando, folta, fa da corona al capo oppure quando scende fluente, a onde, lungo le spalle? Insomma è così importante una bella chioma che, per quanto una donna si mostri adorna d’oro, di belle vesti, di gemme o d’ogni altro ornamento, se non ha una particolare cura dei suoi capelli, non può mai dirsi elegante. Ma la mia Fotide era seducente per una certa qual negligenza, più che per l’accurata ricercatezza: infatti i suoi capelli folti scendevano mollemente sulla nuca e lungo il collo, fino a lambire l’orlo della veste; le estremità erano poi raccolte in un nodo al sommo del capo.

Metamorfosi – Libro II -Brano 10:

Testo originale:

Nec diutius quivi tantum cruciatum voluptatis eximiae sustinere, sed pronus in eam, qua fine summum cacumen capillus ascendit, mellitissimum illum savium impressi. Tum illa cervicem intorsit et ad me conversa limis et morsicantibus oculis: “Heus ut, scolastice,” ait “dulce et amarum gustulum carpis. Cave ne nimia mellis dulcedinem diutinam bilis amaritudinem contrahas.” “Quid istic” inquam “est, mea festivitas, cum sim paratus vel uno saviolo interim recreatus super istum ignem porrectus assari” et cum dicto artius eam complexus coepi saviari. Iamque aemula libidine in amoris parilitatem congermanescenti mecum, iam patentis oris inhalatu cinnameo et occursantis linguae inlisu nectareo prona cupidine adlibescenti: “Pereo”, inquam “immo iam dudum perii, nisi tu propitiaris”. Ad haec illa rursum me deosculato: “Bono animo esto,” inquit “nam ego tibi mutua voluntate mancipata sum, nec voluptas nostra differetur ulterius, sed prima face cubiculum tuum adero. Abi ergo ac te compara, tota enim nocte tecum fortiter et ex animo proeliabor.”

Traduzione:

Non resistetti alla tortura di un piacere così intenso e piegandomi su di lei le lasciai un bacio più dolce del miele, proprio alla radice dei capelli, dove essi risalivano verso la sommità del capo. Ella si volse lanciandomi di sottecchi uno sguardo assassino: “Ehi, ehi, scolaretto, mi sa che tu ti stai prendendo un bocconcino agrodolce, sta’ attento che per la troppa dolcezza del miele tu poi non abbia a sentire a lungo l’amaro della bile.” “E che m’importa, gioia mia, soltanto un bacino e poi son pronto, a mettermi lungo disteso sul tuo fornello e a farmi abbrustolire,” e così dicendo me la strinsi forte fra le braccia e cominciai a baciarla e poiché lei mi corrispose con eguale ardore e gareggiò con me in ogni sorta di libidine, schiudendomi la sua bocca odorosa e cercando con la sua lingua, che sapeva di nettare, la mia, vinto dal desiderio: “Mi fai morire,” le dissi, “anzi sono già morto se tu non mi compiaci.” Ed ella riprendendo a baciarmi: “Pazienta, anch’io sono ormai tua e perciò non dovremo aspettare a lungo per goderci; questa sera, appena farà buio, verrò in camera tua. Ora va, ma preparati perché voglio misurarmi con te e darci sotto quant’è lunga la notte.”

Metamorfosi – Libro II -Brano 11:

Testo originale:

His et talibus obgannitis sermonibus inter nos discessum est. Commodum meridies accesserat et mittit mihi Byrrhena xeniola porcum opimum et quinque gallinulas et vini cadum in aetate pretiosi. Tunc ego vocata Photide: “Ecce” inquam “Veneris hortator et armiger Liber advenit ultro. Vinum istud hodie sorbamus omne, quod nobis restinguat pudoris ignaviam et alacrem vigorem libidinis incutiat. Hac enim sitarchia navigium Veneris indiget sola, ut in nocte pervigili et oleo lucerna et vino calix abundet.” Diem ceterum lavacro ac dein cenae dedimus. Nam Milonis boni concinnaticiam mensulam rogatus adcubueram, quam pote tutus ab uxoris eius aspectu, Byrrhenae monitorum memor, et perinde in eius faciem oculos meos ac si in Avernum lacum formidans deieceram. Sed adsidue respiciens praeministrantem Photidem inibi recreabar animi, cum ecce iam vesperam lucernam intuens Pamphile: “Quam largus” inquit “imber aderit crastino” et percontanti marito qui comperisset istud respondit sibi lucernam praedicere. Quod dictum ipsius Milo risu secutus: “Grandem” inquit “istam lucernam Sibyllam pascimus, quae cuncta caeli negotia et solem ipsum de specula candelabri contuetur.”

Traduzione:

Queste promesse ci sussurrammo prima di staccarci. Intanto s’era fatto mezzogiorno e Birrena pensò bene di farmi pervenire, come segno di benvenuto, un grasso porcellino, cinque gallinelle e un’anfora di vino pregiato. “Ecco che arriva Bacco con le sue armi a dar man forte a Venere,” gridai a Fotide. “Ce lo berremo tutto questo vino, oggi, per vincere ogni ritegno, ogni fiacchezza ed eccitare ancora di più la nostra libidine. Queste sono le provviste che occorrono per una notte d’amore: olio alla lucerna e vino nei calici.” Passai il resto della giornata ai bagni e, poi, a cena, con il buon Milone che mi aveva invitato a mangiare un boccone con lui, ma avendo cura di evitare lo sguardo di sua moglie, memore degli avvertimenti di Birrena; e se per caso i miei occhi si posavano sul volto di lei subito li ritraevo spaventatissimo, come se avessi visto l’inferno. Guardavo, invece, continuamente Fotide che ci serviva e in lei mi rincuoravo. S’era, intanto, fatta notte, quando Panfile, guardando la lucerna esclamò: “Quanta acqua verrà giù domani,” e al marito che le chiese come facesse a saperlo, rispose che era la lucerna a dirglielo. Al che Milone, sbottando a ridere: “Proprio una gran sibilla noi manteniamo con questa lampada. In cima al suo candeliere, come da un osservatorio, quella vede tutto ciò che succede in cielo e perfino nel sole.”

Metamorfosi – Libro II -Brano 12:

Testo originale:

Ad haec ego subiciens: “Sunt” aio “prima huiusce divinationis experimenta; nec mirum, licet modicum igniculum et manibus humanis laboratum, memorem tamen illius maioris et caelestis ignis velut sui parentis, quid is sit editurus in aetheris vertice divino praesagio et ipsum scire et nobis enuntiare. Nam et Corinthi nunc apud nos passim Chaldaeus quidam hospes miris totam civitatem responsis turbulentat et arcana fatorum stipibus emerendis edicit in vulgum, qui dies copulas nuptiarum adfirmet, qui fundamenta moenium perpetuet, qui negotiatori commodus, qui viatori celebris, qui navigiis opportunus. Mihi denique proventum huius peregrinationis inquirenti multa respondit et oppido mira et satis varia; nunc enim gloriam satis floridam, nunc historiam magnam et incredundam fabulam et libros me futurum.”

Traduzione:

“Ma sono proprio questi,” intervenni io, “i primi tentativi di magia e non c’è niente di strano se questo focherello così piccino, acceso dalla mano dell’uomo, ricordi quel gran fuoco celeste dal quale ha avuto origine e quindi conosca e ci riferisca con un presagio divino le cose che quello è in procinto di combinare lassù nel cielo. Del resto, da noi, a Corinto, ora c’è un forestiero, un Caldeo, che con le sue strabilianti profezie sta mettendo lo scompiglio in città e per quattro soldi svela tutti i misteri del destino. Ti sa dire, per esempio, il giorno in cui ti devi sposare, in qual altro puoi mandar su i muri di una casa se vuoi che non ti vada in malora, quando puoi concludere buoni affari, iniziare un viaggio o metterti in mare. Anch’io gli chiesi cosa mi sarebbe capitato in questo viaggio e lui mi disse un sacco di cose, tutte molto strane: che sarei diventato famoso, addirittura il protagonista di una storia incredibile, straordinaria e che avrei scritto anche dei libri.”

Metamorfosi – Libro II -Brano 13:

Testo originale:

Ad haec renidens Milo: “Qua” inquit “corporis habitudine praeditus quove nomine nuncupatus hic iste Chaldaeus est?” “Procerus” inquam “et suffusculus, Diophanes nomine.” “Ipse est” ait “nec ullus alius. Nam et hic apud nos multa multis similiter effatus non parvas stipes, immo vero mercedes opimas iam consecutus fortunae scaevam an saevam verius dixerim miser incidit. Nam die quadam cum frequentis populi circulo conseptus coronae circumstantium fata donaret, Cerdo quidam nomine negotiator accessit eum, diem commodum peregrinationi cupiens. Quem cum electum destinasset ille, iam deposita crumina, iam profusis nummulis, iam dinumeratis centum denarium quos mercedem divinationis auferret, ecce quidam de nobilibus adulescentulus a tergo adrepens eum lacinia prehendit et conversum amplexus exosculatur artissime. At ille ubi primum consaviatus eum iuxtim se ut adsidat effecit, [attonitus] et repentinae visionis stupore et praesentis negotii quod gerebat oblitus infit ad eum: “Quam olim equidem exoptatus nobis advenis?”. Respondit ad haec ille alius: “Commodum vespera oriente. Sed vicissim tu quoque, frater, mihi memora quem ad modum exinde ut de Euboea insula festinus enavigasti et maris et viae confeceris iter.”

Traduzione:

“Che tipo è questo Caldeo e come si chiama?” fece Milone sorridendo. “È alto, piuttosto bruno e si chiama Diofane.” “Ma allora è proprio lui, non ci sono dubbi!” esclamò. “Anche qui da noi s’era messo a tutto spiano a far l’indovino fra la gente, guadagnando quattrini a palate, altro che pochi soldi, finché non gli toccò, poveraccio, un incidente, o meglio, un vero accidente è proprio il caso di dirlo. Una mattina, mentre stava predicendo l’avvenire al solito crocchio di gente, gli si avvicinò un mercante, un certo Cerdone, per sapere quale fosse il giorno più favorevole per mettersi in viaggio. Come Diofane glielo predisse Cerdone mise subito la mano alla borsa e aveva già rovesciato i soldi per contare cento denari quale compenso per la profezia, quando un giovanotto dall’aspetto distinto si fece alle spalle di Diofane e tirandolo per un lembo del mantello, tanto da costringerlo a voltarsi, gli buttò le braccia al collo e cominciò a baciarlo con trasporto. Diofane fece altrettanto, lo invitò a sedere accanto a lui e stupito di quell’improvvisa apparizione, dimenticando completamente l’affare che stava combinando, cominciò: ‘Che piacere vederti qui! Quand’è che sei arrivato?’

Metamorfosi – Libro II -Brano 14:

Testo originale:

Ad haec Diophanes ille Chaldaeus egregius mente viduus necdum suus: “Hostes” inquit “et omnes inimici nostri tam diram, immo vero Ulixeam peregrinationem incidant. Nam et navis ipsa vehebamur variis turbinibus procellarum quassata utroque regimine amisso aegre ad ulterioris ripae marginem detrusa praeceps demersa est et nos omnibus amissis vix enatavimus. Quodcumque vel ignotorum miseratione vel amicorum benivolentia contraximus, id omne latrocinalis invasit manus, quorum audaciae repugnans etiam Arignotus unicus frater meus sub istis oculis miser iugulatus est.” Haec eo adhuc narrante maesto Cerdo ille negotiator correptis nummulis suis, quod divinationis mercedi destinaverat, protinus aufugit. Ac dehinc tunc demum Diophanes expergitus sensit imprudentiae suae labem, cum etiam nos omnis circumsecus adstantes in clarum cachinnum videret effusos. Sed tibi plane, Luci domine, soli omnium Chaldaeus ille vera dixerit, sisque felix et iter dexterum porrigas.”

Traduzione:

‘Soltanto ieri sera,’ fece l’altro di rimando, ‘ma tu, fratello, raccontami del tuo viaggio per mare e per terra, dopo che sei partito in tutta furia dall’Eubea..’ ” A questo punto Diofane, il nostro grande Galdeo, balordo e distratto, attaccò: “Un viaggio così infame come quello vorrei che toccasse soltanto ai nemici della patria e a quelli che mi vogliono male: una vera odissea. La nave sulla quale eravamo imbarcati, sbattuta dalla tempesta e dal vento, perse tutti e due i timoni e andò alla deriva, finché non calò a picco sfasciandosi contro la riva opposta. Perdemmo tutto e a stento riuscimmo a salvarci a nuoto. Tutto quello, poi, che potemmo racimolare per la compassione di ignoti e il buon cuore di amici, ci fu portato via da una banda di malfattori. Arignoto, il mio unico fratello, che aveva tentato di opporsi alla loro violenza, poveretto, fu sgozzato sotto i miei occhi.” Ma, intanto, mentre Diofane, col cuore a pezzi, raccontava tutto questo, Cerdone, il mercante, ripresisi i soldarelli che aveva già sborsato per la profezia, se la squagliò. Soltanto allora Diofane tornò in sé e s’accorse della sua balordaggine, specie quando vide che noi, tutt’intorno, ci sbellicavamo dalle risa. “Però, caro Lucio, speriamo almeno che a te, quel Caldeo abbia detta la verità e che tu possa essere fortunato e proseguire felicemente il tuo viaggio.”

Metamorfosi – Libro II -Brano 15:

Testo originale:

Haec Milone diutine sermocinante tacitus ingemescebam mihique non mediocriter suscensebam quod ultro inducta serie inopportunarum fabularum partem bonam vesperae eiusque gratissimum fructum amitterem. Et tandem denique devorato pudore ad Milonem aio: “Ferat suam Diophanes ille fortunam et spolia populorum rursum conferat mari pariter ac terrae; mihi vero fatigationis hesternae etiam nunc saucio da veniam maturius concedam cubitum”; et cum dicto facesso et cubiculum meum contendo atque illic deprehendo epularum dispositiones satis concinnas. Nam et pueris extra limen, credo ut arbitrio nocturni gannitus ablegarentur, humi quam procul distratum fuerat et grabattulum meum adstitit mensula cenae totius honestas reliquias tolerans et calices boni iam infuso latice semipleni solam temperiem sustinentes et lagoena iuxta orificio caesim deasceato patescens facilis hauritu, prorsus gladiatoriae Veneris antecenia.

Traduzione:

Mentre Milone parlava e sembrava non volere smettere più, io mi rodevo e me la prendevo con me stesso che involontariamente avevo dato esca a tutte quelle ciarle inutili e mi stavo perdendo il meglio della serata e il suo frutto più ghiotto. Finalmente messa da parte ogni esitazione, dissi a Milone: “Se la veda lui quel Diofane con le sue disavventure e si Porti pure per mare e per terra tutto il denaro che spilla alla gente, quanto a me sono ancora stanco del viaggio di ieri e, se permetti, vorrei andare a dormire un po’ prima.” Detto fatto mi avviai in camera mia e qui trovai tutto bell’apparecchiato per una cenetta infima. I letti della servitù erano stati spostati, messi il più lontano possibile dalla mia porta, immagino perché non sentissero i nostri notturni gemiti di piacere; accanto al mio letto era stato posto un tavolino con ciò che di meglio era rimasto della cena e coppe riempite a metà di vino, bell’e pronte ad accogliere la giusta porzione d’acqua; accanto, una brocca dall’imboccatura larga fatta a posta per le abbondanti bevute, insomma un gustoso aperitivo per una notte d’amore.

Metamorfosi – Libro II -Brano 16:

Testo originale:

Commodum cubueram, et ecce Photis mea, iam domina cubitum reddita, laeta proximat rosa serta et rosa soluta in sinu tuberante. Ac me pressim deosculato et corollis revincto ac flore persperso adripit poculum ac desuper aqua calida iniecta porrigit bibam, idque modico prius quam totum exsorberem clementer invadit ac relictum paullulatim labellis minuens meque respiciens sorbillat dulciter. Sequens et tertium inter nos vicissim et frequens alternat poculum, cum ego iam vino madens nec animo tantum verum etiam corpore ipso ad libidinem inquies alioquin et petulans et iam saucius, paulisper inguinum fine lacinia remota inpatientiam veneris Photidi meae monstrans: “Miserere” inquam “et subveni maturius. Nam, ut vides, proelio quod nobis sine fetiali officio indixeras iam proximante vehementer intentus, ubi primam sagittam saevi Cupidinis in ima praecordia mea delapsam excepi, arcum meum et ipse vigorate tetendi et oppido formido ne nervus rigoris nimietate rumpatur. Sed ut mihi morem plenius gesseris, in effusum laxa crinem et capillo fluente undanter ede complexus amabiles.”

Traduzione:

M’ero appena coricato che la mia Fotide, la sua padrona era già andata a letto, se ne venne da me tutta giuliva. Aveva una ghirlanda di rose fra i capelli e petali di rose anche sul florido seno. S’appressò e mi baciò lungamente, mi cinse il capo di fiori, altri ne sparse in torno. Poi prese una coppa di vino, vi mescolò dell’acqua tiepida e me l’offrì da bere; ma dolcemente me la rubò dalle mani prima ch’io l’ebbi del tutto vuotata e l’accostò alle sue labbra e bevve a piccoli sorsi, guardandomi. Una seconda coppa e una terza e poi altre ancora così ci scambiammo. Io, tra i fumi del vino, non solo la mia fantasia ma tutti i sensi sentivo eccitati dalla libidine, bramosi, anelanti; allora, tirandomi su la tunica fino all’inguine e mostrandole quanto impellente fosse il mio desiderio d’amore: “Per carità,” esclamai, “fa’ presto, vedi come son tutto teso e pronto alla guerra che tu, alla brava, mi hai dichiarato. Da quando Amore crudele ha trafitto il mio cuore con la sua freccia, anch’io con tutto il vigore ho teso il mio arco ed ora ho paura che il nerbo troppo rigido mi si spezzi. Ma se tu vuoi veramente offrirmi proprio tutte le tue delizie, sciogli i capelli e abbracciami nell’onda delle tue chiome.”

Metamorfosi – Libro II -Brano 17:

Testo originale:

Nec mora, cum omnibus illis cibariis vasculis raptim remotis laciniis cunctis suis renudata crinibusque dissolutis ad hilarem lasciviam in speciem Veneris quae marinos fluctus subit pulchre reformata, paulisper etiam glabellum feminal rosea palmula potius obumbrans de industria quam tegens verecundia: “Proeliare” inquit “et fortiter proeliare, nec enim tibi cedam nec terga vortam; comminus in aspectum, si vir es, derige et grassare naviter et occide moriturus. Hodierna pugna non habet missionem.” Haec simul dicens inscenso grabattulo super me sensim residens ac crebra subsiliens lubricisque gestibus mobilem spinam quatiens pendulae Veneris fructu me satiavit, usque dum lassis animis et marcidis artibus defetigati simul ambo corruimus inter mutuos amplexus animas anhelantes.His et huius modi conluctationibus ad confinia lucis usque pervigiles egimus poculis interdum lassitudinem refoventes et libidinem incitantes et voluptatem integrantes. Ad cuius noctis exemplar similes adstruximus alias plusculas.

Traduzione:

Non se lo fece dire due volte. In fretta sgombrò piatti e vivande, si liberò delle vesti mostrandosi tutta nuda, si sciolse i capelli con maliziosa lascivia; bella, simile a Venere quando emerse dai flutti, più per civetteria che per pudore mi nascondeva il liscio pube con le sue dita rosate. “Vieni” mi disse “vieni all’assalto. Ti terrò testa, sai, non ti cederò. Drizzati, se sei uomo, e lotta corpo a corpo, trafiggimi, fammi morire perché anche tu morirai. È una battaglia questa che non avrà tregua.” Così dicendo entra nel letto e mi monta sopra, adagio; poi comincia a muoversi con voluttà, su e giù, veloce, inarca la schiena, vibra tutta di libidine e a me supino, dispensa tutti i doni di Venere. Questo finché ad entrambi resse il respiro, finché non cademmo esausti, l’uno sull’altro abbracciati. In cosiffatti assalti ci producemmo ben desti fino alle prime luci dell’alba, di volta in volta chiedendo al vino nuovo vigore, perché non scemasse in noi il desiderio e si rinnovasse il piacere. Così volemmo che molte altre notti fossero simili a questa.

Metamorfosi – Libro II -Brano 18:

Testo originale:

Forte quadam die de me magno opere Byrrhena contendit, apud eam cenulae interessem, et cum impendio excusarem, negavit veniam. Ergo igitur Photis erat adeunda deque nutu eius consilium velut auspicium petendum. Quae quamquam invita quod a se ungue latius digrederer, tamen comiter amatoriae militiae breve commeatum indulsit. Sed “Heus tu,” inquit “cave regrediare cena maturius. Nam vesana factio nobilissimorum iuvenum pacem publicam infestat; passim trucidatos per medias plateas videbis iacere, nec praesidis auxilia longinqua levare civitatem tanta clade possunt. Tibi vero fortunae splendor insidias, contemptus etiam peregrinationis poterit adferre.” “Fac sine cura” inquam “sis, Photis mea. Nam praeter quod epulis alienis voluptates meas anteferrem, metum etiam istum tibi demam maturata regressione. Nec tamen incomitatus ibo. Nam gladiolo solito cinctus altrinsecus ipse salutis meae praesidia gestabo.” Sic paratus cenae me committo.

Traduzione:

Un giorno Birrena insistette perché a tutti i costi io andassi a cena da lei e benché cercassi di sottrarmi all’invito, non volle sentire ragioni. C’era Fotide, però, a cui dar conto e fu a lei, come a un oracolo, che io dovetti chiedere il permesso: sebbene a malincuore, perché ormai non voleva ch’io mi allontanassi nemmeno d’un filino, gentilmente lei concesse alle mie prestazioni amorose una breve licenza. “Bada, però” mi fece “a non far tardi dal pranzo. C’è una banda di giovani, delle migliori famiglie ma scapestrati, che mette a soqquadro la città; vedrai tu stesso qua e là gente ammazzata per le strade e le guardie del governatore sono troppo lontane per liberarci da questo flagello. E tu, sia per la tua invidiabile condizione, sia perché qui i forestieri sono malvisti, sei proprio l’uomo giusto a cui tendere un’imboscata.” “Sta’ tranquilla, cara Fotide, sai bene quanto mi sarebbe piaciuto fare all’amore con te anziché andarmene a cena fuori, perciò non temere che tornerò presto. Comunque ho anch’io la mia scorta: questo fedele pugnale qui al mio fianco saprà ben difendermi.” E così, con questa precauzione, mi recai a cena.

Metamorfosi – Libro II -Brano 19:

Testo originale:

Frequens ibi numerus epulonum et utpote apud primatem feminam flos ipse civitatis. ae opipares citro et ebore nitentes, lecti aureis vestibus intecti, ampli calices variae quidem gratiae sed pretiositatis unius. Hic vitrum fabre sigillatum, ibi crustallum inpunctum, argentum alibi clarum et aurum fulgurans et sucinum mire cavatum et lapides ut binas et quicquid fieri non potest ibi est. Diribitores plusculi splendide amicti fercula copiosa scitule subministrare, pueri calamistrati pulchre indusiati gemmas formatas in pocula vini vetusti frequenter offerre. Iam inlatis luminibus epularis sermo percrebuit, iam risus adfluens et ioci liberales et cavillus hinc inde. Tum infit ad me Byrrhena: “Quam commode versaris in nostra patria? Quod sciam, templis et lavacris et ceteris operibus longe cunctas civitates antecellimus, utensilium praeterea pollemus adfatim. Certe libertas otiosa, et negotioso quidem advenae Romana frequentia, modesto vero hospiti quies villatica: omni denique provinciae voluptati secessus sumus.”

Traduzione:

Trovai un gran numero di invitati, il fior fiore della città, dato che Birrena era una donna di classe; mense sontuose, splendenti di cedro e d’avorio, letti coperti di drappi trapunti d’oro, grandi, preziosi calici ciascuno con una sua bellezza particolare, unica, vetri artisticamente incisi, cristalli istoriati, argenterie scintillanti, ori abbaglianti, coppe per bere scavate nell’ambra o in altre pietre pregiate, insomma cose da non potersi immaginare. E c’era poi uno stuolo di camerieri splendidamente vestiti, inappuntabili, che servivano numerose portate e giovani schiavi dai capelli ricci e dalle vesti succinte che versavano in continuazione vino pregiato in calici ricavati da pietre preziose. Portate le lucerne, assai vivo si fece il cicaleccio dei convitati, si rideva, si scherzava, fiorivano qua e là facezie, battute piccanti. A un certo punto Birrena mi fece: “Beh, come te la passi nel nostro paese? A quanto ne so, in fatto di templi, di terme, di altri edifici pubblici noi superiamo di molto tutte le altre città, e poi godiamo di molte comodità ancora: libertà assoluta per chi vuole starsene tranquillo, via vai di gente, come a Roma, invece, per chi viene in cerca d’affari, una pace addirittura campestre per l’ospite di poche pretese. Stiamo proprio nel posticino più delizioso di tutta la provincia.”

Metamorfosi – Libro II -Brano 20:

Testo originale:

Ad haec ego subiciens: “Vera memoras nec usquam gentium magis me liberum quam hic fuisse credidi. Sed oppido formido caecas et inevitabiles latebras magicae disciplinae. Nam ne mortuorum quidem sepulchra tuta dicuntur sed ex bustis et rogis reliquiae quaedam et cadaverum praesegmina ad exitiabiles viventium fortunas petuntur, et cantatrices anus in ipso momento choragi funebris praepeti celeritate alienam sepulturam antevortunt.” His meis addidit alius: “Immo vero istic nec viventibus quidem ullis parcitur. Et nescio qui simile passus ore undique omnifariam deformato truncatus est.” Inter haec convivium totum in licentiosos cachinnos effunditur omniumque ora et optutus in unum quempiam angulo secubantem conferuntur. Qui cunctorum obstinatione confusus indigna murmurabundus cum vellet exsurgere, “Immo mi Thelyphron,” Byrrhena inquit “et subsiste paulisper et more tuae urbanitatis fabulam illam tuam remetire, ut et filius meus iste Lucius lepidi sermonis tui perfruatur comitate.” At ille: “Tu quidem, domina,” ait “in officio manes sanctae tuae bonitatis, sed ferenda non est quorundam insolentia.” Sic ille commotus. Sed instantia Byrrhenae, quae eum adiuratione suae salutis ingratis cogebant effari, perfecit ut vellet.

Traduzione:

“Verissimo” feci io di rimando, “proprio così. In nessun altro luogo mi sono sentito a mio agio come qui. Soltanto devo dire che ho una certa paura della magia, delle sue insidie oscure e inevitabili. Si dice che da queste parti non lasciano in pace nemmeno i morti nelle loro tombe, e che dalle urne e dai roghi si trafugano reliquie e pezzetti di cadavere per gettare il malocchio sui vivi, e che ci sono vecchie streghe che al momento dei funerali, in un battibaleno, ti portano via il morto.” “Purtroppo, qui, non risparmiano nemmeno i vivi” intervenne uno degli invitati. “E c’è un tale, chissà chi è, a cui è capitata una cosa del genere, ed è rimasto tutto mutilato e col volto sfregiato.” A queste parole scoppiò una risata generale e gli occhi di tutti si posarono su un tizio che se ne stava appartato in un angolo. Imbarazzatissimo di sentirsi piovere addosso tutti quegli sguardi, brontolando qualcosa, costui aveva già fatto le mosse di andarsene, quando Birrena: “Eh, no, caro Telifrone, ora devi fermarti al meno un pochino e con la tua solita compiacenza raccontarci ancora una volta la tua avventura, perchè il qui presente Lucio che è per me come un figlio possa godere anche lui del tuo piacevole racconto.” “Sempre buona e gentile, tu, mia signora, ma l’insolenza di certa gente è insopportabile.” Era tutto agitato, ma Birrena insistette assicurandogli che nessuno lo avrebbe più insolentito e così alla fine, sebbene malvolentieri, quello si decise.

Metamorfosi – Libro II -Brano 21:

Testo originale:

Ac sic aggeratis in cumulum stragulis et effultus in cubitum suberectusque [in torum] porrigit dexteram et ad instar oratorum conformat articulum duobusque infimis conclusis digitis ceteros eminens [porrigens] et infesto pollice clementer subrigens infit Thelyphron: “Pupillus ego Mileto profectus ad spectaculum Olympicum, cum haec etiam loca provinciae famigerabilis adire cuperem, peragrata cuncta Thessalia fuscis avibus Larissam accessi. Ac dum singula pererrans tenuato admodum viatico paupertati meae fomenta conquiro, conspicor medio foro procerum quendam senem. Insistebat lapidem claraque voce praedicabat, siqui mortuum servare vellet, de pretio liceretur. Et ad quempiam praetereuntium “Quid hoc” inquam “comperior? Hicine mortui solent aufugere?” “Tace,” respondit ille “nam oppido puer et satis peregrinus es meritoque ignoras Thessaliae te consistere, ubi sagae mulieres ora mortuorum passim demorsicant, eaque sunt illis artis magicae supplementa.”

Traduzione:

Si sistemò i cuscini, vi si appoggiò col gomito, restando a busto eretto, portò avanti la destra, assumendo l’atteggiamento degli oratori, cioè le ultime due dita chiuse, le altre distese, il pollice puntato avanti e in cominciò: “Ero ancora un ragazzino quando, per vedere i giochi olimpici, lasciai Mileto; ma desiderando visitare anche le località di questa provincia famosa, dopo aver vagato, sotto cattivi auspici, in lungo e in largo per la Tessaglia, giunsi a Larissa. Ero quasi al verde, dato che le mie scorte, durante il viaggio s’erano di molto assottigliate e così mi misi a girare un pò qua e un pò là cercando di rimediare qualcosa. A un tratto, nel bel mezzo di una piazza, vidi un vecchio allampanato che, in piedi su un pilastro, andava chiedendo ad alta voce se c’era qualcuno che volesse far la guardia a un morto; e che si facesse avanti a contrattare il compenso.” “Ma che storia è questa” chiesi io esterrefatto a un passante; “forse che da queste parti i morti hanno l’abitudine di scappare?” “Sta zitto” rispose quello “si vede proprio che sei un ragazzo e forestiero per giunta. Ma lo sai o no che sei in Tessaglia e che qui le streghe strappano a morsi la faccia dei morti per ricavarne il materiale necessario alle loro diavolerie?”

Metamorfosi – Libro II -Brano 22:

Testo originale:

Contra ego: “Et quae, tu” inquam “dic sodes, custodela ista feralis?” “Iam primum” respondit ille “perpetem noctem eximie vigilandum est exsertis et inconivis oculis semper in cadaver intentis nec acies usquam devertenda, immo ne obliquanda quidem, quippe cum deterrimae versipelles in quodvis animal ore converso latenter adrepant, ut ipsos etiam oculos Solis et Iustitiae facile frustrentur; nam et aves et rursum canes et mures immo vero etiam muscas induunt. Tunc diris cantaminibus somno custodes obruunt. Nec satis quisquam definire poterit quantas latebras nequissimae mulieres pro libidine sua comminiscuntur. Nec tamen huius tam exitiabilis operae merces amplior quam quaterni vel seni ferme offeruntur aurei. Ehem, et quod paene praeterieram, siqui non integrum corpus mane restituerit, quidquid inde decerptum deminutumque fuerit, id omne de facie sua desecto sarcire compellitur.”

Traduzione:

“Dimmi ancora una cosa” gli chiesi “in che consiste questo far la guardia ai morti?” “Per prima cosa” mi rispose “bisogna stare svegli tutta la notte, con gli occhi ben aperti e sempre fissi sul morto; guai se per un momento solo volgi lo sguardo altrove, perché quelle maledettissime megere sono capaci di assumere l’aspetto dell’animale che vogliono, avvicinarsi di soppiatto e ingannare gli stessi occhi del Sole e della Giustizia. Possono diventare uccelli, cani, topi, perfino mosche; poi con i loro terribili incantesimi fanno cadere i guardiani in un sonno profondo e nessuno riesce a immaginare tutte le trappole che ti sanno architettare queste scelleratissime donne pur di ottenere quel che gli gira pel capo. E con tutto ciò un servizio così pericoloso te lo pagano appena quattro o sei monete d’oro. Ah già, a proposito, dimenticavo la cosa più importante: se al mattino uno non consegna intatto il cadavere, quelle parti che mancano deve rimpiazzarle con altrettante del proprio corpo.”

Metamorfosi – Libro II -Brano 23:

Testo originale:

His cognitis animum meum conmasculo et ilico accedens praeconem: “Clamare” inquam “iam deisne. Adest custos paratus, cedo praemium.” “Mille” inquit “nummum deponentur tibi. Sed heus iuvenis, cave diligenter principum civitatis filii cadaver a malis Harpyiis probe custodias.” “Ineptias” inquam “mihi narras et nugas meras. Vides hominem ferreum et insomnem, certe perspicaciorem ipso Lynceo vel Argo et oculeum totum.” Vix finieram, et ilico me perducit ad domum quampiam, cuius ipsis foribus obseptis per quandam brevem posticulam intro vocat me et conclave quoddam obseratis luminibus umbrosum demonstrat matronam flebilem fusca veste contectam, quam propter adsistens: “Hic” inquit “auctoratus ad custodiam mariti tui fidenter accessit.” At illa crinibus antependulis hinc inde dimotis etiam in maerore luculentam proferens faciem meque respectans: “Vide oro” inquit “quam expergite munus obeas.” “Sine cura sis”, inquam “modo corollarium idoneum compara.”

Traduzione:

Saputo di che si trattava mi feci coraggio e, avvicinandomi al banditore: “Piantala di gridare” gli dissi “faccio io la guardia, dimmi quanto mi dai.” “Ci sono per te mille denari, ma patti chiari, giovanotto: sta bene all’erta dalle maledette arpie perché si tratta del figlio di un pezzo grosso della città” “Sono sciocchezze queste per me” gli risposi. “Tu hai di fronte un uomo di ferro, che non dorme mai, tutt’occhi, e con la vista più acuta di Linceo e di Argo.” Non avevo ancora finito di parlare che quello mi menò a una casa che aveva tutte le porte sprangate; mi fece entrare per una porticina di servizio e mi introdusse in una stanza anch’essa con le finestre chiuse, immersa nel buio, e mi indicò una donna vestita di nero che piangeva: “Ecco l’uomo” le disse avvicinandosi “che ho ingaggiato per far la guardia a tuo marito; dice che è sicuro del fatto suo.” Quella ravviandosi i capelli che le cadevano sul viso e mostrando una cera assai bella pur nel dolore, mi guardò e: “Ti prego” esclamò “mettici tutto il tuo impegno.” “Non preoccuparti di questo; tu però preparami una buona mancia.”

Metamorfosi – Libro II -Brano 24:

Testo originale:

Sic placito consurrexit et ad alium me cubiculum inducit. Ibi corpus splendentibus linteis coopertum introductis quibusdam septem testibus manu revelat et diutine insuper fleto obtestata fidem praesentium singula demonstrat anxie, verba concepta de industria quodam tabulis praenotante. “Ecce” inquit “nasus integer, incolumes oculi, salvae aures, inlibatae labiae, mentum solidum. Vos in hanc rem, boni Quirites, testimonium perhibetote”, et cum dicto consignatis illis tabulis facessit. At ego: “Iube,” inquam “domina, cuncta quae sunt usui necessaria nobis exhiberi.” “At quae” inquit “ista sunt?” “Lucerna” aio “praegrandis et oleum ad lucem luci sufficiens et calida cum oenophoris et calice cenarumque reliquis discus ornatus.” Tunc illa capite quassanti: “Abi,” inquit “fatue, qui in domo funesta cenas et partes requiris, in qua totiugis iam diebus ne fumus quidem visus est ullus. An istic comissatum te venisse credis? Quin sumis potius loco congruentes luctus et lacrimas?” Haec simul dicens respexit ancillulam et: “Myrrhine,” inquit “lucernam et oleum trade confestim et incluso custode cubiculo protinus facesse.”

Traduzione:

Con quest’accordo ella si alzò e mi condusse in un’altra stanza dove c’era il morto coperto di candidi lini e, fatti entrare sette testimoni, sollevò il lenzuolo e, fra molte lacrime, invocando la testimonianza dei presenti, cominciò a elencare, con accento dolente, ogni parte di quel corpo mentre un tizio trascriveva scrupolosamente ogni sua parola: Ecco, vedete, il naso è perfetto, gli occhi intatti, così le orecchie e le labbra, il mento intero, voi, onesti cittadini ne siete testimoni,” e così dicendo sigillò le tavolette e fece per andarsene. Ma io: “Signora, fammi almeno portare l’indispensabile.” “E cioè? Cosa vuoi?” “Una lucerna” le feci, “bella grande, con olio a sufficienza fino a domani mattina, dell’acqua calda, un fiaschetto di vino e un vassoio con il resto della cena.” “Ma va in malora, sfacciato,” mi fece scrollando il capo, “in una casa colpita dal dolore tu vieni a chiedere cena e avanzi; proprio qui dove da molti giorni non s’è visto nemmeno un filo di fumo. Credi forse di esser venuto a far bisboccia? Non pensi che dovresti anche tu rattristarti o, per lo meno, assumere un contegno adeguato?” Così mi disse poi rivolgendosi a una servetta: “Mirrina, portagli olio e lume e chiudilo dentro, ma veh, tu però vieni via subito.”

Brano 25:

Testo originale:

Sic desolatus ad cadaveris solacium perfrictis oculis et obarmatis ad vigilias animum meum permulcebam cantationibus, cum ecce crepusculum et nox provecta et nox altior et dein concubia altiora et iam nox intempesta. Mihique oppido formido cumulatior quidem cum repente introrepens mustela contra me constitit optutumque acerrimum in me destituit, ut tantillula animalis prae nimia sui fiducia mihi turbarit animum. Denique sic ad illam: “Quin abis,” inquam “inpurata bestia, teque ad tui similes musculos recondis, antequam nostri vim praesentariam experiaris? Quin abis?” Terga vortit et cubiculo protinus exterminatur. Nec mora, cum me somnus profundus in imum barathrum repente demergit, ut ne deus quidem Delphicus ipse facile discerneret duobus nobis iacentibus quis esset magis mortuus. Sic inanimis et indigens alio custode paene ibi non eram.

Traduzione:

Così mi ritrovai solo a tener compagnia a un morto. Mi fregai gli occhi per prepararli alla veglia e mi misi a canticchiare per farmi coraggio. Ed ecco scendere la sera, il buio, sempre più fitto e la notte, la notte profonda. A mano a mano anche la mia paura cresceva, quando, a un tratto, una faina scivolò dentro la stanza e mi si venne a piazzare proprio davanti, fissandomi con i suoi occhietti acutissimi. Era una bestiola innocua ma io rimasi egualmente turbato, proprio per la sicurezza con cui mi si era avvicinata: “Va via, bestiaccia” alla fine le gridai “vatti a confondere tra i topi pari tuoi, prima che ti faccia assaggiare la mia forza. E allora, che aspetti?” Fece dietro front e scivolò via dalla stanza. Ma subito dopo un sonno pesante mi sprofondò, all’improvviso, come in un baratro, sicché nemmeno il dio di Delfo avrebbe più potuto distinguere chi fra noi due, in quella stanza, fosse il pi? morto, lunghi distesi com’eravamo. Insomma ero privo di vita, fuori di questo mondo e di un guardiano ero io ad averne bisogno.

Metamorfosi – Libro II

Brano 26:

Testo originale:

Commodum noctis indutias cantus perstrepebat cristatae cohortis. Tandem expergitus et nimio pavore perterritus cadaver accurro et admoto lumine revelataque eius facie rimabar singula, quae cuncta convenerant; ecce uxor misella flens cum hesternis testibus introrumpit anxia et statim corpori superruens multumque ac diu deosculata sub arbitrio luminis recognoscit omnia, et conversa Philodespotum requirit actorem. Ei praecipit bono custodi redderet sine mora praemium, et oblato statim: “Summas” inquit “tibi, iuvenis, gratias agimus et hercules ob sedulum istud ministerium inter ceteros familiares dehinc numerabimus.” Ad haec ego insperato lucro diffusus in gaudium et in aureos refulgentes, quos identidem in manu mea ventilabam, attonitus: “Immo,” inquam “domina, de famulis tuis unum putato, et quotiens operam nostram desiderabis, fidenter impera.” Vix effatum me statim familiares omen nefarium exsecrati raptis cuiusque modi telis insecuntur; pugnis ille malas offendere, scapulas alius cubitis inpingere, palmis infestis hic latera suffodere, calcibus insultare, capillos distrahere, vestem discindere. Sic in modum superbi iuvenis Aoni vel Musici vatis Piplei laceratus atque discerptus domo proturbor.

Traduzione:

Già il canto dei galli crestati riempiva del suo strepito la quiete notturna. Finalmente io mi svegliai e pieno di spavento, afferrato il lume, mi precipitai sul morto a scoprirgli la faccia per accertarmi che ogni cosa fosse al suo posto. In quel mentre anche l’inconsolabile moglie entrò piangendo, seguita dai testimoni del giorno prima e, ansiosa, si gettò su quel corpo baciandolo a lungo e, al lume della lampada, controllandoselo tutto. Poi, voltandosi e cercando Filodespoto, l’amministratore, gli ordinò di pagare senza indugio il prezzo convenuto a un guardiano così in gamba. E mentre io venivo soddisfatto all’istante, ella si profondeva in mille ringraziamenti per il mio zelante servizio, assicurandomi che da quel momento mi considerava uno della famiglia. Dal mio canto gongolavo dalla gioia per il guadagno insperato e, ancora incredulo, facevo tintinnare nella mano quelle monete d’oro sonanti. “Ma figurati, sono io che mi considero ormai un tuo schiavo; anzi ogni volta che ti servirà l’opera mia, comandami pure.” M’erano appena uscite di bocca queste parole che tutti quelli della famiglia, imprecando al malaugurio, mi si avventarono addosso con tutto quello che capitò loro fra le mani: uno mi mollò un pugno in faccia, un altro mi prese a gomitate nella schiena, un terzo si mise a darmi gran manate nei fianchi, chi a sferrarmi calci, chi a tirarmi per i capelli, chi a strapparmi i vestiti, fino a che mi buttarono fuori tutto lacero e a pezzi, come il bell’Aonio o il vate Orfeo.

Metamorfosi – Libro II

Brano 27:

Testo originale:

Ac dum in proxima platea refovens animum infausti atque inprovidi sermonis mei sero reminiscor dignumque me pluribus etiam verberibus fuisse merito consentio, ecce iam ultimum defletus atque conclamatus processerat mortuus rituque patrio, utpote unus de optimatibus, pompa funeris publici ductabatur per forum. Occurrit atratus quidam maestus in lacrimis genialem canitiem revellens senex et manibus ambabus invadens torum voce contenta quidem sed adsiduis singultibus impedita: “Per fidem vestram,” inquit “Quirites, per pietatem publicam perempto civi subsistite et extremum facinus in nefariam scelestamque istam feminam severiter vindicate. Haec enim nec ullus alius miserum adulescentem, sororis meae filium, in adulteri gratiam et ob praedam hereditariam extinxit veneno.” Sic ille senior lamentabiles questus singultim instrepebat. Saevire vulgus interdum et facti verisimilitudinem ad criminis credulitatem impelli. Conclamant ignem, requirunt saxa, famulos ad exitium mulieris hortantur. Emeditatis ad haec illa fletibus quamque sanctissime poterat adiurans cuncta numina tantum scelus abnuebat.

Traduzione:

Ma fu soltanto nella pubblica piazza, un pò in ritardo in verità e dopo aver ripreso fiato, che ripensando alla mia frase di così cattivo augurio e del tutto fuori luogo, compresi con quanta ragione mi avessero caricato di botte. Ecco, intanto, uscire il morto seguito dall’estremo compianto e dagli ultimi addii e il corteo funebre attraversare il foro, secondo l’usanza, essendo quello un cittadino importante. A un tratto si fece avanti un vecchio vestito di nero, tutto sconvolto e in lacrime che strappandosi la folta capigliatura bianca e gettandosi a braccia aperte sul feretro, con voce alta sebbene rotta dai continui singulti, comincio a dire: “In nome della vostra coscienza, cittadini, e della pubblica pietà vendicate questo morto e punite l’efferato crimine di questa femmina scellerata. È stata lei e nessun altro a uccidere col veleno questo povero giovine, figlio di una mia sorella, per compiacere il suo amante e mettere le mani sull’eredità. Così quel vecchio andava gridando fra i singhiozzi e i lamenti. La folla allora cominciò ad agitarsi perché la verosimiglianza di quelle parole lasciava effettivamente pensare a un delitto e già si sentiva gridare “al rogo, al rogo”, già si raccattavano sassi e si incitavano gli schiavi a uccidere la donna, mentre questa con false lacrime e giurando su tutti gli dei con quanta più devozione poteva, negava un simile delitto.

Metamorfosi – Libro II

Brano 28:

Testo originale:

Ergo igitur senex ille: “Veritatis arbitrium in divinam providentiam reponamus. Zatchlas adest Aegyptius propheta primarius, qui mecum iam dudum grandi praemio pepigit reducere paulisper ab inferis spiritum corpusque istud postliminio mortis animare”, et cum dicto iuvenem quempiam linteis amiculis iniectum pedesque palmeis baxeis inductum et adusque deraso capite producit in medium. Huius diu manus deosculatus et ipsa genua contingens: “Miserere,” ait “sacerdos, miserere per caelestia sidera per inferna numina per naturalia elementa per nocturna silentia et adyta Coptica et per incrementa Nilotica et arcana Memphitica et sistra Phariaca. Da brevem solis usuram et in aeternum conditis oculis modicam lucem infunde. Non obnitimur nec terrae rem suam denegamus, sed ad ultionis solacium exiguum vitae spatium deprecamur.” Propheta sic propitiatus herbulam quampiam ob os corporis et aliam pectori eius imponit. Tunc orientem obversus incrementa solis augusti tacitus imprecatus venerabilis scaenae facie studia praesentium ad miraculum tantum certatim adrexit.

Traduzione:

Ma il vecchio riprese: “Allora rimettiamo il giudizio della verità nelle mani della provvidenza. C’è qui tra noi un profeta di prim’ordine, Zathlas l’Egiziano, che proprio un momento fa mi ha promesso, dietro una forte ricompensa, di richiamare dal mondo dei morti lo spirito di costui e di rianimare il suo corpo strappandolo per un momento alla morte” e così dicendo fece venire avanti un giovane che indossava una tunica di lino, aveva sandali di palma e il capo completamente rasato. “Abbi pietà, sacerdote” cominciò a implorare il vecchio baciandogli le mani e abbracciandogli perfino le ginocchia “pietà per gli astri del cielo, per le potenze infernali, per gli elementi della natura, per i silenzi della notte, per i santuari di Copto, per le piene del Nilo, per i misteri di Memfi, per i sistri di Faro, concedigli ancora un pò di sole, versa appena una piccola luce nei suoi occhi chiusi per sempre. Noi non vogliamo forzare le leggi della natura n? negare alla terra ciò che le è dovuto, ma imploriamo un breve istante di vita per avere il conforto della vendetta.” Così propiziato il profeta mise un’erbetta speciale sulla bocca del morto e un’altra sul petto, si volse verso oriente e, in silenzio, pregò il sommo sole che stava sorgendo. A questa messinscena da rito sacro nell’animo dei presenti si accrebbe l’attesa di tanto prodigio.

Metamorfosi – Libro II

Brano 29:

Testo originale:

Immitto me turbae socium et pone ipsum lectulum editiorem quendam lapidem insistens cuncta curiosis oculis arbitrabar. Iam tumore pectus extolli, iam salebris vena pulsari, iam spiritu corpus impleri; et adsurgit cadaver et profatur adulescens: “Quid, oro, me post Lethea pocula iam Stygiis paludibus innatantem ad momentariae vitae reducitis officia? Desine iam, precor, desine ac me in meam quietem permitte.” Haec audita vox de corpore, sed aliquanto propheta commotior: “Quin refers” ait “populo singula tuaeque mortis illuminas arcana? An non putas devotionibus meis posse Diras invocari, posse tibi membra lassa torqueri?” Suscipit ille de lectulo et imo cum gemitu populum sic adorat: “Malis novae nuptae peremptus artibus et addictus noxio poculo torum tepentem adultero mancipavi.” Tunc uxor egregia capit praesentem audaciam et mente sacrilega coarguenti marito resistens altercat. Populus aestuat diversa tendentes, hi pessimam feminam viventem statim cum corpore mariti sepeliendam, alii mendacio cadaveris fidem non habendam.

Traduzione:

Anch’io mi feci largo tra la calca e salito su una sporgenza del terreno sufficientemente alta, proprio dietro al catafalco, seguii la scena con occhi sgranati. A un tratto il petto del morto cominciò a gonfiarsi, la vena del polso a palpitare e tutto il corpo ad animarsi di un soffio vitale; finalmente la salma si sollevò e il giovine così cominciò a parlare: “Perché, di grazia, richiamare ai compiti di una vita effimera me che avevo già bevuto le acque del Lete e navigavo ormai sulla palude Stigia? Non più, ti scongiuro, non più, lasciami alla mia pace.” Questa la voce che venne da quel corpo, ma il profeta eccitandosi: “Perché, invece, non racconti al popolo ogni cosa, non sveli il mistero della tua morte? Non sai che io posso evocare le Furie con i miei scongiuri e far torturare le tue stanche membra?” Allora quello dal suo lettuccio con un profondo gemito e volgendosi alla folla, così riprese: “Sono morto per le male arti della mia giovane sposa, ucciso dal veleno ho ceduto a un amante il mio letto ancor caldo.” Ma quella brava moglie dimostrò un’impudente presenza di spirito e con animo sacrilego prese a rimbeccare il marito negando ogni accusa. La folla cominciò ad agitarsi, divisa in due opinioni contrarie: alcuni volevano prendere quella criminale e seppellirla viva accanto al marito, altri dicevano che non si poteva prestar fede alle menzogne di un morto.

Metamorfosi – Libro II

Brano 30:

Testo originale:

Sed hanc cunctationem sequens adulescentis sermo distinxit; nam rursus altius ingemescens: “Dabo,” inquit “dabo vobis intemeratae veritatis documenta perlucida et quod prorsus alius nemo cognoverit indicabo.” Tunc digito me demonstrans: “Nam cum corporis mei custos hic sagacissimus exsertam mihi teneret vigiliam, cantatrices anus exuviis meis inminentes atque ob id reformatae frustra saepius cum industriam eius fallere nequivissent, postremum iniecta somni nebula eoque in profundam quietem sepulto me nomine ciere non prius desierunt quam dum hebetes artus et membra frigida pigris conatibus ad artis magicae nituntur obsequia. hic utpote vivus quidem sed tantum sopore mortuus, quod eodem mecum vocabulo nuncupatur, ad suum nomen ignarus exsurgit, et in inanimis umbrae modum ultroneus gradiens, quamquam foribus cubiculi diligenter obclusis, per quoddam foramen prosectis naso prius ac mox auribus vicariam pro me lanienam sustinuit. Utque fallaciae reliqua convenirent, ceram in modum prosectarum formatam aurium ei adplicant examussim nasoque ipsius similem comparant. Et nunc adsistit miser hic praemium non industriae sed debilitationis consecutus.” His dictis perterritus temptare formam adgredior. Iniecta manu nasum prehendo: sequitur; aures pertracto: deruunt. Ac dum directis digitis et detortis nutibus praesentium denotor, dum risus ebullit, inter pedes circumstantium frigido sudore defluens evado. Nec postea debilis ac sic ridiculus Lari me patrio reddere potui, sed capillis hinc inde laterum deiectis aurium vulnera celavi, nasi vero dedecus linteolo isto pressim adglutinato decenter obtexi.”

Traduzione:

Ma quello che il giovane disse subito dopo troncò ogni incertezza. Così, infatti, fra gemiti sempre più alti riprese: “Vi darò, si, vi darò le prove inconfutabili che questa è la verità, vi rivelerò cose che nessuno all’infuori di me può sapere” e indicando me alla folla, “mentre costui faceva una guardia scrupolosissima al mio corpo, le streghe in agguato sulle mie spoglie, invano presero più volte aspetti diversi. Non riuscendo a trarlo in inganno per la sua straordinaria diligenza, alla fine, lo avvolsero in una nuvola di sonno e lo fecero piombare in un profondo letargo; poi cominciarono a chiamarmi per nome, finché le mie giunture inerti e le mie gelide membra fra continui tentativi non sentissero i richiami della magia. Costui però che ha il mio medesimo nome, vivo com’era, morto infatti soltanto di sonno, sentendosi chiamare si levò in piedi, senza riprendere coscienza, e si avviò come un fantasma verso la porta della stanza. Questa era chiusa a dovere, ma le streghe, si vede, attraverso qualche fessura, riuscirono egualmente a tagliargli prima il naso, poi le orecchie. Così la mutilazione l’ha subita lui al posto mio. Inoltre perché di quella diavoleria non restasse traccia, con della cera hanno plasmato due orecchie e glie l’hanno applicate al posto di quelle tagliate, la stessa cosa hanno fatto col naso: perfetto, identico al suo. Guardatelo là quel disgraziato: ha fatto un bell’affare con tutto il suo zelo: quel pò po’ di mutilazione!” A quelle parole, spaventatissimo, cominciai a tastarmi: mi presi il naso e quello mi restò in mano, mi toccai le orecchie e mi si staccarono. La gente cominciava a guardare nella mia direzione, a indicarmi a dito, finché non scoppiò una risata generale ed io, sudando freddo, riuscii a battermela sgusciando tra la folla. Così conciato e ridicolo non ebbi nemmeno il coraggio di tornare a casa mia; per nascondere le cicatrici delle orecchie mi sono spartiti i capelli lasciandoli cadere ai due lati, e con questa benda legata stretta cerco di nascondere nel modo pi? conveniente il ribrezzo del mio naso.

Metamorfosi – Libro II

Brano 31:

Testo originale:

Cum primum Thelyphron hanc fabulam posuit, conpotores vino madidi rursum cachinnum integrant. Dumque bibere solita Risui postulant, sic ad me Byrrhena: “Sollemnis” inquit “dies a primis cunabulis huius urbis conditus crastinus advenit, quo die soli mortalium sanctissimum deum Risum hilaro atque gaudiali ritu propitiamus. Hunc tua praesentia nobis efficies gratiorem. Atque utinam aliquid de proprio lepore laetificum honorando deo comminiscaris, quo magis pleniusque tanto numini litemus.” “Bene” inquam “et fiet ut iubes. Et vellem hercules materiam reperire aliquam quam deus tantus affluenter indueret.” Post haec monitu famuli mei, qui noctis admonebat, iam et ipse crapula distentus protinus exsurgo et appellata propere Byrrhena titubante vestigio domuitionem capesso.

Traduzione:

Appena Telifrone ebbe finito di raccontare, i convitati, sbronzi com’erano, ricominciarono a sghignazzare e mentre reclamavano nuove bevute in onore del dio Riso, Birrena si rivolse a me: “Domani” mi disse “ricorre una solenne festività che risale addirittura alla fondazione di questa città; in questo giorno noi, unici al mondo, con un rito allegro e divertente, ci propiziamo il venerabile dio Riso. La tua presenza renderà più lieta la festa. Se poi tu volessi, a tuo estro, inventare qualcosa di spiritoso per onorare il dio, meglio ancora: potremmo ottenere in misura maggiore i favori di una divinità così potente.” “Bene” assicurai “sarà come tu desideri. E poi, caspita, farebbe piacere anche a me avere una qualche idea che andasse bene per un così grande dio.” Dopo di che, avvertito dal servo che s’era fatto tardi e sentendomi gonfio per la gran bevuta, decisi di alzarmi e salutata in fretta Birrena, un po’ barcollando, mi diressi verso casa.

Metamorfosi – Libro II

Brano 32:

Testo originale:

Sed cum primam plateam vadimus, vento repentino lumen quo nitebamur extinguitur, ut vix inprovidae noctis caligine liberati digitis pedum detunsis ob lapides hospitium defessi rediremus. Dumque iam iunctim proximamus, ecce tres quidam vegetes et vastulis corporibus fores nostras ex summis viribus inruentes ac ne praesentia quidem nostra tantillum conterriti sed magis cum aemulatione virium crebrius insultantes, ut nobis ac mihi potissimum non immerito latrones esse et quidem saevissimi viderentur. Statim denique gladium, quem veste mea contectum ad hos usus extuleram, sinu liberatum adripio. Nec cunctatus medios latrones involo ac singulis, ut quemque conluctantem offenderam, altissime demergo, quoad tandem ante ipsa vestigia mea vastis et crebris perforati vulneribus spiritus efflaverint. Sic proeliatus, iam tumultu eo Photide suscitata, patefactis aedibus anhelans et sudore perlutus inrepo meque statim utpote pugna trium latronum in vicem Geryoneae caedis fatigatum lecto simul et somno tradidi.

Traduzione:

Ma appena fuori uno sbuffo di vento ci spense la lucerna che ci faceva da guida, tanto che dovemmo faticare parecchio a districarsi al buio. Finalmente, stanchi e con i piedi doloranti per aver dato spesso nei sassi, imboccammo la via di casa. Eravamo quasi arrivati, sorreggendoci stretti l’un l’altro, quando scorgemmo tre omaccioni nerboruti che, con tutte le loro forze, tentavano di forzare la nostra porta. Alla nostra vista non sembrarono per nulla intimiditi, anzi mettendocela tutta, raddoppiarono i loro assalti. Era chiaro che si trattava di briganti, e della peggiore risma. Subito misi mano al pugnale che avevo portato con me per simili evenienze e che tenevo nascosto sotto il mantello, e senza alcun indugio mi gettai su di loro e li affrontai mano a mano che mi vennero sotto, finché, trapassati da parte a parte, non rimasero morti stecchiti ai miei piedi. Al rumore di quel combattimento Fotide, intanto, s’era svegliata e venne ad aprirci. Io, ansante e tutto coperto di sudore, mi infilai dentro: quella battaglia contro i tre briganti mi aveva sfinito come se avessi lottato contro Gerione, così mi lasciai cadere sul letto e mi addormentai.

Metamorfosi – Libro II

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